Una settimana per ricordare don Giussani dieci anni dopo

150220 locandina Dalla mia vita-page-001Dal 20 al 28 febbraio, nel cortile pensile di Palazzo Moroni, sede del municipio di Padova, sarà esposta la mostra “Dalla mia vita alla vostra”. Realizzata in occasione del decimo anniversario della morte di don Luigi Giussani, presenta, in pochi pannelli, i tratti fondamentali della sua persona, con immagini e brani significativi della sua vita.

 

Il 10° anniversario della morte del Servo di Dio don Luigi Giussani (22 febbraio 2005) e il 60° di Comunione e Liberazione verrà ricordato poi (come in tutto il mondo) con la celebrazione di una santa Messa

domenica 22 febbraio 2015 alle 18.00
nella Basilica del Santo

che sarà presieduta da sua Eminenza il cardinale Paul Josef Cordes, già vice presidente del Pontificio Consiglio per i Laici e del Pontificio Consiglio “Cor Unum”.

 

Alcune immagini di don Giussani a Padova in basilica del Santo nel 1994 e 1995.


“Ciò che inferno non è”, Alessandro D’Avenia a Padova

locandina-davenia-definitiva-2-2-423x600[1]Da ottobre 2014 è in libreria “Ciò che inferno non è”, il nuovo romanzo di Alessandro D’Avenia, l’autore che con “Bianca come il latte, rossa come il sangue” e “Cose che nessuno sa” non solo ha venduto milioni di copie in diciannove lingue ma che, da quattro anni, è praticamente ogni settimana nella classifica dei libri più venduti. “Ciò che inferno non è” è la storia, ambientata a Palermo, di Federico, diciassettenne, che un’estate, invece di partire per una vacanza-studio ad Oxford, incontra il suo prof di religione, padre Pino Puglisi, che gli propone di aiutarlo con i bambini del quartiere per i quali — sembra — l’unico comandamento da rispettare è quello di Cosa nostra.”

Per il ciclo di incontri “Educare senza paura” le Scuole Romano Bruni e l’Associazione genitori Romano Bruni propongono giovedì 19 febbraio alle ore 21, al Centro Congressi Padova A. Luciani (in via Forcellini 170/a) l’incontro con lo scrittore Alessandro D’Avenia, del quale potete trovare di seguito l’intervista uscita sul sussidiario.net lo scorso 28 ottobre

 

 

cio-che-inferno-non-e-900[1]IlSussidiario.net, martedì 28 ottobre 2014, CIO’ CHE INFERNO NON E’/ D’Avenia: il Mistero del sorriso di don Pino Puglisi (Mauro Leonardi)

Link http://www.ilsussidiario.net/News/Cultura/2014/10/28/CIO-CHE-INFERNO-NON-E-D-Avenia-il-Mistero-del-sorriso-di-don-Pino-Puglisi/547833/

 

Esce oggi in libreria Ciò che inferno non è, il nuovo romanzo di Alessandro D’Avenia, l’autore che con Bianca come il latte, rossa come il sangue e Cose che nessuno sa non solo ha venduto milioni di copie in diciannove lingue ma che, da quattro anni, è praticamente ogni settimana nella classifica dei libri più venduti. Ciò che inferno non è è la storia, ambientata a Palermo, di Federico, diciasettenne, che un’estate, invece di partire per una vacanza-studio ad Oxford, incontra il suo prof di religione, padre Pino Puglisi, che gli propone di aiutarlo con i bambini del quartiere per i quali — sembra — l’unico comandamento da rispettare è quello di Cosa nostra.

Dopo Bianca come il latte, del 2010, e Cose che nessuno sa, del 2011, per questo tuo romanzo ci sono voluti tre anni. C’è stato qualche incontro, qualche vicenda, che ha acceso in lei l’urgenza per questo libro?

Non avevo in programma di scriverlo, stavo già lavorando ad altri progetti, ma ad un certo punto la storia ha avuto il sopravvento, come uno di quegli incontri per strada che ti obbligano a cambiare i tuoi programmi. Leggevo la confessione dell’assassino di don Pino, divenuto collaboratore di giustizia. Puglisi gli ha sorriso nell’attimo in cui stava per sparargli. Uno dei killer più efferati della mafia dice che per quel sorriso “non ci ha dormito la notte”. Quella frase è esplosa dentro di me come dinamite. Volevo capire come si fa ad essere così liberi da sorridere alla morte e ai suoi scherani. Quel sorriso liberava persino l’assassino dal suo gesto, lo costringeva a rivedere tutta la sua vita.

Che significato poteva avere?

Quel sorriso diceva: tu sei molto di più di quello che stai facendo a me. Riecheggiava il “perdona loro perché non sanno quello che fanno”. Volevo scandagliare, da uomo e da narratore, il mistero di quel sorriso. Chi sa morire così sa anche vivere e insegna a vivere a chi resta. Volevo liberare l’agiografia e la cronaca dalla loro retorica o appiattimento e cogliere in che modo un capitolo della storia della salvezza si compiva in quel momento. Poi ci sono state la beatificazione per martirio di Puglisi e l’assegnazione del premio a lui intitolato. Altri incontri, altri volti, altre persone. È come se quell’uomo che avevo conosciuto nei corridoi della mia scuola mi desse la caccia. Il suo romanzo sulla mia carne lo aveva già scritto, ma era come se quella carne dovesse diventare di molti, attraverso la carta. Col senno di poi credo sia stato un tocco della grazia.

Bianca come il latte e Cose che nessuno sa sono stati anche successi internazionali. Ma entrambi erano ambientati in città che potevano essere una qualsiasi metropoli europea. Qui invece scegli Palermo. Perché questa decisione? Non teme che possa non essere compresa dai suoi lettori?

Al contrario. Lo comprenderanno ancora meglio. Più una storia è incarnata più può essere universale. È una città paradossale: di luce e lutto, di paradiso in una via e inferno girato l’angolo. È uno dei personaggi del romanzo e determina tutti gli altri come un fato incombente. Come nel cinema noir della metà del secolo scorso si tratta di un paesaggio reale e simbolico, nel cinema l’uso del campo lungo sugli ambienti determinava i sentimenti del personaggio, che ne diveniva una tessera, venivano messi a fuoco sia il personaggio sia l’ambiente come se fossero tutt’uno: luce e tenebra erano parte del personaggio.

Dunque il romanzo è anche è un atto d’amore verso Palermo.

Sì, ma di quell’amore che Borsellino definiva così: “Non mi piaceva, per questo ho imparato ad amarla. Perché il vero amore consiste nell’amare ciò che non ci piace per poterlo cambiare”. Metto a fuoco Palermo nei dettagli, perché è Palermo che ha messo a fuoco la mia anima e i miei personaggi. In questo romanzo le due città, quella di Dio e quella degli uomini, intuite da Agostino, si intersecano nella luce e nelle tenebre, e Palermo ha di certo i connotati, i profumi, i colori reali, ma allo stesso tempo è la città degli uomini di tutti i tempi, quella in cui nelle tenebre la grazia si fa strada. Chi leggerà con attenzione coglierà un sottotesto continuo nella storia, quello che lega il dramma della storia a Dio.

Padre Pino Puglisi (3P, come viene soprannominato nel libro) è stato beatificato da Papa Francesco ed è stato suo insegnante a scuola. Credo che Ciò che inferno non è sia il primo romanzo laico, a grandissima tiratura, che corre il rischio di avere tra i suoi protagonisti un santo. Come è riuscito a non cadere nell’agiografia di don Pino?

Era la sfida principale. Volevo io per primo capire se la cronaca era già agiografica, o se invece la cronaca fosse la manifestazione di un tratto di storia della salvezza, della storia sacra del chinarsi di Dio sull’uomo. Romano Guardini scrive così: «Nessuno prende la realtà sul serio come il santo perché in verità ogni fantasticheria, sulla sua strada irta di pericoli, inesorabilmente si vendicherebbe. Divenire santo significa per l’uomo reale staccarsi da sé, per entrare nel Dio reale». Raccontare la santità è raccontare il massimo realismo e l’uomo Puglisi entrerà nel cuore anche dei non credenti, perché il santo è la pienezza dell’uomo e di fronte ad un uomo tutto d’un pezzo non si può che rimanere affascinati, come è accaduto a me. Mi sono documentato meticolosamente, seguendo anche le tracce del processo di beatificazione, per cogliere questo realismo del santo. E ho trovato gli ingredienti di un’epica quotidiana che ci riguarda tutti. Come trasformare la prosa di ogni giorno nella poesia di una vita bella? La storia racconta questo, ciò che inferno non è in mezzo all’inferno.

Cosa nostra sarà sconfitta quando non ci vorranno più gli eroi per sconfiggerla ma sarà diffusa la normale “eroicità” di chi è onesto e lavora per il bene. Da quello che si è potuto desumere finora dal suo romanzo pare essere questo un’insegnamento importante che è contenuto lì. Mi sbaglio?

No, è proprio così. Il mio non è un romanzo antimafia, non è un romanzo sulla mafia, non è un romanzo di cronaca. È una storia che entra nel mistero del sacrificio: che non è il fatto in sé di morire, ma quello che significa alla lettera (sacrum facere: rendere sacro). 3P rendeva sacre le vite che incontrava perché erano rese sacre da Dio e lui non era altro che al servizio di quelle vite. Riecheggiano le parole di qualcuno: non siete voi che mi togliete la vita, sono io che la dono. Sacrificarsi è donare il proprio tempo, amore, cure, anche quando è difficile riuscire. Lui riusciva perché lasciava che Dio facesse questo con lui. Era innamorato pazzo di Cristo e questo amore traboccava. Credo che chiunque gli si accostasse vedeva un uomo qualunque capace di amare divinamente, sentiva la tenerezza di Dio su di lui, come accadde persino all’assassino. L’eroismo è questo: giorno per giorno non privarsi mai della possibilità di amare ed essere amati. Per questo ho scelto la frase di Dostoevskij in esergo: “l’inferno è la sofferenza di non poter più amare”. Chi trova il segreto per amare sempre nel quotidiano, trova il segreto della vita: fallimenti, sconfitte, cadute non possono distruggere la speranza, perché quella speranza si colloca altrove. In un altrove intoccabile, come un mare in tempesta in superficie e calmo pochi metri sotto.

Ci dica ora qualcosa del suo modo di scrivere. Nei pochi brani che sono stati resi noti la sua prosa pare più piena di luce, più ricca della pasta delle cose: forse, qualcuno dirà, più difficile. È così? C’è stato qualche cambiamento rispetto ai suoi primi successi.

Ho lottato per trovare la cifra stilistica adatta alla storia e ci sono due registri che il lettore troverà. A poco a poco si fondono, ma non posso svelare il perché, si tratta di parte integrante della narrazione. Volevo che la prosa avesse la corposità, la quotidianità di un quadro di Caravaggio, investito di squarci di luce potente che spaccano le tenebre del quotidiano e lo illuminano di una grazia che i presenti non capiscono neanche da dove venga, tranne quelli disposti ad accoglierla. Per questo ho cercato molto la poesia.

Che cosa intende?

È un romanzo in cui le parole devono essere se stesse e allo stesso tempo risuonare su altri livelli, come accade in poesia. Ho cercato il realismo di Dante e Dostoevskij, che mentre ti raccontano “il letterale”, “la storia”, in realtà ti raccontano altre tre, quattro livelli contemporaneamente. Ciascuno si collocherà al livello che vorrà. Sempre che io sia riuscito nella sfida... Per farlo ho letto moltissima poesia e non è un caso che Eliot sia in esergo alle due parti del romanzo: Tuttoporto e Spasimo.

Leo di Bianca come il latte aveva accanto a sé Beatrice e Silvia. Federico che compagna trova al suo fianco?

Lucia. Anche questo un nome parlante. Federico è tutto cuore, sogni e poesia. Lucia quei sogni e quella poesia non può permetterseli. Abita a Brancaccio, il quartiere “infernale” dove alla morte di Falcone i ragazzini inneggiavano “abbiamo vinto, la mafia ha vinto”. Ma proprio l’avvicinarsi di loro due, tra mille ostacoli, li porta su un piano più alto entrambi: la realtà entra nei sogni di Federico, e i sogni entrano nella realtà di Lucia. Cercano, come tutti noi, il filo di Arianna che ci consente di affrontare il labirinto della vita e tornare indietro. Ciò che conta non è la complessità del labirinto, ma quanto sia lungo e forte il filo dell’amore. Chi ne tiene l’altro capo. Magari l’Amore stesso, quello che “move il sole e le altre stelle”.


La strada bella passa anche per Camin (PD)

150206 volantino La strada bella CaminSessant’anni fa, un giovane sacerdote entrava in un liceo di Milano «con il cuore gonfio del pensiero che Cristo è tutto per la vita dell’uomo»: don Luigi Giussani. L'Associazione culturale Antonio Rosmini seegnala l'iniziativa della comunità di Comunione e Liberazione di Camin e Granze (PD) in occasione dei 60 anni della nascita del movimento:

La strada bella

venerdì 6 febbraio 2015, ore 20.45
sala teatro del Patronato di Camin
via San Salvatore, Padova

Proiezione del video di Roberto Fontolan e Monica Maggioni: un viaggio in vari continenti per mostrare quello che è nato nel mondo grazie a don Giussani e a chi rivive la sua esperienza, ora.

L’incontro è pensato come un momento di conoscenza e di festa insieme: la serata si chiuderà con canti e dolci.

Info 329-8624498

Il trailer del video

 


Millet, la dignità del lavoro e la bellezza della famiglia

Millet ChioggiaLa Parrocchia di S. Maria Assunta (Cattedrale) di Chioggia propone la mostra “Uomini e donne al lavoro. Un dramma avvolto di splendori” nella pittura di Jean François Millet, a cura di Mariella Carlotti.

A 200 anni dalla nascita e a 140 anni dalla morte di Jean François Millet (1814-1875), un pittore fondamentale nella storia dell’arte moderna, una esposizione che mette in mostra la preferenza che Millet visse, come soggetto dei suoi quadri, per gli uomini e le donne al lavoro.
Il disamore generale al lavoro - scriveva nel 1910 Charles Péguy - è la tara più profonda, la tara fondamentale del mondo moderno”.
Qualche decennio prima di Péguy, l'artista francese Jean François Millet aveva fatto del lavoro il tema prediletto della sua pittura: nei suoi dipinti esplode la sua simpatia profonda per la quotidiana fatica degli uomini, dove vengono esaltate la dignità del lavoro e la bellezza della famiglia.
Millet è particolarmente colpito dal lavoro dei campi, da quello che egli chiamerà"il grido della terra": contadini, pastori, taglialegna sono i suoi eroi, gli umili protagonisti della storia da lui raccontata.

Millet esalta la grandezza del lavoro umano e rispondendo ad un critico diceva: ”A rischio di passare ancor più per socialista, è il lato umano, francamente umano, che mi tocca di più in arte”.

La mostra è stata realizzata in occasione della manifestazione "Meeting per l'amicizia fra i popoli", anno 2014. Sarà allestita nella navata sinistra della Cattedrale di Chioggia, inaugurata il 30 gennaio e rimarrà aperta fino a domenica 8 febbraio con il seguente orario: tutti i giorni dalle ore 9.00 alle 12.00 e dalle ore 15.30 alle 19.00 (saranno possibili anche visite in altri orari, comprese quelle serali, su prenotazione).

Possono partecipare scolaresche, gruppi di catechismo, famiglie e gruppi vari.

La visita e le guide sono gratuite. Per prenotazioni e visite guidate i riferimenti sono: donangelobusetto@virgilio.it (3386539107) e pierluigi.bellemo@libero.it (3491613595).

Inaugurazione e presentazione della mostra

Venerdì 30 gennaio ore 21.00

in Cattedrale a Chioggia

con intervento della prof.ssa Mariella Carlotti


La prima follia mondiale chiamata guerra

o-GRANDE-GUERRA-facebook[1]Il Liceo scientifico Romano Bruni, in collaborazione l’Associazione culturale Antonio Rosmini, presenta

mercoledì 28 gennaio 2015, ore 11.30

presso l’Aula magna del Liceo scientifico Romano Bruni

 

La prima follia mondiale chiamata guerra

 

Interviene Andrea Caspani direttore di Linea Tempo, rivista culturale di storia, filosofia, letteratura e arte. Docente ed esperto di didattica della Storia.

Andrea Caspani, nato a Milano nel 1953, si è laureato in Filosofia all’Università Cattolica di Milano ed è docente Storia e Filosofia nel Liceo classico statale G. Carducci di Milano. È direttore della rivista Linea Tempo. Itinerari di ricerca storica e letteraria. Ha svolto per vari anni il coordinamento del tirocinio e il laboratorio di didattica della storia per le SSIS. Ha pubblicato vari studi di storia, soprattutto moderna e contemporanea, fra cui Memoria storica e insegnamento della storia (2003); La storia italiana: una questione d’identità (2005). Ha curato la mostra storica Testimoni della verità nell’Italia in guerra. La resistenza cancellata (2007).

Scarica il contributo di Caspani sul tema della Grande Guerra.


Sabato 17 gennaio a Padova si inaugura la personale di Cleofe Ferrari

Cleofe Ferrari Punta della Dogana con SaluteIn occasione della prossima inaugurazione dell’atelier d’arte contemporanea Maison d'Art di Carla d’Aquino Mineo in via Cesare Battisti, 179, a Padova, verrà esposta una rassegna di opere pittoriche dell’artista Cleofe Ferrari. L’artista presenta il frutto del lavoro di questi anni, che ha maturato in un progressivo percorso svolto nell’alveo della associazione Di.Segno (via Eritrea, 14 - 35100 Padova - tel. 338 9604744), di cui Cleofe Ferrari è presidente, sotto la guida del maestro Alfredo Truttero. Nel corso degli anni l’Associazione Di.Segno ha sviluppato una attività laboratoriale, una sorta di work in progress, dal titolo: Disegno: esperienza e metodo, sotto la guida di Truttero. Questo ambito è stato per Cleofe il luogo costante della verifica del proprio lavoro, di cui oggi presenta il frutto.

sabato 17 gennaio 2014 alle ore 18
via Cesare Battisti, 179 – Padova

INAUGURAZIONE

La mostra rimarrà aperta fino al 6 febbraio 2014. Orari d’apertura: dal lunedi al sabato ore 17-19, inoltre martedi, giovedi, venerdi dalle 11.00 alle 12.30

Cleofe Ferrari nasce a Carpi (Mo) il 16 dicembre 1950. Dopo aver svolto gli studi su stilismo di moda a Reggio Emilia, svolge fino al 2008 attività di libera professione che si amplia dal 1990 all’intervento nella progettazione di interni. Nel 1982 consegue la laurea in Psicologia all’Università di Padova. Nel 2008 consegue il diploma del Master in Architettura, arti e liturgia promosso dalla Pontificia Commissione per i Beni culturali della Chiesa.  Dal 2002 aderisce all’Associazione di artisti “Il Baglio” e dallo stesso anno partecipa regolarmente alle attività di disegno promosse dall’Associazione “Di.Segno” di Padova, di cui dal 2006 è Presidente. Nel 2005 partecipa alla Mostra “La casa del Dio vicino” allestita nel corso dei lavori del Sinodo dei Vescovi a Roma. Nel 2007 partecipa alla Mostra di arte sacra “Sinfonia dello spazio liturgico” a Padova. Dipinge nella tecnica dell’acquerello, gessetto, encausto.

«Per Cleofe Ferrari», scrive Emanuela Centis, architetto e docente di Storia dell’Arte, «le immagini che nascono dall’impressione dell’incontro con la realtà si fanno segno espressivo carico di quella esperienza, ridonata e resa perennemente viva attraverso l’opera». L’artista emiliana segue in questo percorso il suggerimento del pittore americano William Congdon: “L’artista coglie - e allo stesso tempo viene colto da – l’immagine di sé nelle cose e delle cose in sé; immagine perciò della comunione fra sé e le cose, in cui, in qualche modo, l’artista è le cose e le cose sono lui. L’artista trasforma l’apparenza materialistica delle cose, le trasfigura in immagine, o segno, di vita nuova. Il gesto dell’artista è un lasciarsi trascinare in un seguire, un obbedire”.

«Per me dipingere è amare e abbracciare la realtà che mi circonda e mi accade», scrive la stessa Ferrari, «fissarne una traccia che diventi eterna, perché ogni volta che la guardi riaccada un incontro: una emozione, una esperienza. La realtà data è il dono più grande, e quell’attimo di luce è altrettanto dono. Il gesto veloce del momento creativo è dettato da una emozione, ma non si esaurisce in una sensazione percettiva; esso viene posto a servizio della realtà: io incontro la realtà e la realtà incontra me: quando la realtà incontra anche te che guardi, allora l’opera è riuscita».

«Anni fa, camminando per Venezia», prosegue Cleofe Ferrari, «e disegnando en plein air la facciata della basilica di Santa Maria della Salute e di San Marco, e poi ad Assisi le basiliche di Santa Maria degli Angeli e San Francesco, ho intrapreso questa avventura che mi ha portato qui oggi. L’occasione di ogni mostra è un momento importante: per mettermi umilmente a confronto  con il pubblico e ridonare a tutti nell’incontro ciò che è accaduto a me».

«Ritornando quest’anno a Venezia», conclude Emanuela Centis, «Cleofe ha scelto di ampliare lo spazio della sua espressione  rispetto al consueto ritaglio di inquadratura, mostrandoci la visione che il suo occhio ha abbracciato in quel momento ed in quella situazione. Nelle tele veneziane, due  vedute  del bacino di Bacino di San Marco, il tema è l’insieme della acqua e dei suoi  riflessi e le quinte architettoniche che fanno di Venezia la Regina del mare.  Questa regalità di Venezia traspare splendida e maestosa nelle pennellate dell’artista, sempre gestuali  (cifra del suo stile) nell’annotazione dei svariati particolari atmosferici, naturali, architettonici, ma organicamente compaginate nel rendere la vita che palpita qui in modo unico».


“Giorgio Foresto” e i centri culturali

Epifania a VeneziaGrande attenzione del sito internet dell’Associazione italiana Centri culturali www.centriculturali.org al libro “Giorgio Foresto - le opere segrete di Giorgio De Gaspari” di Giovanni Scarpa, studente universitario già presidente dell’Associazione culturale Rosmini. Oltre alla notizia dell’uscita del volume in libreria, il sito ospita un editoriale del nostro socio Eugenio Andreatta intitolato “Un’esperienza culturale che nasce da uno sguardo sulla realtà”. La stessa passione per ogni aspetto del reale che ha connotato l’opera di De Gaspari.

 

centriculturali.org, Un’esperienza culturale che nasce da uno sguardo sulla realtà (link http://www.centriculturali.org/default.asp?id=354#b2211)

 

«Tutti qui a Pellestrina conoscevano Giorgio, ma nessuno sapeva fosse il più grande illustratore del Novecento. Da quando arrivò nella nostra isola ha sempre vissuto da barbone. Io ho avuto coscienza di cosa fossero le sue opere per la prima volta nel 2010, in una piccola esposizione locale fatta alla buona; da allora me ne sono follemente innamorato».

Chi parla è Giovanni Scarpa, studente di Lettere all’Università di Padova, già presidente dell’Associazione culturale Rosmini di Padova. Il Giorgio di cui si parla è Giorgio De Gaspari. Ovvero un illustratore di primissimo piano, che operava nella redazione del Corriere della Sera e della Domenica del Corriere assieme a grandi come Walter Molino, Hugo Pratt, Aldo Di Gennaro, Rinaldo Dami. Giorgio, che al Corriere era strapagato e lavorava anche per la Fleetway publications di Londra, a partire dal 1970 fugge dall’ambiente milanese e si isola, lontano dal mondo, nella laguna veneta.

«Per due anni, dal 2012 (anno in cui è morto) al 2014», racconta Giovanni, «sono andato alla ricerca nelle case dei pescatori e della gente del posto per scovare sue opere assieme ai ricordi di chi lo aveva conosciuto, una ricerca che sta ancora continuando». Sì, perché De Gaspari pagava il pane e il latte con disegni e dipinti che oggi valgono decine di migliaia di euro. E lavorava in una palafitta che si può scorgere ancora oggi, in mezzo alla laguna. Per la gente del posto era “Giorgio Foresto”. Giorgio, quello che viene da fuori. E proprio GIORGIO FORESTO le opere segrete di Giorgio De Gaspari si intitola il catalogo che Scarpa ha realizzato nel 2014 per i tipi della libreria editrice “Il Leggio” di Chioggia (www.leggioeditrice.it), che presenta, oltre ad alcuni approfondimenti biografici, circa trenta opere inedite.

Lo studente ci regala un altro ricordo: «Nell’agosto del 2006 finimmo di ristrutturare la casa e mia madre volle invitare Giorgio da noi per chiedergli di dipingere qualcosa sulla parete della cucina. Quella mattina, quando si presentò a casa nostra, c’eravamo solo io e mia madre, e mentre lei continuava a preparare il pranzo, fece sedere il Foresto proprio di fronte alla parete nuova. Io osservavo la scena in disparte. Giorgio fissava lo spazio bianco davanti a lui, perso nei suoi pensieri, mentre mia madre cominciava a parlare. Gli spiegava che avrebbe tanto voluto un tramonto dipinto, con queste cose e quest’altre, ma il Foresto pareva non ascoltarla, pareva sognare quasi, con gli occhi fissi al muro, immobile. Mia madre continuava spiegandogli le sue paure: “Ho un po’ di paura, però, che gli odori e i fumi della cucina rovinino la pittura…”. Solo a queste parole, per una singolare incomprensione Giorgio parve ridestarsi. Si voltò rapidamente verso di lei e disse: “Cioè, lei vorrebbe che io disegnassi gli odori della cucina?”. I suoi occhi parevano brillare di stupore. Penso fosse meravigliato dal fatto che mia madre avesse chiesto una cosa così inusuale, così paradossale. Nel suo cervello miliardi di connessioni nervose elaboravano sinestesie cromatiche e olfattive, provavano a dar vita ad un dipinto nuovo e spettacolare che pareva esaltarlo. Turbata mia madre rispose in fretta: “No, no. Io vorrei un tramonto…”. Giorgio si alzò un po’ deluso e se ne andò dicendo: “Allora niente!”»

L’episodio è rivelatore. Tutte le opere di De Gaspari nascono da uno sguardo senza preconcetti alla realtà che lo porta a intuire, a svelare significati e presenze prima nascosti. La pietà popolare, che a parole disprezza, lo ispira molto da questo punto di vista. È il caso delle sue personalissime Madonne, come la “Madonna in jeans” (foto a lato), con il bambino Gesù in braccio, seduta su una bricola, la struttura di pali di legno che indica le vie d’acqua nella laguna. Nulla di irriguardoso o caricaturale, semplicemente sono elementi della vita di ogni giorno dei pescatori che entrano a comporre una scena sacra e insieme feriale. Singolare anche la Madonna Sirena. Solo un pittore eclettico e geniale come Giorgio poteva trasformare l’elemento letterario dell’inganno e della morte nella delicata immagine della salvezza. E cosa dire della straordinaria Epifania ambientata a Venezia? In un trionfo cromatico, vediamo i cammelli passeggiare per i ponti e stravolgere la quotidianità (come in Caravaggio), perché Gesù non può essere che presente. Dedicato ai milanesi invece il fittissimo disegno in penna biro blu su un foglio strappato da un notes. Mentre un angioletto-putto indica una bella bicicletta al centro del disegno, un mostro spunta da sotto la macchina in primo piano, mentre prende vita una pila di auto dallo sguardo cattivo. Una via di salvezza? Prendere una bici.

Opere di una freschezza assoluta, che ci parlano di un artista capace di guardare al mondo con gli occhi e la fantasia di un bambino. Era nota ad esempio la sua totale estraneità ai soldi. Un suo amico voleva metterlo in contatto con un grande collezionista americano, che avrebbe portato l’artista negli Usa pagando milioni per le sue opere. La risposta di Giorgio fu lapidaria: «Promettimi che non me lo farai mai conoscere». E nel suo appartamento di Brera dai mobili dipinti, dove viveva negli anni Sessanta con la moglie Frances, per un periodo tenne in salotto un enorme cacatua bianco, che dominava gli spazi con i suoi cinquanta centimetri di altezza mentre cercava di rubare il pranzo agli invitati. Per non parlare poi della capra che, sempre durante il periodo di collaborazione con la Domenica del Corriere, Giorgio teneva in casa e portava a passeggio per le strade di Brera. Non si faceva problemi a portarla al guinzaglio sin dentro gli uffici della Mondadori sulla cui moquette nuova sembra aver lasciato pure qualche sgradevole ricordo.

Eugenio Andreatta

 

Galleria: il singolare atelier e le opere di Giorgio De Gaspari citate nell'editoriale di centriculturali.org

 


Il 16 gennaio a Padova “Il mio nome è Pietro”

sarubbi“Il mio nome è Pietro”: è il titolo dello spettacolo teatrale che questa estate è andato in scena al Meeting di Rimini, di Giampiero Pizzol, regia di Otello Cenci con Pietro Sarubbi. Il Pietro al centro del monologo teatrale è l’umile pescatore della Galilea a cui l’incontro con Gesù ha cambiato il nome e tutta la vita: “D’ora in poi ti chiamerai Pietro”. La sua è un’umanità generosa, piena di difetti: capace di rinnegare il Maestro, ma non di dimenticarlo. Chiamato sul palco a parlare di sé, attraverso un potente testo di Giampiero Pizzol, Pietro non può che raccontare quel rapporto, col suo amico Gesù, che ha trasformato la sua esistenza. Così davanti ai sacerdoti che lo interrogano, dopo il suo primo miracolo, il capo degli Apostoli rivive le sue eccezionali avventure col Maestro che l’hanno reso uno “spettacolo d’uomo”.

Lo spettacolo verrà rappresentato a Padova venerdì 16 gennaio 2015 alle 21.00 nel Teatro Don Bosco di via San Camillo De’ Lellis 4.

Un santo semplice, di taglia robusta, impacciato con le parole, ma svelto con i fatti, vivace come un pesce nel mare. Un pescatore di uomini pieno della allegra follia dei bambini che vogliono camminare sul mare, ma capace della saggia maturità di coloro che senza condizioni dicono sì a Cristo. Questo è il miracolo più grande a cui Dio chiama tutti noi. E per amare Gesù occorre solo questo: un cuore di Pietro!

"Quando, in un momento simbolico, stava ponendo le basi della Sua Grande Società, Cristo non scelse come pietra angolare il geniale Paolo o il mistico Giovanni, ma un pasticcione, uno sempre fuori posto, un pauroso: in una parola, un uomo. E su quella pietra Egli ha edificato la Sua Chiesa, e le porte dell'Inferno non hanno prevalso su di essa. Tutti gli imperi e tutti i regni sono crollati, per questa intrinseca e costante debolezza: furono fondati da uomini forti su uomini forti. Ma quest'unica opera, la storica Chiesa cristiana, fu fondata su un uomo debole, e per questo motivo è indistruttibile. Poiché nessuna catena è più forte del suo anello più debole.» GK Chesterton

Pietro Sarubbi dopo la sconvolgente esperienza cinematografica di The Passion di Mel Gibson nel quale ha impersonato Barabba, decide per l'anno della fede di affrontare, stavolta in tono ironico, il personaggio di Pietro, irruente amico di Gesù e roccia di fondazione della Chiesa. Nel testo di Pizzol traspare tutta la carica umana del capo degli apostoli inducendo a percepire tutta la simpatia che poteva provare il Messia per lui.


Amori feriti, la presentazione dell’ultimo libro di p. Svanera

9788825038538[1]L'Associazione culturale Rosmini è lieta di segnalare l'evento che si terrà martedì 9 dicembre 2014 alle 20.45 nella sala dello Studio Teologico della Basilica del Santo con la presentazione di "Amori feriti. La chiesa in cammino con separati e divorziati".

Partecipano:

Fra Oliviero Svanera, teologo morale e pastorale

Paolina Dal Bon, Fraternità «Legami spezzati»

Oriella e Rizzieri Dalla Bona, Ufficio diocesano per la famiglia (Pd)

Martino Verdelli, voce recitante.

Questo libro: - affronta domande fondamentali in un tempo di amori feriti e spezzati, relazioni colpite da fallimenti e cadute; - offre uno spaccato del vissuto di persone segnate da separazione e divorzio; - illustra, a partire dalla prospettiva dottrinale cattolica, varie vie teologico-pastorali di mediazione. Sono le persone coinvolte nel dramma di un fallimento matrimoniale e familiare che ci raccontano le loro storie e commentano la parola di Dio. A queste testimonianze si accosta poi la riflessione di uno psicologo, un teologo, un esperto di pastorale familiare. Perché c’è bisogno di una chiesa che, assumendo lo stile di Gesù, mostri il suo volto materno e sappia offrire alle persone ambiti capaci di aiutare il processo di guarigione e salvezza.

Oliviero Svanera, francescano conventuale, è docente di teologia morale sessuale e familiare presso l’Istituto teologico sant’Antonio dottore e la Facoltà teologica del Triveneto. Vicario della Provincia italiana di Sant’Antonio di Padova, fa parte della redazione della rivista «Credere oggi» e da anni promuove iniziative di formazione per la coppia e la famiglia. Animatore del Movimento francescano di fraternità familiare presso i Santuari antoniani di Camposampiero (Pd), è autore di Sposarsi? Una scelta di libertà e grazia (EMP, 2011) e di Tu sei amore. Una prospettiva francescana sulla coppia (EMP, 2013).


Il professor Benvenuti racconta la missione Rosetta

Piero-Benvenuti[1]Venerdì 19 dicembre alle 11 al Liceo scientifico Romano Bruni di via Fiorazzo 7 a Padova (zona Ponte di Brenta) il professor Piero Benvenuti, ordinario di Astronomia all’Università di Padova, racconterà la missione spaziale Rosetta sviluppata dall’Agenzia Spaziale Europea, con l’obiettivo di studiare la cometa 67P/Churyumov-Gerasimenko. L’incontro è promosso dalle Scuole Romano bruni in collaborazione con l’Associazione culturale Rosmini.

Ecco una recente intervista di Benvenuti a IlSussidiario.net

 

IlSussidiario.net, giovedì 13 novembre, int. a Piero Benvenuti Rosetta/ Così la sonda spaziale Philae ha arpionato (con brivido) la cometa (M. Orioli)

 

MISSIONE ROSETTA: LA SONDA SPAZIALE PHILAE ARRIVA ALLA COMETA - La citazione era quasi obbligata e si è incaricato di rilanciarla in diretta streaming il presidente dell’ASI (Agenzia Spaziale Italiana) Roberto Battiston: “è un piccolo balzo per un robot, un grande passo per l’umanità”. Il robot è la sonda spaziale Philae, che ieri alle 16.35 (ora italiana) ha toccato la superficie della cometa 67/P Churyumov-Gerasimenko. Dopo 28 minuti - il tempo perché il segnale dalla “sonda madre” Rosetta arrivasse a Terra - i media di tutto il mondo hanno rilanciato la notizia: “ce l’ha fatta!”. Il balzo della sonda spaziale Philae è durato sette ore e ha tenuto col fiato sospeso quanti in tutto il mondo ne hanno seguito le fasi collegandosi con i diversi siti e social network a loro volta collegati con il centro di controllo dell’ESA a Darmstadt.

Le fasi salienti si sono susseguite così: alle 8.30 del mattino, nonostante qualche titubanza nella notte precedente, si è deciso di dare il via libera alla separazione del lander Philae dalla sonda Rosetta e la manovra è avvenuta, come previsto, alle 9.35 italiane. Verso le 16 a bordo della sonda spaziale Philae è iniziata la sequenza automatica delle operazione di pre-atterraggio. Alle 16.22 si è aperta la finestra di touch down, una finestra di circa 40 min; qui è iniziata la breve ma interminabile attesa della conferma del touch down, che è giunta puntualmente alle 17.03 accompagnata dall’esultanza corale di tutto lo staff dell’ESA, non senza qualche lacrima.

Esultanza che si è replicata in alcune sedi anche italiane da dove l’evento è stato seguito comunitariamente; come all’università di Padova, dove opera uno dei gruppi italiani più coinvolti nella missione. Qui abbiamo raggiunto il professor Piero Benvenuti, astrofisico con lunga esperienza nelle istituzioni spaziali europee e internazionali, che ha commentato le prime notizie giunte dalla 67/P Churyumov-Gerasimenko, considerando anche i possibili rischi cui andava incontro una missione del genere.

«La missione era preparata perfettamente dal punto di vista della navigazione spaziale; è incredibile la capacità di controllo che hanno acquisito e la capacità di manovrare una navicella come Rosetta e di inserirla nell’orbita giusta. Da questo punto di vista si può parlare di un sistema di eccellenza. L’incertezza c’era però sulla consistenza del suolo nel punto di atterraggio e sull’entità degli ostacoli che si sarebbero potuti trovare. La zona scelta era sulla cosiddetta testa della cometa, anche per motivi di controllo della rotazione: consideriamo che la sonda spaziale Philae stava per atterrare su un corpo che ruotava sotto di lei e bisognava minimizzare il pericolo costituito da questo bersaglio mobile. Peraltro, il sito prescelto era stato esaminato attentamente e mostrava delle ampie aree pianeggianti prive di ostacoli ma anche delle zone accidentate e con superfici inclinate sulle quali, se la sonda spaziale Philae fosse atterrata lì, era elevato il rischio di un rovesciamento. L’altro problema era la bassissima gravità presente sulla cometa, per cui il rischio era che nell’impatto la sonda rimbalzasse e si perdesse nello spazio».

Ora, da quanto si è capito nelle comunicazioni del tardo pomeriggio, sembra che la sonda spaziale Philae sia atterrata facendo un piccolo rimbalzo per poi sistemarsi in un punto più stabile. «Il fatto che riesca a trasmettere bene significa che è ben posizionata, con l’antenna puntata nella direzione corretta. Ci sono però dei problemi di ancoraggio: sembra che gli arpioni non abbiano funzionato come dovevano, probabilmente a causa delle condizioni di inconsistenza del terreno e attualmente (a otto ora dall’atterraggio, ndr) i responsabili della missione stanno considerando l’idea di rilanciarli, cosa che è tecnicamente possibile. La stabilità è necessaria soprattutto per le operazioni che poi si dovranno svolgere: prima fra tutte l’azione di perforazione affidata al sistema SD2, l’ormai celebre “trapano” progettato al Politecnico di Milano.

Da quanto si può dire finora, sembra proprio giustificata la grande soddisfazione manifestata dai responsabili dell’ESA. «Sì. Sia al centro ESA sia nella varie sedi dove operano i gruppi coinvolti nella missione, come qui a Padova, si respira un clima di grande entusiasmo. Anche perché prima dell’arrivo dei segnali positivi si percepiva un certo scetticismo o comunque la preoccupazione che la sonda scendesse in un punto dove il terreno era troppo accidentato».

Il plauso è stato unanime ed è significativa la reazione di uno dei responsabili della Nasa presente a Darmstadt che ha elogiato il successo della missione Rosetta considerandola un’impresa condivisa. Un successo dell’Europa, dell’ESA, dell’industria e della ricerca europea. E all’interno di questo un successo dell’Italia, «che è in prima linea sia con la camera WAC di Osiris realizzata qui a Padova, sia col sistema Giada, dell’Università Parthenope di Napoli, certamente all’avanguardia nell’analisi delle polveri, e poi con lo spettrometro VIRTIS dell’IAPS-INAF di Roma e col già citato SD2».

Benvenuti si riferisce anche al lavoro dei tanti ricercatori, impegnati negli aspetti più scientifici della missione e sottolinea l’importanza del coinvolgimento dei geologi, data la loro esperienza nell’analizzare la conformazione dei terreni e nel capire l’evoluzione storica che ha portato a certe configurazioni e strutture; una serie di conoscenze normalmente non presenti negli astronomi che si occupano di comete e che le osservano da lontano con i telescopi. «Adesso che siamo lì sulla cometa e possiamo vederla da vicino, le competenze geologiche diventano particolarmente preziose».

Ci si può chiedere se dal punto di vista di un astrofisico la scelta della Churyumov-Gerasimenko sia stata quella più valida. «Mi sembra che la scelta abbia rappresentato un buon compromesso tra diverse esigenze. È chiaro che l’ideale per un astrofisico sarebbe stata una cometa di quelle che per la prima volta si avvicina al Sole e che vengono scoperte, in un numero non piccolo, ogni anno. Queste, essendo nuove, contengono del materiale originario, che non è stato mai “cucinato” dalla vicinanza del Sole e dai suoi effetti. Incontrarle però è estremamente difficile: sia perché non se ne conosce bene l’orbita finché non sono già vicino a noi, e quindi irraggiungibili; sia perché le comete nuove sono molto attive, espellono una gran quantità di gas e polveri e hanno una notevole chioma e quindi non possono essere troppo avvicinate, pena la distruzione delle apparecchiature. Nel caso della missione Rosetta, la cometa ha già una iniziale attività ma non tale da incidere, almeno per ora, sugli strumenti di misura».

Ammettendo e sperando che l’insediamento di Philae sulla 67P si completi positivamente e che la missione possa proseguire, quali sono le aspettative principali della comunità scientifica? «I principali risultati attesi riguardano l’analisi, che verranno eseguite in loco, dei materiali gassosi emessi sia della polvere; soprattutto dei materiali che verranno estratti dal sottosuolo mediante il trapano. È ben chiaro ormai - e lo si è visto molto bene dalle immagini raccolte in questi giorni di avvicinamento della sonda alla cometa - che la superficie cometaria è nera, come se fosse coperta di fuliggine; e che il materiale che la costituisce è molto poroso e quindi può aver protetto al suo interno il materiale originario. Il che ci permetterebbe di analizzare il materiale cometario primigenio che è poi lo stesso dal quale si è formate il Sistema Solare. Poiché sulla Terra abbiamo molte delle molecole organiche che possiamo trovare sulla cometa, sarà interessante capire se i meccanismi di formazione di queste catene di molecole organiche sono favoriti in zone remote, là dove nascono le comete, oppure se si possono formare anche sulla Terra. Un’idea, già da tempo avanzata dagli astrobiologi e che queste molecole organiche complesse siano state trasportate sul nostro Pianeta dalle comete che, nelle fasi iniziali del Sistema Solare erano numerosissime. Si aprirebbe quindi un campo di indagine molto interessante circa l’origine del Sistema Solare e della stessa vita».

Pur condividendo l’entusiasmo che circonda questa primo traguardo raggiunto, non possiamo trattenerci dal chiedere a Benvenuti una sua valutazione sul senso e sul valore di missioni come questa. «C’è una motivazione di interesse generale ed è la possibilità di maggior conoscenza del nostro cosmo; soprattutto della parte che riguarda la formazione dei sistemi planetari ed eventualmente, da qualche parte, sicuramente sulla Terra, di sistemi viventi. Ormai è ben chiaro che la caratteristica fondamentale dell’universo è la sua evoluzione, cioè il fatto di svilupparsi come storia: conoscere questa storia significa conoscere la nostra storia . Quindi anche se queste problematiche sembrano molto lontane dai nostri comuni interessi quotidiani, bisogna riconoscere che fanno parte della nostra storia e questo ci lega sempre più strettamente al cosmo. Cosicché più impariamo, più conosciamo la sua evoluzione, più possiamo agire coerentemente con essa, sentendoci parte integrante dell’universo, anzi accorgendoci di essere la coscienza dell’universo. Possiamo perciò essere più responsabili nel custodire questo dono che ci è stato fatto, costruito in miliardi di anni con grande pazienza e ragionevolezza».