A Padova la presentazione di “Papa Francesco: questa economia uccide”

papa_cappello_operaio_small[1]Sono bastate poche frasi del pontefice «contro l’economia che uccide» per bollarlo come “papa marxista”. Accuse tornate puntualmente a galla dopo la recente visita a Cuba e negli Usa. Ma qual è il pensiero di fondo di papa Francesco sull’economia? La Presidenza Generale MCL (Movimento cristiano lavoratori) e l’Unione Territoriale MCL Padova-Rovigo hanno organizzato la presentazione del libro

“Papa Francesco: questa economia uccide”

di Andrea Tornielli e Giacomo Galeazzi, Piemme 2015

venerdì 16 ottobre 2015 alle 17.00

nella Sala della Carità di via San Francesco 118, Padova (parrocchia di San Francesco Grande)

Introduce e Modera:

Carlina Valle presidente territoriale MCL Padova-Rovigo

Partecipano:

Carlo Costalli presidente nazionale MCL

don Marco Cagol delegato vescovile e direttore per la Pastorale sociale e del lavoro, giustizia e pace, salvaguardia del creato della diocesi di Padova

Leonardo Becchetti ordinario di Economia politica all’Università di Roma Tor Vergata

Andrea Tornielli vaticanista de La Stampa e autore del libro

coverChe a fare certi commenti siano editorialisti di quotidiani finanziari, o esponenti di movimenti come il “Tea Party” americano, non deve probabilmente sorprendere. Molto più sorprendente, invece, è che siano stati condivisi anche da alcuni settori del mondo cattolico, dal momento che, come mostrano Tornielli e Galeazzi, vaticanisti fra i più accreditati nel panorama internazionale, alla base dei ragionamenti di Bergoglio non c’è che la radicalità evangelica dei Padri della Chiesa.

Delle disuguaglianze sociali e dei poveri è ammesso parlare, a patto che lo si faccia di rado. Un po’ di carità e un pizzico di filantropia, conditi da buoni sentimenti, vanno bene, mettono a posto la coscienza. Basta non esagerare. Basta, soprattutto, non azzardarsi a mettere in discussione il “sistema”. Un sistema che, anche in molti ambienti cattolici, rappresenterebbe il migliore dei mondi possibili, perché – come ripetono senza sosta le cosiddette “teorie giuste” – più i ricchi si arricchiscono meglio va la vita dei poveri.

Ma il fatto è che il sistema non funziona, e oggi viene messo in discussione da un papa che in questo libro propone una riflessione sul rapporto fra economia e Vangelo.

Vaticanista, giornalista del quotidiano La Stampa e coordinatore del sito web «Vatican Insider», Andrea Tornielli collabora con varie riviste italiane e internazionali. Numerose le sue pubblicazioni, tradotte in 17 paesi, tra cui ricordiamo, presso Piemme, Carlo Maria Martini. Il profeta del dialogo e Francesco. Insieme. L’altro autore del libro, Giacomo Galeazzi, è vaticanista del quotidiano La Stampa e uno degli autori del sito web «Vatican Insider». Ha pubblicato, tra l’altro, La Chiesa che non tace, con Domenico Mogavero.

Info: Mcl, Unione Territoriale Padova-Rovigo, via Michele Sanmicheli 5/b - 35123 Padova, tel. 049-2133703 email: sedeprovincialepadova@mcl.it


Alberto Manfrinati è dottore in Ingegneria informatica

Oggi si è manfrinatilaureato in Ingegneria informatica all’Università di Padova, ma, per quanto ci riguarda, il titolo lo aveva già conseguito da tempo. Alberto Manfrinati infatti è il brillante curatore di tutta la parte informatica del sito internet www.rosminipadova.it, risolutore con nonchalance di questioni complesse che mandano in ansia tutti noi: articoli che non compaiono, blog da creare, cookies minacciosi e loghi da aggiornare. Ad Alberto vanno quindi i rallegramenti dell’Associazione, in attesa del prossimo “bug” da impallinare.

 

La pagina facebook di Alberto Manfrinati https://www.facebook.com/alberto.manfrinati


Il video dell'incontro sulle migrazioni con il nunzio all'Onu Tomasi e Silvestri (Avsi)

Presentiamo il video dell'incontro sulle migrazioni tenuto lunedì 28 settembre a Padova, nella sala dello Studio Teologico del Santo, con monsignor Silvano Maria Tomasi, osservatore permanente della Santa Sede presso le Nazioni Unite a Ginevra e il segretario generale Fondazione Avsi Gianpaolo Silvestri. Coordinatore Graziano Debellini (Associazione Santa Lucia onlus).

L’iniziativa era promossa dall’Associazione Santa Lucia Onlus, con la partecipazione di Associazione Progetti per l’Africa Onlus, Associazione Culturale Antonio Rosmini e Università Cattolica San Tommaso d’Aquino di Addis Abeba.

Una relazione, quella di monsignor Tomasi, che può essere considerata, oltre che una delle più equilibrate prese di posizione sul tema, anche una delle più significative espressioni della Chiesa sull’argomento, in piena consonanza con i richiami che papa Francesco ha lanciato nel suo recente viaggio a Cuba e negli Usa. Molto significativo anche il contributo di Silvestri, che ha esemplificato cosa significa accettare l’appello di papa Francesco ad accogliere i profughi, ma prima ancora ad intervenire nelle zone in cui avvengono i conflitti che spingono tante persone ad abbandonare la loro casa e la loro patria.

L’incontro del 28 settembre, infatti, costituiva un’anticipazione della Cena di Santa Lucia, il tradizionale evento natalizio padovano la cui quattordicesima edizione si terrà il 14 dicembre 2015. La cena, che ogni anno raduna non meno di mille persone, quest’anno sarà dedicata al tema dei migranti e dei rifugiati, con una precisa scala di interventi: anzitutto assistere le persone direttamente nei paesi di provenienza come il Sud Sudan, poi intervenire per coloro che sono fuggiti in paesi vicini e che si trovano in campi profughi, come accade in Libano e Giordania, e infine operare a favore di coloro che sono già sbarcati nel nostro Paese e che hanno bisogno di assistenza e accoglienza.

Tutti interventi che rientrano nella “Campagna Tende”, l’iniziativa di sensibilizzazione e fund raising promossa da Fondazione Avsi, da sempre partner della manifestazione padovana. Non mancheranno, anche qui rispettando la tradizione, obiettivi “padovani”, nel senso che nascono da personalità e opere sociali che hanno conosciuto direttamente la Cena e i suoi promotori. Uno di questi, che riguarda da vicino anche monsignor Silvano Tomasi in qualità di ex-nunzio dell’Etiopia, è il sostegno all’Università Cattolica San Tommaso di Addis Abeba, una struttura sulla quale la chiesa locale, ma anche lo stato africano, contano molto come potenziale fucina della classe dirigente che potrà ricostruire il paese, evitando che le migliori risorse umane fuggano all’estero.


Masse in movimento. La relazione di monsignor Tomasi sui migranti e i rifugiati

20150928_134729Non solo un’emergenza ma un fenomeno di lungo periodo, da governare con saggezza, senza allarmismi o in modo emotivo. Poche persone hanno uno sguardo così globale sul fenomeno migrazioni come monsignor Silvano Maria Tomasi, osservatore permanente della Santa Sede presso le Nazioni Unite a Ginevra. Ecco cosa ha detto al proposito lunedì 28 settembre a Padova, nella sala dello Studio Teologico, alla Basilica del Santo. Una relazione la sua che può essere considerata, oltre che una delle più equilibrate prese di posizione sul tema, anche una delle più significative espressioni della Chiesa sull’argomento, in piena consonanza con i richiami che papa Francesco ha lanciato nel suo recente viaggio a Cuba e negli Usa. Vi proponiamo la sua relazione (i grassetti sono nostri).

 

Silvano Maria Tomasi, Masse in movimento. Migranti e rifugiati una sfida per l’Europa

 

20150928_1227431. Quando emigravano gli Italiani a milioni alla fine dell’800 e all’inizio del ’900 c’erano paesi di partenza e paesi di arrivo. Oggi ogni paese è origine, transito e destinazione di gente in movimento. Il fenomeno della mobilità umana non solo è globale ma costituisce una vera emergenza umana e politica per l’Europa in particolare. La luce rossa d’allarme sono i 3.000 migranti annegati da gennaio ad oggi nel Mediterraneo assieme al loro sogno di una vita più decente e sicura.
Papa Francesco ha espresso la costernazione che suscita la sofferenza delle vittime dell’emigrazione nella sua omelia a Lampedusa nel 2013:
“Immigrati morti in mare, da quelle barche che invece di essere una via di speranza sono state una via di morte. Così il titolo dei giornali. Quando alcune settimane fa ho appreso questa notizia, che purtroppo tante volte si è ripetuta, il pensiero vi è tornato continuamente come una spina nel cuore che porta sofferenza...
Quei nostri fratelli e sorelle cercavano di uscire da situazioni difficili per trovare un po’ di serenità e di pace; cercavano un posto migliore per sé e per le loro famiglie, ma hanno trovato la morte. Quante volte coloro che cercano questo non trovano comprensione, non trovano accoglienza, non trovano solidarietà! E le loro voci salgono fino a Dio! ...
Chi ha pianto per queste persone che erano sulla barca? Per le giovani mamme che portavano i loro bambini? Per questi uomini che desideravano qualcosa per sostenere le proprie famiglie? Siamo una società che ha dimenticato l’esperienza del piangere, del “patire con”: la globalizzazione dell’indifferenza ci ha tolto la capacità di piangere!”
Le statistiche ufficiali danno la dimensione del problema, ma non possiamo dimenticare che dietro ai numeri ci sono donne, bambini, uomini con aspirazioni e speranze come le nostre.
Nel 2014 erano quasi 60 milioni le persone forzatamente sradicate dalle loro case e dalle loro terre, 38 milioni sfollati all’interno del proprio paese e 19,5 milioni di rifugiati in altre nazioni. Richiesero la status di rifugiato 1,7 milioni mentre 105.000 furono reinsediati in altri paesi. Si tratta del numero più elevato di rifugiati dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, tutte vittime di disastri umani e naturali costrette a intraprendere la strada dell’esilio e ad adattarsi a un nuovo ambiente. La povertà, la ricerca di lavoro, il desiderio di migliorare la propria condizione di vita hanno spinto un numero ben più elevato di persone ad emigrare. Con 247 milioni di migranti internazionali e 740 milioni di migranti interni risulta che una persona su sette è un migrante. La regione con più migranti è l’Europa con 72 milioni seguita dall’Asia con 71 e dal Nord America con 53 milioni. Le previsioni sono che il flusso di arrivi continuerà. L’agenzia Frontex stima a 500.000 il numero di arrivi irregolari nei primi otto mesi dell’anno. L’Ufficio Federale per le Migrazioni e i Rifugiato prevede che più di 400.000 richieste di asilo saranno inoltrate per la fine dell’anno. Secondo l’OECD circa 700.000 richieste di asilo sono state registrate quest’anno nei Paesi Membri e si prevede che il numero salirà ad 1 milione per la fine del 2015. Nel 2014 arrivarono in Europa via mare 219.000 persone, metà delle quali sono migranti e non rifugiati. Se pensiamo che la Turchia ospita 1,8 milioni di rifugiati, l’Europa non ha una crisi di numeri. Nel 2015 la maggior parte degli arrivi sono stati in Grecia e la via dei Balcani è diventata l’opzione scelta. La crisi è di responsabilità, di politica e di valori come la solidarietà.
I chilometri di gente in marcia nei Balcani e ai confini dell’Austria, dell’Ungheria, diretti in Germania, non sono una novità. Qualcuno ricorderà che nel 1956 220.000 Ungheresi arrivarono in Austria in tre settimane. La fine della guerra in Vietnam nel 1975 causò l’esodo di più di un milione di rifugiati, “boat people” e Vietnamiti costretti all’esilio per altre vie, come i campi di rifugiati in Cambogia e Thailandia. Milioni di rifugiati africani furono causati dalla guerra civile in Mozambico e dai conflitti armati in Congo. Nuovi “boat people” sono i Royngias che ancora non trovano accoglienza. Ieri ed oggi, le cause di tanta sofferenza sono le stesse: guerra, estrema povertà, politiche di oppressione, discriminazione, corruzione, tirannia.
Già Leone XIII nella sua grande enciclica sociale Rerum Novarum scriveva che nessuno lascerebbe la propria patria se avesse lì una vita degna. Le varie ondate di rifugiati che si ripetono con ritmo troppo regolare nel corso della storia perseguono il sogno di una vita migliore e per questo rischiano tutto, i pericoli del viaggio e le condizioni di lavoro. La comunità internazionale si trova di fronte ad alcune nuove categorie di migranti bisognosi di protezione: minori non accompagnati alle frontiere del Messico e degli Stati Uniti in particolare, lavoratori stranieri nei Paesi del Golfo, immigrati indocumentati o in posizione irregolare, rifugiati per cause climatiche.
Pur mantenendo le dovute distinzioni giuridiche tra rifugiati e altre categorie di migranti, in pratica si mescolano motivi e aspirazioni e il mondo deve prendere coscienza di questa vasta realtà della mobilità umana.

20150928_1312282. La risposta agli esodi enormi che arrivano ad ondate quasi regolari è stata caotica, emotiva e nello spirito del momento. Spesso prende visibilità la paura del cambio culturale, di infiltrazione di terroristi, della riduzione dei benefici sociali se devono essere estesi anche ai nuovi arrivati. Perciò il primo passo da fare è di dar priorità ad un’informazione corretta che non c’è né invasione né improvvisa trasformazione della società. A lungo andare, è ben documentato che le migrazioni sono un beneficio sia ai migranti che ai paesi di partenza e di arrivo. È anche nel proprio interesse mantenere il cuore aperto alla solidarietà per rendere possibile l’azione politica e sociale necessarie per un’accoglienza ordinata e generosa. I nuovi arrivati che bussano per entrare nel mercato del lavoro sono per lo più giovani che contribuiranno sia economicamente che demograficamente alla stabilità delle società europee. Tale accoglienza è necessaria specialmente per i rifugiati e le persone a rischio perché eliminare il sottosviluppo e mettere fine alle guerre richiedono tempi lunghi pur sapendo che solo agendo sulle cause alla radice delle migrazioni si può trovare una soluzione corretta.
Inoltre una più sistematica riflessione è necessaria per quanto riguarda le strutture internazionali di governance. Attualmente ci sono due agenzie intergovernative che hanno un ruolo specifico per la mobilità umana, l’Alto Commissario per i Rifugiati dell’ONU (CNUR) e l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM). Ma varie altre agenzie onusiane hanno parte di responsabilità in questo campo e il coordinamento è difficile e inefficiente. Alcuni propongono che per rimediare questo doppia misura di avere delle agenzie specifiche per la grandi questioni globali come il commercio (WTO), il lavoro (ILO), i diritti umani (HCR), la salute (WHO), ma non per i movimenti di persone, si debba consolidare la galassia di enti che si occupano di migrazione in tutte le sue forme in una sola organizzazione inclusiva, con precise linee di governo, che lavora in stretto contatto con gli Stati, le ONG e il settore privato. Questo nuovo ente ingloberebbe due dipartimenti separati ma interconnessi per i rifugiati e per le altre categorie di gente in movimento e dovrebbe essere provveduto delle risorse finanziarie necessarie. Questa proposta rimedierebbe il caos e la lentezza attuali nel rispondere ai bisogni dei richiedenti asilo, lentezza causata dal fatto che i responsabili politici non pensano a lungo termine e spesso accettano una cultura di individualismo radicale che blocca ogni azione comunitaria e la visione del bene comune.
Altre risposte immediate che allevierebbero la crisi attuale implicano la creazione di canali legali di movimento che eviterebbero che i richiedenti asilo cadano nelle reti dei trafficanti di carne umana e che rischino la vita cercando di raggiungere l’Europa con barche e gommoni fatiscenti. Nei paesi di transito come nei campi profughi si potrebbero aprire o rafforzare centri di esame delle domande di asilo. I Paesi Europei possono rivedere e aumentare la loro capacità di ricevere un numero adeguato di richiedenti asilo senza una realistica possibilità di ritorno alle loro case. Per le comunità di accoglienza come per i nuovi arrivati è utile una formazione esplicita alla cultura dell’incontro.
Mentre circolano nell’UE tutte queste proposte di risposta, la volontà politica di attuarle non è chiara. I discorsi ufficiali presentano una faccia della medaglia che è più aperta ad accogliere, in pratica c’è più reticenza. Molto chiaro è stato Papa Francesco:
“Di fronte alla tragedia di decine di migliaia di profughi che fuggono dalla morte per la guerra e per la fame, e sono in cammino verso una speranza di vita, il Vangelo ci Chiama, ci chiede di essere “prossimi”, dei più piccoli e abbandonati. A dare loro una speranza concreta…
Pertanto, in prossimità del Giubileo della Misericordia, rivolgo un appello alle parrocchie, alle comunità religiose, ai monasteri e ai santuari di tutta Europa ad esprimere la concretezza del Vangelo e accogliere una famiglia di profughi. Un gesto concreto… incominciando dalla mia diocesi di Roma.”

 

20150928_1253313. Come deve rispondere un cristiano a questa crisi dal costo umano inaccettabile? L’indicazione del Papa di una solidarietà concreta è una via. Almeno in teoria c’è accordo che anzitutto si devono salvare vite umane, alleviare la sofferenza e sostenere la giustizia nei riguardi di questi milioni di vittime. La dottrina sociale della Chiesa dà poi una guida che deve ispirare l’azione. Parte dalla uguale dignità di ogni persona al punto che Gesù si identifica con lo straniero, senza alcuna qualifica di colore, etnia, religione o stato sociale, come il Vangelo di Matteo testimonia: Ero straniero e mi avete accolto (25,35), un’affermazione che si ricollega alla creazione quando siamo stati fatti ad immagine di Dio. La dignità comune ad ogni persona diventa un legame che costituisce la famiglia umana in cui dipendiamo gli uni dagli altri. Le frontiere arrivano dopo per cui la solidarietà e la ricerca del bene comune hanno precedenza. L’amore di Dio e l’amore del prossimo non sono limitati da confini geografici o di altra natura. Se c’è una precedenza da dare, è l’opzione per i poveri. La parabola del buon Samaritano ci ricorda che vero prossimo è colui che avuto misericordia. (Luca, 10,30-¬34). L’insegnamento biblico e la dottrina sociale della Chiesa passano dall’accoglienza all’integrazione tenendo conto che il bene comune si applica ai richiedenti asilo come alla comunità di accoglienza. Il Catechismo della chiesa Cattolica ci dice:
“2241 Le nazioni più ricche sono tenute ad accogliere, nella misura del possibile, lo straniero alla ricerca della sicurezza e delle risorse necessarie alla vita, che non gli è possibile trovare nel proprio paese di origine. I pubblici poteri avranno cura che venga rispettato il diritto naturale, che pone l’ospite sotto la protezione di coloro che lo accolgono.
Le autorità politiche, in vista del bene comune, di cui sono responsabili, possono subordinare l’esercizio del diritto di immigrazione a diverse condizioni giuridiche, in particolare al rispetto dei doveri dei migranti nei confronti del paese che li accoglie. L’immigrato è tenuto a rispettare con riconoscenza il patrimonio materiale e spirituale del paese che lo ospita, ad obbedire alle sue leggi, a contribuire ai suoi oneri.”
La questione dell’integrazione dei nuovi arrivati viene sommersa nelle discussioni e polemiche sull’accoglienza, su quanti devono essere accettati, come distribuire con quote giuste i continui arrivi. Se c’è un piano di integrazione, diventa più facile per l’opinione pubblica accettare i nuovi arrivi. Confrontati con l’inevitabile pluralismo delle società europee come conseguenza dell’evoluzione culturale, del soggettivismo ad oltranza, dell’arrivo di popolazioni con religione e cultura diverse, si pone la domanda di quali valori comuni abbiamo bisogno per vivere in pace e costruire un futuro comune. Una funzionalità economica non mi pare sufficiente. Certo l’apprendimento dell’italiano, l’accesso alla scuola, utilizzo delle qualifiche dei migranti, assistenza per problemi di salute sono provvedimenti necessari. Occorre però un minimo di valori per convivere serenamente: separazione di religione e politica, accettazione della libertà individuale, del pluralismo sociale, della democrazia, dell’uguaglianza della donna. E’ un cammino che esige tempo, ma che non può essere sottovalutato o messo da parte.

 

20150928_1312334. In conclusione, stiamo affrontando un’immigrazione senza precedenti. Per i suoi costi umani, la diversità delle nazionalità di origine, dei motivi per emigrare. La spinta a partire è complessa e non c’è molta speranza che la situazione cambi presto. La volontà politica di portare la pace nel Medio Oriente e di affrontare il terrorismo in Nord Africa e altrove per ora non conclude in decisioni positive. Il nostro dovere di accogliere rimane la speranza delle masse di gente in cammino sulle strade dell’Europa alla ricerca di sicurezza e futuro.
Padova, lunedì 28 settembre 2015


#Pollock365 a Venezia - 1. Dipingere (e pensare) l’inconscio

peggy_pollock_0[1]Di Jackson Pollock, Lee Krasner Pollock e Charles Pollock, la Collezione Guggenheim offre, da maggio a novembre, una mirata selezione di opere, oltre a “Murale” e “Alchemy”, episodi decisivi del percorso di Pollock: tre mostre in una (già conclusa peraltro il 14 settembre la mostra su Charles)

“I Pollock”, potremmo dire, come e più dei Giacometti; poiché a Jackson (seguito su questa strada dalla moglie e dal fratello) si deve l’Action painting, nuovo inizio dell’arte astratta americana e poi di quella mondiale.

Si trattò di un’esperienza pittorica che implicava l’inconscio, finalmente legittimato, dopo la fuorviante esperienza surrealista, poco seguita in America e infine abbandonata in favore di una prassi più libera. Il termine “Action painting” sarebbe stato trovato quasi per caso, durante una discussione tra Harold Rosenberg e Jackson Pollock: il critico forse aveva per la testa qualcun altro che Pollock, l’artista impiegava le sue forze a cercare di far capire che non era del tutto consapevole di quel che faceva nell’atto di dipingere.

A volte il destino offre i suoi doni in modo comico: si trattò di una circostanza memorabile. Pensare o dipingere l’inconscio non è affatto scontato, prestargli cura e attenzione, nel modo in cui Pollock fece, fu un’opera di civiltà.

 

(Mario Cancelli 1. continua)


Esercizi di ammirazione. 1) John Tilbury

d4661518b4c5b62532fb8f449ed9b[1]Il primo Esercizio di Ammirazione lo riservo ad un grande (e certo un po’ misconosciuto, almeno in Italia) pianista contemporaneo: John Tilbury.

La mia strada di ascoltatore dal vivo si è incrociata solo una volta col magistero di questo artista ma la lezione che ne ho tratto mi accompagna ancora oggi (nonostante molte volte io non le sia rimasto fedele).

Ero un ragazzo (da poco diciannovenne) ed usufruivo di un abbonamento a prezzi stracciatissimi alla più interessante stagione concertistica che io abbia conosciuto: la milanese MUSICA NEL NOSTRO TEMPO (quanti meravigliosi pomeriggi e serate mi ha regalato…).

In breve: il concerto è programmato per domenica 11 dicembre 1988 alle ore 17, un giorno che ricorderò per il resto della vita. Musiche di Cornelius Cardew e Morton Feldman: sono assolutamente ignaro di chi siano questi signori.

Incontro Matteo, un amico che frequenta il mio liceo, fuori dalla Sala Verdi del Conservatorio, con largo anticipo sull’orario di inizio dello spettacolo.

Aprono le porte, entriamo e ci posizioniamo al nostro posto abituale. Ingresso di destra, qualche fila sopra il passaggio, posizione esterna verso il centro.

Intorno a noi… il nulla.

Poco a poco gli spettatori (li conosco tutti, almeno d’aspetto, siamo una sorta di setta non ufficiale di appassionati della musica d’oggi… indimenticabile per me il signore con gli spessi occhiali dalla montatura scura sempre seduto nella parte anteriore del primo settore centrale) entrano in sala.

Sono abituato a concerti in cui il pubblico è, eufemisticamente, poco numeroso ma qui si rischia il record: otto.

Siamo in otto…

Sparsi, tra l’altro, nell’infinita vastità di una sala da più di millecinquecento posti (per la precisione 1580)… praticamente delle mosche sul dorso di un leopardo… pressoché invisibili.

E qui, inizia una delle più grandi lezioni di musica della mia vita.

Il Maestro Tilbury (conosco pochi che meritino questo titolo più di lui) entra in sala con passo agile e si accomoda al pianoforte.

Concentratissimo, inizia l’esecuzione del difficile programma.

Suona come se davanti a lui ci fosse un milione di persone o, meglio ancora, la sua amata, o, forse, Dio.

Rimaniamo letteralmente estasiati, tutti…

Il programma, molto vario, culmina con un brano che, da quel momento, diverrà uno dei miei favoriti in assoluto: Palais de Mari di Morton Feldman.

Quando finisce questo incanto in triplo pianissimo io e Matteo, risvegliandoci dal sogno ad occhi aperti, ci rivolgiamo solo una domanda: quanto è durato? Un’ora? Cinque minuti?

Davvero il tempo ha qui ceduto il posto all’eternità…

E corifeo di tutto questo, lui, l’umile, grandissimo John Tilbury che ha suonato davanti ad otto persone facendo sentire ognuno unico e degno del suo sacrificio. Una (forse) inconsapevole imitatio Christi che in me ha lasciato una traccia indelebile e che, spero e prego, sia ascritta tra i meriti eterni di quest’uomo che ha testimoniato a tutti, in una domenica d’autunno, cosa significhi amare e servire la Bellezza e, in essa, l’uomo.

Grazie, Maestro…

 

P.S. per chi volesse godere dell’arte di Tilbury, interprete sommo di Feldman, consiglio questo video. Si tratta dell’esecuzione della prima parte (di sei) del monumentale For Bunita Marcus:

Ovviamente consiglio caldamente anche l’ascolto delle successive cinque parti :-)

 

P.S. 2 Per i curiosi qui c’è una bella interpretazione (di Aki Takahashi) del mio amatissimo Palais de Mari


“La Croce” recensisce “Luigi Giussani. Conoscenza amorosa ed esperienza del vero. Un itinerario moderno”

fumaDal quotidiano La Croce riprendiamo la recensione - probabilmente la più ampia uscita fino ad oggi - di Emiliano Fumaneri (nella foto) all’ultimo volume di Massimo Borghesi su don Luigi Giussani. Condividendo pienamente quanto la testata scrive nell’occhiello: «Al lento ma reale dischiudersi di un dibattito franco nel mondo cattolico contribuiscono anche le opere di storici e intellettuali che, a vario titolo, ripercorrono questo o quel tratto di corrente ecclesiale. Presentiamo qui un’opera di Massimo Borghesi, che legge Cl alla luce di Giussani e viceversa». Un dialogo necessario, favorito anche da letture puntuali come quella di Fumaneri, che ringraziamo anche per avere incluso il link della nostra associazione nel blog “Ritorno al reale”.

 

La Croce Quotidiano, giovedì 24 settembre, Comunione e Liberazione: da dove viene (E. Fumaneri)

 

Sono trascorsi ormai dieci anni dalla morte di Luigi Giussani (1922-2005), sacerdote, teologo e fondatore del movimento di Comunione e Liberazione. In occasione del decennale della scomparsa del sacerdote brianzolo è da poco apparso un libro sul suo pensiero: “Luigi Giussani. Conoscenza amorosa ed esperienza del vero. Un itinerario moderno”. Autore è il filosofo Massimo Borghesi, ordinario di filosofia morale a Perugia. Ottimo conoscitore di Guardini, Del Noce e della filosofia tedesca, Borghesi è anche autore di pregevoli studi nel campo della gnosi, della secolarizzazione post-cristiana e della teologia politica.

Lo studio di Borghesi si affianca idealmente alla poderosa biografia di Alberto Savorana (“Vita di don Giussani”), alla storia di Cielle scritta in tre volumi da Massimo Camisasca e all’ormai datata ricognizione sociologica di Salvatore Abbruzzese (“Comunione e Liberazione. Identità religiosa e disincanto laico”, del 1991). Il libro del filosofo perugino integra la biografia analizzando con sistematicità il pensiero di don Giussani, avendo cura di non svincolarlo dalla storia e dalla concreta esperienza del sacerdote lombardo.

Lo studio ripercorre l’itinerario intellettuale di Giussani, a cominciare dalla prima formazione teologica presso il Seminario di Venegono. Il tomismo di Venegono non è l’unica fonte del suo pensiero teologico e filosofico. Altrettanto fondamentale, dice Borghesi, è l’esperienza educativa maturata a contatto col movimento giovanile da lui fondato, Gioventù Studentesca (GS), che fornirà l’ossatura della futura esperienza di Comunione e Liberazione (CL). Un percorso per certi versi analogo a quello di un altro grande educatore del secolo passato: il sacerdote italo-germanico Romano Guardini, il cui pensiero si sviluppa in ampia misura a seguito delle sollecitazioni teorico-pratiche di un movimento giovanile come il Quickborn cristiano degli anni ’20.

Dai suoi insegnanti del seminario Luigi Giussani assimila un tomismo “aperto”, fortemente caratterizzato in chiave cristocentrica. Si nutre poi di letture destinate a influenzarlo profondamente. Tra tutte primeggia l’opera di John Henry Newman, che lo orienta in direzione di una teologia “dinamica” nel senso migliore del termine, per la quale cioè la dottrina cristiana non è uno statico monolite ma è capace di svilupparsi in organica armonia con la tradizione. Trovano spazio nel suo percorso anche una serie di letture sulla figura di Cristo, come le meditazioni di Romano Guardini e Karl Adam sulla figura del Signore. A queste si aggiungono testi di ecclesiologia come “La simbolica” di Johann Adam Möhler, “Ortodossia” di Gilbert Keith Chesterton e altri testi del duo tedesco Adam-Guardini.

Allo studio della teologia si accompagnano gli studi letterari, coltivati fin dai tempi del liceo, in particolare la lettura di Giacomo Leopardi, che contribuiscono a dare ulteriore spessore a una personalità vivace e sensibile. Le domande di Leopardi diventano quelle del giovane seminarista, tanto che costituiranno il nucleo di ciò che successivamente definirà “senso religioso”

Si plasma così una personalità dal forte timbro “esistenziale”, una eccezione significativa – e scomoda – all’interno del milieu cattolico degli anni ’40-’50, teso ad accentuare piuttosto il momento “oggettivo” quasi fino a dissolvere la dimensione personale. Per Giussani, viceversa, “la” Verità deve diventare anche la “mia” verità.

Giussani elabora perciò una antropologia religiosa attenta al momento soggettivo, che ripensa gli interrogativi di Leopardi alla luce di una dialettica dello spirito simile a quella messa a punto da Maurice Blondel ne “L’Action”, opportunamente depurata dagli eccessi volontaristici e dal monismo teologico tra naturale e soprannaturale.

Nel 1957, ispirato dalla lettera pastorale “Sul senso religioso” del cardinale Giovanni Battista Montini, allora arcivescovo di Milano, pubblica la prima e più breve versione de “Il senso religioso”. L’uomo, afferma Giussani, è naturalmente orientato dalla ragione e dal cuore ad abbracciare il senso ultimo dell’esistenza, quell’Essere divino dal quale scaturiscono tutte le cose, e che è l’anima della sua intelligenza e della sua affezione. Nell’affermare che l’uomo è strutturalmente aperto al Mistero, Giussani si discosta però da certo intellettualismo teologico in voga. Per lui si diviene cristiani in forza di un incontro e non primariamente al termine di una speculazione.

Senso religioso, incontro e esperienza: sono le tre categorie fondamentali del pensiero giussaniano. Come per Guardini, la realtà è conosciuta all’interno di una tensione tra poli opposti. Il «senso religioso» corrisponde alla domanda religiosa scritta nel cuore umano, l’«incontro» con Cristo è concepito come «Fatto» o «Avvenimento». Il punto di sintesi tra la domanda religiosa e la risposta che si traduce nell’incontro sta nel concetto di «esperienza». Non ogni esperienza è “vera” esperienza. Il solo sperimentare, il voler provare per provare non porta che a incubare scetticismo.

L’esperienza autentica si dà solo come verifica della corrispondenza tra i criteri del cuore (dati da un plesso di esigenze che costituisce la natura più vera e profonda dell’io umano: verità, felicità, giustizia, amore) e il reale incontrato. Questa concezione non ha nulla a che vedere con l’esperienza come “Erlebnis” tipica dello storicismo tedesco, cioè un’esperienza soggettiva, psicologistica, emotiva e irrazionale.

Una realtà, scrive Giussani, «diventa esperienza quando il provare è nel contempo giudicato dai criteri del cuore: se è veramente vero, se è veramente bello, se è veramente buono, se è veramente felice. In base a queste domande ultime del cuore, a questi criteri ultimi del cuore, l’uomo governa la sua vita».

Si tratta di una sintesi tra modernità e tradizione che riconosce al soggetto e alla libertà il loro giusto valore e tiene assieme l’essere e l’avvenimento, l’esperienziale e l’ontologico. Se, come dice il sacerdote brianzolo, «ii cammino al vero è un’esperienza», allora la verità mi si può manifestare come tale solo se in qualche modo mi corrisponde, solo se trova una corrispondenza con le esigenze più intime e profonde della natura umana.

Il teologo di Venegono tiene assieme il momento soggettivo e quello oggettivo collegandoli però come fa Guardini in una tensione “polare”. Così facendo non abbandona il concetto di esperienza – coma accade a certo tradizionalismo sclerotizzato – ma ne “allarga” i confini. «Una reale esperienza – commenta Borghesi – implica che la ratio e l’affectus non siano disgiunti, che non siano contrapposti come accade nel razionalismo o nell’irrazionalismo romantico».

Il libro del filosofo perugino rende giustizia alla fecondità del pensiero di Giussani, a cominciare dalla sua originale rilettura esistenziale del tomismo, sfrondandolo dalle accuse provenienti dallo schieramento “tradizionalista”, che a torto vede nel sacerdote di Desio la riproposizione della vecchia eresia modernista. La sintesi giussaniana, a dispetto dei suoi critici superficiali, si inserisce invece nel cuore stesso del pensiero contemporaneo. E l’originalità – che attesta il genio religioso di don Giussani – sta nel fatto che non si tratta di un teologo o di un filosofo di professione, ma di un educatore che si confronta criticamente con un’esperienza viva e in atto, portata avanti allo scopo di introdurre il “Fatto cristiano” nell’orizzonte proprio del mondo contemporaneo.

Di grande interesse è il capitolo, il quarto, che Borghesi dedica alla vexata quaestio dell’«integrismo» di Cielle (imputazione speculare e contraria a quella di modernismo). In più di una occasione Giussani respinge questa accusa. Nessuno pretende, dice, di derivare in maniera quasi deduttiva dal Vangelo formule e progetti per la società, la cultura e la politica. Né vanno considerate superflue le cosiddette «mediazioni».

Ma Giussani non è un leader politico, è prima di tutto un educatore. E anche il movimento che ha fondato non può identificarsi come una forza politica, e non invece per quella che è la sua natura: «una esperienza ecclesiale, un luogo di educazione e di pratica della fede». CL perciò, nella visione di Giussani, deve sforzarsi di distinguere tra il movimento e la responsabilità personale dei ciellini che si impegnano in politica senza però coinvolgere direttamente CL (e la Chiesa) in quanto tale. Allo stesso modo un conto è il movimento, un altro le opere nate da persone del movimento.

Non bisogna dimenticare la genesi di GS. Negli anni '50 don Giussani si è trovato di fronte a una situazione in cui «la fede si difende con l'organizzazione». Questa frase di Massimo Camisasca illumina appieno la società di quel tempo, un mondo in cui solo all'apparenza la Chiesa costituiva una presenza forte e radicata. La realtà effettiva era un'altra: le fasce più adulte della popolazione erano sì mobilitate nelle grandi manifestazioni di massa, ma senza un coinvolgimento personale e profondo. Anche l’associazionismo cattolico si limitava a coltivare la presenza visibile nell’organismo ecclesiale senza curarsi a sufficienza della presenza invisibile di Cristo, in interiore homine.

La vita di fede si riduceva a una precettistica che insisteva su due comandamenti (il sesto e il nono) e poco più. Nelle scuole e nelle università mancava una presenza culturale viva e significativa (che è ben diversa da una presenza “numerica”). Di conseguenza i cuori e le menti della gioventù erano in balia di una intellighenzja anticattolica. Giussani avvertì con chiarezza profetica che tra questa gioventù si annidavano coloro che avrebbero portato avanti le istanze distruttive del ‘68. La sua intuizione fu questa: la risposta stava solo in un’esperienza profonda della presenza viva del Signore, capace di incarnare questo incontro nell’esistenza. Alla fede nell’organizzazione Giussani voleva sostituire la responsabilità della persona.

Ogni organizzazione, pure necessaria, deve essere funzionale alla possibilità di questo incontro-avvenimento. Il sacerdote nell’intervista con Robi Ronza su “Il movimento di Comunione e Liberazione” afferma con chiarezza che CL è solo accidentalmente un movimento con una sua struttura organizzativa. Comunione e Liberazione è prima di tutto uno stile di presenza cristiana, un tentativo di richiamare all’essenziale, di tornare all’Origine, a Cristo, alla Fonte da cui tutto trae linfa. Giussani è un riformatore. E sa chi vuole rinnovare le Chiesa deve prima di tutto cominciare da se stesso. «Non è CL che ci sta a cuore, ma la Chiesa». Il senso di CL è quello di chi «vorrebbe offrire alla Chiesa un’esperienza di ricupero e di sviluppo della fede nei suoi aspetti elementari ed essenziali». In questa prospettiva di rinnovamento Giussani si spinge a dire «che il nostro ideale sarebbe quello di scomparire come nome e come organizzazione, purché realmente tutta la chiarezza e la vivacità di certi richiami che noi sentiamo, di certe evidenze che noi abbiamo, di certo metodo applicativo fossero divenuti ovvi nella condizione della vita ecclesiastica».

All’integralismo, che appiattisce l’esperienza cristiana riducendola a militanza socio-politica, Giussani oppone la categoria della «presenza», cioè la testimonianza personale, che non va però intesa nel senso di disimpegno o di fuga saeculi. Testimonianza e impegno non sono in competizione. È quanto hanno insegnato i papi moderni, almeno da Pio XII in poi: i due piani d’azione, naturale e soprannaturale, non sono separati. Il primo è piuttosto la preparazione del secondo. E il cristiano non deve isolarsi in una “cittadella cattolica” omogenea, ma accettare di cooperare con i non-cattolici per il bene comune della società, perfino senza avere lo scopo diretto di convertire.

Il cristiano è uno in tutto ciò che fa. Non si tratta dunque di propugnare un dualismo tra l’azione terrena e l’azione soprannaturale, ma di distinguere gli ambiti, lo spirituale e il temporale, all’interno dell’unità della fede. Distinguere non indica separazione o opposizione, ma la consapevolezza chiara di ciò che appartiene a Cesare e di ciò che è proprio di Dio. È sbagliato tanto uno spiritualismo che, limitandosi a godere in privato delle proprie delizie interiori, lasci andare alla deriva la città terrena, quanto l’integralismo che risolve l’esperienza cristiana nella lotta politica.

Occorre tuttavia impegnarsi per valori giusti senza operare una selezione, come capita ad alcuni settori del cristianesimo che si scoprono conservatori sul piano della famiglia e della vita e liberal su quello sociale ed economico. E viceversa, come quei cristiani che si curano solo delle tematiche socio-economiche trascurando la difesa della famiglia e della vita.

In che misura l’attuale organizzazione di CL saprà essere all’altezza del carisma e dell’ispirazione originali del suo fondatore sono l’interrogativo e la sfida, affascinanti e impegnativi, dell’oggi. E ben vengano allora sollecitazioni profonde e ragionate come quelle di Massimo Borghesi.

Emiliano Fumaneri


Il genio di massa. Per un recupero della cultura della differenza

205641269-5d87d9a2-bf6c-4247-9e23-e3d606e27e0c[1]Uno degli strumenti più interessanti (tristemente interessanti) di controllo delle masse è la diffusione (mi si perdonino le ripetizioni) di quello che, parafrasando Umberto Eco, potremmo chiamare il GENIO DI MASSA.

È sufficiente fare una rapida escursione sui principali Social Networks (ma anche, e ben più tristemente, affrontare una semplice conversazione su un tema che non sia il tempo atmosferico) per rendersi conto del fatto che la capillare diffusione di questa figura della modernità sia ormai giunta ad uno stadio avanzatissimo.

Che cos’è il GENIO DI MASSA? È quella percezione per cui, in fondo (ma non troppo!), sensibile come me, intelligente come me, giusto come me, intuitivo come me, capace come me (ecc. ecc. mettete a piacere tutte le qualità positive che vi vengono in mente) non c’è NESSUNO.

E questo poi si riversa, in maniera ancor più drammatica e distruttiva, nella vita quotidiana, quella in cui diamo un irragionevole assenso a qualsiasi proposizione sia sostenuta da un congruo numero (quantitativo sempre disponibile in quest’epoca di pennivendoli prezzolati) di “influenti personalità” o semplicemente dotata della necessaria eco (impersonale ma potentissima) sui mezzi di comunicazione. La creazione di stati d’animo funzionali al suo disegno complessivo è una prerogativa di ogni incarnazione storica (e, chi ha orecchi per intendere, intenda, METAFISICA) del potere.

Ma la promozione di questa illusione di superiorità senza limiti (quella che ci fa pensare (?): i colpevoli, quelli brutti e cattivi sono sempre LORO…ma loro CHI?) è funzionale ad un oblio che viene sistematicamente indotto e che è una delle cause principali della tragica situazione in cui versa il mondo contemporaneo (mi si perdoni il tono massimalista): l’oblio del REALE.

La realtà, ovvero lo stato di cose obiettivo che ci troviamo davanti, è l’unico luogo in cui si possa riprendere consapevolezza della situazione effettiva ed, eventualmente, iniziare ad intraprendere un lavoro (su di sé e quindi su quel pezzettino di mondo che ci circonda) che accenda almeno una tenue speranza - o inneschi un grido a Chi può davvero cambiare qualcosa nel cuore dell’uomo, che è lo stesso.

Per questo ho pensato di iniziare (dal pensiero all’azione c’è una distanza che spessissimo io - genio di massa come tutti e quindi imbelle e autoreferenziale - non riesco a colmare), accanto a note varie di argomento musicale, una piccola serie di ESERCIZI DI AMMIRAZIONE (con buona pace di Emil Cioran), per recuperare il senso della costitutiva DIFFERENZA tra gli uomini, tra i talenti donati a ciascuno, tra le peculiarità di cui ognuno è portatore ecc.

In un epoca in cui programmaticamente ogni differenza (di sesso, di razza, di cultura, di preparazione, di religione ecc.) viene sistematicamente bollata di “razzismo” (o di -fobia…mettete voi il prefisso che più vi aggrada) mi sembra un atto doveroso.

Chissà se riuscirò nel mio intento? Chi vivrà…


Oriana Sartore: lo stupore e il dolore della vita

annunciazione orianaIn questi giorni la Galleria di Arte moderna (già chiesetta di Santa Lucia) di Thiene in provincia di Vicenza ospita la Personale di pittura e scultura dell’artista Oriana Sartore, con una serie di opere in terracotta (nell'immagine una sua recente Annunciazione), terracotta e legno, pastelli colorati e disegni. La mostra è aperta sabato-domenica-lunedì dalle 10.00 alle 12.30 e dalle 16.30 alle 19.30 e il giovedì e venerdì dalle 16.30 alle 19.30, fino a lunedì 28 settembre.

Web http://arteoriana.altervista.org/

Facebook: Galleria d’Arte Moderna (già chiesetta di Santa Lucia)

 

Ecco come il critico e docente Giulio Zennaro introduce la sua opera.

Le opere di Oriana Sartore nascono dallo stupore o dal dolore. Nascono dalla vita. Oriana modella e scolpisce l’esperienza, ciò che accade alla sua esistenza. “Sono felice quando vedo che una cosa mi riesce ed è bella, se mi ‘dice’ qualche cosa; sono felice quando, dopo essermi messa davanti a un’opera che ho appena fatto, mi dico: ‘io ho fatto questa cosa?’; sono felice quando resto stupita davanti alla mia opera e non so cosa dire. Mi stupisco di averla fatta”. Mi racconta il suo sussulto creativo di gioia mentre ammiriamo le sue opere sparse nella casa e nel minuscolo ma grazioso giardino ,una specie di “delizia” rinascimentale in miniatura .Laforma delle sue opere porta nel nostro tempo la grazia e l’eleganza della “visione” rinascimentale; Oriana ci porta all’origine, prima della decostruzione della forma operata dalle Avanguardie all’inizio del Novecento. Un altro modello della sua forma sta tra l’arte levigata e pulita di Canova e quella più tormentata ma classica di Rodin. Parliamo di “pugni nell’occhio” per una certa ‘moderna’ sensibilità contemporanea, ma Oriana non si scompone e tira avanti per la sua strada. Una strada che inizia come scultrice nel 2007, in cui scopre la sua forma creativa più trascinante, frequentando l’atelier di Elena Ortica a Dosson di Casier (TV). Da allora Oriana Sartore parla di sé attraverso le sue terrecotte, sussurrando in modo discreto profonde percezioni della vita. Questa sensazione viene innanzitutto dall’infanzia, la prima fonte di ispirazione per Oriana. Le tre “bambine” presenti in mostra colgono da tre sfaccettature diverse ma vicine l’essere dell’artista stessa in un atteggiamento-archetipo di fronte alla vita: lo stupore pensoso e grato .Una forma che assume questo stupore è quella della danza: Oriana vede nella danza l’essenza della vita come movimento, leggerezza,eleganza, ritmo. Sia “La Danzatrice - Omaggio a Canova” che i più recenti “Sufì” esprimono il moto e la levità: pur in modo molto diverso sembrano dominare la gravità e levitarsi nell’aria. Così, con queste linee avvolgenti verso l’alto (nella “Danzatrice) e questa leggerezza “volumetrica” (nei “Sufi”) Oriana esprime il suo desiderio di Ideale, cioè di perfezione e bellezza assoluta...

 

BREVE BIOGRAFIA

Oriana Sartore è nata e vive a Villadelconte (PD) dove lavora come pittrice e scultrice in via Roma 59.

Oriana è approdata al Liceo Artistico in età adulta quando è emerso in modo preponderante il desiderio di disegnare. Dopo la scuola ha incontrato il primo maestro, Angelo Gatto di Castelfranco Veneto che nella sua bottega riuniva artisti veneti. Dal maestro Gatto ha appreso maggiormente l’anatomia della figura umana e gli insegnamenti basilari per la pittura classica.

Ha frequentato la “Scuola libera del nudo” all’Accademia di Venezia partecipandoanche ad un corso di specializzazione per l’apprendimento della pittura a tempera con i colori naturali, tecnica iniziata dai Fiamminghi nel ‘400, tenuto dal maestro Zarotti insegnante dell’Accademia di Venezia. Ha incontrato nel 2006 l’Associazione Di-Segno di Padova, di cui è segretaria, partecipando ai vari corsi di disegno tenuti dal maestro Truttero e collaborando alla organizzazione di eventi culturali tra cui due simposi internazionali sull’a rte:”All origine dell’affresco” e “Bellezza e Tradizione”.

Nello stesso anno ha conosciuto l’Associazione Il Baglio di Palermo partecipando ai corsi di Iconografia Cristiana tenuti ogni anno. Ha frequentato il master “Architettura, Arti Sacre e Liturgia” tenuto nell’anno 2007-2008 dall’Università Europea alla “Regina Apostolorum” di Roma sostenendo la tesi finale: studio iconografico sull’Akathistos, inno liturgico bizantino del V secolo dedicato alla Theotokos (Madre di Dio).

Ha conosciuto la tecnica dell’encausto dal maestro Americo Mazzotta e dal 2007 frequenta il laboratorio della scultrice Elena Ortica a Dosson di Casier (TV) dove crea sculture modellate con l’argilla e trasformate in terrecotte. Dal 2014 scolpisce il legno nel laboratorio del maestro Roberto Tonon in Padova.

 

MOSTRE EFFETTUATE

  • Galleria Vardanega, Asolo (TV) 1998
  • ATP, Bassano del Grappa (VI) 1999
  • Centro Arte, Via S. Francesco Padova 2006
  • Biblioteca, Resana (TV) 2008
  • Villa Litta, Lainate (MI) Aprile 2009
  • Pinacoteca Chiesa San Martino, Chioggia (VE) Maggio 2009
  • Basilica di S Maria Assunta Chiesa Madre di Alcamo, Alcamo (TP) Giugno 2010
  • Chiesa dell’Internato Ignoto, Terranegra(PD) Agosto 2010
  • Mostra laboratorio presso stand “Uomini all’opera” ass. Il Baglio, Meeting Rimini Agosto 2010
  • Villa Comello, Galliera Veneta (PD) Maggio 2011
  • Hotel Esplanade Tergesteo, Montegrotto Terme (PD) 6-20 Agosto 2011
  • Sala Samonà, Via Roma Padova 29 Marzo - 29 Aprile 2012
  • Chiesa degli Agostiniani, Vienna 9-20 Maggio 2012
  • Colombario Cattedrale di Santo Stefano, Budapest 25 Maggio - 3 Giugno 2012
  • Casa degli artisti “La vita che miracolo”, Via Sottocastello Belluno Ottobre 2012
  • Accademia Artigianato, Este (PD) Giugno 2013
  • Premio Internazionale Arte presso “Museo Mic”, Grottammare (AP) I Giugno - 23 Giugno 2013
  • Premio città di Montecosaro, Montecosaro (MC) 7-21 Luglio 2013
  • Galleria Radio Nazionale Slovacca, Bratislava 24 Agosto - 9 Settembre 2013
  • Premio Ligures Città di Sarzana, Fortezza Firmafede (SP) 9-23 Marzo 2014
  • Casa degli Artisti “Attraverso la luce”, Via Sottocastello Belluno 12 Aprile - 31 Maggio 2014
  • Studio Elle “Rinascita”, Vicenza 31 Gennaio - 8 Febbraio 2015
  • Palazzo Valmarana Braga “Emozioni Incancellabili”, Vicenza 28 Febbraio - 14 Marzo 2015

 

ORIANA SARTORE

via Roma, 59 - 35010 Villadelconte (PD)

mail: orisartore@alice.it

web http://arteoriana.altervista.org/

cell. 392 5444562


My heart is in the Highlands

724272-Arvo_Part_2[1]Sto sentendo (non si può davvero dire “ascoltando”) il brano di Arvo Paart di cui al titolo del post (per organo e controtenore) mentre do un’occhiata alla posta elettronica.

Mi capita sott’occhio una newsletter (si tratta di una vera e propria comunità virtuale di aiuto reciproco, una cosa davvero bella) che ricevo periodicamente. È piena di richieste e di offerte di oggetti e servizi, di richieste e offerte di lavoro… al netto di ogni retorica, è uno spaccato miniaturizzato di tutta l’iniziativa e la frustrazione dell’uomo, di tutto il suo desiderio di un bene quotidiano, concreto, semplice. A un certo punto, come colto da una folgore o colpito da una lacrima dal cielo, mi rendo conto che lo struggente pezzo del compositore estone È la colonna sonora di questa umanità, parla di questo… parla dell’invincibile anelito ad una felicità semplice e completa, parla della malinconia per non essere nella mia “patria”, parla di Colui che è il solo ed eterno padrone del mio cuore.

Tutto questo con uno stile semplicissimo, accessibile a tutti, fatto di pochissime note (tre, per la precisione) affidate al canto e di un trasparente palinsesto organistico che discretamente sorregge, integra, carezza la minimale linea vocale.

È forse proprio di questa carezza di canto che tutti, in ogni circostanza, avremmo bisogno?

Io, sì…