Sabato 7 novembre a Padova si inaugura la personale di Cleofe Ferrari

Cleofe Ferrari Punta della Dogana con SalutePer iniziativa dell’atelier d’arte contemporanea Maison d’Art di Carla d’Aquino, a Padova torna una rassegna di opere pittoriche dell’artista Cleofe Ferrari. L’artista presenta il frutto del lavoro di questi anni, che ha maturato in un progressivo percorso svolto nell’alveo della associazione Di.Segno, di cui Cleofe Ferrari è presidente, sotto la guida del maestro Alfredo Truttero, scomparso prematuramente quest’anno.

Nel corso degli anni l’Associazione di.Segno ha sviluppato una attività laboratoriale, una sorta di work in progress, dal titolo: Disegno: esperienza e metodo, sotto la guida di Truttero. Questo ambito è stato per Cleofe il luogo costante della verifica del proprio lavoro, di cui oggi presenta il frutto.

Siamo lieti di invitarvi alla mostra

L’INCANTO DEL REALE NEI DIPINTI
DELL’ARTISTA CLEOFE FERRARI

sabato 7 novembre 2015 alle ore 17.30
Circolo Unificato dell’Esercito di Padova
Palazzo Zacco, prato della Valle, 82

INAUGURAZIONE

Presentazione e critica di Carla d’Aquino

Intervento del coordinatore nazionale della Maison d’Art di Padova Andrea Petralia

La mostra rimarrà aperta fino al 17 novembre.

Alba Santa Giustina FerrariCleofe Ferrari nasce a Carpi (Mo). Dopo aver svolto gli studi su stilismo di moda a Reggio Emilia, svolge fino al 2008 attività di libera professione che si amplia dal 1990 all’intervento nella progettazione di interni. Nel 1982 consegue la laurea in Psicologia all’Università di Padova. Nel 2008 consegue il diploma del Master in Architettura, arti e liturgia promosso dalla Pontificia Commissione per i Beni culturali della Chiesa. Dal 2002 aderisce all’Associazione di artisti “Il Baglio” e dallo stesso anno partecipa regolarmente alle attività di disegno promosse dall’Associazione “Di.Segno” di Padova, di cui dal 2006 è presidente. Nel 2005 partecipa alla Mostra “La casa del Dio vicino” allestita nel corso dei lavori del Sinodo dei Vescovi a Roma. Nel 2007 partecipa alla Mostra di arte sacra “Sinfonia dello spazio liturgico” a Padova. Dipinge nella tecnica dell’acquerello, gessetto, encausto.

«Per Cleofe Ferrari», scrive Emanuela Centis, architetto e docente di Storia dell’Arte, «le immagini che nascono dall’impressione dell’incontro con la realtà si fanno segno espressivo carico di quella esperienza, ridonata e resa perennemente viva attraverso l’opera». L’artista emiliana segue in questo percorso il suggerimento del pittore americano William Congdon: “L’artista coglie - e allo stesso tempo viene colto da – l’immagine di sé nelle cose e delle cose in sé; immagine perciò della comunione fra sé e le cose, in cui, in qualche modo, l’artista è le cose e le cose sono lui. L’artista trasforma l’apparenza materialistica delle cose, le trasfigura in immagine, o segno, di vita nuova. Il gesto dell’artista è un lasciarsi trascinare in un seguire, un obbedire”.

«Per me dipingere è amare e abbracciare la realtà che mi circonda e mi accade», scrive la stessa Ferrari, «fissarne una traccia che diventi eterna, perché ogni volta che la guardi riaccada un incontro: una emozione, una esperienza. La realtà data è il dono più grande, e quell’attimo di luce è altrettanto dono. Il gesto veloce del momento creativo è dettato da una emozione, ma non si esaurisce in una sensazione percettiva; esso viene posto a servizio della realtà: io incontro la realtà e la realtà incontra me: quando la realtà incontra anche te che guardi, allora l’opera è riuscita».

Cleofe Ferrari Bacino di San Marco alba«Anni fa, camminando per Venezia», prosegue Cleofe Ferrari, «e disegnando en plein air la facciata della basilica di Santa Maria della Salute e di San Marco, e poi ad Assisi le basiliche di Santa Maria degli Angeli e San Francesco, ho intrapreso questa avventura che mi ha portato qui oggi. L’occasione di ogni mostra è un momento importante: per mettermi umilmente a confronto con il pubblico e ridonare a tutti nell’incontro ciò che è accaduto a me».

«Ritornando quest’anno a Venezia», conclude Emanuela Centis, «Cleofe ha scelto di ampliare lo spazio della sua espressione rispetto al consueto ritaglio di inquadratura, mostrandoci la visione che il suo occhio ha abbracciato in quel momento ed in quella situazione. Nelle tele veneziane, due vedute del bacino di Bacino di San Marco, il tema è l’insieme della acqua e dei suoi riflessi e le quinte architettoniche che fanno di Venezia la Regina del mare. Questa regalità di Venezia traspare splendida e maestosa nelle pennellate dell’artista, sempre gestuali (cifra del suo stile) nell’annotazione dei svariati particolari atmosferici, naturali, architettonici, ma organicamente compaginate nel rendere la vita che palpita qui in modo unico».


Lo stato per tutti, Dio per ciascuno: la minoranza cristiana in Siria

Siria1[1]Giovedì 5 novembre 2015 dalle ore 16.30 alle ore 18.00 nell’Aula Brunetta, via del Santo, 26 - Padova, all’interno del corso di Storia dei Paesi Islamici del corso di laurea triennale in Storia, la professoressa Leila El Houssi ospiterà il primo di un ciclo di incontri sulla questione “Minoranze religiose nel Nord Africa e Medio Oriente”. La conferenza sarà tenuta dalla dottoressa Benedetta Panchetti dell’Università di Venezia, e avrà come titolo “Lo stato per tutti, Dio per ciascuno: la minoranza cristiana in Siria”.

Benedetta Panchetti frequenta il dottorato di ricerca presso l’università Ca’ Foscari di Venezia e la Fondazione Generale Studium Marcianum. Il tema di ricerca è l’istituto del matrimonio negli statuti personali delle minoranze in Libano. In precedenza ha conseguito il Master in studi diplomatici alla Società italiana per l’organizzazione internazionale. Si è laureata in Scienze politiche all’Università di Firenze e successivamente ha conseguito anche la laurea Specialistica in Relazioni Internazionali, con tesi dal titolo “Una storia di accoglienza: le Chiese cristiane in Siria”. Votazione: 110/110 lode e menzione di tesi di ricerca. È stata Visiting student all’Università Saint Joseph di Beirut e l’Università Saint Esprit de Kaslik di Jounieh (Libano). In precedenza aveva svolto attività di ricerca nella Repubblica araba di Siria. Ha pubblicato Lo stato per tutti, Dio per ciascuno: la minoranza cristiana nella Siria contemporanea, in Quaderni del forum per i problemi della pace e della guerra, numero 3/2011, pag.131-185, Firenze University Press, Firenze.


Due visite guidate alle mostre “Giotto, l’Italia” e “William Congdon, Pianure”

amate-sponde-giotto-litalia-1748x984[1]L’associazione culturale Antonio Rosmini, in collaborazione con l’associazione culturale di-Segno (www.di-segno.it), propone nelle prossime settimane due visite guidate a Milano:

  • domenica 20 dicembre 2015, visita alla mostra Giotto, l’Italia (mostragiottoitalia.it) a Palazzo Reale.
  • domenica 24 gennaio 2016, visita alla mostra William Congdon, Pianura (casatestori.it), allestita a Casa Testori, Novate Milanese, con la presenza del curatore Davide Dall’Ombra.

Per informazioni info@rosminipadova.it.

Giotto, l’Italia è il grande evento espositivo che concluderà il semestre di Expo 2015, a Palazzo Reale di Milano.

La mostra, posta sotto l’Alto patronato del Presidente della Repubblica Italiana, promossa dal Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo e dal Comune di Milano – Cultura, con il patrocinio della Regione Lombardia, è prodotta e organizzata da Palazzo Reale e dalla casa editrice Electa. Il progetto scientifico è di Pietro Petraroia (Éupolis Lombardia) e Serena Romano (Università di Losanna) che sono anche i curatori dell’esposizione.

Giotto, l’Italia resterà aperta al pubblico dal 2 settembre 2015 al 10 gennaio 2016. La mostra, con allestimento di Mario Bellini, ha un motivo particolare per essere realizzata a Palazzo Reale: esso infatti ancora ingloba strutture del palazzo di Azzone Visconti, ove, negli ultimi anni della sua vita, Giotto venne a realizzare due cicli di dipinti murali, oggi perduti.

La grande mostra del autunno/inverno a Casa Testori è dedicata al pittore William Congdon (1912-1998): artista internazionale dell’Action Painting amato da Giovanni Testori che, dalla New York degli amici Jackson Pollock e Mark Rothko, dopo aver viaggiato in tutto il mondo, decide di radicarsi a sud di Milano e dedicare la sua ultima produzione al ritratto intimo di campi coltivati, risaie e frutti della terra lombarda.

La mostra, realizzata in collaborazione con The William Congdon Foundation, punta a indagare il ventennio lombardo del maestro americano. I circa 50 dipinti e i 20 pastelli selezionati descrivono, infatti, una parabola di conoscenza sempre più intima e profonda del sud-ovest milanese, che costituisce l’apice del suo percorso.

 


Sperando contro ogni speranza, il 3 dicembre incontro sui martiri di oggi

cristiani-1Martedì 3 dicembre, ore 21.00 (sala da definire) l’Associazione culturale Antonio Rosmini propone

SPERANDO CONTRO OGNI SPERANZA

Martiri cristiani del ventunesimo secolo

Incontro-testimonianza con GIORGIO PAOLUCCI

editorialista di Avvenire e scrittore

Paolucci presenterà alcuni docuvideo girati in Medio Oriente, particolarmente in Siria e nei territori curdi di Siria, Iraq e Turchia. Un’occasione per restare ‘incollati’ alle vicende dolorose dei nostri fratelli ed anche per rispondere agli appelli dei loro pastori che chiedono a gran voce di fare di tutto perché non scompaia la millenaria presenza cristiana da quei luoghi martoriati dalle scorribande sanguinose dei jahadisti dell’Isis.


Il Sinodo visto da vicino. Incontro il 10 novembre a Padova

image[1]«Mentre seguivo i lavori del Sinodo, mi sono chiesto: che cosa significherà per la Chiesa concludere questo Sinodo dedicato alla famiglia?» A porsi questa domanda è stato papa Francesco lo scorso 24 ottobre, nello straordinario discorso conclusivo dei lavori della XIV assemblea generale ordinaria del Sinodo dei vescovi.

Un discorso tutto da leggere, per comprendere le novità di un’assemblea che certamente «non ha concluso tutti i temi inerenti la famiglia, ma ha cercato di illuminarli con la luce del Vangelo, della tradizione e della storia bimillenaria della Chiesa, infondendo in essi la gioia della speranza senza cadere nella facile ripetizione di ciò che è indiscutibile o già detto».

Per approfondire i contenuti di questo grande momento di dialogo e di confronto (svolto «purtroppo talvolta con metodi non del tutto benevoli», osserva il papa nel medesimo discorso), l’Associazione culturale Antonio Rosmini propone un incontro

Locandina_Sinodo_Famiglia_rev6Martedì 10 novembre 2015 alle 21.00

nella Sala del Redentore, corso Vittorio Emanuele 174

IL SINODO VISTO DA VICINO
La bellezza della famiglia e le sfide del tempo presente

Relatore

Giacomo BERTOLINI

esperto e coadiutore del Segretario speciale del Sinodo dei vescovi e docente di diritto canonico all’Università di Padova

Introduce

Andrea PIN

docente di Diritto pubblico comparato all’Università di Padova.

Laureato in Giurisprudenza all’Università di Pisa nel 2000, Giacomo Bertolini nel 2002 consegue la “Licentia in Iure Canonico” e l’anno successivo il dottorato all’Angelicum di Roma. Dal 2003/04 al 2006/07 è Professore incaricato di Diritto canonico e di Diritto civile nella stessa università. Nel 2004 consegue l’abilitazione all’esercizio della professione di avvocato presso la Corte di Appello di Genova e dal 2006 è avvocato del Tribunale apostolico della Rota romana. Nello stesso anno l’Università di Urbino gli conferisce il titolo di Dottore di ricerca in Scienze canonistiche. Dal 2005 è ricercatore di Diritto Canonico ed Ecclesiastico assunto in ruolo alla Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Padova. Dall’anno accademico 2007/08 è Professore aggregato di Istituzioni di Diritto Canonico alla Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Udine. Poi dall’anno accademico 2012/2013 è Professore aggregato di Diritto Ecclesiastico alla Scuola giuridica dell’Università di Padova - sede distaccata di Treviso. Ha pubblicato numerosi saggi e articoli. Nell’ottobre 2015 ha partecipato in qualità di esperto e coadiutore del Segretario speciale al Sinodo dei vescovi sulla famiglia.


Dino Quartana, la vicenda moderna chiede e pretende dell’“io”

Quartana1Non conosciamo personalmente Dino Quartana, altrimenti ci piacerebbe parlare con lui. Della scultura, della sua identità e della sua attualità. Un’arte da sempre in grado di sedurre, di liberare energie nel momento in cui le richiede, di offrire il dono di un contatto reale, tanto è in lei il coinvolgimento richiesto con e alla materia. E la materia, soprattutto nel Novecento, è il centro d’ogni croce e d’ogni diletto. Per artisti e critici e non solo. Sulla materia e con la materia si gioca tutto. Si è pensato un quadro senza colore, non si avrà una scultura reale senza materia.

Quartana3Quartana è da molti anni frate domenicano, scelta compiuta dopo aver conosciuto e frequentato il movimento fondato da don Luigi Giussani: il pensiero dell’ente e il pensiero del soggetto trovano quindi quasi un obbligo di dialogo.

E Quartana sulla materia ha certamente molto da dire. Non sappiamo se in forma polemica o in elaborata mediazione teorica con la modernità.

La materia è per lui appoggio, fondamento e testimonianza d’individuata personalità: con linguaggio moderno, potremmo dire, rappresentanza dell’io. Vorremmo osare un’equazione più radicale: materia, in arte, uguale “io”? San Tommaso e Burri sarebbero concordi.

Quartana4Da queste premesse giungiamo alle recenti sculture che Dino ci offre allo Spazio Lumera. Non sorgono da un gesto unico, alla Bernini per intenderci, non eleggono una soda roccia o tranche del mondo e del corpo. Sono il frutto semmai di un organizzarsi intrinseco di strutture, ora ben solide e ben puntellate nello spazio, ora disinvolte e in atto di aprirsi. Materiali che si legano e si avvitano quali poetici scheletri e testimonial di corporee memorie; amabili vicende di arti in congiunzione o disgiunzione. È l’aspetto che ci attira di più: vi leggiamo una non sforzata capacità di confessione.

Grazie a un lavoro, a un intarsio dei pieni e dei vuoti, Quartana addiviene a uno slancio di membra, a volte troncate a volte ricondotte ad ulteriori costruzioni aeree: come se un secondo piano, una ritornante necessità s’instaurasse, quale ideale obbligato di tale spirituale “machine”.

Quartana5Per quanto il lavoro di Quartana s’orienti a contenuti religiosi, a emblemi dell’invocazione e della grazia, è come se il moto di due correnti marine infranga una addosso all’altra. Nell’esito finale delle sue sculture - accompagnate in mostra da pregevoli opere su carta - Quartana è unitario e concluso. Mai però vien meno la percezione dei due pensieri tra loro in gara per il predominio.

È questo dualismo tra pulsione e ideale la vera scommessa dell’arte contemporanea e in particolare di quella religiosa. La vicenda moderna chiede e pretende dell’io. E Quartana, che nei suoi corpi scultorei vive la sua stessa libertà e un prezzo ancora inevaso per essi, è dentro alla questione.

Histoires saintes, titola Quartana la sua recente produzione. Rendiamo onore a Quartana per aver proposto con chiarezza questo ganglio irrisolto dell’estetica non solo cattolica: o appoggiare Moore a Chartres - e su Chartres impernia la propria opera anche Huysmans che di tale nodo è il termine insuperato - o schiacciare Moore su Chartres. Restando in questo caso Chartres un puro significante.

 

HISTOIRES SAINTES
Sculture e disegni di Dino Quartana
dal 10 ottobre all’1 novembre
Spazio Lumera, via Abbondio Sangiorgio, 6 Milano

Orari apertura
ma me gio ve 16-19
sabato 10.30-12.30 16-19

tel. 02 87280593 info@lumera.it www.lumera.it

 


Atto di visione, atto di nominazione. Congdon e Testori

bill1Il primo, bellissimo e forse insuperato testo che Giovanni Testori dedicò a William Congdon, scritto in occasione della vasta mostra del 1981 al Palazzo dei Diamanti di Ferrara, dimostra una comprensione già piena dell’opera del nostro, a un punto tale che gli scritti che seguirono (sull’antologica di Como del 1983 e poi sulla mostra milanese di Palazzo Reale del 1992) raffinano quell’atto critico completo e fondativo, senza autorizzare o autorizzarsi a una discesa in campo più generale.

corriere“Lei ha visto”, scrisse William Congdon. A Testori, a nostro avviso, non sfuggì nulla: i passi successivi si dimostrano però più prudenti, colmi di ammirazione, di affetto, di desiderio di approfondire il rapporto iniziato, giudicato terminus post quem di un nuovo inizio critico. Del “bandolo oggettivo” della vicenda pittorica dell’artista americano, italiano, lombardo, viene addirittura riconosciuta la legiferante e drammatica logica: si tratta di un bandolo o di un nodo per nulla gordiano, nel senso che si possa sciogliere una volta per tutte, ma di verità persa e ritrovata e da ritrovarsi. Nessuna sintesi può sostituire questo gioiello di scopia estetica sigillata in metafore bill e giocritiche definitive: “muri” interiori che vengono finalmente aggrediti, traiettorie e scintille di luce nel baratro, petali serafici nella superficie del cratere. E, infine, le incisioni, la personalissima grafia di Congdon, che la materia incideva e s’incideva, grumo solenne e quotidiano, carico di dolore e speranza.

È evidente che tutto lo scritto ruoti attorno a un nome non pronunciato ma riconoscibilissimo, quello di Jackson Pollock. Su questo punto mancò quell’atto di imperium critico di cui Testori, in circostanze ben più gravide di contrasti, come si dice, senza peli sulla lingua, fu capace. Se non fu nominato il padre dell’Action painting, forse è perché né Testori né Congdon erano in grado di un vero, liberatorio, parricidio.

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Resurrezione (1975)

La prudenza e la saggezza impedirono a Testori di trasformare Congdon in chi ridava dinamica a una vicenda apparentemente chiusa in sé. E infatti egli si limita a rilevare e a consegnarci quella verità globale “che fa come da basso continuo, da ron ron continuo, a tutta la grande carriera”; per addivenire alla scoperta che la materia di Congdon, e per Testori (come un po’ per ognuno in quegli anni, tutto si giocava nella e solo nella materia), non era più quella di Pollock. Da qui l’orafo, il cesellatore, il Congdon un tempo rapinoso di luoghi e templi: e ora trionfante in un fazzoletto di terra, il Congdon “longobardico”: confine estremo su cui assestarsi e assestare una ricerca che era oramai prossima ad abbandonare quel simbolismo che, diciamolo, del muro di cui si è detto all’inizio, era oramai il più potente supporto. Materia, cioè canto.

***

Forse fu questo atto mancato di nominazione - osiamo supporre - a produrre inconsce resistenze, irritazioni. La scintilla fu non a caso l’articolo di Testori sulla grande antologica di Pollock al Centre Pompidou. Un’iniziale compiacenza di Congdon, poi la presa di distanze. Lo sconcerto alla Fondazione Congdon. Gli esiti di Pollock non erano all’altezza delle nuove regioni promesse e guadagnate all’arte? Ma erano proprio queste “nuove regioni” (riconosciute da Harold Rosenberg in l’“oggetto ansioso”) a legare ancora Congdon all’Action painting e,vorremmo aggiungere, l’Action painting a lui.

774-image-1600-1600-fitNegli anni universitari Pollock fu per noi un solo testo, la monografia a lui dedicata dal Robertson: un libro quasi scostante tanto si estende come formato, come uno di quei Numbers di cui fa la storia, dalla copertina bruno marron, ben poco seducente, con le immagini ancor ritagliate e incollate sulle pagine. Pollock per noi sarà sempre il Robertson (con il placet di Rosenberg). Esso inizia con una delle ultimissime opere di Pollock: “Blue Poles” e termina con “Blue Poles”. In mezzo tutta la produzione di Pollock e tutta la storia dell’arte, dal medioevo ai giorni nostri, comprese filosofia e sociologia. La tesi era che Pollock per primo aveva riunificato la superficie dopo l’era dell’oro bizantino.

Quando citai “Blue Poles” a Testori, egli ebbe - mi ricordo - come un trasalimento. Ma chi era in grado di dire di più? Oggi possiamo dire che quell’unificazione spaziale era il frutto di un’unificazione delle energie psichiche, di un lavoro di pensiero. Puntando sull’inconscio, Pollock lavorava per il recupero del proprio romanzo (familiare). Un lavoro di civiltà. Come intuì Rosenberg, l’astratto di Pollock era oramai grafia; così come grafia sono le incisioni di Congdon: rappresentanze dell’io. Il ron ron di cui si è detto è il ronzio del’io, come se una pulce nell’orecchio non permettesse vera pace, senza soddisfazione.

giallo con sole“Giallo con sole”, del 1989, è giallo su giallo, un monocromo spezzato solo da una tonalità più calda: la luce così gialla, quando il cielo di Buccinasco è così giallo oro, trasformata in un ronzio, implicato e implacabile. Non è il caso di ulteriori analisi. Però paradossalmente proprio l’ultimo Congdon denuncia quella caduta del paradigma mistico che Testori aveva percepito, senza poterla ultimamente nominare. Sarebbe stato necessario sottrarre la materia al concetto di natura.

Ritroviamo nelle opere di questi anni una libertà nuova anche dei grafismi (temuti da Congdon come forme del proprio narcisismo), se vogliamo, utilizzati con ben altro spessore. Comunque, non più un io negato nelle sue leggi o rimosso nei suoi atti, in nome di una totalità superiore.

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Le 3 ali della nebbia (post 1988)
È questa la strada che separa, prima Pollock, poi Congdon dalla soluzione spiritualista, quella di Rothko e di Barnett Newmann, che ambivano al recupero del mito come superamento dell’io. Dell’arte può dirsi quel che Flaubert afferma di Dio. Egli c’è, ma non si vede. Se nell’arte si vede troppo l’io, forse ciò avviene a causa di vizio formale; se prima o poi non dà segnali, allora la forma è divenuta quel che Testori chiamava “grande astrazione”. Il non rimuovere le istanze di cui si diceva fa di Congdon un pittore testoriano: e se tali istanze si trovano rappresentate in arcaici ma domestici mostri tellurici che emergono dal mare greco, in soli aranci sovrastanti fossi divenuti verticali, serotine, tenere eruzioni, di certo essi non gridano contro le ultime bellissime “Ali”, nelle quali il cielo si fa marcita potente, solco reiterato, e ritmato, verde di primavera. Congdon distrusse uno di questi “paesaggi pulsionali”, opera lodata da Testori durante la sua ultima visita alla Cascinazza: questo non contraddice quanto detto, che solo la liberazione dal rimosso significa la riconquista del gesto. È questo crediamo il modo nuovo di rinominare quel che si è detto “il bandolo”.

Parafrasando Eliot, se la critica muore con un lamento, rinasce grazie a un dispetto.

 

Mario Cancelli (3. fine)

William Congdon, Pianura
Casa Testori – L.go Angelo Testori 13, Novate Milanese
Fino al 14 febbraio 2016
Dal martedì al venerdì 10-18, il sabato e la domenica 14-20. Chiuso il lunedì
Biglietto d’ingresso: € 5

Informazioni: info@casatestori.it | www.casatestori.it
tel. + 39 02.36589697

 


Natura verticale. Congdon a Casa Testori

317_643.00[1]La mostra “Pianura” di Casa Testori accompagna gli anni seguenti di Congdon attraverso una innegabile lettura e scansione formale. In questo iter, che vide momenti eccelsi, quel che conta, a nostro avviso, è però la fedeltà di cui parlavamo all’inizio; l’appoggiarsi a fonti conosciute o ritrovate, senza abdicare mai alla verità del gesto. Anche se si moltiplicano le citazioni, De Stael, Braque, Rothko, Barnett Newman (che splendore le sfrangiate barre verticali da lui mutuate e vive nei campi) e perché no anche Malevitch, un quadrato in Congdon non è mai un quadrato e basta. Si veda “Janua coeli-verso primavera” (1983), roseo e grigio e verde canto liturgico, spaziale impronta della realtà esperita.

286_589.00[1]La sala dei glicini, alcuni di loro inediti, tripudia di delicatezze, di accordi misurati e innervazioni che irrompono indocili, la superficie torna ad essere vera e pulsante mappa pollockiana. Glicini: sulla porta del monastero, dove Congdon accoglieva i visitatori. Ma il tutto non procederà nella vicenda di Congdon in modo così intimo o intimista.

Un testo famoso ci introduce emblematicamente a quella che a noi sembra essere la vera partita in gioco: “Neve 10” (1985). Consueti campi e spazi, riassunti in spoglia geometria. Un cielo sul bruno, la terra sul bianco luminoso. Un’idea di pace sembra gravare e al contempo minacciare il tutto. Un fosso nero-blu, geometrico e ribelle, s’incurva e s’insinua come spina nella carne. Siamo davanti a una confessione? Alla testimonianza di una resistenza, in questo ruvido ingresso, o di un 314_640.00[1]principio irrinunciabile? Un vero e impoverito svuotamento sarebbe intervenuto se Congdon avesse rinunciato alla sua lotta con l’angelo, a quanto di sé diceva, pur tra i salmi, della propria legge pulsionale. In questo senso è la sua lotta modernissima e la sua eredità. Nessuna misericordia nel suo concludere, misericordia fu elaborare il conflitto, non rimuoverlo. Questo fa della pittura di Congdon, fiorita nell’hortus conclusus presso Buccinasco, una pittura laica.

392_816_75[1]E infine mediazione tra cielo e terra, se così si può dire, furono proprio quei straordinari e stilisticamente compendiari monasteri, che Congdon dipinse con francescana semplicità e acutissimo e filiale trasporto e che avremmo desiderato più rappresentati in mostra. Le finestre di Congdon non si aprono sull’azzurro ma sulla terra. E da esse irrompe, come scrisse Testori, luce di Paradiso, non uno stile di vita, uggioso come tutti gli stili di vita (perché privi di atti), anche se a contatto con la Luce. Natura verticale.

 

Mario Cancelli (2. continua)

 

cascinazza luna 1992William Congdon, Pianura
Casa Testori – L.go Angelo Testori 13, Novate Milanese
Fino al 14 febbraio 2016
Dal martedì al venerdì 10-18, il sabato e la domenica 14-20. Chiuso il lunedì
Biglietto d’ingresso: € 5

Informazioni: info@casatestori.it | www.casatestori.it
tel. + 39 02.36589697


Nicolò Rezzara cent’anni dopo, convegno a Chiuppano (VI)

NicolòRezzara[1]A cent’anni dalla morte, il pensiero di Nicolò Rezzara, in sintonia con quello di Papa Francesco, risulta portatore di idee incredibilmente attuali. Per questo motivo l’amministrazione comunale di Chiuppano (VI), paese di nascita del sociologo cattolico, ritiene doveroso ricordarne la figura e lo straordinario impegno profuso in campo politico, sociale, economico, perseguendo e realizzando l’ideale di una maggiore giustizia in campo sociale, a favore dei più poveri e dei più deboli.

Per ricordare questa straordinaria figura di cattolico impegnato nel sociale e nella politica sabato 24 ottobre alle 15.30 nell’Auditorium di Chiuppano si terrà il convegno “Nicolò Rezzara a cent’anni dalla scomparsa” (info@comune.chiuppano.vi.it)

Il programma prevede alle 15.30 i saluti di Giuseppe Panozzo, Sindaco di Chiuppano, e Achille Variati, presidente della Provincia di Vicenza. Seguiranno gli interventi dell’on. Ernesto Preziosi (“Rezzara e il suo tempo”), di Francesco Gasparini dell’Istituto Rezzara di Vicenza su “Rezzara e l’impegno in Veneto”, dell’on. Giovanni Sanga su “L’impegno di Rezzara in terra bergamasca” e del vicedirettore dell’Eco di Bergamo Franco Cattaneo sul tema “Rezzara: giornalista e organizzatore”. Le conclusioni, intorno alle 17.45 saranno tenute dall’on. Federico Ginato sul tema”Attualità del pensiero e dell’opera del Rezzara”:

Nato nel 1848 a Chiuppano, in provincia di Vicenza, in una famiglia contadina di modesta estrazione, rimase orfano del padre all’età di sette anni. Per questo venne accolto da uno zio materno nel capoluogo berico che gli permise di proseguire le scuole dell’obbligo e di successivamente di completare gli studi tecnici. Al termine del proprio percorso formativo ottenne l’abilitazione all’insegnamento superiore ed intraprese la professione esercitando sia presso il collegio cittadino Cordellina Bissari che nel locale Seminario vescovile. Fervente credente, si impegnò in molteplici iniziative di stampo cattolico: si segnalò come prefetto di camerata nell’Orfanotrofio, partecipò alla fondazione di settimanali come Il Berico nel 1876 ed il Dono di Pasqua, e si adoperò attivamente per la nascita e l’espansione sia dell’Associazione Cattolica di Vicenza che del Circolo San Giuseppe. Ottiene quindi l’abilitazione all’insegnamento presso l’Università di Padova ma, a causa del clima laicista del Collegio Comunale, fu costretto a lasciare l’incarico.

Nell’ottobre del 1877 si recò a Bergamo per partecipare al Congresso Cattolico. Nonostante la giovane età e la poca esperienza, venne nominato membro del Comitato Diocesano dell’Opera dei Congressi e gli venne offerta la cattedra di Storia e Letteratura presso il locale collegio Bartolomeo Colleoni.

In breve tempo cominciò a farsi conoscere anche nella realtà bergamasca, aiutato dal clima fortemente cattolico presente nella città (definita da Papa Pio X la prima diocesi d’Italia). Conobbe e collaborò con Giambattista Caironi (1848-1903), collega d’insegnamento, con cui fondò nel 1879 il periodico Libertà d’Insegnamento e nel 1880 il quotidiano L’Eco di Bergamo, mentre nel 1885 diede vita al settimanale politico Il Campanone. Inoltre nel 1891 costituì, in collaborazione con il conte Stanislao Medolago Albani, il Piccolo Credito Bergamasco (poi diventato Credito Bergamasco).

Si impegnò nell’Opera dei Congressi collaborando con Giuseppe Tovini, in sostituzione del quale assunse la direzione della terza sezione, dedicata ad istruzione ed educazione. Nell’ambito di tale associazione venne nominato nel 1882 membro del comitato centrale, mentre nel 1887 assunse l’incarico di segretario generale, ruolo che ricoprì consecutivamente per 14 anni. Si rese quindi protagonista di numerose iniziative sia in ambito religioso che in quello sociale, rivolgendo le proprie attenzioni ai ceti meno abbienti: nel 1881 istituì L’Opera delle Cucine Economiche, iniziativa volta a combattere la malattia della pellagra, mediante la quale attivò cucine nella città che permettessero di migliorare l’alimentazione dei ceti poveri, causa del diffondersi di tale malattia, venendo anche nominato membro della Commissione Provinciale per la cura della Pellagra’. Inoltre creò la Società cattolica femminile di mutuo soccorso ed il Panificio cooperativo bergamasco, costruì la Casa del popolo e diede vita alla Scuola popolare, strumento volto a combattere l’analfabetismo.

In ambito politico nel 1887 venne eletto prima nel consiglio provinciale bergamasco e poi in quello cittadino. Si interessò anche alle numerose questioni legate alla questione operaia, venendo indicato dalla Santa Sede quale proprio rappresentante presso l’Associazione internazionale per la protezione legale dei lavoratori, che si svolse nel 1908.

L’anno successivo, in qualità di Presidente della Direzione Diocesana, venne invitato dall’Ufficio del Lavoro di Bergamo a mediare nella vertenza in atto presso gli stabilimenti Zopfi di Ranica, nei quali più di 800 operai ricorsero allo sciopero contro la proprietà. Il Rezzara riuscì a conciliare le due posizioni, ottenendo il riconoscimento della Lega Operaia da parte dell’azienda ed altri piccoli miglioramenti della condizione lavorativa. Questa mediazione viene indicata come fondamentale per la creazione in terra bergamasca del sindacato cattolico conosciuto come Confederazione italiana dei lavoratori, progenitrice della CISL.

La gestione e la risoluzione di questa vertenza, così come altre situazioni in ambito sociale e politico, portarono a contrasti tra le differenti anime del mondo cattolico. Numerosi furono i dissidi tra il Rezzara, supportato nella sua opera dal vescovo bergamasco Giacomo Radini-Tedeschi e dal segretario vescovile Angelo Roncalli (futuro Papa Giovanni XXIII), e Stanislao Medolago Albani che, con una condotta più conservatrice volta alla tutela dei poteri forti, vedeva dalla sua parte il Cardinale segretario di Stato Vaticano Rafael Merry del Val ed il Pontefice Pio X. Negli ultimi anni della propria vita lasciò progressivamente gli incarichi assunti, ammalandosi gravemente nel 1914 di un male che lo vinse il 6 febbraio 1915.

 

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Congdon, la realtà si fa prossima

William-Congdon1[1]Il termine “Pianura” comporta molteplici significati. A sentire le celebri voci che narrarono di Lombardia, sembrerebbe che in terre ricche come queste, per il possesso delle quali si combatterono guerre di trenta, quaranta, cento anni, la monotonia come al suo opposto l’idealizzazione non siano molto apprezzate. Terre nelle quali ci si ritrova e ci si perde; attraversate da fiumi nei quali le fronde si specchiano confondendo gli abituali riferimenti di alto e basso, ben prima che a tali effetti provvedesse Cezanne; dimensione longitudinale e verticale in mutuo scambio; luoghi autosufficienti e mai autoreferenziali, mai carezzevoli un seducente e ingannevole sublime, con il cielo che si fa azzurro a tratti, come una grazia, nuovo e non immutato e statico attributo dell’universo. Queste costituirono l’approdo ultimo di Congdon, che di terre ne aveva già saggiate parecchie, e che di suo non avrebbe certo ceduto a seduzioni di lecci e marcite fangose, per lunghi mesi prima di premiarle con sodi verdi e gialli oro incastonati nel grigio di stagioni operose.

Fu quello di Congdon un atto di obbedienza: prima presso una casa di persone consacrate, poi nelle adiacenze di un monastero benedettino detto la “Cascinazza”. Ci volle tempo - testimoniato da una lunga serie di Crocefissi - per accorgersi che la “pianura” tornava a donargli quelle onde che solo il mare gli aveva offerto gratuitamente.

Se la rinascita alla pittura era avvenuta ad Assisi, ora, in Lombardia, si trattava di verificare una stabilità, favorita più da rapporti che da quelle emozioni, che fino ad allora, avevano sostanziato i resoconti del suo inquieto viaggiare, capace di estrarre dai “luoghi” occasioni d’intenso piacere pittorico, non disgiunto da eventi sentiti gravidi di futuro. Cos’era rimasto, nel “non luogo” cui si era consegnato, di quel dono che aveva passato al suo attento se non implacabile filtro mezzo mondo?

29_078.00[2]D’altronde Bill Congdon, il quale cercava nella creazione artistica quella libertà che i severi principi morali non gli consentivano, mai mentì a se stesso, assestandosi su una produzione di maniera, spiritualmente atteggiata. Non ne era capace; i quadri o “nascevano” o morivano. Di lui può dirsi veramente quel che si sostiene di quasi tutti i protagonisti dell’Action painting, che la pittura fosse il vero test del suo pensiero.

Con il titolo “Pianura”, Casa Testori - partendo dal rapporto che legò per un certo periodo l’artista al critico Giovanni Testori - offre il resoconto di quest’ultima fase della produzione di Congdon. Sul complesso dialogo insorto tra queste due personalità, promettiamo d’intervenire in un’ulteriore occasione, così da non perdere la copiosa possibilità di conseguenze che se ne possono ricavare. Qui cerchiamo di cogliere la logica di questa ricca selezione di opere che Davide Dall’Ombra e Francesco Gesti, hanno selezionato. Un taglio netto, il loro, il cui preludio è il bellissimo Colosseo (Rome - Colosseum 2, post 1951), con i suoi petali di case dorate sospese sugli archi dell’abisso.

235_501.00[1]Proprio nelle prime sale, si rimane colpiti dal vigore con il quale William Congdon ha onorato e celebrato tali pianure. Si è quasi invasi da un vento di materia e di colore, ben allogati e solidi negli spazi, una “longobardica” irruenza e libertà che il gesto ritrova dopo anni, e in maniera quasi ineguagliata, anche al confronto di celebri cantori di queste terre. Quasi un immenso polmone a pieno regime riabilitasse l’ossigeno di terreni coltivati, fossi, cieli, albe, lune. Ed assieme a loro le memorie delle città del passato, un tempo colate di neri tralicci ora terra rossa lavorata, trame di vita che si compie. Materia è memoria, direbbe Bergson, ma stiamo attenti a queste analogie: perché qualcosa di nuovo e di decisivo sembra compiersi. In questi episodi, che è inutile descrivere, sembra venire meno la storica “distanza” cui la pittura, di tradizione contemplativa, ha confinato il paesaggio.

Nel ritmo di queste lunghe giornate - Congdon si alzava prestissimo - sembra consumarsi il Romanticismo. Congdon non ci convoca ad immersioni annichilenti nella natura, né erige siepi a fare ostacolo a vaghi spazi infiniti o meglio “indefiniti”, consolatori e sempre sostitutivi di occultate istanze.

78867[1]La natura o meglio la realtà è in queste tele a noi prossima. L’io è tornato in grado di riceverla e di restituirla. Un rapporto, quello che Congdon istituisce per lunghi anni con le cose, che vorremmo chiamare “giuridico” e non causato, il cui modello è proprio il bambino, capace di lasciarsi soll-eccitare da ciò da cui riceve beneficio, e cui risponde.

Questo differenzia la pittura di Congdon da quella di Morlotti, forse anche più attento nell’esaltare le possibilità offerte dalla natura, ri-costituita nel suo inesauribile patrimonio di sostanza e di colore. In Congdon non agisce l’identificazione o annullamento estatico con le cose. Non Spinoza: l’“io parla”, perché in rapporto o perché di questo sente l’urgenza. Nessun pascolismo, per quanto alcune sue lune sembrino evocarlo.

 

Mario Cancelli (1. continua)

 

William Congdon, Pianura
Casa Testori - L.go Angelo Testori 13, Novate Milanese
Fino al 14 febbraio 2016
Dal martedì al venerdì 10-18, il sabato e la domenica 14-20. Chiuso il lunedì
Biglietto d'ingresso: € 5

Informazioni: info@casatestori.it | www.casatestori.it
tel. + 39 02.36589697