Guardini, Romano (17.2.1885 bis 1.10.1968) Katholischer Theologe und Religionsphilosoph.

Opposizione polare e bene comune

Guardini, Romano (17.2.1885 bis 1.10.1968) Katholischer Theologe und Religionsphilosoph.di Massimo Borghesi. Quanto papa Francesco è debitore al pensiero di Romano Guardini? Questo il contenuto di una conferenza di Massimo Borghesi dal titolo “L’opposition polaire et le bien commun”, in occasione della conferenza: “Entreprendre: entre innovation, responsabilité et solidarité Pour un nouvel humanisme social”, co-organizzato dalla Facoltà di Filosofia e CRESO dell’Università Cattolica di Lione l’11 e 12 maggio 2017. Il testo di Borghesi viene letto in francese da Emmanuel Gabellieri, filosofo e docente della medesima facoltà.

 

https://www.youtube.com/watch?v=LPOuGrfz9Ko

 


Un profilo di Massimo Borghesi sull’emittente Canal S

Una breve presentazione in spagnolo dedicata al filosofo Massimo Borghesi a cura di Canal S, il canale youtube del Sodalizio di vita cristiana.

Il Sodalizio di vita cristiana (in latino Sodalitium Christianae Vitae) è una società di vita apostolica della Chiesa cattolica: i membri della congregazione, detti popolarmente sodaliti, pospongono al loro nome la sigla S.C.V. Venne fondato nel 1971 dal teologo peruviano Luis Fernando Figari. L’8 luglio del 1997 papa Giovanni Paolo II approvò il Sodalizio come società di vita apostolica di diritto pontificio.

È composto da laici e sacerdoti che, avendo come punto di riferimento la dottrina sociale della Chiesa, si dedicano particolarmente all’apostolato fra i giovani, alla solidarietà con i poveri, all’evangelizzazione della cultura ed alla promozione della famiglia. Il superiore generale della società risiede a Lima.

https://www.youtube.com/watch?v=3JTpage3z_w


Un ostinato e comunicativo ottimismo. Chase a Ca’ Pesaro

di Mario Cancelli. Figlie (o figli): così comincia e così chiude la bellissima mostra William Merritt Chase (1849-1916): un pittore tra New York e Venezia alla Galleria Internazionale d’Arte Moderna di Ca’ Pesaro. Le opere dell’“impressionista americano” si sono potute ammirare dall’11 febbraio al 28 maggio.

William Merrit Chase ci accoglie con “La giovane orfana” (1884): una fanciulla afflitta dai capelli rossi che le incorniciano il volto, abbandonata sul divano. Un ritratto bellissimo: alla domanda se per lei ci sarà un domani risponde lo sfondo rosso, caldo e rassicurante, e ci si accorge che un ottimismo impavido accarezza l’infelice ma non troppo, garantendole l’abbraccio di una ricchezza che sarà forse anche interiore, ma di certo esteriore lo è. Qualcuno pagherà la retta del collegio e le vacanze, la ragazza non è senza dote.

Si può già anticipare che realismo, ottimismo, entusiasmo e una fiducia quasi esaltata nelle forze della natura (umana) sono il passepartout di William Merrit Chase, della cui produzione Ca’ Pesaro ci ha offerto per la prima volta un’ampia antologica.

Un uomo della frontiera, Chase, ma la sua personale frontiera diceva ineluttabilmente Europa, e lui la percorse in lungo e in largo, con incrollabile volontà d’imparare. Egli prese tanto dall’Europa, dai fiamminghi e dai veneziani del Rinascimento, ma vi portò qualcosa che l’Europa non aveva più.

L’orfana di Chase è costitutivamente lontanissima dalla fanciulla malata di Munch: per lei è possibile immaginare una guarigione dopo la prova della vita, la nevrosi sembrerebbe di là da venire e soprattutto non appare tema socialmente interessante. E come accanto a Manet possiamo pensare - immaginare Mallarmè, il realista che “sfiora” con astuzia narrativa l’inconscio, Chase sembra invece rimandare a novellatori come London, a patto di accorgersi che i suoi personaggi si muovono non più nello spazio pseudo naturale da conquistare, ma nelle già conquistate uptown, nell’habitat di quelle dinastie borghesi dalle quali egli ottenne il riconoscimento delle sue innegabili e non servili virtù pittoriche.

E oltre che ai tardo romantici, Chase fa pensare a Henry James, a quella colonia di americani, stranieri in patria e naturalizzati europei, che peraltro mai si radicarono veramente nei drammi del vecchio mondo. Forse per tale benevola estraneità la ricchezza americana di questo periodo è qualcosa che ancora oggi fatichiamo a comprendere.

Ma se Chase si permette l’impossibile (colloca leggiadre signore e signorine in una natura americana che di nome fa Long Island, desublimizzata e addomesticata in vista degli “ozi estivi”), tale azzardo è reso possibile dalla sua ingenua dovizie di mezzi e di speranze: non si tratta certo di una scommessa pascaliana o di un goethiano patto con il demonio, egli permette alle figure di attraversare il mar dell’essere senza temere naufragi.

Tra questi quadri, si è portati a considerare quanto dovesse essere piacevole stargli vicino o divenire suoi discepoli nelle tante scuole che fondò o nelle quali insegnò. L’Armory show, cioè l’evento che rese legittime le avanguardie europee negli Stati Uniti (1913) dichiarerà la fecondità della tranquilla lotta di questo alfiere della modernità, tre anni prima della sua morte.

In ogni suo iter o tour formativo, Chase si appropria immancabilmente qualche piccolo capitale pittorico che frutterà in futuro. Le sue nature morte di scuola fiamminga sono prove di forza che sfiancano più l’osservatore, che l’autore: le bianche e smisurate razze eredi di Chardin s’impongono con autorità sulla concorrenza e le brocche di rame rivaleggiano sul tavolo con anfore antiche di perduti templi ellenici, mentre civettuoli bicchieri cercano spazio davanti al candido latte. Il gigantismo dell’oggetto non spegne anzi aiuta piacevoli triangolazioni tra frutti dalla tenera materia e sontuosi grappoli d’uva che debordano dal piatto. Una prova di forza, quella che Chase ingaggia con i maestri, che sul momento non ha futuro, ma che anticipa quella dei decenni successivi, quando si imporrà la totemica energia dell’espressionismo astratto.

A quest’autore le mode non stanno mai strette, né soccombe del tutto alla loro forza seduttiva. Il giapponesismo gli offre panneggi e vesti in cui dimostrare la sua puntigliosa e calvinistica vis descrittiva, cosicché per le signore immortalate la “posa” ambita diviene più test di successo sociale che celebrazione estetica. In fondo, Merritt Chase non anticipa lo Warhol dei ritratti, pittorici e fotografici, che offrirà agli svagati interpreti del successo mondano una gloria nella quale effimero ed eternità non sono più distinguibili?

Quando poi qualche ricca signora si sottrae all’ebetismo sistemico dello sguardo tipico delle dame di Chase, allora si arriva a pensare che le presentazioni sarebbero state un vero piacere. Questa è pittura di civiltà, con tutti i suoi pregi e difetti, non certo il dramma storico di una ritornante barbarie che s’incastona nel bizantino e sublimato oro dei ritratti del contemporaneo Klimt. Qui, è un ostinato e comunicativo ottimismo a rendere felice per un istante l’universo.

Ma anche per Chase verrà il momento in cui le istanze messe in campo perverranno al loro esito inevitabile. Sono lontani i cappellini delle signore di Monet, come tracce di rossetto sulle guance della Natura: tolte le sue luminose figure, ci si rende conto che in Chase i cieli incombono freddi e totalitari, le nuvole non parlano di romantici abbandoni, ma preannunciano le fortezze volanti delle catene dei significanti lacaniani in cui tutto presto precipiterà. Il secolo delle avanguardie abbandonerà infatti l’en plein air per un’autonomia formale (in quanto psichica) da ciò che può insidiare il primato dell’io.

Nella sua vicenda personale e privata, sempre trasferita con immediatezza sulla tela, Chase giunge inconsapevolmente a una dirimente soglia. Infatti Chase non può che tacere dei genitori dell’orfana che apre la mostra, e tace ovviamente dei loro disastri: ma in “Nascondino” (“Hide and seek”, 1888) dove raffigura le sue figlie bambine, egli raggiunge per un istante la scena di quel dramma familiare che sarà paradigma del Novecento.

(Mario Cancelli)

 

WILLIAM MERRITT CHASE (1849-1916) un pittore tra New York e Venezia

Ca’ Pesaro – Galleria Internazionale d’Arte Moderna

11 febbraio – 28 maggio 2017


Motherwell alla Galleria d’Arte Maggiore di Bologna

di Mario Cancelli. La storica bolognese Galleria d’arte Maggiore, posta all’inizio di via d’Azeglio e che riassume le memorie di un passato che giunge fino al Duecento, offre con sorpresa una significativa scelta di opere dell’artista americano Robert Motherwell. La prima, forse, dopo il confronto con Jackson Pollock, promosso dai curatori del Guggenheim veneziano, un vis-a-vis irripetibile per l’immensità delle due tele, sorpassata forse solo da Guernica, che le genera e in loro si rigenera. Nella sala primaziale del museo, infatti, più che a un match si compie la definitiva spartizione delle due anime, se così si può dire, dell’espressionismo astratto o, secondo la definizione che noi preferiamo, dell’Action painting. Di questo parleremo più avanti.

La piccola ma selezionata mostra bolognese testimonia le tappe di una carriera che fin dall’inizio si trovò implicata e poi perennemente in bilico fra le istanze opposte di un surrealismo che lasciava ai suoi adepti totale carta bianca, senza peraltro risolvere il quesito fondamentale che lo giustifica: l’inconscio. La lezione di Matta segnò certamente il modus recipientis (ed operandi) di Motherwell: un surrealismo che guarda a Bataille più che a Breton, cioè a un capovolgimento ad oltranza dei valori. Presupposti cui il maestro cileno associa una dimensione etnica, fantastica e totemica, che Motherwell non poté mai fare sua, fedele sempre e comunque a un lirismo sentito come essenza dell’arte e dell’io.

Che non sia una questione di formalismo lo proclama la lunga pratica di Motherwell del collage, prima “maniera” dell’avanguardia europeo; ingenua e potente esperienza nel rinnovamento del canone e sincera dedizione al principio primo di Breton, quello del primato dell’inconscio, comunque esso sia concepito. Collage come ultimo stadio della rivoluzione romantica, che iniziò con il concetto di geroglifico, concrezione da liberare nel linguaggio, dissolvimento che non si arresterà nemmeno davanti al non sense. Le ragioni del lirismo romantico sono qui. Una liberazione senza tregua dalle leggi, fino a giungere a un intangibile punto zero, a ciò che è significato perché lo incarna oltre ogni possibile “senso”: il simbolo, senso a se stesso.

I successi di Motherwell su questa strada sono noti. Peggy Guggenheim promosse e pretese un discepolato in questo senso che Motherwell ottemperò con dedizione ed entusiasmo. Forse è proprio qui da verificare se Motherwell abbia operato uno scarto rispetto a questa costituzione simbolica, vista l’abilità nel giocare i “materiali” con particolare attenzione al dato sperimentale e al mondo della memoria. Il Proust del collage, potremmo dire, per l’utilizzo di carte e lettere, in una superficie chiara, tutta da aprire, da leggere. L’occasione bolognese ci offre un testo in cui tutto ciò sembra riassumersi: quella “Star of David” (1976) in cui il simbolo sembra resisterà all’azione corrosiva dei significanti, farsi piccolo, quasi marchio o sigillo di una memoria in atto. Si tratta di una “resistenza” ma anche di un compito, liberare il simbolo senza rimuoverne l’istanza che lo nomina, istanza e legge in Motherwell sempre della forma.

Lo si coglie proprio quando Motherwell, grazie all’Action painting, si autorizzerà al “gesto”, dando vita a macchie di pigmento gettato sulla superficie della tela, per le quali è giustamente riconosciuto, sua cifra psichica e poetica; esse però vivono e convivono con il loro opposto, il nuovo patrimonio di sagome rispetto al quale sembrano come schizzi di calamaio caduti dal pennino. D’altronde ben altro mondo è quello dei “neri” di Klein, posti come travi o tavole bibliche dell’inconscio e del gesto; o le stesse “black paintings” di Pollock, nelle quali la memoria irrompe con i suoi fantasmi in una lirica tessitura astratta.

L’evento del Guggenheim: il fronteggiatesi o meglio il guardarsi di sottocchio dei due teleri. Tra “Mural” di Pollock e l’“Elegy” di Motherwell non sembra esserci occasione di colloquio, tanto essi incarnano due modi, come si dice all’inizio, di concepire l’inconscio. Il primo riconducendo la storia collettiva alla vicenda individuale (sono i passi dell’individuo quelli che Pollock, senza più filtri rappresentativi, agisce sulla tela) e quella opposta, il tentativo di Motherwell di comporre e sedare il proprio conflitto, psichico e quindi poetico, con ulteriori eventualità. Non a caso “Elegy” è ispirato alla di Spagna, guerra civile mondiale si potrebbe dire. In tal modo riaffiora quell’esterno, quel "primato del sociale" che in Guernica veniva invece ad essere riassorbito nel “romanzo familiare” di Picasso, torero egli stesso, primo torero, piuttosto che militante.

Freud contro Lacan, visto che la partita sembra oggi restringersi alle due opzioni accennate: primato della struttura linguistico sociale o recupero dell’elaborazione autonoma dell’individuo, nella patologia o nella sanità.

Felicità dell’elegia, e debolezza, perché incompiuta e consolatoria, dell’ideologia, questa in causa, politica o anche altre, addirittura mistiche.

Cosi sembra definirsi l’ambivalenza di Motherwell. La mostra bolognese conferma come l’elegia si faccia veramente libera quando il dualismo si scioglie dal suo guscio protettivo. Piccoli gioielli, quelli selezionati da Alessia Calarota, come la serie degli “Untitled” o i ricapitolativi “Automatism” , “Black image with ochre”, i quali giustificano con dolcezza e impeto una visita alla galleria nella inesauribile, quanto a bellezza, via d’Azeglio.

 

Robert Motherwell, GALLERIA D’ARTE MAGGIORE, fino al 28 maggio.


La presenza dei cristiani in una società pluralista

«L’assoluta coincidenza tra la prospettiva di Guardini e quella di papa Francesco deve farci comprendere il punto: il nichilismo può essere vinto solo da un grande affetto; il che non significa che le conseguenze antiumane del nichilismo non debbano essere laicamente contrastate in sede politica».

Dal sito http://www.traccediesperienza.org/ proponiamo la trascrizione dell’incontro «La presenza dei cristiani in una società pluralista» con Massimo Borghesi, svolto a Catania (nella foto) il 4 novembre 2016, organizzato dal Centro Culturale di Catania.

Scarica il file pdf dell’incontro.


Dopo il viaggio in Egitto. Le critiche al Papa tra malafede e mistica

di Massimo Borghesi. «Non potendo denigrare il Papa per l’insieme a motivo del successo, non potendolo accusare di “eterodossia”, spostano l’attenzione sul “particolare». Dirottano l’attenzione, prelevano una singola frase fuori dal contesto, e presentano Francesco come uno sprovveduto, un pericoloso progressista, un pericolo per la Chiesa». Borghesi su Vaticaninsider.it risponde ai critici militanti dopo il viaggio di papa Francesco in Egitto.

 

Vaticaninsider, 30 aprile 2017, Dopo il viaggio in Egitto. Le critiche al Papa tra malafede e mistica (M. Borghesi)

 

Il viaggio del Papa in Egitto è stato, da qualsiasi angolo lo si voglia giudicare, un successo. Francesco ha intrapreso il suo viaggio, a tre settimane dalle stragi della Domenica delle Palme, a Tanta, a nord del Cairo, e ad Alessandria. Lo ha fatto perfettamente consapevole dei rischi per la sua incolumità. È stato ripagato da un’accoglienza calorosa, colma di gratitudine da parte dei cristiani copti ortodossi, cattolici, dagli stessi musulmani. L’incontro con il presidente Abdel Fattah al Sisi, il grande Imam di al Azhar Ahmed al Tayyib e il patriarca copto Tawadros, ha costituito un evento storico. Alla Conferenza internazionale sulla pace, promossa dall’Università islamica di Al-Azhar, il Papa ha parlato con forza contro la legittimazione della violenza da parte della religione. «Egli – ha affermato Francesco - è Dio di pace, Dio salam. Perciò solo la pace è santa e nessuna violenza può essere perpetrata in nome di Dio, perché profanerebbe il suo Nome. Insieme, da questa terra d’incontro tra Cielo e terra, di alleanze tra le genti e tra i credenti, ripetiamo un “no” forte e chiaro ad ogni forma di violenza, vendetta e odio commessi in nome della religione o in nome di Dio. Insieme affermiamo l’incompatibilità tra violenza e fede, tra credere e odiare. Insieme dichiariamo la sacralità di ogni vita umana contro qualsiasi forma di violenza fisica, sociale, educativa o psicologica».

Collocate in terra d’Egitto queste parole, dette da un Papa che ha sempre distinto tra l’Islam e le sue patologie, sono risuonate come un sostegno a tutti coloro che, nel mondo musulmano, non si riconoscono nella brutalità del terrorismo religioso. Un sostegno, innanzitutto, al presidente Al Sisi e all’imam Al Tayyib nel loro sforzo di purificare, anche sul terreno dell’educazione, l’Islam dalle sue deviazioni. Appena un mese fa l’Università di Al-Azhar ha pubblicato una Dichiarazione sulla cittadinanza e la coesistenza, un documento di grandissima importanza in cui si dissociano, per la prima volta, i diritti di cittadinanza, eguali per tutti, dall’appartenenza religiosa. Un documento che segue a quello, altrettanto importante, degli ulema del Marocco, sull’apostasia, nel quale viene riconosciuta la libertà di cambiare fede religiosa senza incorrere in pene di carattere civile.

Il mondo islamico, percosso dalla violenza del fondamentalismo islamista, è in movimento. Il viaggio del Papa in Egitto aveva certamente tra i suoi scopi quello di sostenere questo «movimento», di incoraggiarlo al fine di ritrovare il volto del Dio della misericordia, l’unico che consente l’incontro, il dialogo, il rispetto tra tutte le comunità religiose, senza alcun sincretismo. Allo stesso modo il Papa pellegrino ha voluto sostenere la Chiesa copto-ortodossa, vittima degli attacchi e delle persecuzioni. In modo particolare dopo la defenestrazione dei Fratelli musulmani dell’ex presidente Morsi. Il suo sostegno si colloca dentro l’«Ecumenismo del sangue» che, dopo secoli di distanze, viene ora abbattendo i muri di indifferenza che separavano i copti ortodossi dai cattolici. Come ha detto Francesco: «Quanti martiri in questa terra, fin dai primi secoli del Cristianesimo, hanno vissuto la fede eroicamente e fino in fondo versando il sangue piuttosto che rinnegare il Signore e cedere alle lusinghe del male o anche solo alla tentazione di rispondere con il male al male. Ben lo testimonia il venerabile Martirologio della Chiesa Copta. Ancora recentemente, purtroppo, il sangue innocente di fedeli inermi ci unisce».

Questa comunione spirituale ha ora raggiunto un traguardo di grandissima importanza. Francesco e Tawadros II hanno firmato una dichiarazione congiunta che riconosce un unico battesimo per le due Chiese e sopprime l’usanza, invalsa nella Chiesa copta dei tempi moderni, di ribattezzare coloro che provenivano dal cattolicesimo. La via dell’unione fraterna è così realmente tracciata. In tal modo il viaggio di Francesco ha aperto lo sguardo del mondo su un modello possibile di coesistenza amichevole tra musulmani e cristiani e sulla comunione tra cattolici ed ortodossi. Una sorta di miracolo che ha preso piede in una terra, l’Egitto, che rappresenta da sempre un faro di civiltà per il mondo islamico e un esempio, di fatto, di coesistenza tra musulmani e cristiani.

Di fronte a questo «miracolo» non può non sorprendere la chiusura e l’acrimonia di coloro che dentro la Chiesa, hanno fatto dell’opposizione a questo Papa una professione. Di fronte ad un viaggio, che essi pronosticavano come prova di cedevolezza di Bergoglio all’Islam, delusi dalle attese hanno ripiegato su altri argomenti per poter denigrare quello che, agli occhi di tutti, è apparso come un successo. Nella galleria delle accuse spicca l’uso della frase: «Meglio non essere credenti, piuttosto che cristiani ipocriti», fatta dal Papa nello stadio di fronte ai copti cattolici. Una frase che documenterebbe una banalità anticristiana, un’offesa a coloro che rischiano la vita per il nome i Cristo. I critici impagabili dimenticano qui di ricordarci che il cristiano «ipocrita» non rischierebbe certo la sua vita e che il grido contro i farisei «ipocriti» risuona costantemente nel Vangelo.

I critici impagabili non ricordano che dell’Ecumenismo del sangue, del sacrificio dei martiri cristiani, il Papa ha parlato a lungo di fronte al patriarca Tawadros. C’è poi chi ha rimproverato il Papa per le sue «banalità» sociologiche, per aver affermato che: «Per prevenire i conflitti ed edificare la pace è fondamentale adoperarsi per rimuovere le situazioni di povertà e di sfruttamento, dove gli estremismi più facilmente attecchiscono». Anche qui il critico di professione dimentica, o fa finta di dimenticare, una verità ovvia, e cioè che nelle banlieues, nelle situazioni di emarginazione, di ghetto etnico, maturano facilmente odio e risentimento, brodo di coltura di ogni follia, anche di quella religiosa. Tutte queste considerazioni sono, comunque, banali.

Ciò che colpisce nei critici impagabili, dopo un viaggio così rischioso e difficile da parte del Pontefice, è la cura del «dettaglio». Non potendo denigrare il Papa per l’insieme a motivo del successo, non potendolo accusare di «eterodossia», spostano l’attenzione sul «particolare». Dirottano l’attenzione, prelevano una singola frase fuori dal contesto, e presentano Francesco come uno sprovveduto, un pericoloso progressista, un pericolo per la Chiesa. Il Papa ha appena firmato un atto storico di riconciliazione con il patriarca Tawadros e loro presentano Bergoglio come una minaccia. Non una sola parola sul superamento del doppio battesimo, non una parola sull’Ecumenismo del sangue, non una parola sull’abbraccio, senza sincretismi, con l’iman Al Tayyib, non una sul rispetto e l’ammirazione di fronte ad un papa che ha detto apertamente, nella sede della Conferenza internazionale sulla pace: «Io sono cristiano».

Tutto ciò per i critici di professione non significa nulla. Di tutto ciò non bisogna parlare perché rischia di smentire l’immagine che propagandano del Papa. E allora ecco la strategia del «dettaglio»: portare in primo piano un frammento e nascondere l’intero. Questa operazione, senza scomodare Sartre, ha un nome: malafede. Chi opera, sistematicamente, in questo modo, chi non si lascia mai interrogare da ciò che accade realmente, è in malafede. Deve difendere, a priori, un punto di vista che non è in grado di riconoscere quanto lo Spirito opera oggi nella storia. La malafede è il pre-giudizio che blocca ogni ragion critica. La fonte di essa è duplice. Una, di ordine ideologica, è più scontata. Coloro che, sistematicamente, avversano il Papa lo fanno, per lo più, perché si collocano in un ambito politico reattivo che vorrebbe lo scontro aperto con l’Islam e che avversa la questione sociale in tutte le sue manifestazioni. Ogni richiamo a quest’ultima appare come una posizione filo-marxista. La Chiesa lamenta qui l’oblio della dottrina sociale che, dopo l’89, è stata riposta in soffitta.

L’altra fonte della critica sistematica è di ordine mistico. Rappresenta un mistero il fatto che taluni che si professano «cattolici» possano realmente pensare che il Pontefice sia una figura dell’Anticristo. Questa fede, sostenuta dai profeti di sventura, ha, nella sua origine, qualcosa di enigmatico. I professionisti della critica papale non sono solo dei radicalconservatori che vanno contro la tradizione. Sono anche dei mistici, fautori di una mistica negativa suggestionata da profetesse e da lampi su S. Pietro, per i quali le tenebre della notte sono calate sulla Chiesa e l’apocalisse è imminente. Mistici del negativo che non vedono né la grazia che accade, né le vere tragedie che incombono sul nostro tempo. Abituati alla malafede, ad usare il dettaglio per nascondere la verità dell’insieme, i critici sono travolti dal loro stesso metodo. Non hanno più occhi né per la grazia né per il peccato. Vedono il peccato là dove risplende la grazia di una testimonianza che sorprende il mondo e vedono la grazia in una critica negativa che dissolve la credibilità cristiana e la fiducia nella Chiesa. La loro ossessione è gettare fango, ogni giorno, sul successore di Pietro. Una malattia dell’anima, oltre che della mente.


Insieme per un Dio di misericordia, non di violenza

Come mai era avvenuto da secoli, l’incontro in Egitto tra papa Francesco e il papa copto Tawadros II ha un valore storico. Lo dice Massimo Borghesi in questo contributo video pubblicato sabato 29 aprile su IlSussidiario.net. E un valore altrettanto importante hanno avuto gli incontri con gli esponenti dell’Islam. Il “miracolo” di papa Francesco: unire leader di religioni diverse nella proclamazione di un Dio di misericordia.

Il primo giorno del viaggio apostolico di papa Francesco in Egitto conferma l’eccezionalità dell’evento, una data storica. L’incontro tra il pontefice romano e tre protagonisti della vita egiziana: il presidente Abdel Fattah al Sisi, il grande Imam di al Azhar Ahmed al Tayyib e il patriarca copto Tawadros, ne è la conferma. Tre protagonisti uniti da un vincolo ideale maturato nell’opposizione alla violenza religiosa che, in tempi recenti, ha trovato le sue facili vittime nei cristiani copti oggetto di attentati e di massacri.

Nel suo viaggio al Cairo, ad appena tre settimane dal massacro delle domenica delle Palme, sfidando ogni timore per la propria incolumità, il Papa è venuto a sostenere la testimonianza dei cristiani. Come ha detto nella sede del patriarcato ortodosso, nel cuore del Cairo, di fronte a Tawadros: “Quanti martiri in questa terra, fin dai primi secoli del cristianesimo, hanno vissuto la fede eroicamente e fino in fondo versando il sangue piuttosto che rinnegare il Signore e cedere alle lusinghe del male o anche solo alla tentazione di rispondere con il male al male. Ben lo testimonia il venerabile Martirologio della Chiesa Copta. Ancora recentemente, purtroppo, il sangue innocente di fedeli inermi è stato crudelmente versato. Le vostre sofferenze sono anche le nostre sofferenze, il loro sangue innocente ci unisce. Rinforzati dalla vostra testimonianza, adoperiamoci per opporci alla violenza predicando e seminando il bene, facendo crescere la concordia e mantenendo l’unità, pregando perché tanti sacrifici aprano la via a un avvenire di comunione piena tra noi e di pace per tutti”. E’ la via dell’ecumenismo del sangue che unisce oggi la Chiesa di Pietro e quella di Marco, come mai era avvenuto da secoli.

Oltre all’abbraccio con il patriarca copto c’è stato anche quello, forte ed intenso, con il grande imam al Tayyib. Anche qui, ricordando il gelo che era caduto tra al Azhar e san Pietro in anni recenti, si tratta di un evento. Il Papa pellegrino non ha portato il suo sostegno solo alla comunità cristiana colpita ma anche ai musulmani egiziani, volti ad isolare le correnti fondamentaliste che li insidiano dall’interno e sono responsabili delle violenze contro i cristiani. Francesco, riconosciuto come uomo di Dio, ha realizzato il miracolo di unire musulmani, cristiani copti ortodossi, copti cattolici, nella proclamazione di un Dio di misericordia, non violento.

L’ecumenismo del sangue non ha solo unito cattolici e copti, avviati più che mai ad un cammino di comunione, ma, altresì, copti ed islamici, sancendo il fallimento del terrorismo islamista il cui scopo è di dividere l’Egitto, di scatenare rancore e odio tra le sue componenti religiose. Un progetto nefasto che ha trovato un muro, quello della testimonianza offerta dalle vittime e dai parenti delle vittime la quale ha suscitato l’ammirazione dei credenti musulmani. Così alla Conferenza internazionale per la pace, promossa dall’università di al Azhar, le parole del Papa, volte a dissociare la religione dalla violenza, sono risuonate come quelle di un “ospite caro”, espressione ribadita ben tre volte dal presidente al Sisi. Francesco è “un ospite caro in Egitto”. Lo è per il presidente come per il grande imam al Tayyib il quale ha ringraziato il pontefice per aver difeso l’islam dall’accusa di essere una religione di terroristi. Tanto lui, quanto al Sisi hanno denunciato apertamente le “forze del male che pretendono di parlare a nome dell’islam”, impegnandosi per purificare l’immagine pubblica della religione da visioni errate.

A loro il Papa si è rivolto con paterna fermezza: “Dio, amante della vita, non cessa di amare l’uomo e per questo lo esorta a contrastare la via della violenza, quale presupposto fondamentale di ogni alleanza sulla terra. Ad attuare questo imperativo sono chiamate, anzitutto e oggi in particolare, le religioni perché, mentre ci troviamo nell’urgente bisogno dell’Assoluto, è imprescindibile escludere qualsiasi assolutizzazione che giustifichi forme di violenza. La violenza, infatti, è la negazione di ogni autentica religiosità. In quanto responsabili religiosi, siamo dunque chiamati a smascherare la violenza che si traveste di presunta sacralità, facendo leva sull’assolutizzazione degli egoismi anziché sull’autentica apertura all’Assoluto. Siamo tenuti a denunciare le violazioni contro la dignità umana e contro i diritti umani, a portare alla luce i tentativi di giustificare ogni forma di odio in nome della religione e a condannarli come falsificazione idolatrica di Dio: il suo nome è Santo, Egli è Dio di pace, Dio salam. Perciò solo la pace è santa e nessuna violenza può essere perpetrata in nome di Dio, perché profanerebbe il suo Nome. Insieme, da questa terra d’incontro tra Cielo e terra, di alleanze tra le genti e tra i credenti, ripetiamo un “no” forte e chiaro ad ogni forma di violenza, vendetta e odio commessi in nome della religione o in nome di Dio. Insieme affermiamo l’incompatibilità tra violenza e fede, tra credere e odiare. Insieme dichiariamo la sacralità di ogni vita umana contro qualsiasi forma di violenza fisica, sociale, educativa o psicologica. La fede che non nasce da un cuore sincero e da un amore autentico verso Dio Misericordioso è una forma di adesione convenzionale o sociale che non libera l’uomo ma lo schiaccia. Diciamo insieme: più si cresce nella fede in Dio più si cresce nell’amore al prossimo”.

Francesco, nel suo viaggio in Egitto, sta ripercorrendo le orme del suo omologo, san Francesco che, in tempi di guerra, osò dialogare apertamente con il Sultano Malik al Kamil. Allo stesso modo oggi, in un mondo che si muove pericolosamente di guerra in guerra, il Papa è l’uomo della pace, colui che sostiene il volto misericordioso di Dio contro l’idolatria diabolica del Dio violento, strumento del potere dell’uomo. “Oggi - ha dichiarato - c’è bisogno di costruttori di pace, non di armi; oggi c’è bisogno di costruttori di pace, non di provocatori di conflitti; di pompieri e non di incendiari; di predicatori di riconciliazione e non di banditori di distruzione”.

E’ un tempo pericoloso dove le religioni, sfruttate da ideologie aberranti, tendono a dividere. Per questo la critica alla teologia politica è il compito di ogni autentica posizione religiosa. L’unità tra musulmani, ortodossi, cattolici, confortata dalla presenza di Francesco è un segno che ha un valore storico. Lo è anche per la terra che ha ospitato l’evento. L’Egitto, per la sua storia millenaria di civiltà, è il faro del mondo arabo. La convivenza tra cristiani e musulmani che, tra alti e bassi, lo ha caratterizzato, rappresenta un esempio di coesistenza. Un esempio detestato dai fanatici islamisti che bramano una pulizia etnico-religiosa. Il dialogo, il rispetto, l’abbraccio fraterno, simbolizzati nella giornata odierna, lasciano sperare che l’esempio egiziano di coesistenza possa divenire, a breve, un vero e proprio modello a cui guardare. Questa, ne siamo certi, è la speranza e la preghiera del Papa.

 


Un video per ricordare don Giacomo

di Massimo Borghesi. A cinque anni dalla morte di don Giacomo Tantardini, ospitiamo un contributo video di Massimo Borghesi, filosofo, per ricordare la figura del sacerdote lombardo e presentiamo un articolo da lui scritto per Tracce.it e ripubblicato in questi giorni. Don Giacomo è una figura importante per la Rosmini. Fu Papa Francesco, quando era cardinale, a scrivere la prefazione de “Il tempo della Chiesa secondo Agostino”, il libro che raccoglie gli incontri dell’Associazione Rosmini sull’attualità di sant’Agostino che lo vedevano come relatore. Le lezioni si sono tenute nell’aula magna dell’Università di Padova, nel corso di tre anni accademici, dal 2005 al 2008. Il testo è stato editato da Città Nuova nel 2009 per la collana Studi Agostiniani e fa seguito all’analogo volume “Il cuore e la grazia in sant’Agostino”, che raccoglie gli anni accademici 2002-2005.

Don Giacomo: afferrato in Cristo

di Massimo Borghesi

19/04/2017 - L’amicizia di don Giussani. Gli anni del "Sabato" e di "30Giorni". E poi sant’Agostino, Péguy, santa Teresina... Un amico di lunga data ricorda il sacerdote scomparso il 19 aprile del 2012, che ha segnato la storia del movimento

È con commozione e somma gratitudine che ricordo colui che mi ha accompagnato per più di metà della mia vita e che è stato per me padre, fratello, amico. Commozione e gratitudine, due parole che gli erano care, che lo hanno segnato in particolare nel corso degli ultimi quindici anni. Moltissimi di coloro che lo hanno conosciuto ricordano la sua intensa comunicazione della fede capace di coinvolgere i giovani più lontani, l’appassionato promotore di opere e di iniziative sociali, l’acuto ed intelligente ispiratore de il Sabato nei caldi anni Ottanta e Novanta, il polemista, talvolta intransigente, la sua forte personalità. Una figura che ha lasciato un segno, profondo, nel cattolicesimo militante di allora. Tutto questo era don Giacomo. Eppure l’uomo e il sacerdote che era tornato a Roma, dopo il biennio trascorso a Salamanca nel 1997-98, era una persona diversa. L’“esilio” spagnolo, confortato dall’abbraccio e dall’amicizia di don Giussani, lo aveva cambiato. Non era più il militante e il combattente per la fede che ti sorprendevano, ma l’umiltà del sacerdote, l’intensità della preghiera, la tenerezza e la forza con cui ti abbracciava, il tempo vissuto senza ansia. Era mutata la prospettiva e il cuore si era allargato. In un articolo del 2001, “Ciò che conta è lo stupore”, dedicato a Péguy e pubblicato su 30Giorni, dirà che tre intuizioni non erano a lui evidenti negli anni Novanta. La prima era che il mondo prosperava anche senza Gesù. Ciò toglieva alla fede ogni risentimento. La seconda, che la scristianizzazione era opera dei chierici e non del mondo. La terza è che questa scristianizzazione, come diceva Péguy, nasceva da un errore di mistica, dal toglimento del mistero come operare della grazia. Commentando, don Giacomo affermava: «Non hanno mai incontrato la grazia, cioè l’attrattiva Gesù, non l’hanno mai incontrata nel sensibile».

L’attrattiva Gesù era il titolo dell’opera di don Giussani che, secondo lui, raccoglieva «forse le cose più belle che ha detto». Ricordava, in proposito, come Giussani gli avesse confessato: «Vedi, mi avevano proposto come titolo L’affezione a Cristo. Ma io ho suggerito L’attrattiva Gesù. E anche quella volta mi ha guardato e ci siamo guardati commossi e grati per la grazia di una “comunanza dello spirito” (Fil 2,1). “Comunanza di spirito” che ha voluto esprimere davanti a tutti con la frase: «L’entusiasmo della dedizione è imparagonabile all’entusiasmo della bellezza. Il nostro sì a Gesù nasce infatti dall’attrattiva che Lui è. E così è possibile dire sempre sì, perché il sì coincide con una domanda: “Vieni” (Ap 22,17). Come da bambini avevamo imparato a cantare alla Comunione: “Gesù caro, vieni a me, e il mio cuore unisci a Te…”». Era uno dei canti che aveva fatto imparare durante la messa del sabato sera a San Lorenzo al Verano a Roma. Da bambino aveva imparato che Gesù era “caro”, aveva imparato ad amarlo. Da grande aveva compreso che «per amare bisogna prima essere amati. Bisogna prima essere contenti di essere amati». Si può amare Cristo perché si fa esperienza dell’essere amati da Lui, la risposta precede la domanda, così che la fede sorge da un grande amore. Ricordava spesso sant’Agostino per il quale Pietro era più buono, ma Giovanni era più felice, perché amato di più da Gesù. Era, questo, il dono dei testimoni. In lui assumeva spesso il volto di una singolare tenerezza con i bambini, di un’attenzione ai bisognosi.

Testimonianza e tradizione. Nell’articolo su Péguy si domanderà: «Nel tempo dell’esilio che cosa viene donato? Tre cose questi anni hanno donato. Per usare le parole di Péguy, la prima: il catechismo della parrocchia natale, quello dei bambini piccoli». Per questo aveva fatto ripubblicare da 30Giorni i due volumetti della Dottrina Cristiana editi delle Edizioni Paoline del 1955, con le belle immagini a colori. «La prima cosa è che questa inermità rende care, care come non mai, le cose semplici della tradizione della Chiesa». Di qui, la commozione quando Giussani parlava del «mio seminario», quello di Venegono, lo stesso frequentato da lui, con gli stessi maestri. La seconda cosa donata, nel tempo dell’esilio, era la preghiera. «Se è un’attrattiva che accade, l’uomo può solo aspettare. La modalità per aspettare, la modalità sono le formule più semplici della preghiera cristiana». Il volumetto Chi prega si salva, con introduzione del cardinal Ratzinger, edito da 30Giorni in migliaia di copie in tutto il mondo, era l’espressione di questa esigenza. La terza cosa era che «la stagione dei militanti è definitivamente passata».

Personalmente, seguendo Péguy, si definiva come «un cristiano della parrocchia, che ama il catechismo che ha studiato da bambino, che recita le Ave Maria del Santo Rosario, perché il resto, tutto, accade per grazia».

L’ultimo periodo della sua vita lo ha visto, nel dolore e nella prova della malattia, presente fino all’ultimo alla messa vespertina del sabato a San Lorenzo, anche quando il venir meno delle forze e la tosse persistente gli impedivano di parlare. Domenica 15 aprile, in clinica, ha partecipato in silenzio alla santa messa. Alla fine ha guardato coloro che erano presenti, ad uno ad uno, con affetto indicibile, come chi guarda coloro che sono cari per un’ultima volta. Nella casa che lo ha ospitato negli ultimi mesi, negli scaffali, oltre ai testi di Giussani e all’Opera omnia di Agostino, l’autore amato a cui aveva dedicato tre volumi e le sue lezioni all’Università di Padova, c’erano innumerevoli immagini di santa Teresina a cui era molto affezionato. Rievocando a suo tempo la figura di Giussani aveva scritto: «Un giorno sorridendo mi disse: “Vedi, in Paradiso tu starai vicino a santa Teresa di Gesù Bambino”. E io, ridendo: “Se ci sarai anche tu vicino”».


Dagli attentati a Parigi al viaggio del papa in Egitto, l’intervento di Borghesi a Radio Vaticana

Rassegna stampa con ospiti esterni come consueto a Radio Vaticana. Venerdì 21 aprile alle 9 di mattina in studio Massimo Borghesi, docente di Filosofia morale all’Università di Perugia. Al centro dell’attenzione l’attentato degli Champs Elysees. Borghesi non crede alla “strategia dei lupi solitari” di cui parlano i giornali, ritenendoli piuttosto ispirati e teleguidati dall’esterno. Un attentato che può influire sui risultati delle elezioni, accrescendo i consensi alla destra lepeniana.

Ecco l’audio della conversazione.

«È come se i terroristi volessero favorire le forze ostili al mondo musulmano in modo da trovare respiro loro stessi nella loro lotta frontale all’occidente», afferma il filosofo. Quanto all’incontro tra Gentiloni e il presidente americano Trump, per Borghesi a parte la curiosità per l’interlocutore, Trump sa di parlare con un paese che ha buoni rapporti con il mondo arabo e con Putin, e che quindi può svolgere una funzione utile per gli stessi Stati Uniti. In realtà in questo momento sembra che la Casa Bianca «non abbia una strategia ben definita».

Tornando alla Francia, il paese transalpino, così come il Belgio si sono dimostrati «impreparati verso questa nuova stagione di terrorismo», in una situazione in cui viene a saltare il concetto di prima e seconda generazione. Quest’ultima, che avrebbe dovuto essere pienamente integrata, continua ad alimentare l’islamismo radicale. «Il problema non è l’Islam, ma l’islamismo radicale, un’ideologia che sfrutta l’Islam per affermarsi», dice Borghesi. Hollande in questo senso «si è rivelato un inetto, occorre stabilire un’alleanza forte con tutto l’Islam che rifiuta il terrorismo, isolando le connivenze». Se non si procede in questo senso si va verso una generale affermazione delle forze di destra e un possibile collasso dell’Unione europea.

Si passa poi a parlare dell’imminente viaggio di papa Francesco in Egitto, che si terrà il 28 e 29 aprile. «Un viaggio che ha un valore eccezionale proprio alla luce degli avvenimenti tragici che stiamo commentando», spiega Borghesi. «L’Egitto è il paese più importante del mondo arabo, quello in cui come il Libano c’è la maggiore coabitazione tra cristiani e musulmani, il viaggio del papa si iscrive in questa possibilità di modificare un quadro storico che guardiamo tutti con preoccupazione».

« Questo viaggio è un miracolo generato dall’ecumenismo del sangue», afferma il filosofo di Sansepolcro, «fino a pochi mesi fa che il papa, Tawadros II e Bartolomeo potessero incontrarsi in una situazione del genere era impensabile. Non so se la stampa abbia realizzato la novità di questo evento, certo frutto della testimonianza autorevole di papa Francesco. La vera alternativa in questo momento è se la religione è fonte di pace o di violenza e l’abbraccio tra i tre leader religiosi che si verificherà al Cairo è un fatto importantissimo in questo quadro».

«Che il papa dica che Gesù è vivo significa che la fede in Cristo è vita, non è morte». Come da una parte l’Isis è solidale al nichilismo contemporaneo, una vera versione diabolica del religioso, al contrario nella visione del papa la religione è fonte di vita. Se il cristianesimo è grazia, come ha detto più volte papa Francesco, non può essere imposto con la forza, non può coincidere con uno stato terreno.


Chiese vuote e pochi preti. È la crisi del modello religioso italiano?

Su Il Foglio, di martedì 18 aprile, è stato pubblicato un ampio articolo a firma di Matteo Matzuzzi dal titolo “Il ruolo di laici e movimenti, Chiese vuote e pochi preti. È la crisi del modello religioso italiano”. Occorre «prendere atto della fine di un’epoca scandita dai rintocchi dei campanili», scrive Matzuzzi, «capire, insomma, che “L’Angelus” di Jean-François Millet, fotografa un tempo ormai andato». Sul tema intervengono vari esperti di altro livello, soprattutto sociologi: Luca Diotallevi, il direttore del Cesnur (Centro studi sulle nuove religioni) Massimo Introvigne, Franco Garelli, oltre a Massimo Borghesi, ordinario di Filosofia morale all’Università di Perugia. Riportiamo qui gli interventi di Borghesi.

 

“La secolarizzazione non è certo irreversibile”, dice al Foglio il professor Massimo Borghesi, professore ordinario di Filosofia morale all’Università di Perugia. “Tutto il periodo che va dal 1989 al 2001 è stato segnato dal trionfo della secolarizzazione che, peraltro, s’era già affermata negli anni Settanta. L’occidente considerava come dogma l’irreversibilità di questo fenomeno e, al contempo, la restrizione della cristianizzazione ad ambiti riservatissimi”. Poi è cambiato tutto: “Con l’11 settembre 2001, questo schema è entrato in crisi. La religione è stata riportata in primo piano, sia nella sua valorizzazione positiva sia nel suo aspetto più aberrante, come accade nel terrorismo religioso. Assistiamo da allora al ritorno del momento religioso come qualificante la modernità”. Insomma, “la dimensione religiosa non era morta: era semplicemente sopita”. Nelle ventisettemila parrocchie italiane, vedere questa rinascita è impresa spesso ardua. Spostandosi dal centro e andando in quelle periferie (anche geografiche) di cui tanto parla il Papa si vedono i segni del cambiamento, che è prima di tutto culturale: a messa, la domenica, ci va sempre meno gente, anche se è bene procedere con i piedi di piombo nell’elevare a dogma certe sensazioni. (…)

La domanda, a questo punto, dato il contesto profondamente mutato è se sia preferibile la situazione odierna, con pochi fedeli ma buoni, cioè convinti di quel che si celebra durante la messa o se fosse preferibile la situazione precedente: chiese affollate ma scarsa sensibilità per il Mistero. “Potenzialmente era meglio allora, nel senso che prima della celebre rivoluzione antropologica pasoliniana c’era un popolo cristiano”, spiega Borghesi. “Negli anni Cinquanta c’erano ancora un ethos, una sensibilità permeati dalla fede, anche quando questa non veniva esplicitamente professata. La sensibilità morale era quella e c’era una grande partecipazione popolare ai riti della tradizione cristiana”. Il “vero problema”, aggiunge, “è che la chiesa non si dimostrò all’altezza di quella partecipazione. A fronte di una società che stava cambiando a livello sociale e di mentalità, con l’introduzione della tv e del modello americano, la chiesa si limitò a un messaggio di tipo morale e - aggiungerei - a una morale di tipo moralista. Tralasciando, così, una proposta cristiana che arrivasse al cuore delle persone e che, soprattutto, potesse diventare proposta di vita capace di accompagnare i laici nella vita normale, non solo in quella domenicale”. Insomma, questo è stato il limite: “Si è persa una tradizione popolare e non si è stati all’altezza del momento storico. Da qui deriva il messaggio di Papa Francesco, così poco compreso, concernente la priorità dell’annuncio sulla dottrina morale”. (…)

Borghesi si richiama al Papa: “Francesco ci ha detto di stare attenti, avvertendoci che abbiamo sbagliato nell’educazione dei laici perché abbiamo preteso che i laici impegnati fossero solamente quelli che entravano nel consiglio pastorale. E così abbiamo formato un’élite laicale che è assolutamente clericale. Questa è la pretesa di utilizzare i laici secondo una logica clericale. Bisogna invece entrare in una logica che sostenga i laici nel vivere la fede nella normalità della vita quotidiana”. Quanto alle parrocchie, è vero che c’è una distribuzione diseguale, anche se in primo luogo essa è qualitativa: “Ce ne sono alcune che svolgono un compito notevole, in diversi campi. In altre, invece, si respira un clima stantio, vecchio. Un clima, per l’appunto, clericale”. (…)

Il professor Borghesi è convinto che la chiave di volta per invertire la rotta possa, in qualche modo, essere rappresentata da Francesco. Non c’entrano le disquisizioni sulla contabilità delle folle osannanti, ma “il carisma di questo Pontefice, che viene dall’esperienza del cristianesimo popolare latinoamericano e che sta indicando la possibilità di un nuovo incontro tra fede e realtà popolare. Lo fa puntando sulle persone semplici, su un messaggio evangelico che va direttamente al cuore dei vicini così come dei lontani. La gente in molti casi torna a messa”. Merito di Bergoglio? “Non dico dipenda solo dal Papa, sia chiaro. Ma qualcosa si è messo in moto. Poi, dipende molto dal parroco: la gente torna ad andare a messa la domenica se trova parroci che hanno umanità e cuore”. Spesso, le realtà parrocchiali “più vive” sono quelle guidate dai movimenti, anche se, commenta Borghesi, “pensare che le parrocchie rette da movimenti siano le uniche vive o destinate a sopravvivere, non è giusto. E’ necessario, certo, che il parroco sia aperto anche a queste esperienze, soprattutto (e in primo luogo) come provocazione a lui. Ancora una volta, bisogna uscire da se stessi e lasciarsi interrogare dai bisogni e da quanto di vivo è intorno a noi”. (…)