La bellezza disarmata, ecco il video
Le armonie giottesche di Marcelo Cesena, l’excursus in millenni di storia ebraica (anche padovana) di Luzzatto Voghera, l’ironia e l’umanità di Farouq, la capacità di valorizzazione e di immedesimazione di don Carrón. Ecco il video della presentazione de “La bellezza disarmata”, l’evento promosso da Comunione e liberazione e dall’Associazione culturale “Antonio Rosmini” in collaborazione con Rizzoli editore, mercoledì 24 febbraio 2016 alle 21.00 al Centro congressi Padova “A. Luciani”.
Alcuni scatti della serata
Lunedì 29 febbraio visita guidata alla mostra di Cleofe Ferrari
Delle sue opere afferma: «Per me dipingere è amare e abbracciare la realtà che mi circonda e mi accade, fissarne una traccia che diventi eterna, perché ogni volta che la guardi riaccada un incontro: una emozione, una esperienza». Lei è Cleofe Ferrari, pittrice emiliana ormai da tempo residente a Padova, e “Lo stupore nei luoghi dell’infinito” è il titolo della mostra che si tiene da lunedì 22 febbraio nella sede di Banca Mediolanum - Padova (piazzetta Bussolin, 15).
La mostra, a ingresso libero, sarà aperta fino a mercoledì 2 marzo nei giorni lavorativi con orario 9-13; 14-18.30.
Lunedì 29 febbraio alle 14.00 è prevista una visita guidata riservata ai soci dell’Associazione Rosmini. Per iscriversi scrivere a info@rosminipadova.it.
«Che Cleo Ferrari sia riuscita a unire la dote naturale del saper dipingere ad uno studio attento e approfondito, lo si capisce non solo dal richiamo all’impressionismo ma soprattutto dalla sua evoluzione espressionista che traspira dagli ultimi lavori di Monet, in particolare da quelli ben conosciuti delle cattedrali», scrive Giorgio Grasso nel catalogo della mostra. «Dalle opere pittoriche di Cleo Ferrari si evince una grande capacità tecnica, dove però prevale in modo significativo il movente poetico». «Farsi conquistare da una sua opera», prosegue il critico, «è come immergersi quotidianamente in luoghi dove il paesaggio ha il sopravvento sulle umane vicende. Nulla di meglio che ammirare una sua opera pittorica per sentire la nostra anima diventare un tutt’uno con l’anima dei luoghi da lei visti e trasportati con maestria su tela».
«Cleofe, già familiare alle tecniche dell’acquerello e dei gessetti e successivamente al più tradizionale olio all’acrilico e all’encausto», aggiunge Emanuela Centis, architetto, «fin dall’inizio ha individuato la forma espressiva della sua personalità esuberante ed energica in uno stile espressionista materico e gestuale. Le prime opere sono di piccole dimensioni, vere e proprie finestre aperte sulla realtà, nelle quali l’artista esprime il suo amore attento a cogliere la ricchezza che contiene anche il particolare apparentemente modesto, quotidiano. Così racconta con forme e colori il suo incontro con i diversi luoghi che visita o frequenta: Assisi o Gerusalemme, ma anche la sua cara campagna padana e le marine dell’Adriatico. A Cleofe non interessa semplicemente descrivere la realtà che vede, ma desidera raccontare esperienze di incontro personale con luoghi e situazioni».
Cleofe Ferrari nasce a Carpi (MO) il 16 dicembre 1950. Dopo aver svolto gli studi su stilismo di moda a Reggio Emilia, svolge fino al 2008 attività di libera professionista. Nel 1982 consegue la laurea in Psicologia all’Università di Padova. Nel 2008 consegue il diploma al master di Architettura, Arti e Liturgia promossa dalle Pontificia Commissione per i beni culturali della Chiesa. Dal 2002 aderisce all’associazione di artisti “il Baglio” e dallo stesso anno partecipa regolarmente alle attività di disegno promosse dall’Associazione “Di.segno” di Padova, di cui dal 2006 è presidente. Nel 2005 partecipa alla mostra “La casa del Dio vicino” allestita nel corso dei lavori del sinodo dei Vescovi a Roma. Nel 2007 partecipa alla mostra di Arte Sacra “Sinfonia dello spazio liturgico” a Padova. Nel 2010 al Caffè Pedrocchi di Padova realizza la mostra collettiva “Stili a confronto”. Nel 2012 sempre al Caffè Pedrocchi partecipa alla mostra collettiva “Omaggio al Guariento” dell’associazione “Art.Tu”. Nel 2013 espone “Il Volto di San Francesco” alla mostra collettiva Scuola della Carità di Padova dell’associazione “Art.Tu”. Nel 2014 espone alla biennale internazionale, Scuola della Carità di Padova, Maison D’Art. Nel 2015/2015 “Personale” alla Maison D’Art di Padova. Dipinge nella tecnica dell’acquarello, gessetto, encausto, acrilico e olio.
Opere, info e contatti www.cleofeferrari.it cleofe.ferrari@libero.it
“Il libro dell’incontro” al centro culturale Altinate di Padova
Martedì 23 febbraio 2016 alle 20.45 nell’auditorium del Centro culturale Altinate San Gaetano il Centro universitario padovano propone “Il libro dell’incontro - Vittime e responsabili della lotta armata a confronto”. Una serata di ascolto e scambio a partire dal libro a cura di Guido Bertagna, Adolfo Ceretti e Claudia Mazzucato. Intervengono: Giorgio Bazzega, Guido Bertagna, Andrea Coi, Grazia Grcna, Alexandra Rosati. Info: centro universitario www.centrouniversitariopd.it tel. 049 8764688.
Questo libro, pubblicato da Il Saggiatore, cambia la storia d’Italia. L’incontro di cui parla - fra vittime e responsabili della lotta armata degli anni settanta - è infatti destinato ad avviare un radicale cambio di paradigma storico: non si potrà più guardare agli “anni di piombo” con gli stessi occhi; né si potrà tornare a un’idea di giustizia che si esaurisca nella pena inflitta ai colpevoli. Le prime pagine ancora oggi dedicate alla lotta armata e alle stragi, le centinaia di libri pubblicati, i film, le inchieste dimostrano non tanto un persistente desiderio di sapere, ma anche e soprattutto un bisogno insopprimibile di capire, di fare i conti con quel periodo, fra i più bui della nostra storia recente.
È proprio muovendo dalla constatazione che né i processi né i dibattiti mediatici del conflitto sono riusciti a sanare la ferita, che un gruppo numeroso di vittime, familiari di vittime e responsabili della lotta armata ha iniziato a incontrarsi, a scadenze regolari e con assiduità sempre maggiore, per cercare con l’aiuto di tre mediatori: il padre gesuita Guido Bertagna, il criminologo Adolfo Ceretti e la giurista Claudia Mazzucato - una via altra alla ricomposizione di quella frattura che non smette di dolere; una via che, ispirandosi all’esempio del Sud Africa post-apartheid, fa propria la lezione della giustizia riparativa, nella certezza che il fare giustizia non possa, e non debba, risolversi solamente nell’applicazione di una pena.
Leggi l’articolo di Paola Bergamini sul Libro dell’Incontro dal titolo Un’altra strada pubblicato a gennaio sul mensile Tracce.
Mercoledì 24 febbraio “La bellezza disarmata” con Carrón, Luzzatto e Farouq
Il vantaggio di ogni crisi, come quella che sta attraversando attualmente la società, è che «costringe a tornare alle domande; esige da noi risposte nuove o vecchie, purché scaturite da un esame diretto» (Hannah Arendt). È un invito ad aprirsi agli altri e a non irrigidirsi sulle proprie posizioni. È un’occasione di incontro e una circostanza preziosa anche per i cristiani, chiamati a verificare la capacità della fede di reggere davanti alle nuove sfide, chiamati a entrare senza timore in un dialogo a tutto campo nello spazio pubblico. E proprio un’occasione di incontro vuole essere la presentazione promossa da Comunione e liberazione e dall’Associazione culturale “Antonio Rosmini” in collaborazione con Rizzoli editore
mercoledì 24 febbraio 2016, ore 21.00
Centro congressi Padova “A. Luciani”
via Forcellini 170/a - Padova
presentazione del libro
di Julián Carrón (Rizzoli 2015, pp. 370)
Interverranno
Gadi Luzzatto Voghera docente alla Boston University
Wael Farouq docente all’American University de Il Cairo e all’Università Cattolica di Milano
Julián Carrón presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione e autore del libro
Scarica la locandina e l’invito all’incontro
“La bellezza disarmata” propone gli elementi essenziali della riflessione svolta da don Julián Carrón a partire dal 2005, anno della sua elezione a presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione dopo la scomparsa del fondatore, il Servo di Dio don Luigi Giussani, che nel 2004 lo aveva chiamato dalla Spagna per condividere con lui la responsabilità di guida del movimento.
Gli scritti, nati in occasioni diverse, sono stati ampiamente rielaborati e ordinati dall’Autore allo scopo di fornire organicamente i fattori di un percorso decennale, lungo il quale egli ha approfondito il contenuto della proposta cristiana nel solco di don Giussani, alla luce del magistero pontificio e in paragone col travaglio e le urgenze dell’uomo contemporaneo.
Il volume intende offrire il contributo di un’esperienza di vita a chiunque sia alla ricerca di ragioni adeguate per vivere e costruire spazi di libertà e di convivenza in una società pluralistica.
Julián Carrón è nato in Estremadura nel 1950. Ordinato sacerdote della diocesi di Madrid nel 1975, ha conseguito il dottorato nel 1984 dopo aver lavorato alla École biblique et archéologique française a Gerusalemme e aver compiuto un anno di ricerca alla Catholic University di Washington. È stato professore di diverse discipline alla Facoltà Teologica San Dámaso di Madrid, anche se la sua specializzazione è in Sacra Scrittura, argomento sul quale ha scritto diversi saggi. Il 19 marzo 2005 la Diaconia centrale della Fraternità di Comunione e Liberazione lo ha nominato presidente della Fraternità, dopo la morte di don Giussani.
Wael Farouq è professore di Lingua araba all’American University del Cairo. Attualmente insegna Lingua araba presso l’Università Cattolica di Milano. È stato lecturer in numerose università internazionali, tra le quali le Università di Torino e Bologna, l’Università di New York, l’Università di Notre Dame (Indiana, USA), l’Università di Washington e l’Università di Madrid; ha pubblicato varie ricerche in arabo, italiano e inglese ed è inoltre coautore, assieme a Papa Benedetto XVI, del libro “Dio salvi la ragione”.
Gadi Luzzatto Voghera (Venezia, 1963) insegna Modern Italian History al Center for Italian and European Studies della Boston University a Padova e Storia dell’ebraismo moderno e contemporaneo all’Università di Padova. Sta lavorando a un libro sulla storia del Rabbinato. Ha pubblicato numerosi saggi. Fra le sue pubblicazioni più recenti: Antisemitismo a sinistra (Einaudi, 2007), Gli ebrei e la destra (Aracne, 2007).
La pagina facebook del libro facebook.com/labellezzadisarmata #labellezzadisarmata
Il 24 gennaio visita guidata alla mostra di Congdon a Casa Testori
L’Associazione culturale Rosmini propone per domenica 24 gennaio una visita guidata alla mostra William Congdon, Pianura a Casa Testori di Novate Milanese, assieme al curatore della mostra Davide Dall’Ombra. Il programma prevede alle 11.00 il ritrovo e la visita alla mostra, alle 12.30 la Proiezione del video sull’arte contemporanea con la voce narrante di Giacomo Poretti, realizzato in occasione della mostra del Meeting 2015 Tenere vivo il fuoco, sorprese dell’arte contemporanea. Alle 13. poi ci sarà il pranzo, sempre con la presenza di Dall’Ombra. Il costo è di 10 euro, comprensivo di ingresso e visita guidata.
Per informazioni e prenotazioni: Alessia Ricci – 339 1590882, Margherita De Gan – 329 1699949.
La grande mostra del autunno/inverno a Casa Testori è dedicata al pittore William Congdon (1912-1998): artista internazionale dell’Action Painting amato da Giovanni Testori che, dalla New York degli amici Jackson Pollock e Mark Rothko, dopo aver viaggiato in tutto il mondo, decide di radicarsi a sud di Milano e dedicare la sua ultima produzione al ritratto intimo di campi coltivati, risaie e frutti della terra lombarda.
La mostra, realizzata in collaborazione con The William Congdon Foundation, punta a indagare il ventennio lombardo del maestro americano. I circa 50 dipinti e i 20 pastelli selezionati descrivono, infatti, una parabola di conoscenza sempre più intima e profonda del sud-ovest milanese, che costituisce l’apice del suo percorso.
Le stanze tematiche presentano i diversi nuclei intorno ai quali si articola la sua produzione: riemergono in una chiave nuova i nodi affrontati a fianco degli action painters, frutto di un’osservazione solo apparentemente stanziale.
Dopo le New York degli anni Quaranta, i Sahara e Santorini degli anni Cinquanta, la ricerca da spaziale si fa temporale. Protagoniste diventano la potenza della terra, delle sue trasformazioni e la mutabilità inesauribile del ciclo stagionale, delle colture e dei fenomeni atmosferici… È così che i campi sono chiamati per nome e il passaggio del tempo è fissato con la spatola tra i lunghi i solchi della pittura a olio.
Ricostruita per l’occasione, una sorta di quadreria immaginifica farà entrare il visitatore tra le visioni notturne del colore dei campi ubertosi, in una relazione intima, lirica, quando non mistica e simbolista, con la terra, l’orzo, la soia, il mais, i glicini, le violette…
Non si tratta tuttavia di visioni idilliache, perché lo sguardo di Congdon lo porta a sconvolgere l’orizzonte sui campi, che da una disposizione lineare che ricorda ancora le città, muta in un disassamento dei piani, quasi a seguire le trasformazioni telluriche dell’origine. Un tormento, anche materico, che si risolve e trova pace nelle straordinarie Nebbie che aprono la via ai monocromi, introducendo una profonda trasformazione nella percezione e rappresentazione dello spazio, del rapporto tra i suoi elementi strutturali (cielo, terra, orizzonte) secondo un’ottica sempre meno naturalistica.
Riemergono così le meditazioni sull’opera di Braque e De Staël, ma soprattutto, i confronti e dialoghi pittorici intessuti in presa diretta con la Scuola di New York di Betty Parson e Peggy Guggenheim e che hanno portato opere di Congdon nei più importanti musei di New York e alla Peggy Guggenheim Collection di Venezia.
Casa Testori è in Largo Angelo Testori 13, Novate Milanese
Ingresso: 5 euro per la mostra di william Condgon
Orari: martedì-venerdì 10-18, sabato-domenica 14-20. Chiuso il lunedì e dal 24 dicembre al 1 gennaio. Dal 2 gennaio la mostra riprenderà con orari normali
Informazioni: tel. 02.36589697 info@casatestori.it | www.casatestori.it
Ufficio stampa: Maria Grazia Vernuccio tel. 02.23163426 | cell.335.1282864 |mariagrazia.vernuccio@gmail.com
Gaitonde a Venezia, le sindoni zen che annullano i confini dell’arte
La retrospettiva del pittore indiano Vasudeo Santu Gaitonde (1924-2001), la più ampia tenutasi in Europa, organizzata dalla Peggy Guggenheim Collection di Venezia, ha permesso una presa d’atto oramai completa della sua attività. Una vicenda più che significativa, sia per la qualità delle opere, sia per i rapporti che essa istituisce con l’arte europea dalla quale dipende fin dagli inizi e per il percorso finale, vera e propria anabasi o ritorno alle sorgenti della cultura orientale. Anabasi che nel suo compiersi recupera sì modelli perduti in un’epoca nella quale l’arte indiana tentava in ogni modo di inseguire e collimare con l’offerta occidentale, ma che non per questo sacrifica quanto acquisito.

Un’operazione quindi che, assieme agli eccelsi esiti pittorici, fra i più alti di questa stagione in cui in Occidente si maturano soluzioni sofferte ma ineludibili (spesso vissute con entusiasmo e radicalità, si pensi al gruppo Gutaj in Giappone, legato all’espressionismo astratto americano) provoca entrambe le fonti proprio nell’evitare equivoci sincretismi. Quasi una sfida, a viso aperto, quella operata da Gaitonde, a entrambe le tradizioni, vissute e amate con sincero trasporto, e in grado di istituire un continuo, fertile, quasi implacabile atto di giudizio. Forse come nessun altro esempio fino ad ora conosciuto. Da qui il valore della vicenda di Gaitonde e l’indiscusso merito del Guggenheim e dei curatori, tra cui Sandhini Poddar.


Gli inizi “europei” di Gaitonde, artista schivo e lontano delle accademie, sono legati all’esperienza di Paul Klee. Non poteva essere altrimenti: Klee era uomo altrettanto schivo e dubbioso delle istituzioni accademiche, forse proprio per avervi insegnato. Il Klee che Gaitonde fa suo è il Klee astratto ma anche intimo, che offre un repertorio cospicuo di segni, simboli, soluzioni pittoriche, agiti grazie ad una texture fluttuante che unifica tutti gli eventi: si vedano le sue figure ridotte a schemi infantili e che il pittore indiano assimila con disinvoltura. Un Klee dal linguaggio delicato, che trasporta in un mondo di favola, testi “totali” anche quando in formato miniatura. Un’altra prestigiosa opera di Klee, conservata al Guggenheim, testimonia di un’eredità acquisita : quel “Giardino magico” che unifica favola, ironia, in una dimensione in cui tutto può essere detto, interferendo con firme simboliche, che rompono l’incanto e allo stesso tempo lo ricostituiscono. A parte l’ironia che contrassegna questo periodo dell’artista svizzero, la sua riduzione ad automa dell’umano, Gaitonde fa suo questo sviluppo modernista della pittura, dai molteplici possibili sviluppi.
Il silenzioso Gaitonde. L’arte europea però era iniziata con il gran chiasso delle Demoiselles d’Avignon: la forma classica in pezzi, l’eros che urla provocatoriamente attraverso una negritudo provocante, un cubismo in grado di far detonare l’inconscio e di neutralizzare gli eccessi. Gaitonde, che conosceva tutto ciò, decise poi un ritorno in patria, un nuovo viaggio verso le latitudini di una cultura che poteva offrirgli una soluzione a quell’automatismo che Klee vedeva impadronirsi della civiltà, verso qualcosa che fornisse riparo e dominio sulle schegge.
I suoi simboli divengono quindi simboli con la maiuscola; il silenzio, approdo mistico. La mostra documenta in abbondanza questo tentativo. Si sente dire che i mistici siano tra loro tutti uguali: un luogo comune. Parallelismi con l’arte di Rothko? In realtà il pittore statunitense, in nome di una ecumenicità astratta, fonde i simboli prima ancora della realtà fenomenica, rimane erede del Rinascimento, lontano da questi aut-aut. Certo l’Occidente stesso a più riprese inseguirà la sapienza orientale, ma secondo dinamiche tutte sue. Tobey? Le sue superfici di puntini luminosi potrebbero rappresentare la massima prossimità, ma anche il preludio delle mappe gestuali di Pollock. E Mondrian non vive una sua geometria vivente in una polis che conosce solo atto e profitto?
Gaitonde quindi si trova a includere con un realismo sintetico paesaggi e interni quasi cinematografici, resi da un gesto rapido, moderno - sembrerebbe quasi un action per questo - ma da cui il mistico si trattiene e ci trattiene e che pervade di una malinconia quasi leonardesca. Tra noi e la realtà si eleva una barriera, la linea orizzontale che evoca la Perfezione, l’Ideale nascosto come termine di ogni moto.


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Forse la distanza con l’Occidente è più testata che resa bandiera. Al “tutto è superficie” di Andy Warhol, Gaitonde oppone un “tutto è profondità, silenzio”. La linea di confine resta sottile ma obbligata: lo dimostrano le opere calligrafiche e il recupero della grammatica zen. L’esigenza era la medesima degli espressionisti astratti, ma anche se Kline utilizzò i segni calligrafici come supporto, il suo gesto si appropria del segno e i neri calano come architravi di un pensiero che è tutto dell’io. Al contrario Gaitonde sembra presupporre un codice preventivo, una sintassi nella quale, per ottenere la contemplazione, l’io va a scomparire nell’atto stesso della nominazione.
Non che l’Occidente non sia stato tentato da una simile soluzione, come la “catena dei significanti” di Lacan parrebbe dimostrare.
Oriente e Occidente s’incontrano però proprio nella necessità di una critica a questo annullamento: sarà il pensiero freudiano a legiferare dei due “eventi” del pensiero, quei principi di realtà e di piacere uniti nel pensiero del bambino e che l’Oriente tende a scindere. In questo senso andava lo stesso Klee, le sue sagome narrano la scissione, la regressione: favole per adulti di adulti in piena patologia, ma anche favole che riconducono residui della memoria alla storia dell’individuo.
Una scissione che le opere tantriche di Gaitonde vivono con fatica: i suoi teleri oro cupo e rosso indiano, avviano a un distacco e a un’immediatezza che annullano i confini dell’arte. Queste sindoni zen conducono alle energie dell’universo, sì ma per la via della sfiducia nell’atto intellettivo. Eros e pensiero separati in casa (nel corpo): non furono questi gl’inizi dell’avventura di Gaitonde. Solitaria ma capace di “prendere”.
V.S. GAITONDE. Pittura come processo, pittura come vita
A cura di Sandhini Poddar, curatrice aggiunta, Solomon R. Guggenheim Museum, con Amara Antilla, Assistant Curator, Solomon R. Guggenheim Museum
3 ottobre 2015 - 10 gennaio 2016
The Peggy Guggenheim Collection
(Mario Cancelli)
Burri solitario / Due letture / Metafora e memoria dell’atto
A distanza di tre giorni, proponiamo la seconda puntata dell'articolato contributo critico di Mario Cancelli su Alberto Burri, a conclusione della grande mostra newyorkese al Museo Guggenheim.
Burri solitario
A Maurizio Calvesi dobbiamo il gustoso esercizio di definire una mappa, che leghi gli artisti italiani del dopoguerra ai loro ipotetici partner politici. Dove lo mettiamo il nostro tra i Morandi, i Guttuso, e tutti gli altri? Da nessuna parte. Un impolitico, per usare il termine di Bataille; non perché il “nero” dell’ex camicia nera si fosse stinto col tempo (il nero avanza col tempo fino a dilagare), ma perché la camicia nera era oramai sempre più stretta e consunta.
Vista dai vincitori, vista dai perdenti, la conclusione è la medesima: trattasi non di un dramma del potere ma del suo contrario, dell’impotenza. La stessa storia dell’arte americana successiva ci parla di quest’abdicare: il gesto era ormai articolo esaurito su quel mercato. Esiste un piano Marshall per l’inconscio? Quei sacchi che gli americani inviarono in Italia dopo la fine della guerra, non divennero mai simbolo di povertà: l’eleganza con la quale Burri li trattava, parla di una ricchezza non riconducibile a cause esterne. “Sfruttare il caso con sapiente controllo”: questo assioma di Burri non è il segnale che nel linguaggio, se “qualcosa avviene”, è questo il vero capitale iniziale?
La critica fini con l’arrendersi a una vicenda scandalosa ma ineluttabile.
Flavio Caroli distinse gli sforzi interpretativi in due campi: la lettura “formalista” di Calvesi e quella che apriva sia pure con incertezza all’inconscio, grazie al recupero dei collages cubisti (2). Possiamo chiederci se l’ombra dell’inconscio gravi sul suo cantico di lacerti e tessuti slabbrati rimasti sul catafalco di una grazia irremovibile. Quelle cuciture in bella mostra tra i nobili stracci però non cucivano ormai nulla, erano residui di suture ormai inutili in se stesse.
Viene da pensare a Heine, al suo rifiuto di una poesia che metta “filosofiche pezze all’universo”: Burri compie qualcosa di simile? Sacchi e cuciture non sono nemmeno simboli, ma offerte di grate memorie, confronti impliciti e deliberata polemica con la pittura contemporanea, persa secondo Burri fra cerebrali astrattismi e grossolano realismo politico. Non ci si è accorti che il supertecnolgico Burri, l’oggettuale Burri, ripete in fondo l’operazione pascoliana, cioè la consacrazione poetica delle piccole semplici cose. Gli enormi sacchi con la loro bellezza di materia e di manufatto rappresentano una sorta di myricae made in USA.
Metafora e memoria dell’atto
Dai “Cretti” - bianchi come saline, neri come crateri - alle “Combustioni”, abbiamo davanti sempre un teatro, ma con qualcosa del laboratorio di analisi chimica. Un convitato di pietra, un opaco nero (a volte un rosso anche lui opaco e immemore di sé) come un oppositivo supporto minaccia di trascinare giù tutto il sipario.
È un barocco scientifico, in cui la carne si fa metafora in modo analogo a quello di un reagente iniettato nelle vene, nel quale tutte le metafore stanno sospese, tra recitato e biopsia. Ferite sì, ma per nulla metafisiche, come invece quelle di Fontana, che assurgono, come gli insuperati “Cretti”, a strozzate metafore della modernità: terre solo apparentemente desolate, dove è ancora intatto il piacere della sabbia, del gesso.
Nell’ex Essiccatoio di Città di Castello, dalle pareti nere, Burri creò l’ambiente per i “Cicli”. Uno spazio mistico, come fu per la Cappella Rothko, un tempio della forma per un moderno faraone? No: in queste superfici, sempre più opache, nell’apoteosi della forma, Burri dà forse luogo a un atto che recupera qualcosa di originario.
Assistiamo a una Bisanzio della memoria, dove una foglia d’oro fluttua fra le tonalità dei grigi e dei neri, sostenuta e condotta da geometrie che sembrano assecondate presenze. Ridotte le materie al livello zero della natura, è come se il teatro (anche i sacchi erano stati teatro) non avesse più ragione di sussistere. Nella nuova, ultima spazialità, la questione si gioca tra materia levigata e materia che diviene eritematosa.
È possibile dire allora che questo esito aureo, recupero di una qualche dimensione ctonia, su cui cade come foglia l’oro stesso, sia memoria di qualcosa di arcaico, di originario? Il “buco nero” non è meno nero, anzi ora è invasivo, ma chi lo vede più in questa sorta di paesaggio astratto, che ricorda l’anamnesi dell’io, di ogni io?
Avviene ora ciò che aveva richiesto così lunga desiderante preparazione, cioè il riemergere, il porsi di qualcosa che è originario di ogni vita. Il recupero di una materia arcaica significa la memoria di un atto primario, l’eccitamento che dà la madre al bambino?
Se sì, avremmo una Bisanzio del principio del piacere, quotidiana e gloriosa, altrimenti un nuovo capitolo del tiro al bersaglio sulla “sagoma dell’arte”.
Note:
2) F. Caroli, Burri: la forma e l’informe, Mazzotta, 1979
Burri: The Trauma of Painting
09/10/2015 – 06/01/2016
Solomon R. Guggenheim Museum di New York
www.guggenheim.org
(Mario Cancelli - 2. fine)
The trauma of painting. Sulla mostra di Burri al Guggenheim di New York
Il centenario di Alberto Burri (1915-1995) offre la possibilità di nuove riflessioni sulla sua opera: una “via”, quella percorsa dall’artista di Città di Castello, individuata nei suoi momenti salienti ma ancora da definire nel suo procedere e soprattutto nella sua conclusione.
La retrospettiva (la prima in trentacinque anni) che il Guggenheim di New York gli ha dedicato (si chiude il 6 gennaio) è un invito proprio in questo senso: dai “Catrami” alle “Muffe”, ai “Gobbi”, ai “Legni”, ai “Ferri”, alle “Combustioni plastiche”, agli ultimi lavori - i grandi cicli dei “Cellotex works” - l’opera di Burri è raccolta e ordinata non solo nelle fasi, vero teatro della materia, ma anche nei rapporti che essa intrattiene con le esperienze americane, analoghe quanto a elementi e soprattutto, a istanze comuni e forse da Burri portate a ulteriore chiarezza circa le soluzioni perseguibili e perseguite.
“The trauma of painting”, il catalogo dell’evento curato da Emily Brown, orienta ad un concetto di “azione pittorica” comune ad americani ed europei, quel “gesto” che sarebbe divenuto sì possibilità espressiva di straordinaria libertà ma anche, non in ugual misura, tramite del recupero della storia del soggetto. Dell’arte americana, Burri conferma quindi l’inevitabilità delle opzioni tentate: conseguendo un ulteriore passo nel medesimo territorio. Se già con Jackson Pollock l’”automatismo surrealista” veniva interpretato in modo da liberare l’atto da istanze sentite tra loro oppositive, con Burri l’idea di forma poteva essere portata a una nuova integrazione proprio con esse. Fin dalle “Muffe” - opere che più si ricollegano all’esperienza dell’espressionismo astratto - ai “Sacchi” (con i quali inizia il Burri che tutti conoscono), a quegli esiti nei quali alla materia è data maggior autonomia, i “Ferri”, l’idea di forma, riconosciuta da Burri intrinseca alla possibilità della materia, si lega a un riconoscibile principio di “rappresentanza” psichica, che nelle ultime opere sarà la vera partita in gioco.
Due istanze
Quando Robert Rauschenberg visitò lo studio di Burri - mostrando al maestro una scatoletta con dentro una mosca - fu subito chiaro che la strada di colui che avrebbe segnato l’arte americana successiva, sarebbe stata altra da quella di Burri. Il versare il colore su tronchi e assi, la reificazione dell’oggetto fuori dal quadro, fino alla sua metamorfosi in trofeo da esibire (come per gli uccelli impagliati), sembrano tante prove di un parricidio, compiuto da altri, assimilato, dal quale separasi partecipando a un qualche master, per impaginare poi, come in un notiziario, i fotogrammi della memoria individuale e collettiva.
In Burri non scorgiamo mai disprezzo, spregio, affronto o reattivo recupero di quanto negato, semmai, all’opposto, un esibito, orgoglioso, bisogno di dimostrare.
Con la stessa abilità con la quale Burri colpiva un piattello, così sapeva far centro con materiali che son fuori del quadro restando nel quadro, legando tra loro frammenti eterogenei in una forma che aspira a volte addirittura al sublime. Anche quando fu totalmente “materia”, l’atto creativo s’interrompe sull’orlo di una strozzata metafora, ma più convincente di una metafora compiuta. Il segreto di Burri sarà sempre quello di fermarsi un attimo prima della conclusione (ma non contro la conclusione). Nei “Cretti” tutto ciò è quasi lapidario: la materia, lasciata alle sue leggi, è bloccata prima di trascendersi in una crepa assoluta.
Materia amata, alla quale Burri si lega è da cui è detto.
L’imprescindibile biografia intervista di Stefano Zorzi (1) ci racconta e delle fughe da scuola per dare sfogo alla passione per il gioco del calcio e dell’amore per il greco. Un livello basso e un livello alto, mai veramente in opposizione tra loro. A questi dobbiamo l’interminato epos di materia e forma? Saranno gli esiti ultimi, le oniriche condensazioni dei “Cicli”, la reiterata e semplice libertà di aggredire la materia, di trattarla, a spingerci oltre, quasi che grazie ad essi Burri fosse pervenuto alle ragioni o ai principi primi del suo stesso epos.
(1) Stefano Zorzi, Parola di Burri, Allemandi, 1995.
Burri: The Trauma of Painting
09/10/2015 – 06/01/2016
Solomon R. Guggenhein museum di New York
www.guggenheim.org
(Mario Cancelli - 1. continua)
Il video e le immagini dell’incontro con Giorgio Paolucci sui cristiani in Medio Oriente
Vi proponiamo il video dell’incontro-testimonianza con Giorgio Paolucci editorialista di Avvenire e scrittore dal titolo Sperando contro ogni speranza - la testimonianza dei cristiani perseguitati in Medio Oriente tenuto giovedì 3 dicembre alle 21.00 nella sala dello Studio teologico – basilica del Santo. L’evento era promosso dall’Associazione culturale Antonio Rosmini, in collaborazione con l’Associazione Santa Lucia per la Cooperazione e lo Sviluppo tra i popoli onlus.
Ed ecco anche le immagini della serata
Il 14 dicembre la testimonianza di Joshua Stancil alle Scuole Romano Bruni
Joshua Stancil, che si trova in questi giorni in Italia per una serie di incontri promossi dall'Associazione italiana centri culturali è un autore freelance americano.
Ha pubblicato articoli e contributi sulle riviste “Magnificat” e “Traces”. È l’autore di una meditazione per il “Magnificat Year of Mercy Companion”, distribuito da Ignatius Press. Frequenta la Arizona State University, dove studia per un Bachelor of Arts in English”
Joshua è stato 18 anni in una prigione del North Carolina e solo adesso ha la possibilità di venire in Italia a raccontare cosa gli ha permesso di vivere da “uomo libero” e come la Presenza di Dio lo abbia toccato attraverso una compagnia di amici cristiani.
Sarà possibile ascoltare la testimonianza lunedì 14 dicembre alle 16 nel Polo educativo Scuole Romano Bruni in via Fiorazzo 7 a Padova (Ponte di Brenta) in un incontro dal titolo “Misericordia, la giustizia che ricrea. È possibile rinascere un’altra volta?”
Ecco cosa scriveva Joshua
“Si può davvero essere grati per la prigione? Per un istituto di riabilitazione? Per il cancro? Per il dolore dell’infedeltà? Per le prove di ogni genere? Diciassette anni fa avrei risposto di no, ma ora… intendiamoci, mi sembra ancora un po’ strano dire una cosa del genere, come se dovessi sussurrarla, ma… la risposta è sì. Perché in ogni circostanza io posso affermare un Altro, in ogni circostanza posso offrire, in ogni circostanza posso dire “Tu”. E posso farlo con la certezza della bontà ultima della realtà, anche quando l’apparenza della realtà è così brutta da farmi restare senza parole”.
Su Joshua potete leggere dall’archivio di Tracce.it:
http://www.tracce.it/default.asp?id=266&id2=331&id_n=33361&ricerca=joshua+stancil
http://www.tracce.it/default.asp?id=266&id2=331&id_n=32878&ricerca=joshua+stancil
http://www.tracce.it/default.asp?id=266&id2=219&id_n=6099&ricerca=joshua+stancil
Una sua breve testimonianza in video.

















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