Papa Francesco e quella lettera sui convegni di sant’Agostino

Papa Francesco, quando era cardinale, scrisse la prefazione de “Il tempo della Chiesa secondo Agostino”, il libro che raccoglie gli incontri dell’Associazione Rosmini sull’attualità di sant’Agostino che vedevano come relatore don Giacomo Tantardini.

A distanza di anni il Papa non si è dimenticato di quegli incontri, anzi il 22 dicembre scorso papa Francesco (è nel video linkato dopo il minuto 2)  ha ricordato in diretta video ai suoi interlocutori riuniti nell’aula magna dell’Università di Padova, che quel luogo ospitava le lezioni agostiniane organizzate dalla nostra associazione.

Ora nell’ultimo libro di Massimo Borghesi, Jorge Mario Bergoglio. Una biografia intellettuale, emergono nuovi dettagli dell’interesse di papa Francesco per i nostri convegni. Riportiamo dalle pp. 279-280:

 

«In una lettera degli inizi del 2007, indirizzata al vaticanista del Tg2 Lucio Brunelli, che gli aveva inviato una recensione del volume di don Giacomo Tantardini, “Il cuore e la grazia in sant’Agostino. Distinzione e corrispondenza” (Città Nuova, Roma 2006), Bergoglio scrive:

“In questo pensiero lineare non c’è posto per la delectatio e la dilectio, non c’è posto per lo stupore. Ed è così perché il pensiero lineare procede nella direzione contraria alla grazia. La grazia si riceve, è puro dono; il pensiero lineare si vede in obbligo di dare, di possedere. Non può aprirsi al dono, si muove unicamente a livello di possesso. La delectatio e la dilectio e lo stupore non si possono possedere: si ricevono, semplicemente. […] L’essenza manichea del fariseo non lascia nessuna fessura perché vi possa entrare la grazia; basta a se stesso, è autosufficiente, ha un pensiero lineare. Il pubblicano, al contrario, ha un pensiero tensionante che si apre al dono della grazia, possiede una coscienza che non è sufficiente ma profondamente mendicante”.

Sollecitato dalla recensione di Brunelli, il cardinale scriverà, a sua volta, la prefazione ad un nuovo volume di Tantardini su Agostino: “Il tempo della Chiesa secondo Agostino” (Città Nuova, Roma 2010). In essa commentava la descrizione che Agostino faceva dell’incontro tra Gesù e Zaccheo.

“L’immagine per me più suggestiva di come si diventa cristiani, così come emerge in questo libro, è il modo in cui Agostino racconta e commenta l’incontro di Gesù con Zaccheo (pp. 279-281). Zaccheo è piccolo, e vuole vedere il Signore che passa, e allora si arrampica sul sicomoro. Racconta Agostino: «Et vidit Dominus ipsum Zacchaeum. Visus est, et vidit / E il Signore guardò proprio Zaccheo. Zaccheo fu guardato, e allora vide». Colpisce, questo triplice vedere: quello di Zaccheo, quello di Gesù e poi ancora quello di Zaccheo, dopo essere stato guardato dal Signore. «Lo avrebbe visto passare anche se Gesù non avesse alzato gli occhi», commenta don Giacomo, «ma non sarebbe stato un incontro. Avrebbe magari soddisfatto quel minimo di curiosità buona per cui era salito sull’albero, ma non sarebbe stato un incontro» (p. 281). Qui sta il punto: alcuni credono che la fede e la salvezza vengano col nostro sforzo di guardare, di cercare il Signore. Invece è il contrario: tu sei salvo quando il Signore ti cerca, quando Lui ti guarda e tu ti lasci guardare e cercare. Il Signore ti cerca per primo. E quando tu Lo trovi, capisci che Lui stava là guardandoti, ti aspettava Lui, per primo.

Ecco la salvezza: Lui ti ama prima. E tu ti lasci amare. La salvezza è proprio questo incontro dove Lui opera per primo. Se non si dà questo incontro, non siamo salvi. Possiamo fare discorsi sulla salvezza. Inventare sistemi teologici rassicuranti, che trasformano Dio in un notaio e il suo amore gratuito in un atto dovuto a cui Lui sarebbe costretto dalla sua natura. Ma non entriamo mai nel popolo di Dio. Invece, quando guardi il Signore e ti accorgi con gratitudine che Lo guardi perché Lui ti sta guardando, vanno via tutti i pregiudizi intellettuali, quell’elitismo dello spirito che è proprio di intellettuali senza talento ed è eticismo senza bontà”».

 

(M. Borghesi, Jorge Mario Bergoglio. Una biografia intellettuale, Jaca Book 2017, pp. 279 - 280).


Cosa intendiamo quando diciamo che sant’Agostino è attuale?

Opera_Guariento_Battesimo2[1]Cosa intendiamo quando diciamo che sant’Agostino (nell’immagine il suo battesimo affrescato dal Guariento nella Chiesa degli Eremitani a Padova) è attuale? Il 21 settembre 1998 al Senato si presentò il volume curato dal mensile 30Giorni, “Il potere e la grazia. Attualità di Sant’Agostino”, a cura di Lorenzo Cappelletti e Maria Pia Comunale. All’incontro, introdotto da Giulio Andreotti, intervenirono Joseph Ratzinger, Massimo Borghesi, Nello Cipriani e Claudio Petruccioli. Riproponiamo, trovandola ancora assai attuale pur a 18 anni di distanza, la relazione di Massimo Borghesi, che raccoglie molto sinteticamente in sei punti i motivi dell’attualità di sant’Agostino. Il testo dell’intero seminario è stato trascritto da 30Giorni e si può leggere all’indirizzo http://www.30giorni.it/articoli_id_8816_l1.htm.

 

MASSIMO BORGHESI

 

Brevemente richiamo i contenuti del volume e il senso di questa pubblicazione, a partire innanzitutto dal titolo, sul quale anche sua eminenza si è soffermato. Esso ricorda Il potere e la gloria di Graham Greene. Ma un titolo analogo reca anche l’opera di Reinhold Schneider, non tradotta in italiano, Macht und Gnade (Potere e grazia). Il volume che presentiamo costituisce la conclusione di un iter concettuale. Ha un suo significato nella misura in cui raccoglie una riflessione che non è da oggi, ma proviene da lontano. Sarebbe interessante, da questo punto di vista, ripercorrere gli ultimi anni del settimanale Il Sabato per osservare una continuità di riflessione con 30Giorni. Non a caso alcuni articoli raccolti nel volume provengono proprio da Il Sabato. Ebbene, Il Sabato, alla fine degli anni Ottanta, aveva sviluppato una critica puntuale alla priorità accordata da ampi settori della Chiesa alla “questione etica” totalmente incentrata sulla “crisi” e sulla “restaurazione” dei valori. Fu allora utilizzato il termine “pelagianesimo” per indicare l’ideologia moralistica che soggiaceva alla prassi ecclesiale. In fondo fu Il Sabato che risollevò il nome di Pelagio, autore allora per lo più sconosciuto al di fuori dell’ambito degli addetti ai lavori. Si voleva con ciò richiamare l’urgenza che la Chiesa non si riducesse a essere una sorta di agenzia etica del mondo in crisi, ma riscoprisse, più profondamente, la propria missione e il proprio significato nel mondo contemporaneo. In fondo, la Chiesa come agenzia etica tendeva a far propria l’idea della “riforma intellettuale e morale” nei termini in cui ne parlava Antonio Gramsci. L’intento di fondo era dato dal problema dell’egemonia, una egemonia “cattolica” da riconquistare proprio sul terreno della moralità e dei costumi. Ricordo come, in quegli anni, una critica del pelagianesimo da sinistra fosse contenuta negli scritti postumi di Claudio Napoleoni Cercate ancora. Lettere sulla laicità. Ebbene, da Pelagio, per una conseguenza quasi necessaria, si era rimandati al suo interprete e critico per eccellenza: Agostino. Non credo di sbagliare osservando come, alla fine degli anni Ottanta e all’inizio degli anni Novanta, Agostino nell’ambito culturale cattolico fosse pressoché ignorato. Era conosciuto, certo, l’autore delle Confessioni. Ma l’Agostino teologo della grazia nonché il grande teorico della Città di Dio, cioè di una riflessione storico-politica a partire dal cristianesimo, era totalmente dimenticato anche nell’ambito più ristretto degli studi.

Cosa significava e cosa significa Agostino nei saggi raccolti nel volume? Innanzitutto vuol dire riaccedere a un’ottica “premedievale”, a un’ottica cristiana che riflette sul mondo prima del Medioevo, prima cioè di una “cristianità stabilita”. Quindi un cristianesimo che ancora si paragona con il paganesimo. Tutto questo, è inutile dire, richiama profondamente la situazione contemporanea. Anche noi oggi siamo in una prospettiva per tanti aspetti analoga e simile a quella del cristianesimo dei primi secoli.

In secondo luogo Agostino richiama una posizione realistica, capace di un’analisi dura e disincantata del potere, delle leve e dei meccanismi del potere, di come il cristiano debba rapportarsi ad esso. Ci sono nel volume alcuni saggi di Roberto Esposito e di Giacomo B. Contri molto interessanti in proposito. Concezione realistica epperò, al contempo, non assolutistica ma tollerante. Né lo Stato deve prevaricare sulla Chiesa né questa deve identificarsi con quello. Gran parte delle interviste a padre Nello Cipriani ruotano intorno al tema delle “leggi imperfette”, delle leggi, cioè, non totalmente conformi al diritto naturale. Nella concezione agostiniana la Chiesa deve tollerare le cosiddette leggi imperfette nella misura in cui concorrono a consentire quella pace sociale da cui essa stessa trae sicuri benefici. In tal modo la riflessione storica di Agostino si colloca tra Origene ed Eusebio di Cesarea. In proposito, uno dei testi più citati nel libro è L’unità delle nazioni, del cardinale Ratzinger, uno studio del 1971 dedicato al paragone tra Agostino e Origene. Origene, a partire da un cristianesimo tendenzialmente gnostico-rivoluzionario, tende a delegittimare gli ordinamenti dello Stato nella misura in cui non sono conformi alla morale cristiana. Su un versante opposto si colloca, invece, la posizione di Eusebio di Cesarea, sul quale sono da vedere i penetranti rilievi di padre Raffaele Farina, per il quale dopo Costantino c’è ormai perfetta identità tra cristianesimo e Impero romano. Tra queste due posizioni emerge la posizione di Agostino che non ha come preoccupazione la cristianizzazione dello Stato. Anche quando lo Stato sia retto da un imperatore cristiano, esso rimane Stato “terreno”, né altro può diventare.

Terzo rilievo: come è possibile il realismo agostiniano? Qual è il punto di vista che consente ad Agostino di guardare al potere in modo così obiettivo e disincantato? Ciò è possibile perché egli giudica il potere a partire da un punto a esso esterno. Per lui infatti le “città” sono due. Questa è la grande intuizione agostiniana, che, smarrita nel pensiero politico medievale (e su ciò si vedano le puntuali osservazioni di Elvio Ancona), si oppone all’utopia moderna, sia essa laica o cristiana, per cui la città è una e a essa occorre dedicare ogni energia per renderla perfetta. Ebbene, per Agostino le città sono due e non possono essere identificate. E, tuttavia, sono perplexae, sono mescolate sino alla fine del mondo. In tal modo alcuni della città del mondo si troveranno in paradiso mentre altri, della città di Dio, si perderanno.

Quarto elemento di interesse: il rapporto tra grazia e libertà. Se le città sono perplexae, la dinamica di accadimento del cristianesimo non può che svolgersi mediante incontri umani significativi, vale a dire nel rapporto tra grazia e libertà. Ciò va al di là e scompagina appartenenze ideologiche, politiche, settoriali. Rilevante in un contesto come quello attuale è la possibilità di incontrare uomini, persone, nel loro cuore, indipendentemente da schemi prefissati.

Una grazia persuasiva. Ci sono alcuni brani molto belli che Lorenzo Cappelletti ha tratto dal De gratia Christi et de peccato originali dove Agostino critica e condanna Pelagio perché egli insiste soltanto sulla grazia come illuminazione dell’intelletto, cioè sulla grazia mediante l’insegnamento della dottrina, quasi che il cristianesimo coincida solamente con l’esposizione di una dottrina, morale o non morale che sia, quasi che si possa diventare cristiani semplicemente per l’apprendimento di una dottrina. E Agostino invece insiste su una grazia che tocca oltre la dottrina anche i cuori. Quindi una grazia persuasiva che richiede una testimonianza reale.

Da ultimo, e concludo, c’è l’ecumenismo, l’ultimo termine che affiora come motivo di interesse e di attualità di Agostino. Alcuni brani molto belli alla fine del volume tratti da più opere di Agostino insistono proprio sul fatto che non bisogna mai abbandonare l’intuizione di verità dell’altro per criticarne l’errore. La critica dell’errore non deve impedire di vedere quanto di vero c’è, e bisogna separare verità ed errore in modo che l’altro sia portato al riconoscimento della verità piena. Questo senso ecumenico e universale è anch’esso un tema di grande interesse e attualità nel contesto contemporaneo. Grazie.


Comunicare la fede, perché tutto «sia Grazia»

LaTestimonianzaDiGesuRisorto[1]Don Giacomo Tantardini, il relatore dei Convegni sull’attualità di Sant’Agostino promossi dall’Associazione Rosmini, non tenne lezioni solo nell’Università di Padova. In questi giorni, le Edizioni delle Monache Agostiniane propongono in un’opera postuma le sue lezioni alla Pontificia Università S. Bonaventura di Roma, nell’anno accademico 2008-2009, in un dialogo a distanza tra il sant’Agostino della grazia e don Luigi Giussani, per il quale l’avvenimento cristiano è fonte di conoscenza. Ecco la recensione che Massimo Borghesi ne fa per Tracce.it.

 

Comunicare la fede, perché tutto «sia Grazia»

di Massimo Borghesi

 

Le lezioni di teologia filosofica tenute da don Giacomo Tantardini alla Pontificia Università S. Bonaventura di Roma, nell’anno accademico 2008-2009, rivivono ora nel volume postumo La testimonianza di Gesù risorto. Il testo, tratto dalla registrazione operata dagli studenti, conserva la vivezza del parlato e permette un affondo sull’ultima fase della riflessione dell’autore, contrassegnata dall’incontro ideale tra l’Agostino della Grazia e il Giussani de l’Avvenimento.

Diviso idealmente in tre parti, la conoscenza di Dio secondo la ragione, secondo la fede, secondo la falsa comprensione (gnosi), il libro valorizza la distinzione scolastica tra natura e grazia e, insieme, seguendo Gilson, mostra di optare per la fede come inizio. Occorre «evitare quello che il filosofo francese chiama “una specie di razionalismo apologetico”. Occorre cioè evitare di far fare prima il difficile percorso della ragione e poi comunicare la fede. […] Questa dinamica in Agostino e Tommaso è evidentissima. E mi è caro sottolineare che è evidente anche in Giussani» (p. 69).

La fede si comunica mediante la fede, la grazia mediante la grazia: non si può uscire da questo circolo. Il grande pericolo, che le pagine del volume costantemente sottolineano, è il venir meno delle distinzioni. «La natura è distinta dalla grazia: la grazia corrisponde alla natura. La natura è un’attesa sofferente dell’incontro con la grazia, ma dalla natura non si arriva alla grazia, la grazia non emerge dalla natura. La grazia non è la risposta che l’uomo, riflettendo su di sé, trova, e quindi ultimamente crea. Giussani ha un’immagine secondo me molto bella quando dice che queste domande, che nascono dal cuore dell’uomo, sono come una sorgente che zampilla e non disseta» (p. 112).

Se “Tutto è grazia”, come termina il Diario di un curato di campagna di Bernanos, allora non c’è più la grazia. «Paolo non dice: “Tutto è grazia”. Paolo dice: “Tutto sia grazia”. E questo è cristiano. Tutto, anche il peccato, può essere occasione di grazia, se si accoglie, ma il peccato non è grazia. E la creazione, ferita, attende la grazia, ma non è grazia» (pp. 100-101). Per questo, afferma Tantardini, riprendendo il cardinal Cottier: «La cosa più utile in questo momento “è la capacità di distinguere, propria di tutta la tradizione tomista che Maritain riprende”» (p. 101). L’indistinzione, la con-fusione tra senso religioso e fede, porta alla gnosi, alla riduzione simbolica ed idealistica del contenuto della fede, allo svuotamento della sua realtà. Scrive l’autore: «A me sembra che gli anni Ottanta siano stati gli anni in cui è prevalsa l’egemonia pelagiana, anche nella Chiesa: cioè una sottolineatura della morale separata dall’avvenimento della grazia. Dagli anni Novanta in poi il pericolo più evidente, anche nella Chiesa, è la gnosi» (p. 104). Per questo, «è importante nella Chiesa, soprattutto oggi, accorgersi che le parole cristiane sono state lette in senso idealistico. È importante, invece, ritradurle tutte in senso realistico» (p. 85).

Giacomo Tantardini,
La testimonianza di Gesù risorto. È solo nella gratitudine che si conosce veramente
Presentazione del cardinal P. Grech
Edizioni Monache Agostiniane 2014
pp. 240 - € 16

 


Sant’Agostino, il vero fil rouge di papa Montini

cop agostinoUna presenza discreta eppure costante, un vero fil rouge fatto di appunti scritti perlopiù a mano con calligrafia minuta. Nel 2008 stati pubblicati dal mensile 30Giorni, diretto da Giulio Andreotti, gli appunti riguardanti sant’Agostino di Giovanni Battista Montini, come arcivescovo di Milano prima e come papa poi, raccolti da monsignor Pasquale Macchi, suo segretario.

La raccolta comprende circa 500 diversi passi di sant’Agostino; alcuni di essi si ripetono, così da raggiungere il numero di circa 700 citazioni in totale. Un numero che fa comprendere la conoscenza puntuale, la consuetudine e il profondo amore di Paolo VI per questo grande Padre della Chiesa.

L’Associazione culturale universitaria “Antonio Rosmini” di Padova, organizzatrice per undici anni del Convegni sull’attualità di sant’Agostino, martedì 25 novembre 2008 nell’aula magna dell’Università di Padova propose un incontro dal titolo Montini e Agostino - Sant’Agostino negli appunti inediti di Paolo VI, i cui contributi poi furono pubblicati in larga parte da 30Giorni (2/1999).

Li riproponiamo oggi a pochi giorni dalla beatificazione del papa bresciano. Questo il programma dell’incontro padovano.

Saluto

Gian Paolo Romanato docente di Storia della Chiesa all’Università di Padova

Leggi la relazione sul sito di 30Giorni

 

Introduzione

mons. Renato Marangoni vicario episcopale per l’apostolato dei laici - diocesi di Padova

 

Relazioni

Maria Tilde Bettetini docente di Storia della filosofia alla Libera Università di Lingue e Comunicazione IULM di Milano

Leggi la relazione sul sito di 30Giorni

 

don Giacomo Tantardini autore del volume “Il cuore e la grazia in sant’Agostino” (Città Nuova editrice)

Leggi la relazione sul sito di 30Giorni

 

Gli appunti su sant’Agostino risalgono sia all’epoca dell’episcopato di Montini a Milano, sia al periodo del papato a Roma; quasi tutti sono scritti a mano, mentre rarissimi sono i brani trascritti con macchina da scrivere. È interessante segnalare che un discreto numero di citazioni di Montini non sono del tutto letterali e questo fa capire che buona parte di esse erano probabilmente fatte a memoria.

 

Ecco alcune immagini dell’incontro


Papa Francesco e i Convegni sull’attualità di sant’Agostino

libri don GiacomoIl nuovo papa Francesco, quando era cardinale, ha scritto la prefazione de “Il tempo della Chiesa secondo Agostino”, il libro che raccoglie gli incontri dell’Associazione Rosmini sull’attualità di sant’Agostino che vedevano come relatore don Giacomo Tantardini. Le lezioni si sono tenute  nell’aula magna dell’Università di Padova, nel corso di tre anni accademici, dal 2005 al 2008. Il testo è stato editato da Città Nuova nel 2009 per la collana Studi Agostiniani e fa seguito all’analogo volume “Il cuore e la grazia in sant’Agostino”, che raccoglie gli anni accademici 2002-2005.

«Si può dire in tanti modi che il santo vescovo d’Ippona è attuale», esordisce il cardinale Bergoglio nel suo testo. «Si possono azzardare rivisitazioni della sua teologia, riscoprire la modernità del suo sguardo sui moti dell’animo umano, valorizzare la genialità dei suoi giudizi davanti alle vicissitudini storiche del suo tempo, per certi versi così simili a quelle del tempo presente. Nelle sue lezioni agostiniane, con i testi letti e commentati in presa diretta, don Giacomo ha individuato e seguito un’altra filigrana. Se Agostino è attuale, se ci è contemporaneo - come questo libro documenta - lo è soprattutto perché descrive semplicemente come si diventa e si rimane cristiani nel tempo della Chiesa. Quel tempo che è il suo, così come è il nostro».

Vi proponiamo il testo integrale della prefazione del cardinale Jorge Mario Bergoglio pubblicato sul sito internet di Città Nuova.


I convegni su sant'Agostino e don Giacomo Tantardini

Dal 1998 al 2008 l'Associazione Rosmini ha organizzato, assieme ad altre organizzazioni e liste studentesche, i convegni sull’attualità di sant’Agostino, ciclo che ha rappresenta uno degli appuntamenti periodici più affollati ed attesi dell’ateneo e che si teneva nell’aula magna o nell’aula E del palazzo del Bo. I convegni, introdotti dal magnifico rettore, da presidi o da personalità della vita pubblica, hanno visto come relatore il prof. don Giacomo Tantardini, dell’Università San Pio V di Roma, scomparso nel 2012. Su questo sito verranno pubblicati i testi dei convegni, anche come omaggio e in memoria di don Giacomo. Anche perché molte sue intuizioni e molti approfondimenti sono oggi più attuali di quando furono proposti.


Martedì 31 marzo 1998, «Movimento cattolico e movimenti ecclesiali, per una lettura del cattolicesimo contemporaneo»

Il professor Butturini era assente, ma la lezione si tenne ugualmente con il solo Tantardini. Che al termine della sua esposizione offrì una sintesi efficace: «Ripeto sinteticamente le tre osservazioni che ho fatto. 1. Il dogma del peccato originale come il principio dirimente del giudizio sull’umano e sulla società. 2. In questi secoli il papato, il papa nel suo magistero, ha assunto il ruolo di guida culturale dei cattolici, dell’azione dei cattolici. Direi, più propriamente, dell’azione culturale, sociale e politica dei cattolici… forse potremmo dire più realisticamente dell’azione dei militanti cattolici. Questa ultima (cattolici impegnati o militanti) sarebbe una categoria interessante per leggere la storia del cattolicesimo moderno. 3. La grande distinzione di Agostino tra l’uti e il frui, tra ciò di cui si usa e ciò che rende felice il cuore, ciò di cui si gode, è fondamentale per leggere la condizione umana e la condizione civile e politica in cui il cristiano vive. Ma questa distinzione è comprensibile solo se il frui, cioè la felicità, è un avvenimento che accade, altrimenti, anche come distinzione, è ultimamente non usabile nel giudizio sulla vita personale e sulla vita sociale. La felicità, il frui, il godimento solo in quanto accade, e quindi si realizza come una civitas, diventa storicamente reale, diventa interessante! Solo cioè se è un avvenimento che accade. Questo godimento è un avvenimento che accade, che incontra, che stupisce, che sorprende, che coinvolge, per cui chi è coinvolto in questo frui, in questo godimento, ha davanti agli occhi questo godimento e non ha davanti agli occhi il problema della riforma della sua vita personale, della riforma della Chiesa o della riforma della società. Davanti agli occhi e nel cuore, proprio come dinamica di memoria e di desiderio, ha questo godimento. Ogni riforma morale come problema, come intento prevalente, ultimamente nasce da una mancanza di felicità. Invece l’esperienza della felicità rende buono il cuore, quindi rende morale il cuore, ma non rende la morale un problema o un progetto. Queste sono le tre osservazioni di oggi, che ho suggerito prendendo spunto da Rosmini nella sua polemica sul rapporto natura-soprannatura con Gioberti, per il quale il papato è principio della civilizzazione; e prendendo spunto dal fatto che i papi in questi due secoli hanno scritto molte encicliche riguardanti non tanto, diciamo così, la dottrina della fede e della morale, ma che puntano a descrivere come il mondo deve essere, come i cattolici si devono comportare nel mondo moderno, come il mondo moderno non è in rapporto, diciamo così, all’ideale di cristianità che ormai si stava perdendo».

Scarica il testo della lezione di martedì 17 marzo 1998.


Martedì 17 marzo 1998, «Movimento cattolico e movimenti ecclesiali, per una lettura del cattolicesimo contemporaneo»

Le lezioni di don Giacomo Tantardini nell’Università di Padova non iniziarono subito come convegni dedicati esplicitamente a sant’Agostino, anche se le citazioni, ma prima ancora la forma mentis agostiniana erano evidenti fin da subito. L’occasione che diede il via alle sue lezioni fu l’invito del prof. Giuseppe Butturini, che teneva il corso di “Storia della Chiesa in età moderna e contemporanea” nella Facoltà di Lettere. La prima lezione si tenne martedì 17 marzo 1998 nell’aula A di via Bassi (e quindi ancora “in periferia” rispetto al centro del mondo universitario padovano) e fu dedicata al tema «Movimento cattolico e movimenti ecclesiali: per una lettura del cattolicesimo contemporaneo». Il testo che proponiamo, non rivisto ufficialmente dall’autore, è tratto da appunti presi e ordinati dagli studenti.

Scarica il testo della lezione di martedì 17 marzo 1998.