#Pollock365 a Venezia - 4. Il confronto con i Surrealisti
Emoziona ritrovare una piazza del primo De Chirico, collocata in una sala diversa da quella abituale ed esaltata proprio dalla vicinanza con l’alieno Pollock nella minacciosa possanza del suo anonimo maniero.
Quella piazza diviene qualcosa di analogo a tutto il gran lavoro di Pollock, ben lontano dalle opposizioni in cui posero l’atto creativo i seguaci di Breton, i quali si rifacevano paradossalmente alla disturbata metafisica del pittore ferrarese.
Per entrambi il fine sarà l’inconscio: ma per i surrealisti si tratterà di “un altro” a cui affidare tutto il potere (contro la ragione); per Pollock di un “gesto” che assecondi il pensiero così come esso si dà.
Abbandonare cavalletto e pennello fu quindi il mezzo per restar fedele al proprio pensiero che “dittava dentro”.
Le foto lo rappresentano per nulla agitato quando dipinge, contento, rapido, sicuro di quel che ha trovato e che prima non aveva. Nel dripping ritroviamo qualcosa della libertà e della gioia del bambino quando disegna per terra. Una libertà forse minacciata ancora da un eccesso di immediatezza, anche se l’automatismo è superato nell’economia della sua danza attorno alla tela. Questa fedeltà al pensiero permise a Pollock una strenua difesa dalla propria autodistruttivitã.
Quando alla fine degli anni Cinquanta le “figure” si ripresenteranno incontenibili – quelle “black paintings” che purtroppo in mostra non sono rappresentate - Pollock potrà non far loro resistenza. Le nuove forme sorgono dal nero e il nero le rappresenta.
Cosa doveva ancora dirsi Pollock? Il finale è un’onirica elegia alla memoria che va ritrovandosi, un pensiero che fa i conti con il proprio rimosso: l’astratto trasformato in personale metafora o romanzo. Ben oltre Picasso.
(Mario Cancelli 4. continua)
Sironi-Burri. Un dialogo italiano (1940-1958)
C’è chi ci arriva in taxi. Chi, in occasione di oramai notissime fiere, su sovraccariche navette che mettono in comunicazione la stazione con piazza Aldo Moro, con i suoi bianchi grattacieli. Del Kenzo Tange: forme che si arrampicano con disinvolta sobrietà modernista. Giunti in via della Conciliazione, personalmente dopo peripezie tra viottoli fra nebbie serali, per essere sceso a fermata sbagliata, si percorre questo rettilineo raccordo, sorta di Via Sacra dell’“istanza Periferia” in progress, decisa a replicare al Kenzo con pervicace volontà architettonica. Opulente facciate di alberghi, nere più del più cinereo Burri, banche in sintonia con l’idea urbanistica percorsa ed altro ancora: fino a pervenire all’incrocio di via Stalingrado, che introduce chi viaggia all’universo.
Invero Filippo Tommasi Marinetti non avrebbe potuto desiderare di più.

“Sironi-Burri: un dialogo italiano (1940-58)” è una mostra che si organizza attorno a due sole opere: un testo non centrale ma significativo della vicenda artistica di Mario Sironi “Composizione murale” (1948); “Nero con punti”, tecnica mista del ’58, fondamento del Burri materico, gestuale, esistenziale, poetico che conosciamo.
Da rimanere lì un pomeriggio, salutando di tanto in tanto con lo sguardo il traffico che lascia o entra in città.
La sorpresa è però anche l’operazione culturale creata attorno alle due opere (di proprietà dell’Unipol). Il contesto storico in cui agirono i due autori, ricostruito anche attraverso preziosi documentari dell’istituto Luce, si apre infatti a una ricca ma meditata scelta di interventi critici dell’epoca, di riflessioni successive, di testimonianze dirette degli artisti. Un lavoro che sintetizza con semplicità e sensibilità quegli anni segnati da una complessa ricerca. Un’indagine infine consapevole dei nodi critici attraverso i quali la nostra storia uscì dallo scacco della guerra e ricercò se stessa. Indagine di raffinata consapevolezza, in grado anche di ampliare le proprie fonti, oltre i noti e scontati contrasti che quella storia segnarono.
L’olio di Sironi infatti trascina in un’irreversibile e precipite caduta il proprio - ma non solo il proprio - ideale “monumentale”, ideale nel quale trova temporanea soluzione la ricerca di una liberazione dal limite (?) della soggettività. Sironi ci attende con una shakespeariana scenografia in cui coppie di figure sembrano darsi il cambio: della storia non c’è più traccia.
Una metafisica alla rovescia riconduce emblemi e figure a un copione senza più nulla di prestabilito. La critica parlò di relitti, ceneri, reliquie: noi diremmo “materiali” infine sottratti a un “presupposto” che liberava, senza risolverli, dall’angoscia. Ora sono ricondotti a un pensiero individuale garantito solo dalla propria logica. Una spoliazione che produrrà il canto terminale e splendido di “composizioni” senza più ordine fittizio, confessioni estreme.
Un’Italia che crolla e un’Italia che rinasce? Troppo facile accostamento.
Economia dello scacco semmai, potremmo dire. La via di Burri infatti onora le stesse ceneri e il medesimo addio ai canoni rassicuranti anche se più attuali: i suoi francescani sacchi, le sue polveri, gli orli, le crepe, crepe-ferite, cooperano a costituire una veste da reinventare senza cedere a polemiche e istanze estranee a quelle del canto del poeta, canto-confessione, né sacro ne blasfemo, che renda ora conto in primis della propria personale “città”. Saranno in seguito bruciature, desertificazioni, ricapitolazioni in oro e di nero: sudari di un corpo cui la bellezza non è garantita ma sempre imputata.
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Tale indagine - la mostra è a cura di Christian Caliandro - pre-sente e riconduce i presupposti storici al ganglio critico di quegli anni; vero nodo irrisolto di pensiero, nel quale confluirono divergenti posizioni, soprattutto quelle di Pasolini o di Testori e di Arcangeli. Questo fu il vero dialogo di quegli anni, fatto di scontri e di vicendevoli riconoscimenti. La categoria di “ultimo naturalismo” del critico bolognese indirizzava infatti verso un ineludibile bivio storico.
Delineato dal rapporto in cui vengano a trovarsi tra loro io e natura. L’approdo di Arcangeli all’informale di Pollock, interprete di un’ultima responsabilità dell’arte, non sembra oggi conflittuale con la scelta espressionista del Testori critico, e scrittore. Posizioni entrambe non risolte.
Questo perché quella “responsabilità” non fu ultimamente giudicata nelle sue istanze pulsionali e relazionali (e che potremmo chiamare giuridiche). Il fraintendimento di “pulsione” con “istinto” e di “giuridico” con “sociale” riallargava quella frattura che il dialogo “tutto italiano” cercava di ricomporre.
Sironi-Burri. Un dialogo italiano (1940-1958)
28 luglio- 18 ottobre. Spazio Arte Cubo.
Bologna.
#Pollock365 a Venezia - 3. “Alchemy”, il parricidio del visibile
Sul lato destro della sala, troviamo “Alchemy”(1947): testimonianza di un pensiero che oramai procede. Un sacrificio o un parricidio del visibile si sono compiuti a favore di nuove modalità.
È la spoglia opima della realtà quella che giace tra la rete di gesti e di traccianti, pittura gettata sul fondo scuro e immediatamente rilanciata da nuovi gesti che si sovrappongono, attori di un’azione che consegue all’annullamento di ogni precedente spazialità.
Non è questo “lasciar cadere” ogni traccia simbolica a rendere l’action di Pollock una pittura realmente laica, rispetto anche ai suoi prestigiosi sodali (vedi Rothko) ancora legati al mondo del mito?
Sull’altro lato della sala, “Elegy” di R. Motherwell, che supera in lunghezza il testo di Pollock: i due teleri si guardano, senza confronto, atti di un pensiero che trova le sue opzioni.
(Mario Cancelli 3. continua)
#Pollock365 a Venezia - 2. “Murale”, una Cappella Sistina dell’individuo moderna
“Il cavaliere” di Marino Marini apre le braccia all’eletto visitatore che sbarchi all’approdo del museo sul Canal grande: un abbraccio ecumenico su acque che invitano al sogno, al piacere di vedere senza presupposti.
Si ha così la possibilità di incontrare immediatamente “Murale” (1943), che della pittura astratta di Pollock fu l’inizio. Se non siete tra questi fortunati, è perché siete entrati dall’ingresso principale, per visitare la prima palazzina dove fino al 14 settembre erano accolte opere di T. Benton, il principale maestro di Pollock, di Charles, e celebri episodi della fase espressionista di Pollock.
Molte le sorprese.
Infatti, arrivati alla sala di cui abbiamo detto, si è chiamati a una ricapitolazione, impegnativa quanto ricca di soddisfazione, grazie alla dote di un tesoro che, come si dirà, contiene più che anticipi, nuove possibilità di lettura.
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“Murale” è un telero di “non si sa” quanti metri: diciamo così perché inizio e fine naturalmente ci sono, ma come conseguenza di qualcosa che assomiglia all’esperienza del destarsi dal sogno.
Fu dipinto di getto, in una notte, dopo molte ore di veglia preparatoria; andrebbe visto da destra a sinistra, seguendo il gesto dal colore blu e intriso di toni cupi, gesto che si ripete come chi cammini con la sospesa rapidità propria di un sogno.
Negarsi l’incontro con quest’opera è faccenda grave, da riparare solo con un più oneroso viaggio negli USA.
Con “Murale” termina la tradizione contemplativa della pittura che ancora vigeva con Picasso, pur nella scomposizione a lui propria.
Accettato il giudizio che l’Action painting dilati i confini dell’arte, la domanda se “Murale” sia bello o meno ha poco senso.
Forse l’opera perpetua qualcosa di simile all’istante del risveglio, come in una moderna Cappella Sistina dell’individuo, che potrebbe continuare indefinitamente.
Assistiamo alla ripetizione di un gesto che si è scrollato di dosso la figurazione ma non un legame di rappresentanza del reale.
È gesto che crea e vive nello spazio cercando e bruciando il tempo che separa dalla soddisfazione.
Invece di una storia, una carrellata senza fine, in controluce: un ritmo, un sentore di rito, un’energia (!) che tiene stretto a sé, nella condensazione di un sogno, il quotidiano. Una danza sincopata che ingloba le passate esperienze e quasi le vomita. Se la Danza di Matisse era la rappresentazione di un moto, qui lo si vive.
(Mario Cancelli 2. continua)
A Padova la presentazione di “Papa Francesco: questa economia uccide”
Sono bastate poche frasi del pontefice «contro l’economia che uccide» per bollarlo come “papa marxista”. Accuse tornate puntualmente a galla dopo la recente visita a Cuba e negli Usa. Ma qual è il pensiero di fondo di papa Francesco sull’economia? La Presidenza Generale MCL (Movimento cristiano lavoratori) e l’Unione Territoriale MCL Padova-Rovigo hanno organizzato la presentazione del libro
“Papa Francesco: questa economia uccide”
di Andrea Tornielli e Giacomo Galeazzi, Piemme 2015
venerdì 16 ottobre 2015 alle 17.00
nella Sala della Carità di via San Francesco 118, Padova (parrocchia di San Francesco Grande)
Introduce e Modera:
Carlina Valle presidente territoriale MCL Padova-Rovigo
Partecipano:
Carlo Costalli presidente nazionale MCL
don Marco Cagol delegato vescovile e direttore per la Pastorale sociale e del lavoro, giustizia e pace, salvaguardia del creato della diocesi di Padova
Leonardo Becchetti ordinario di Economia politica all’Università di Roma Tor Vergata
Andrea Tornielli vaticanista de La Stampa e autore del libro
Che a fare certi commenti siano editorialisti di quotidiani finanziari, o esponenti di movimenti come il “Tea Party” americano, non deve probabilmente sorprendere. Molto più sorprendente, invece, è che siano stati condivisi anche da alcuni settori del mondo cattolico, dal momento che, come mostrano Tornielli e Galeazzi, vaticanisti fra i più accreditati nel panorama internazionale, alla base dei ragionamenti di Bergoglio non c’è che la radicalità evangelica dei Padri della Chiesa.
Delle disuguaglianze sociali e dei poveri è ammesso parlare, a patto che lo si faccia di rado. Un po’ di carità e un pizzico di filantropia, conditi da buoni sentimenti, vanno bene, mettono a posto la coscienza. Basta non esagerare. Basta, soprattutto, non azzardarsi a mettere in discussione il “sistema”. Un sistema che, anche in molti ambienti cattolici, rappresenterebbe il migliore dei mondi possibili, perché – come ripetono senza sosta le cosiddette “teorie giuste” – più i ricchi si arricchiscono meglio va la vita dei poveri.
Ma il fatto è che il sistema non funziona, e oggi viene messo in discussione da un papa che in questo libro propone una riflessione sul rapporto fra economia e Vangelo.
Vaticanista, giornalista del quotidiano La Stampa e coordinatore del sito web «Vatican Insider», Andrea Tornielli collabora con varie riviste italiane e internazionali. Numerose le sue pubblicazioni, tradotte in 17 paesi, tra cui ricordiamo, presso Piemme, Carlo Maria Martini. Il profeta del dialogo e Francesco. Insieme. L’altro autore del libro, Giacomo Galeazzi, è vaticanista del quotidiano La Stampa e uno degli autori del sito web «Vatican Insider». Ha pubblicato, tra l’altro, La Chiesa che non tace, con Domenico Mogavero.
Info: Mcl, Unione Territoriale Padova-Rovigo, via Michele Sanmicheli 5/b - 35123 Padova, tel. 049-2133703 email: sedeprovincialepadova@mcl.it
Alberto Manfrinati è dottore in Ingegneria informatica
Oggi si è
laureato in Ingegneria informatica all’Università di Padova, ma, per quanto ci riguarda, il titolo lo aveva già conseguito da tempo. Alberto Manfrinati infatti è il brillante curatore di tutta la parte informatica del sito internet www.rosminipadova.it, risolutore con nonchalance di questioni complesse che mandano in ansia tutti noi: articoli che non compaiono, blog da creare, cookies minacciosi e loghi da aggiornare. Ad Alberto vanno quindi i rallegramenti dell’Associazione, in attesa del prossimo “bug” da impallinare.
La pagina facebook di Alberto Manfrinati https://www.facebook.com/alberto.manfrinati
Il video dell'incontro sulle migrazioni con il nunzio all'Onu Tomasi e Silvestri (Avsi)
Presentiamo il video dell'incontro sulle migrazioni tenuto lunedì 28 settembre a Padova, nella sala dello Studio Teologico del Santo, con monsignor Silvano Maria Tomasi, osservatore permanente della Santa Sede presso le Nazioni Unite a Ginevra e il segretario generale Fondazione Avsi Gianpaolo Silvestri. Coordinatore Graziano Debellini (Associazione Santa Lucia onlus).
L’iniziativa era promossa dall’Associazione Santa Lucia Onlus, con la partecipazione di Associazione Progetti per l’Africa Onlus, Associazione Culturale Antonio Rosmini e Università Cattolica San Tommaso d’Aquino di Addis Abeba.
Una relazione, quella di monsignor Tomasi, che può essere considerata, oltre che una delle più equilibrate prese di posizione sul tema, anche una delle più significative espressioni della Chiesa sull’argomento, in piena consonanza con i richiami che papa Francesco ha lanciato nel suo recente viaggio a Cuba e negli Usa. Molto significativo anche il contributo di Silvestri, che ha esemplificato cosa significa accettare l’appello di papa Francesco ad accogliere i profughi, ma prima ancora ad intervenire nelle zone in cui avvengono i conflitti che spingono tante persone ad abbandonare la loro casa e la loro patria.
L’incontro del 28 settembre, infatti, costituiva un’anticipazione della Cena di Santa Lucia, il tradizionale evento natalizio padovano la cui quattordicesima edizione si terrà il 14 dicembre 2015. La cena, che ogni anno raduna non meno di mille persone, quest’anno sarà dedicata al tema dei migranti e dei rifugiati, con una precisa scala di interventi: anzitutto assistere le persone direttamente nei paesi di provenienza come il Sud Sudan, poi intervenire per coloro che sono fuggiti in paesi vicini e che si trovano in campi profughi, come accade in Libano e Giordania, e infine operare a favore di coloro che sono già sbarcati nel nostro Paese e che hanno bisogno di assistenza e accoglienza.
Tutti interventi che rientrano nella “Campagna Tende”, l’iniziativa di sensibilizzazione e fund raising promossa da Fondazione Avsi, da sempre partner della manifestazione padovana. Non mancheranno, anche qui rispettando la tradizione, obiettivi “padovani”, nel senso che nascono da personalità e opere sociali che hanno conosciuto direttamente la Cena e i suoi promotori. Uno di questi, che riguarda da vicino anche monsignor Silvano Tomasi in qualità di ex-nunzio dell’Etiopia, è il sostegno all’Università Cattolica San Tommaso di Addis Abeba, una struttura sulla quale la chiesa locale, ma anche lo stato africano, contano molto come potenziale fucina della classe dirigente che potrà ricostruire il paese, evitando che le migliori risorse umane fuggano all’estero.
Masse in movimento. La relazione di monsignor Tomasi sui migranti e i rifugiati
Non solo un’emergenza ma un fenomeno di lungo periodo, da governare con saggezza, senza allarmismi o in modo emotivo. Poche persone hanno uno sguardo così globale sul fenomeno migrazioni come monsignor Silvano Maria Tomasi, osservatore permanente della Santa Sede presso le Nazioni Unite a Ginevra. Ecco cosa ha detto al proposito lunedì 28 settembre a Padova, nella sala dello Studio Teologico, alla Basilica del Santo. Una relazione la sua che può essere considerata, oltre che una delle più equilibrate prese di posizione sul tema, anche una delle più significative espressioni della Chiesa sull’argomento, in piena consonanza con i richiami che papa Francesco ha lanciato nel suo recente viaggio a Cuba e negli Usa. Vi proponiamo la sua relazione (i grassetti sono nostri).
Silvano Maria Tomasi, Masse in movimento. Migranti e rifugiati una sfida per l’Europa
1. Quando emigravano gli Italiani a milioni alla fine dell’800 e all’inizio del ’900 c’erano paesi di partenza e paesi di arrivo. Oggi ogni paese è origine, transito e destinazione di gente in movimento. Il fenomeno della mobilità umana non solo è globale ma costituisce una vera emergenza umana e politica per l’Europa in particolare. La luce rossa d’allarme sono i 3.000 migranti annegati da gennaio ad oggi nel Mediterraneo assieme al loro sogno di una vita più decente e sicura.
Papa Francesco ha espresso la costernazione che suscita la sofferenza delle vittime dell’emigrazione nella sua omelia a Lampedusa nel 2013:
“Immigrati morti in mare, da quelle barche che invece di essere una via di speranza sono state una via di morte. Così il titolo dei giornali. Quando alcune settimane fa ho appreso questa notizia, che purtroppo tante volte si è ripetuta, il pensiero vi è tornato continuamente come una spina nel cuore che porta sofferenza...
Quei nostri fratelli e sorelle cercavano di uscire da situazioni difficili per trovare un po’ di serenità e di pace; cercavano un posto migliore per sé e per le loro famiglie, ma hanno trovato la morte. Quante volte coloro che cercano questo non trovano comprensione, non trovano accoglienza, non trovano solidarietà! E le loro voci salgono fino a Dio! ...
Chi ha pianto per queste persone che erano sulla barca? Per le giovani mamme che portavano i loro bambini? Per questi uomini che desideravano qualcosa per sostenere le proprie famiglie? Siamo una società che ha dimenticato l’esperienza del piangere, del “patire con”: la globalizzazione dell’indifferenza ci ha tolto la capacità di piangere!”
Le statistiche ufficiali danno la dimensione del problema, ma non possiamo dimenticare che dietro ai numeri ci sono donne, bambini, uomini con aspirazioni e speranze come le nostre.
Nel 2014 erano quasi 60 milioni le persone forzatamente sradicate dalle loro case e dalle loro terre, 38 milioni sfollati all’interno del proprio paese e 19,5 milioni di rifugiati in altre nazioni. Richiesero la status di rifugiato 1,7 milioni mentre 105.000 furono reinsediati in altri paesi. Si tratta del numero più elevato di rifugiati dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, tutte vittime di disastri umani e naturali costrette a intraprendere la strada dell’esilio e ad adattarsi a un nuovo ambiente. La povertà, la ricerca di lavoro, il desiderio di migliorare la propria condizione di vita hanno spinto un numero ben più elevato di persone ad emigrare. Con 247 milioni di migranti internazionali e 740 milioni di migranti interni risulta che una persona su sette è un migrante. La regione con più migranti è l’Europa con 72 milioni seguita dall’Asia con 71 e dal Nord America con 53 milioni. Le previsioni sono che il flusso di arrivi continuerà. L’agenzia Frontex stima a 500.000 il numero di arrivi irregolari nei primi otto mesi dell’anno. L’Ufficio Federale per le Migrazioni e i Rifugiato prevede che più di 400.000 richieste di asilo saranno inoltrate per la fine dell’anno. Secondo l’OECD circa 700.000 richieste di asilo sono state registrate quest’anno nei Paesi Membri e si prevede che il numero salirà ad 1 milione per la fine del 2015. Nel 2014 arrivarono in Europa via mare 219.000 persone, metà delle quali sono migranti e non rifugiati. Se pensiamo che la Turchia ospita 1,8 milioni di rifugiati, l’Europa non ha una crisi di numeri. Nel 2015 la maggior parte degli arrivi sono stati in Grecia e la via dei Balcani è diventata l’opzione scelta. La crisi è di responsabilità, di politica e di valori come la solidarietà.
I chilometri di gente in marcia nei Balcani e ai confini dell’Austria, dell’Ungheria, diretti in Germania, non sono una novità. Qualcuno ricorderà che nel 1956 220.000 Ungheresi arrivarono in Austria in tre settimane. La fine della guerra in Vietnam nel 1975 causò l’esodo di più di un milione di rifugiati, “boat people” e Vietnamiti costretti all’esilio per altre vie, come i campi di rifugiati in Cambogia e Thailandia. Milioni di rifugiati africani furono causati dalla guerra civile in Mozambico e dai conflitti armati in Congo. Nuovi “boat people” sono i Royngias che ancora non trovano accoglienza. Ieri ed oggi, le cause di tanta sofferenza sono le stesse: guerra, estrema povertà, politiche di oppressione, discriminazione, corruzione, tirannia.
Già Leone XIII nella sua grande enciclica sociale Rerum Novarum scriveva che nessuno lascerebbe la propria patria se avesse lì una vita degna. Le varie ondate di rifugiati che si ripetono con ritmo troppo regolare nel corso della storia perseguono il sogno di una vita migliore e per questo rischiano tutto, i pericoli del viaggio e le condizioni di lavoro. La comunità internazionale si trova di fronte ad alcune nuove categorie di migranti bisognosi di protezione: minori non accompagnati alle frontiere del Messico e degli Stati Uniti in particolare, lavoratori stranieri nei Paesi del Golfo, immigrati indocumentati o in posizione irregolare, rifugiati per cause climatiche.
Pur mantenendo le dovute distinzioni giuridiche tra rifugiati e altre categorie di migranti, in pratica si mescolano motivi e aspirazioni e il mondo deve prendere coscienza di questa vasta realtà della mobilità umana.
2. La risposta agli esodi enormi che arrivano ad ondate quasi regolari è stata caotica, emotiva e nello spirito del momento. Spesso prende visibilità la paura del cambio culturale, di infiltrazione di terroristi, della riduzione dei benefici sociali se devono essere estesi anche ai nuovi arrivati. Perciò il primo passo da fare è di dar priorità ad un’informazione corretta che non c’è né invasione né improvvisa trasformazione della società. A lungo andare, è ben documentato che le migrazioni sono un beneficio sia ai migranti che ai paesi di partenza e di arrivo. È anche nel proprio interesse mantenere il cuore aperto alla solidarietà per rendere possibile l’azione politica e sociale necessarie per un’accoglienza ordinata e generosa. I nuovi arrivati che bussano per entrare nel mercato del lavoro sono per lo più giovani che contribuiranno sia economicamente che demograficamente alla stabilità delle società europee. Tale accoglienza è necessaria specialmente per i rifugiati e le persone a rischio perché eliminare il sottosviluppo e mettere fine alle guerre richiedono tempi lunghi pur sapendo che solo agendo sulle cause alla radice delle migrazioni si può trovare una soluzione corretta.
Inoltre una più sistematica riflessione è necessaria per quanto riguarda le strutture internazionali di governance. Attualmente ci sono due agenzie intergovernative che hanno un ruolo specifico per la mobilità umana, l’Alto Commissario per i Rifugiati dell’ONU (CNUR) e l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM). Ma varie altre agenzie onusiane hanno parte di responsabilità in questo campo e il coordinamento è difficile e inefficiente. Alcuni propongono che per rimediare questo doppia misura di avere delle agenzie specifiche per la grandi questioni globali come il commercio (WTO), il lavoro (ILO), i diritti umani (HCR), la salute (WHO), ma non per i movimenti di persone, si debba consolidare la galassia di enti che si occupano di migrazione in tutte le sue forme in una sola organizzazione inclusiva, con precise linee di governo, che lavora in stretto contatto con gli Stati, le ONG e il settore privato. Questo nuovo ente ingloberebbe due dipartimenti separati ma interconnessi per i rifugiati e per le altre categorie di gente in movimento e dovrebbe essere provveduto delle risorse finanziarie necessarie. Questa proposta rimedierebbe il caos e la lentezza attuali nel rispondere ai bisogni dei richiedenti asilo, lentezza causata dal fatto che i responsabili politici non pensano a lungo termine e spesso accettano una cultura di individualismo radicale che blocca ogni azione comunitaria e la visione del bene comune.
Altre risposte immediate che allevierebbero la crisi attuale implicano la creazione di canali legali di movimento che eviterebbero che i richiedenti asilo cadano nelle reti dei trafficanti di carne umana e che rischino la vita cercando di raggiungere l’Europa con barche e gommoni fatiscenti. Nei paesi di transito come nei campi profughi si potrebbero aprire o rafforzare centri di esame delle domande di asilo. I Paesi Europei possono rivedere e aumentare la loro capacità di ricevere un numero adeguato di richiedenti asilo senza una realistica possibilità di ritorno alle loro case. Per le comunità di accoglienza come per i nuovi arrivati è utile una formazione esplicita alla cultura dell’incontro.
Mentre circolano nell’UE tutte queste proposte di risposta, la volontà politica di attuarle non è chiara. I discorsi ufficiali presentano una faccia della medaglia che è più aperta ad accogliere, in pratica c’è più reticenza. Molto chiaro è stato Papa Francesco:
“Di fronte alla tragedia di decine di migliaia di profughi che fuggono dalla morte per la guerra e per la fame, e sono in cammino verso una speranza di vita, il Vangelo ci Chiama, ci chiede di essere “prossimi”, dei più piccoli e abbandonati. A dare loro una speranza concreta…
Pertanto, in prossimità del Giubileo della Misericordia, rivolgo un appello alle parrocchie, alle comunità religiose, ai monasteri e ai santuari di tutta Europa ad esprimere la concretezza del Vangelo e accogliere una famiglia di profughi. Un gesto concreto… incominciando dalla mia diocesi di Roma.”
3. Come deve rispondere un cristiano a questa crisi dal costo umano inaccettabile? L’indicazione del Papa di una solidarietà concreta è una via. Almeno in teoria c’è accordo che anzitutto si devono salvare vite umane, alleviare la sofferenza e sostenere la giustizia nei riguardi di questi milioni di vittime. La dottrina sociale della Chiesa dà poi una guida che deve ispirare l’azione. Parte dalla uguale dignità di ogni persona al punto che Gesù si identifica con lo straniero, senza alcuna qualifica di colore, etnia, religione o stato sociale, come il Vangelo di Matteo testimonia: Ero straniero e mi avete accolto (25,35), un’affermazione che si ricollega alla creazione quando siamo stati fatti ad immagine di Dio. La dignità comune ad ogni persona diventa un legame che costituisce la famiglia umana in cui dipendiamo gli uni dagli altri. Le frontiere arrivano dopo per cui la solidarietà e la ricerca del bene comune hanno precedenza. L’amore di Dio e l’amore del prossimo non sono limitati da confini geografici o di altra natura. Se c’è una precedenza da dare, è l’opzione per i poveri. La parabola del buon Samaritano ci ricorda che vero prossimo è colui che avuto misericordia. (Luca, 10,30-¬34). L’insegnamento biblico e la dottrina sociale della Chiesa passano dall’accoglienza all’integrazione tenendo conto che il bene comune si applica ai richiedenti asilo come alla comunità di accoglienza. Il Catechismo della chiesa Cattolica ci dice:
“2241 Le nazioni più ricche sono tenute ad accogliere, nella misura del possibile, lo straniero alla ricerca della sicurezza e delle risorse necessarie alla vita, che non gli è possibile trovare nel proprio paese di origine. I pubblici poteri avranno cura che venga rispettato il diritto naturale, che pone l’ospite sotto la protezione di coloro che lo accolgono.
Le autorità politiche, in vista del bene comune, di cui sono responsabili, possono subordinare l’esercizio del diritto di immigrazione a diverse condizioni giuridiche, in particolare al rispetto dei doveri dei migranti nei confronti del paese che li accoglie. L’immigrato è tenuto a rispettare con riconoscenza il patrimonio materiale e spirituale del paese che lo ospita, ad obbedire alle sue leggi, a contribuire ai suoi oneri.”
La questione dell’integrazione dei nuovi arrivati viene sommersa nelle discussioni e polemiche sull’accoglienza, su quanti devono essere accettati, come distribuire con quote giuste i continui arrivi. Se c’è un piano di integrazione, diventa più facile per l’opinione pubblica accettare i nuovi arrivi. Confrontati con l’inevitabile pluralismo delle società europee come conseguenza dell’evoluzione culturale, del soggettivismo ad oltranza, dell’arrivo di popolazioni con religione e cultura diverse, si pone la domanda di quali valori comuni abbiamo bisogno per vivere in pace e costruire un futuro comune. Una funzionalità economica non mi pare sufficiente. Certo l’apprendimento dell’italiano, l’accesso alla scuola, utilizzo delle qualifiche dei migranti, assistenza per problemi di salute sono provvedimenti necessari. Occorre però un minimo di valori per convivere serenamente: separazione di religione e politica, accettazione della libertà individuale, del pluralismo sociale, della democrazia, dell’uguaglianza della donna. E’ un cammino che esige tempo, ma che non può essere sottovalutato o messo da parte.
4. In conclusione, stiamo affrontando un’immigrazione senza precedenti. Per i suoi costi umani, la diversità delle nazionalità di origine, dei motivi per emigrare. La spinta a partire è complessa e non c’è molta speranza che la situazione cambi presto. La volontà politica di portare la pace nel Medio Oriente e di affrontare il terrorismo in Nord Africa e altrove per ora non conclude in decisioni positive. Il nostro dovere di accogliere rimane la speranza delle masse di gente in cammino sulle strade dell’Europa alla ricerca di sicurezza e futuro.
Padova, lunedì 28 settembre 2015
#Pollock365 a Venezia - 1. Dipingere (e pensare) l’inconscio
Di Jackson Pollock, Lee Krasner Pollock e Charles Pollock, la Collezione Guggenheim offre, da maggio a novembre, una mirata selezione di opere, oltre a “Murale” e “Alchemy”, episodi decisivi del percorso di Pollock: tre mostre in una (già conclusa peraltro il 14 settembre la mostra su Charles)
“I Pollock”, potremmo dire, come e più dei Giacometti; poiché a Jackson (seguito su questa strada dalla moglie e dal fratello) si deve l’Action painting, nuovo inizio dell’arte astratta americana e poi di quella mondiale.
Si trattò di un’esperienza pittorica che implicava l’inconscio, finalmente legittimato, dopo la fuorviante esperienza surrealista, poco seguita in America e infine abbandonata in favore di una prassi più libera. Il termine “Action painting” sarebbe stato trovato quasi per caso, durante una discussione tra Harold Rosenberg e Jackson Pollock: il critico forse aveva per la testa qualcun altro che Pollock, l’artista impiegava le sue forze a cercare di far capire che non era del tutto consapevole di quel che faceva nell’atto di dipingere.
A volte il destino offre i suoi doni in modo comico: si trattò di una circostanza memorabile. Pensare o dipingere l’inconscio non è affatto scontato, prestargli cura e attenzione, nel modo in cui Pollock fece, fu un’opera di civiltà.
(Mario Cancelli 1. continua)
Oriana Sartore: lo stupore e il dolore della vita
In questi giorni la Galleria di Arte moderna (già chiesetta di Santa Lucia) di Thiene in provincia di Vicenza ospita la Personale di pittura e scultura dell’artista Oriana Sartore, con una serie di opere in terracotta (nell'immagine una sua recente Annunciazione), terracotta e legno, pastelli colorati e disegni. La mostra è aperta sabato-domenica-lunedì dalle 10.00 alle 12.30 e dalle 16.30 alle 19.30 e il giovedì e venerdì dalle 16.30 alle 19.30, fino a lunedì 28 settembre.
Web http://arteoriana.altervista.org/
Facebook: Galleria d’Arte Moderna (già chiesetta di Santa Lucia)
Ecco come il critico e docente Giulio Zennaro introduce la sua opera.
Le opere di Oriana Sartore nascono dallo stupore o dal dolore. Nascono dalla vita. Oriana modella e scolpisce l’esperienza, ciò che accade alla sua esistenza. “Sono felice quando vedo che una cosa mi riesce ed è bella, se mi ‘dice’ qualche cosa; sono felice quando, dopo essermi messa davanti a un’opera che ho appena fatto, mi dico: ‘io ho fatto questa cosa?’; sono felice quando resto stupita davanti alla mia opera e non so cosa dire. Mi stupisco di averla fatta”. Mi racconta il suo sussulto creativo di gioia mentre ammiriamo le sue opere sparse nella casa e nel minuscolo ma grazioso giardino ,una specie di “delizia” rinascimentale in miniatura .Laforma delle sue opere porta nel nostro tempo la grazia e l’eleganza della “visione” rinascimentale; Oriana ci porta all’origine, prima della decostruzione della forma operata dalle Avanguardie all’inizio del Novecento. Un altro modello della sua forma sta tra l’arte levigata e pulita di Canova e quella più tormentata ma classica di Rodin. Parliamo di “pugni nell’occhio” per una certa ‘moderna’ sensibilità contemporanea, ma Oriana non si scompone e tira avanti per la sua strada. Una strada che inizia come scultrice nel 2007, in cui scopre la sua forma creativa più trascinante, frequentando l’atelier di Elena Ortica a Dosson di Casier (TV). Da allora Oriana Sartore parla di sé attraverso le sue terrecotte, sussurrando in modo discreto profonde percezioni della vita. Questa sensazione viene innanzitutto dall’infanzia, la prima fonte di ispirazione per Oriana. Le tre “bambine” presenti in mostra colgono da tre sfaccettature diverse ma vicine l’essere dell’artista stessa in un atteggiamento-archetipo di fronte alla vita: lo stupore pensoso e grato .Una forma che assume questo stupore è quella della danza: Oriana vede nella danza l’essenza della vita come movimento, leggerezza,eleganza, ritmo. Sia “La Danzatrice - Omaggio a Canova” che i più recenti “Sufì” esprimono il moto e la levità: pur in modo molto diverso sembrano dominare la gravità e levitarsi nell’aria. Così, con queste linee avvolgenti verso l’alto (nella “Danzatrice) e questa leggerezza “volumetrica” (nei “Sufi”) Oriana esprime il suo desiderio di Ideale, cioè di perfezione e bellezza assoluta...
BREVE BIOGRAFIA
Oriana Sartore è nata e vive a Villadelconte (PD) dove lavora come pittrice e scultrice in via Roma 59.
Oriana è approdata al Liceo Artistico in età adulta quando è emerso in modo preponderante il desiderio di disegnare. Dopo la scuola ha incontrato il primo maestro, Angelo Gatto di Castelfranco Veneto che nella sua bottega riuniva artisti veneti. Dal maestro Gatto ha appreso maggiormente l’anatomia della figura umana e gli insegnamenti basilari per la pittura classica.
Ha frequentato la “Scuola libera del nudo” all’Accademia di Venezia partecipandoanche ad un corso di specializzazione per l’apprendimento della pittura a tempera con i colori naturali, tecnica iniziata dai Fiamminghi nel ‘400, tenuto dal maestro Zarotti insegnante dell’Accademia di Venezia. Ha incontrato nel 2006 l’Associazione Di-Segno di Padova, di cui è segretaria, partecipando ai vari corsi di disegno tenuti dal maestro Truttero e collaborando alla organizzazione di eventi culturali tra cui due simposi internazionali sull’a rte:”All origine dell’affresco” e “Bellezza e Tradizione”.
Nello stesso anno ha conosciuto l’Associazione Il Baglio di Palermo partecipando ai corsi di Iconografia Cristiana tenuti ogni anno. Ha frequentato il master “Architettura, Arti Sacre e Liturgia” tenuto nell’anno 2007-2008 dall’Università Europea alla “Regina Apostolorum” di Roma sostenendo la tesi finale: studio iconografico sull’Akathistos, inno liturgico bizantino del V secolo dedicato alla Theotokos (Madre di Dio).
Ha conosciuto la tecnica dell’encausto dal maestro Americo Mazzotta e dal 2007 frequenta il laboratorio della scultrice Elena Ortica a Dosson di Casier (TV) dove crea sculture modellate con l’argilla e trasformate in terrecotte. Dal 2014 scolpisce il legno nel laboratorio del maestro Roberto Tonon in Padova.
MOSTRE EFFETTUATE
- Galleria Vardanega, Asolo (TV) 1998
- ATP, Bassano del Grappa (VI) 1999
- Centro Arte, Via S. Francesco Padova 2006
- Biblioteca, Resana (TV) 2008
- Villa Litta, Lainate (MI) Aprile 2009
- Pinacoteca Chiesa San Martino, Chioggia (VE) Maggio 2009
- Basilica di S Maria Assunta Chiesa Madre di Alcamo, Alcamo (TP) Giugno 2010
- Chiesa dell’Internato Ignoto, Terranegra(PD) Agosto 2010
- Mostra laboratorio presso stand “Uomini all’opera” ass. Il Baglio, Meeting Rimini Agosto 2010
- Villa Comello, Galliera Veneta (PD) Maggio 2011
- Hotel Esplanade Tergesteo, Montegrotto Terme (PD) 6-20 Agosto 2011
- Sala Samonà, Via Roma Padova 29 Marzo - 29 Aprile 2012
- Chiesa degli Agostiniani, Vienna 9-20 Maggio 2012
- Colombario Cattedrale di Santo Stefano, Budapest 25 Maggio - 3 Giugno 2012
- Casa degli artisti “La vita che miracolo”, Via Sottocastello Belluno Ottobre 2012
- Accademia Artigianato, Este (PD) Giugno 2013
- Premio Internazionale Arte presso “Museo Mic”, Grottammare (AP) I Giugno - 23 Giugno 2013
- Premio città di Montecosaro, Montecosaro (MC) 7-21 Luglio 2013
- Galleria Radio Nazionale Slovacca, Bratislava 24 Agosto - 9 Settembre 2013
- Premio Ligures Città di Sarzana, Fortezza Firmafede (SP) 9-23 Marzo 2014
- Casa degli Artisti “Attraverso la luce”, Via Sottocastello Belluno 12 Aprile - 31 Maggio 2014
- Studio Elle “Rinascita”, Vicenza 31 Gennaio - 8 Febbraio 2015
- Palazzo Valmarana Braga “Emozioni Incancellabili”, Vicenza 28 Febbraio - 14 Marzo 2015
ORIANA SARTORE
via Roma, 59 - 35010 Villadelconte (PD)
mail: orisartore@alice.it
web http://arteoriana.altervista.org/
cell. 392 5444562










