Robert Capa. Quando la memoria non rimane nostalgia ma diventa provocazione

mostra_capa_07[1]Vi proponiamo un commento dell’architetto bellunese Alberto De Biasio alla mostra ROBERT CAPA. “LA REALTÀ DI FRONTE”, aperta fino al 2 febbraio a Villa Manin di Passariano di Codroipo. Un commento che diventa anche un invito a visitare la mostra e soprattutto a lasciarsi provocare da immagini che non lasciano indifferenti.

 

Il sito internet della mostra

 

“Avevo scattato l’ultima foto dell’ultimo soldato che muore. Nell’ultimo giorno cade sempre qualcuno degli uomini migliori, ma i sopravvissuti faranno presto a dimenticare.” Con queste parole, venate di una certa disincantata malinconia, Robert Capa il più grande corrispondente di guerra del ventesimo secolo, ci invita alla mostra di Villa Manin a Passariano, che chiude i cancelli il 2 febbraio prossimo. Un’occasione imperdibile per non dimenticare quel mattatoio di eventi tragici ed eroici ad un tempo, che hanno segnato il secolo appena trascorso. Gli scatti in bianco e nero che il fotografo di origine ungherese ci regala meritano davvero di essere incontrati.

Capa, come ci ricorda Steinbeck, “...era in grado di fotografare il pensiero, le sue foto catturano un intero mondo.” Andateci se potete con amici, figli e nipoti: la semplicità dell’esposizione e la coinvolgente colonna sonora di sottofondo vi trasporteranno indietro nel tempo al punto che non riuscirete più a rimanere tranquilli spettatori.

Provocato da quanto ho visto mi sono chiesto per giorni da dove nasca la straordinaria capacità evocativa di questi scatti. Non ho trovato altra risposta che quella sua disponibilità a lasciarsi intrappolare dalla realtà dei fatti, partecipandovi fino a morirne. Il corpo di Capa infatti sarà dilaniato in Indocina da una mina antiuomo, mentre segue l’avanzata della fanteria francese tra le risaie del Vietnam (1954).

“Se le tue foto non sono abbastanza buone, vuol dire che non sei abbastanza vicino”. Ecco il semplice criterio che Capa aveva scelto per giudicare il suo lavoro.

Ecco forse anche la cifra della sua poetica, che attraverso semplici immagini ci mette in assoluta empatia con uomini e donne ritratti oltre mezzo secolo fa: lasciarsi ferire da ciò che accade. Questa ferita, prima di aggredire il suo fisico, segnò il fotografo nel profondo dell’animo fino a fargli confessare “...non è facile starsene sempre da una parte senza poter fare nulla, tranne registrare le sofferenze che vedi attorno a te”. Una ferita così profonda da provocare un desiderio paradossale e per questo profondamente autentico: “...poco per volta mi sembra di diventare un avvoltoio ... il più caro augurio di un corrispondente di guerra e di essere disoccupato.”

 

Alberto De Biasio, architetto


Che cos’è la cultura? Un inedito fulminante di Giovanni Testori

b__10[1]Bisogna avere il coraggio di tornare sempre ai maestri. Giovanni Testori (nella foto), pur senza mai proporsi come tale, è tra questi. Del grande scrittore, drammaturgo, pittore e critico d’arte vi proponiamo una pagina straordinaria sul senso di fare cultura oggi, che spoglia questo termine da ogni intellettualismo e la restituisce al suo vero soggetto, il popolo. Altra parola che oggi sembra svuotata di significato: «Cultura è la forma di tutte le ore, di tutti i giorni, i mesi, gli anni della nostra esistenza, sentita come rapporto di comunione, come rapporto totale di uomini che sono chiamati a costruire la loro storia, il tessuto di speranza e non il non senso di lacerazione e di una disperazione».

Chi è Giovanni Testori

Il sito internet dell’Associazione Giovanni Testori

Che cos’è la cultura?

È una parola che si è usata, si usa e della quale si abusa spesso, senza che nessuno abbia più il coraggio di misurare che cosa significhi e che cosa sia oggi fare cultura.

Normalmente si crede che cultura sia, settorialmente, fare scienza, arte, medicina, cinema, filosofia.. queste secondo le definizioni assolutamente parziali della cultura in cui viviamo, per cui ci si sarebbe alcuni privilegiati addotti a proporre agli altri questa loco conoscenza, lo sviluppo di questa conoscenza nei vari settori. Il resto dell’umanità, quello che lavora, studia va in fabbrica, la donna che sta a casa, la madre , il padre, il prete, il maestro, non farebbe cultura. Se cultura fosse ciò, si assisterebbe ad una separazione che è contro il principio stesso di cui di è parlato all’inizio, che vivo, proprio per sua natura, proprio perché Dio vi ha messo il suo sigillo, in ogni uomo.

Cultura è la forma, non in senso estetico ma intesa proprio nel significato biblico, cioè la forma creata, che assume in un determinato momento della storia la conoscenza e la coscienza religiosa, perché non può essere altrimenti che religiosa, dell’uomo

In questa definizione, una madre, un padre che realizzano la propria famiglia, un operaio che lavora, se viene data loro la coscienza o la conoscenza dell’essere madre, padre, operaio, se non si compie su di loro l’azione terroristica di considerarli in uno stato subalterno, creano veramente la forma di vita, fanno cultura, esattamente come un letterato, un giornalista, con la stessa dignità. Non esiste la possibilità di separare, nel peso, nel valore, nella grandezza, la forma che un operaio dà della propria coscienza d’essere operaio e di come svolge questo suo atto di cultura, dalla coscienza che un romanziere ha dello scrivere un romanzo. Nel momento in cui uno dei due si crede determinato in questa forma totale che è la cultura ...dalla coscienza che un romanziere ha dello scrivere un romanzo. Nel momento in cui uno dei due si crede determinato in questa forma totale che è la cultura, si opera una prima lacerazione, un primo atto di terrorismo. Le differenze sono le voci diverse di un unico coro. La definizione di cultura che ho dato può sembrare nuova, inedita credo che sia rivoluzionaria nel senso della speranza. Lo dico non per accontentare tutti, ma perché credo che cultura sia scrivere un libro come crescere i figli, come si va in chiesa o come non si va, come ci si mette davanti alla televisione o come si legge un giornale. Cultura è la forma di tutte le ore, di tutti i giorni, i mesi, gli anni della nostra esistenza, sentita come rapporto di comunione, come rapporto totale di uomini che sono chiamati a costruire la loro storia, il tessuto di speranza e non il non senso di lacerazione e di una disperazione. Ciò che stiamo facendo stasera e la proposta che vi è stata fatta è proprio un atto di cultura in questa direzione, tanto è vero che non si privilegia nessuno. Questo riconsiderare la possibilità di una vita diversa, nuova, pienamente umana di un paese, al di fuori dei modelli imposti dall’altra cultura, è proprio nel senso che ho cercato di dire.

Questa proposta è un atto di cultura di una comunità che si ritrova per dare una forma alla vita del paese, un cui tutte le possibilità di ognuno concorrano dialetticamente, non nella dialettica della materia, ma della totalità del mondo, non in quella del consumo, ma in quella dell’amore, della giustizia, della speranza che sono in ognuno di noi e nella nostra comunità... Io non ho fatto altro che rendere esplicita l’immagine di cultura che già nella vostra proposta è contenuta e che ora comincia a nascere, a balbettare, a muoversi in questa direzione nuova, veramente umana, nel riconoscersi fratelli, dentro il disegno che siamo chiamati ad incarnare, secondo il volere del Padre

Giovanni Testori, Biassono 20 marzo 1980


La Sindone: un mistero che sfida la scienza

414px-Hungarianpraymanuscript1192-1195[1]L’Associazione culturale Rosmini segnala che la Domus Familiae Padre Daniele organizza un ciclo di incontri alla scoperta del tema: “La bellezza che nasce dalle ceneri, salverà il mondo”. Sabato 25 gennaio 2014 ore 21.00 nella sede Domus di via Rolandino 2 – 35030 Sarmeola di Rubano (PD) (tel. 393-9414650) il prof. Giulio Fanti presenta: “La Sindone: un mistero che sfida la scienza”.

Nonostante la Sindone sia l’oggetto di gran lunga più indagato nella storia dell’archeologia, rivela sempre nuove scoperte e anche “la Chiesa affida agli scienziati il compito di continuare ad indagare” (Giovanni Paolo II).

Il Prof. Fanti guiderà l’uditorio in un percorso nel dialogo tra “scienza e fede”, alla scoperta di un oggetto che può essere l’opera di un genio mai riconosciuto, o la testimonianza storica del più importante Mistero Cristiano.

Giulio Fanti è professore associato nel dipartimento di Ingegneria Industriale dell’università di Padova e da anni è un attivissimo sindonologo. Il 20 marzo 2013 è uscito un suo libro (scritto assieme al giornalista Saverio Gaeta): Il mistero della Sindone: Le sorprendenti scoperte scientifiche sull’enigma del telo di Gesù (Rizzoli, 235 p., € 18). In quarta di copertina si legge: “Le ricerche scientifiche che dimostrano l’errore della datazione medievale della Sindone e la riportano all’epoca di Cristo”.


Hannah Arendt, a Padova il film di von Trotta nella Giornata della memoria

hannah_arendt[1]LUNEDI' 27 GENNAIO - ore 18.30 e ore 21.10
e
MARTEDI' 28 GENNAIO - ore 18.30 e ore 21.10
proiezione del film
HANNAH ARENDT
(Germania 2012, 113')
di Margarethe Von Trotta
con Barbara Sukowa (Hannah Arendt), Axel Milberg (Heinrich Blücher), Janet McTeer (Mary McCarthy), Julia Jentsch (Lotte Köhler), Ulrich Noethen (Hans Jonas)

MPX - Multisala Pio X
Via Bonporti, 22 • zona Duomo • 35141 Padova
Evento unico in occasione della Giornata della Memoria
Non si può ricordare qualche cosa a cui non si è pensato e di cui non si è parlato con se stessi (Hannah Arendt).

Scappata dagli orrori della Germania nazista, la filosofa ebreo-tedesca Hannah Arendt nel 1940 trova rifugio insieme al marito e alla madre negli Stati Uniti, grazie all'aiuto del giornalista americano Varian Fry. Qui, dopo aver lavorato come tutor universitario ed essere divenuta attivista della comunità ebraica di New York, comincia a collaborare con alcune testate giornalistiche. Come inviata del New Yorker in Israele, Hannah si ritrova così a seguire da vicino il processo contro il funzionario nazista Adolf Eichmann, da cui prende spunto per scrivere "La banalità del male", un libro che andrà incontro a molte controversie.

Il film sarà proposto in lingua originale (inglese/tedesco/ebraico) con sottotitoli in italiano, per rispettare la veridicità della vicenda, le interpretazioni degli attori e i documenti storici inclusi.

Biglietto intero 8 € - ridotto (convenzioni Nexo): 6 €

Clicca qui per maggiori info sul film

Il film ricostruisce un periodo fondamentale della vita di Hannah Arendt: quello tra il 1960 e il 1964. All'inizio della vicenda, la cinquantenne intellettuale ebrea - tedesca, emigrata negli Stati Uniti nel 1940, vive felicemente a New York con il marito, il poeta e filosofo tedesco Heinrich Blücher. Ha già pubblicato testi fondamentali di teoria filosofica e politica, insegna in una prestigiosa Università e vanta una cerchia di amici intellettuali. Nel 1961, quando il Servizio Segreto israeliano rapisce il criminale di guerra nazista Adolf Eichmann, nascosto sotto falsa identità a Buenos Aires, la Arendt si sente obbligata a seguire il successivo storico processo che si tiene a Gerusalemme. Nonostante i dubbi di suo marito, la donna, sostenuta dall'amica scrittrice Mary McCarthy, chiede e ottiene di essere inviata in loco come reporter della prestigiosa rivista 'New Yorker'. Hannah nota che Eichman, uno dei gerarchi artefice dello sterminio degli ebrei nei lager, è un mediocre burocrate, che si dichiara semplice esecutore di ordini odiosi e, d'altro canto, si sorprende nell'ascoltare testimonianze di sopravvissuti che mettono in evidenza la condiscendenza dei leader delle comunità ebraiche in Europa, di fronte ai nazisti.
Dai suoi resoconti, e in seguito dal suo libro, "La banalità del male: Eichman a Gerusalemme" (1963), emerge la controversa teoria per cui proprio l'assenza di radici e di memoria e la mancata riflessione sulla responsabilità delle proprie azioni criminali farebbero sì che esseri spesso banali (non persone) si trasformino in autentici agenti del male. L'ebreo Kurt Blumefeld, uno dei suoi più cari amici, non riesce a perdonarla per quegli scritti, mentre lo scandalo si diffonde in Israele e negli USA. La presidenza della sua Università è fortemente contrariata, la stampa la attacca violentemente, ma il marito, la sua devota allieva tedesca Lotte Köhler e molti studenti approvano e sostengono l'essenza, apparentemente paradossale, del suo pensiero.
Già in passato von Trotta ha realizzato film riguardanti donne "eccezionali" e dissidenti: Rosa L., del 1985, ritratto della leader marxista Rosa Luxemurg, interpretata dalla stessa Sukova, e Vision, del 2009, rievocazione di Hildegard von Bingen, mistica cristiana del XII secolo. In questo caso si tratta di un biopic che, delineando il personaggio in termini personali e di teoria filosofica elaborata dallo stesso, intende propriamente (come dichiarato dalla regista) "trasformare il pensiero in un film". Si tratta di un tentativo solo parzialmente riuscito. In effetti l'approccio, pur serio, documentato e scenograficamente preciso, risulta spesso didattico. Non mancano aspetti flemmatici, dialoghi troppo prolungati, faticosi e pomposi. Tuuttavia, nel complesso, la costruzione drammatica è efficace. La messa in scena non è audace, ma neppure piattamente televisiva. Privilegia le sequenze in interni, con suggestivi colori grigi che evocano bene gli anni '60, e riesce a creare un'aspettativa non retorica, né artificiosa.
Ne emerge l'isolamento della protagonista e la sua peculiare fisicità (nella meditazione, nell'eloquio e nell'assiduità a fumare), ma anche la rivendicazione ostinata della libertà di pensiero e la coerenza logica, non priva di una certa arroganza intellettuale. Da segnalare anche l'uso intelligente di footage, con immagine autentiche del processo ad Eichman

(http://www.mymovies.it/film/2012/hannaharendt/)

 


Sabato 7 dicembre a Padova concerto di Natale

concerto_di_nataleIl Gruppo studentesco Musicaviva con il finanziamento dell’Esu di Padova propone un Concerto di Natale per voce solista, ensemble di corni, coro e organo con musiche di Rameau, Bach, Händel, Grossi, Schubert, Gounod, Franck, Piazzolla. Il concerto, a ingresso libero, si terrà sabato 7 dicembre alle 21.00 nella Chiesa di Sant’Andrea, nell'omonima via di Padova (a due passi dal Caffè Pedrocchi). Gli esecutori sono il Waldhorn Ensemble diretto da Gabriele Falcioni, Antonietta Assini all’organo, il Coro Nitida Stella di San Zenone degli Ezzelini (TV) diretto da Daniela Padovan e il mezzosoprano Ilaria Verzucoli.


L’Osteria senza oste

copertinaL’Osteria si erge discreta ma visibile sul Col Vetoraz vicino a Valdobbiadene, tra le vigne del celebre Cartizze. Però, via via, perde la sua fisicità, diventa altro: è simbolo del mondo e della vita. L’Oste c’è anche se non si vede, e nel silenzio ripara, laborioso e preciso, ai nostri disordini. L’Osteria senza oste innalza la libertà responsabile al vertice dei valori, trasmettendo l’esigente messaggio che la coscienza non ha bisogno di un guardiano per essere giusta.

 

L’Associazione Culturale Antonio Rosmini e l’Editrice Santi Quaranta

presentano il romanzo

L’OSTERIA SENZA OSTE

di Alberto Raffaelli

giovedì 28 novembre 2013, ore 18.30

Padova, Caffè Pedrocchi - sala ottagonale

Saranno presenti

Samir SUWEIS presidente dell’Associazione culturale Rosmini

Silvio SCANAGATTA ordinario di Sociologia dell’educazione – Università di Padova

Ferruccio MAZZARIOL editore Santi Quaranta

Interverrà l’AUTORE

Il volume (pp. 184 - € 13.00), oltre ad essere disponibile alla presentazione, è in vendita nelle librerie oppure presso l’editore: www.santiquaranta.com - info@santiquaranta.com - tel. 0422.545440

L’opera, colloquiale e acuta, mostra diverse sfaccettature, personaggi dalla caratterizzazione opposta. Ha il procedere del giallo, porta con sé qualcosa di misterioso e di lievemente inquietante; insegue e scoperchia il Male senza infingimenti; intesse una delicata, improvvisa storia d’amore tra Chiara, giovanissima creatura moderna, e Adam, il vivace e simpatico ragazzone brasiliano. Si impongono le figure di Giovani Zanca, integerrimo vice ispettore di Polizia, e della moglie Elena, contraddistinta da una dolce saggezza.

In L’Osteria senza oste si staglia pervasiva una sublime pecora, che fa da buffo filo conduttore a tutto il romanzo; e sullo sfondo risalta, come cornice affettuosa, un rasserenante paesaggio di colline e vigneti, con il Piave che scorre nella sottostante pianura, a conferire familiarità a questa storia sapienziale e piacevole.

Alberto Raffaelli è nato a Rovereto (TN) nel 1959. Si è laureato in filosofia a Venezia ed ha insegnato per alcuni anni in diversi Istituti superiori del Veneto. Ha poi lavorato in varie aziende private. Oggi è preside della Scuola di Ristorazione di Valdobbiadene (TV) dove unisce l’esperienza di insegnante con quella professionale nel settore turistico-ristorativo.


Dialogo sull'educazione a Ca’ Edimar

DSC04362[1]Un notista politico di primo piano come Antonio Polito presenta il suo libro “Contro i papà” a Ca’ Edimar, il villaggio padovano dell’accoglienza. E apre un dialogo appassionato sull’educazione, vera chiave per uscire dalla crisi. Ecco il resoconto pubblicato sul sito internet dell’Associazione Italiana Centri culturali. Nella foto, Polito durante la serata a Ca’ Edimar.

 

Centriculturali.org, domenica 24 novembre, Dialogo sull’educazione a Ca’ Edimar (E. Andreatta)

 

Cosa ci fa in una serata di tardo autunno una delle firme più prestigiose del giornalismo italiano a Ca’ Edimar, il villaggio padovano che accoglie ragazzi che per tante ragioni non possono stare con la famiglia d’origine? «Io sono qui perché ho conosciuto Mario Dupuis», confessa Antonio Polito. Tempo fa si sono ritrovati insieme a una presentazione di “Contro i papà”, il libro di Polito che punta il dito contro i padri che fanno gli amici, i sindacalisti, i complici, i “mammi” dei loro figli. E l’amicizia è scattata subito. I due sono diversissimi. Ma hanno molte cose in comune. Lo stesso impegno su fronti diversi. Mario nell’accogliere e accompagnare quei ragazzi. Antonio, il riformista per antonomasia, nella sua passione per un Paese apparentemente irriformabile.

È partendo da qui, dall’attività di notista politico, che Polito giunge a una conclusione apparentemente strana: alla radice della crisi di oggi non ci sono anzitutto fattori sociali, economici, politici. Ma umani. C’è un’attesa quasi salvifica nei confronti dello stato che in altri paesi non si riscontra. E un senso di deresponsabilizzazione diffuso. Ma non bisogna aspettarsi che sia il sistema a cambiare. «Dobbiamo essere noi i primi a tirarci su le maniche, a risolvere i problemi». Il volontariato ad esempio sembra al massimo un “di più”, un surplus di generosa disponibilità. «Invece non è qualcosa di aggiunto». Se non altro, perché è utopia il solo pensare a un welfare statale per gli anziani nei prossimi decenni. Polito rincara la dose: «Il Sessantotto nel nostro Paese non è mai finito. Disobbedendo ai padri e obbedendo ai figli, abbiamo diminuito i principio di responsabilità, con la complicità delle varie ideologie». Per questo l’educazione è «la prima emergenza nazionale».

«Tu non fai un’analisi, ma attraverso dati e giudizi, esprimi una ricerca, ci spingi a cercare il punto vero della questione». Mario reagisce così alle affermazioni del giornalista, partendo dalla sua esperienza di educatore: «Una delle frasi che più mi ha colpito del tuo libro è quando dici che “fingiamo di fare il loro bene, ma in realtà facciamo il nostro”. La paternità si è smarrita perché essa è il vertice della gratuità nel rapporto, e non c’è gratuità perché è bloccata l’esperienza dell’uomo nello sperimentare che ciò che hai generato non è tuo. Ti è dato per accompagnarlo al suo destino. Senza questo nascono i disastri di quelli che chiami papà.». Polito annuisce, ascolta con attenzione. Poco prima confessava: «Ho presentato il mio libro a centri culturali, comunità, scuole libere. È stata una bellissima sorpresa vedere che nel nostro paese c’è tanta gente che sente come cruciale il tema dell’educazione». Solo ieri dalla prima pagina del Corriere bacchettava Renzi e Grillo, faceva il contropelo al Cavaliere e a Cuperlo. Ora è qui in periferia a imparare da una piccola opera di carità. Ecco cosa significa davvero essere un riformista


Etty Hillesum - Cercando un tetto a Dio

131125 Etty locandinaL’Associazione culturale Rosmini è lieta di segnalare che lunedì 25 novembre 2013 ore 21.00 a Padova, nella sala polivalente Don Bosco di via San Camillo de Lellis, 4 il Gruppo universitario Scenaperta presenta il monologo

 

ETTY HILLESUM Cercando un tetto a Dio

con Angela Demattè

regia Andrea Chiodi

 

Sarà presente l’Autrice, Marina Corradi

Ingresso libero. Info 339-1590882

 

musiche Ferdinando Baroffio, movimenti scenici Marta Ciappina, adattamento teatrale Marina Corradi

Iniziativa finanziata con il contributo dell’Università di Padova sui fondi della Legge 3.8.1985 n. 429

 

La giornalista e scrittrice Marina Corradi ha eseguito la riduzione dei Diari e delle Lettere di Etty Hillesum, interpretandoli in modo estremamente essenziale, senza tralasciare alcun passaggio del percorso umano della protagonista. Il monologo sarà accompagnato da canzoni yiddish cantate dal vivo e da musiche originali composte dal musicista Ferdinando Baroffio «...C’è una umanità sbalordita davanti al suo patibolo, nel diario della ragazza ebrea che sa che il prossimo treno caricherà lei e i suoi genitori. Sappiamo tanto di ciò che accadde ad Auschwitz, ma non avevamo mai letto con questa straziante limpidezza i pensieri degli uomini chiamati dall’“ordine della notte”. Ciò che sbalordisce nell’inferno è però che la Hillesum non sia disperata. E non solo perché, come tutti, di notte guarda gli aerei degli Alleati, pregando che una bomba spezzi i binari, fermi i treni. Ancora cinque giorni prima di partire scrive: «La vita è meravigliosamente buona nella sua inesplicabile profondità». E dal suo treno lancia una cartolina: «Siamo partiti cantando». Negli appunti scarni di una giovane ebrea verso Auschwitz, l’eco cristiana di un sacrificio accettato e offerto. Dal fondo dell’abisso, il mistero di una speranza inaudita».


L’ultima cima all'MPX di Padova venerdì 8 novembre

4580348749_8cb4637bc9_z[1]«Il pastore che si isola non è un vero pastore di pecore, ma un “parrucchiere” di pecore, che passa il suo tempo a mettere loro i bigodini, invece di andare a cercarne altre». Jorge Mario Bergoglio, oggi Papa Francesco.

 

Parte da questa provocatoria affermazione del Pontefice la rassegna cinematografica PRETI OGGI: pastori o “parrucchieri”?, realizzata da Multisala Pio X – MPX, Istituto San Luca per la formazione del clero e Ufficio Comunicazioni sociali della Diocesi di Padova.

Sono tre i film in programma nei venerdì 8-15-22 novembre all’MPX.

Si comincia venerdì 8 novembre con L’ultima cima di Juan Manuel Cotelo, per proseguire poi il 15 novembre con The sessions – Gli incontri di Ben Lewin. Chiude la rassegna To the wonder del regista Terrence Malick in programma venerdì 22 novembre.

 

L’ultima cima è un film documentario religioso spagnolo girato da Juan Manuel Cotelo, proiettato per la prima volta a Madrid il 3 giugno 2010.

Il film raccoglie le richieste che i giovani spagnoli hanno verso i preti e le testimonianze dirette sulla vita di Pablo Domínguez Prieto (nella foto), prete e professore di filosofia e teologia all’università ecclesiale di San Damaso, morto in un incidente di arrampicata nel Moncayo, l’unica vetta dei Pirenei che non aveva ancora scalato, con l’alpinista e professoressa Sara de Jesus Gomez.

Don Pablo nasce a Madrid il 3 luglio 1966. È stato ordinato sacerdote a 24 anni. Dottore in Filosofia e Teologia, ha pubblicato 7 libri (l’ultimo ‘Hasta la cumbre’ è un successo editoriale) ha scritto decine di articoli, e tenuto più di 50 conferenze… L’ultima, avvenuta 12 giorni prima di morire, è stata il detonatore del documentario. Dicono che fosse simpatico e divertente anche nelle situazioni più difficili. Faceva fatica a dire “io”, perché era sempre proteso verso il prossimo. Era anche bello. Non aveva paura né della vita né della morte. Era innamorato di Dio e contagiava gli altri. Le sue messe erano piene di gente, perché era bello sentirlo predicare. Era sempre vicino a tutti, anche a chi lo insultava per strada, con cui poteva diventare amico.

Era un bravo scalatore. Ha scalato tutte le cime spagnole di 2.000 metri, le cime delle Alpi di 4.000 metri, e vette ancora più alte in America e Asia. Quando poteva, celebrava sempre la messa sulla cima. Sacerdoti, suore e ordini monastici gli chiedevano che predicasse gli esercizi spirituali, in giro per il mondo. E non sapeva dire di no. Questo lo portò in un convento cistercense, a Tulebras (Navarra), nel febbraio 2009. Parlò della morte con allegria. Il giorno dopo salì sul Moncayo (2.300 metri), l’ultima cima spagnola che voleva conquistare. Le ultime parole che disse alla sua famiglia per telefono, alcuni minuti prima di morire, furono: “sono arrivato alla cima.”

Qui il programma della rassegna

 

Tutte le proiezioni inizieranno alle ore 21.

 

Biglietto unico: 5 euro.

 

Per informazioni:

Multisala Pio X

via Bonporti 22 - Padova

Tel. 049 8774325

www.multisalampx.it 

 

Per prenotazioni: mpx@diocesipadova.it


La lista di Bergoglio

Lista-di-BergoglioAll’indomani dell’elezione non mancarono, come peraltro facilmente prevedibile, i ben informati pronti a lanciare pesanti accuse su una presunta connivenza o quanto meno acquiescenza di Jorge Maria Bergoglio sul regime dittatoriale argentino. Voci, supportate da fotografie poi dimostrate false, che peraltro di fronte a ricostruzioni più documentate si dissolsero nel giro di pochi giorni. Oggi però possiamo dire qualcosa di più in merito, grazie a un reporter di Avvenire, Nello Scavo, che si è recato per mesi sul campo, in Argentina, a caccia della verità. Con risultati impressionanti.

La Basilica pontificia di Sant’Antonio di Padova, l’Associazione culturale Antonio Rosmini e le Scuole Romano Bruni annunciano

 

venerdì 18 ottobre 2013, ore 18.15

sala dell’Istituto teologico del Santo

basilica del Santo, Padova

presentazione del volume di Nello Scavo

LA LISTA DI BERGOGLIO

I salvati da papa Francesco durante la dittatura. La storia mai raccontata

EMI editore, 2013

 

Interverranno

p. Enzo Pojana rettore della basilica del Santo

Roberto Papetti direttore de Il Gazzettino

L’Autore

 

L’appassionante inchiesta di Scavo dimostra che Bergoglio, lungi dall’essere stato connivente o passivo, mise in salvo quanti poté, preti e laici, cattolici come lontani dalla fede, a costo di elevati rischi personali e con stratagemmi talora rocamboleschi. E fu il cardinale di Buenos Aires, a dittatura finita, a farsi voce della richiesta di perdono da parte della chiesa per le sue responsabilità in quella «guerra sporca».

Giornalista di origine catanese, Nello Scavo vive a Como. È cronista di Avvenire e si occupa di criminalità e terrorismo internazionale. È autore di diverse pubblicazioni.