Da Jorge Mario Bergoglio a papa Francesco: incontro il 29 maggio con Borghesi e Repole

Padova, 29 maggio 2018. La figura di papa Francesco tra biografia intellettuale e sogno di una chiesa evangelica: un dialogo tra il filosofo Massimo Borghesi e il teologo Roberto Repole sulla formazione dell’uomo Bergoglio e le radici teologiche del suo magistero.

Qual è la visione di chiesa di papa Francesco? E su quali fondamenti poggia il suo pensiero, che si esprime in modo diretto, con parole penetranti, e si manifesta in gesti semplici, all’insegna di una novità di stile che fin dall’inizio ha caratterizzato l’attuale pontefice?

A cinque anni dall’inizio del pontificato di papa Francesco, la Facoltà teologica del Triveneto, in collaborazione con l’Associazione culturale Antonio Rosmini, promuove un dialogo fra un filosofo, Massimo Borghesi, e un teologo, Roberto Repole, sul tema Jorge Mario Bergoglio – Papa Francesco: la formazione, il pensiero, l’opera. Biografia intellettuale e sogno di una chiesa evangelica. L’appuntamento è martedì 29 maggio alle ore 17 a Padova, nella sede della Facoltà (via del Seminario 7).

Massimo Borghesi, docente di Filosofia morale all’Università di Perugia e autore del volume Jorge Mario Bergoglio. Una biografia intellettuale. Dialettica e mistica (Jaca Book), porterà un contributo alla conoscenza della formazione intellettuale dell’uomo Jorge Mario Bergoglio. Roberto Repole, docente di Teologia sistematica alla Facoltà teologica dell’Italia settentrionale – sezione di Torino, presidente ATI-Associazione teologica italiana e autore del volume Il sogno di una chiesa evangelica. L’ecclesiologia di Papa Francesco(Libreria Editrice Vaticana), metterà in evidenza le radici teologiche del magistero di papa Francesco.

 

Il pensiero di Jorge Mario Bergoglio si muove entro «un quadro di straordinaria ricchezza, […] fatto di scambi culturali fra Europa e America Latina, di intrecci dai quali emerge con forza la communio cattolica» scrive Massimo Borghesi nell’introduzione al volume Jorge Mario Bergoglio. Una biografia intellettuale. Dialettica e mistica. «Bergoglio rappresenta, nella sua apparente semplicità, una figura complessa […] Quest’uomo, che viene criticato da pontefice per essere troppo preoccupato per le sorti del mondo, è un “mistico”. Il fondo del suo pensiero e del suo animo si nutre degli Esercizi di sant’Ignazio, del filone mistico della Compagnia di Gesù, quello che unisce contemplazione e azione. […] Un pensiero mistico è un pensiero aperto, che non chiude gli spiragli […] perché la riconciliazione è opera di Dio, non primariamente dell’uomo. Ciò spiega la sua critica a una chiesa “autoreferenziale”, chiusa nella propria “immanenza”, segnata dalla doppia tentazione del pelagianesimo e dello gnosticismo. Il cristiano è “de-centrato”, il punto di equilibrio fra gli opposti è fuori di lui».

 

Se Bergoglio ha alle spalle, «soprattutto e primariamente, la lunga e radicale esperienza del religioso e del pastore, ciò non significa che il suo magistero non sia supportato da una teologia» afferma Roberto Repole nel volume Il sogno di una chiesa evangelica. L’ecclesiologia di Papa Francesco. Nel magistero di Francesco «confluisce tanto la benefica novità dell’insegnamento conciliare, quanto quella della teologia che lo ha preparato e vi ha fatto seguito. […] Appare ormai come un punto di non ritorno ciò che tanto la teologia recente quanto il magistero conciliare hanno insegnato: che la dottrina, cioè, non è né può essere qualcosa di estraneo rispetto alla cosiddetta pastorale. La verità che la chiesa è chiamata a custodire è quella del Vangelo di Cristo, che deve essere comunicatoalle donne e agli uomini di ogni luogo e ogni tempo. Per questo il compito del magistero ecclesiale deve essere anche quello di favorire la comunicazione del vangelo. E per questo, la teologia non potrà mai ridursi a un asettico esercizio da tavolino, sganciato dalla vita del popolo di Dio e dalla sua missione di far incontrare le donne e gli uomini del proprio tempo con la novità perenne e inesauribile del vangelo di Gesù».


“Un approccio originale rispetto a tutta la letteratura su Francesco”

Di Massimo Borghesi. Avvocato, giornalista e accademico uruguaiano, Guzmán Carriquiry Lecour è considerato una persona particolarmente vicina a papa Francesco. Dal 2014 è segretario incaricato della vicepresidenza della Pontificia commissione per l’America Latina.Proprio Carriquiry ha firmato l’introduzione all’ultimo volume di Massimo Borghesi, “JORGE MARIO BERGOGLIO. Una biografia intellettuale. Dialettica e mistica”, pubblicato per Jaca Book, uscito il 9 novembre nelle librerie. Ora Terredamerica.com, la testata online diretta da Alver Metalli, pubblica integralmente l’introduzione sia in italiano (la trovate riportata qui sotto), sia in spagnolo (http://bit.ly/Carriquiry_spagnolo).

L’introduzione dell’intellettuale uruguaiano è stata pubblicata in forma più sintetica anche sull’Osservatore Romano del 6 novembre (http://www.osservatoreromano.va/it/news/tra-semplicita-e-complessita).

 

Terredamerica.com, mercoledì 8 novembre, DA DOVE VIENE IL PAPA. In libreria la prima biografia intellettuale. “Un approccio originale rispetto a tutta la letteratura su Francesco”, scrive nell’introduzione un uomo a lui vicino

Nei quattro anni trascorsi dall’elezione di papa Francesco è davvero impressionante il numero di libri e articoli pubblicati, in diverse lingue, sul suo pontificato: alcuni biografici, altri basati sul lavoro pastorale del vescovo Jorge Mario Bergoglio a Buenos Aires. Molti testi sono dedicati alla sua riforma della Chiesa, della Curia Romana in particolare, alla sua opzione per i poveri, allo stile di comunicazione, all’azione di Francesco nell’attuale contesto internazionale. Tale abbondanza di pubblicazioni è segno di un tempo ricco di sorprese, di una diffusa empatia e interesse suscitato dalla testimonianza e dalla intensa attività esplicata dal Santo Padre. Ciò dimostra indubbiamente la curiosità di un vasto pubblico di lettori, che trascende l’ambito ecclesiastico ed abbraccia persone molto lontane dalla Chiesa di Roma. L’argomento “Francesco” entra nelle conversazioni della gente comune e delle élites del mondo.

In questo panorama il libro di Massimo Borghesi non viene a confondersi nel mare editoriale dedicato al pontificato. Si tratta, infatti, di uno studio molto importante che prende in esame un aspetto essenziale, decisamente trascurato, per la comprensione dell’attuale pontefice: quello della genesi e dello sviluppo del suo “pensiero”. In questo libro, dal titolo “Jorge Mario Bergoglio. Una biografia intellettuale. Dialettica e mistica”, l’autore manifesta un approccio originale rispetto a tutta la letteratura su Francesco. Attraverso una straordinaria capacità di raccolta di fonti e di ricerca, il testo offre un sistematico approfondimento dell’entroterra culturale e degli influssi intellettuali che hanno contribuito a formare la personalità e il “pensiero” di Jorge Mario Bergoglio. Si tratta di un contributo indispensabile per conoscere meglio la personalità complessa di papa Francesco, nella quale si coniugano la sua esperienza pastorale, l’esperienza mistica e quella intellettuale.

La scarsità di riferimenti relativi alla sua biografia intellettuale, è dovuta, in primo luogo, allo stesso papa Francesco, che non ama ostentare le proprie doti e qualità al riguardo e, certamente, non gradirebbe la qualifica di “intellettuale”. Bergoglio, com’è noto, detesta gli intellettualismi astratti, tentati sempre da una deriva ideologica, muri che chiudono e distraggono dal rapporto con Dio e con il suo popolo. Per di più, in ogni omelia, catechesi o messaggio, non ama includere sviluppi teologici che non siano brevi, adeguati e comunicati in maniera semplice. Vuole privilegiare sempre quella “grammatica della semplicità” – che non è mai semplicismo – nel suo modo diretto e autentico di esprimersi, di comunicare, per rivolgersi a tutti e a ciascuno, e raggiungere il cuore di tutti coloro che sono in ascolto, ovunque si trovino e qualunque sia il loro livello di istruzione e di formazione cristiana. Perciò il suo linguaggio vuole essere comprensibile a tutti, accompagnato da immagini che sono come “istantanee” della realtà quotidiana e da gesti simbolici. Papa Bergoglio parla semplicemente perché vuole parlare così! Non è un caso se il Papa definisce il potere della comunicazione come “potere della prossimità”, piena di tenerezza e di compassione, propria del Pastore guidato dal realismo dell’incarnazione. Anche Gesù ringraziava il Padre per avere «nascosto queste cose ai grandi e ai sapienti» e averle «rivelate ai piccoli» (Mt 11,25). E Pascal, nei suoi Pensieri, diceva di Gesù: «Ha detto le cose grandi così semplicemente che sembra non averle pensate», ma «si vede che le aveva pensate!». Per papa Francesco questa è la modalità essenziale di approccio con gli uomini e le donne del nostro tempo, con coloro che sono lontani dalla Chiesa e non possiedono una istruzione cristiana. Occorre concentrarsi sull’essenziale, «su ciò che è più bello, più grande, più attraente e allo stesso tempo più necessario. La proposta si semplifica, senza perdere per questo profondità e verità, e così diventa più convincente e radiosa» (Evangelii gaudium, 35). Questa è la “piccola via” della fede oggi. La simplicitas rappresenta in papa Bergoglio, come afferma Massimo Borghesi, un «punto di arrivo che presuppone la complessità di un pensiero profondo e originale». Questa complessità può sfuggire a chi, abituato al gusto letterario, estetico e teologico che suscitava la lettura dei testi e delle allocuzioni di papa Benedetto, il maggior teologo vivente, si confronta ora con un linguaggio più “diretto”, parlato, volto alle moltitudini della gente comune più che a minoranze intellettualmente preparate.

Alle perplessità di taluni, che non si ritrovano nello stile di comunicazione del nuovo Papa, si aggiunge la diffidenza di alcuni ambienti ecclesiastici e intellettuali verso un papa “latinoamericano”, “argentino”, “populista”, considerato non all’altezza dei parametri culturali europei. Questi critici dimostrano di rimanere insensibili di fronte all’abbraccio universale e ai richiami schiettamente evangelici del Papa. Rimangono rinchiusi in una vecchia Europa, dove ardono ancora le braci del grande fuoco che fu quello della sua migliore tradizione, ma che tuttavia oggi non genera nulla: né figli – siamo in pieno inverno demografico –, né nuove correnti intellettuali, movimenti, orizzonti politici che aprano la strada a un destino di speranza. Sono come quei “dottori della Legge” che si chiedevano se potesse mai venire qualcosa di buono da Nazareth, da un “figlio di falegname”. In questo caso Nazareth indica il Cono Sud del mondo. Rispetto a questo quadro, il pregio del volume è di collocare Bergoglio all’interno di una ricca tradizione intellettuale che trova le sue radici in Argentina e la sua fecondità nel dialogo stretto, che sa impostare, con le correnti più feconde del cattolicesimo europeo.

Lo stereotipo del papa “argentino” ha certamente una sua verità. Non va però, come documenta il testo che presentiamo, assolutizzato. Bergoglio è argentino e, al contempo, per gli autori della sua formazione e per le sue letture di riferimento, profondamente europeo. Come indica la sua dialettica polare, precisata nell’incontro ideale con Romano Guardini, egli stesso è “ponte” tra due continenti. Donde l’utilità del libro di Massimo Borghesi, il quale offre un quadro di straordinaria ricchezza, mostrando i diversi filoni culturali e intellettuali che s’intrecciano nella personalità del futuro Papa e che costituiscono il sostrato illuminante del suo magistero e della sua azione pastorale. Il lettore avrà così modo di comprendere la vera genesi del pensiero di Jorge Mario Bergoglio, rimasta, finora, celata ai vari interpreti. Questa è data da una concezione dialettica, “polare”, della realtà che il giovane studente di filosofia e teologia del Colegio San Miguel matura grazie al rinnovamento della concezione ignaziana portata avanti dal suo professore Miguel Àngel Fiorito e dalla lettura che degli Esercizi spirituali davano intellettuali gesuiti quali Gaston Fessard e Karl-Heinz Crumbach. Da qui muove la riscoperta della mistica gesuitica e l’apprezzamento per la figura di Pierre Favre, letto attraverso Michel de Certeau. La visione dialettica si rivelerà preziosa quando Bergoglio, da giovane Provinciale dei gesuiti argentini, negli infuocati anni ’70, si impegnerà in una visione sintetica della Compagnia di Gesù, della Chiesa, della società, in modo da sottrarsi alla contraddizione, dilacerante, tra i seguaci della dittatura militare e i rivoluzionari filo-marxisti. È la medesima visione dialettica che lo porta a incontrarsi con Amelia Podetti, la più acuta “filosofa” argentina degli anni ‘70, e con Alberto Methol Ferré, il più importante intellettuale cattolico latino-americano della seconda metà del xx secolo. La riflessione di Bergoglio, come mostra bene Borghesi, deve molto a una tradizione propria del pensiero gesuitico. Una tradizione che, muovendo da Adam Möhler, intende la Chiesa come coincidentia oppositorum, una visione, questa, che ritroviamo in Erich Przywara, Henri de Lubac, Gaston Fessard. L’orientamento spiega perché Bergoglio scelga come argomento della sua tesi di dottorato, nel 1986 in Germania, l’“opposizione polare” di Romano Guardini. Borghesi traccia, in tal modo, un filo rosso del pensiero di Bergoglio la cui presenza non era stata avvertita dagli studiosi. Il che spiega, in larga misura, anche le accuse di coloro che, ostili alla linea del pontificato, non hanno esitato ad accusare Francesco di scarsa preparazione in sede teologico-filosofica.

Merito del volume di Borghesi è di calare la visione ideale di Bergoglio all’interno dello scenario storico, ecclesiale e politico dell’Argentina degli anni ’70-’80. Possiamo così comprendere il suo peculiare giudizio sul “peronismo”, la sua critica alla teologia politica a partire da un orizzonte squisitamente agostiniano. Viene altresì illuminata la sua simpatia per la “Teologia del popolo”, la corrente della Teologia della liberazione elaborata dalla scuola del Rio de la Plata per la quale l’opzione preferenziale per i poveri, affermata nel Documento di Puebla (1979) della Chiesa latinoamericana, si univa a una ferma opposizione verso il marxismo. Questa scuola, che vedeva come protagonisti Lucio Gera, Rafael Tello, Justino O’Farrell, Juan Carlos Scannone, Carlos Galli, lascerà il suo segno nei documenti di Puebla e di Aparecida (2007). Ad essa si deve la riscoperta della religiosità popolare, tema molto caro a Bergoglio, il quale non per questo è meno attento alla dimensione propria dell’“incontro” caratterizzante la testimonianza cristiana nell’orizzonte secolarizzato proprio delle grandi metropoli. Donde lo sviluppo che ha, nella riflessione degli ultimi anni, la categoria della “bellezza” nella sua unità con il bene e il vero. Una riflessione che deve molto alla lettura del grande teologo Hans Urs von Balthasar.

Del papa Francesco è stato sottolineato il pensiero “aperto”, con il vento in poppa, vulnerabile al Mistero sempre più grande, sempre inafferrabile. Per questo, il volume di Massimo Borghesi non ha certo la pretesa di chiudere quanto di aprire la strada verso ulteriori approfondimenti concernenti la biografia intellettuale di Jorge Mario Bergoglio/papa Francesco. I due grossi volumi di Scritti teologico-pastorali di Lucio Gera, recentemente pubblicati, offrono nuovo materiale d’indagine di un autore chiave. Il pensiero di Lucio Gera, padre e maestro di una generazione di sacerdoti argentini, sepolto per volere dell’arcivescovo Bergoglio nella cattedrale di Buenos Aires, ha avuto profonda eco nelle ultime Conferenze Generali dell’Episcopato Latinoamericano.

Nella “biografia intellettuale” di Bergoglio, che è stato professore di filosofia, teologia, letteratura, merita uno spazio anche la sua passione letteraria. È riuscito a capire meglio la realtà del suo popolo passando dalla poesia nativa, gauchesca, del Martín Fierro, ai contemporanei metafisici, ma molto diversi, come Jorge Luis Borges e Leopoldo Marechal. Ha letto più volte I promessi sposi di Alessandro Manzoni, con tutte le sue implicazioni di religiosità popolare, e ha amato la lettura di Dostoevskij nell’intreccio dell’animo umano tra peccato, colpa, castigo, perdono e redenzione. Ha anche apprezzato i paradossi di Chesterton, e non a caso “paradosso dei paradossi” è definito il mistero dell’incarnazione dai Padri della Chiesa. È lettore di León Bloy, questo convertito iracondo, “politicamente scorretto”, che si sarebbe divertito nel vedersi citato nella prima omelia di papa Francesco: «Chi non prega il Signore, prega il diavolo». Bloy è stato importante per la conversione di Charles Péguy, le cui pagine il Papa ama scorrere, nel poco tempo che gli lascia la sua fitta agenda di impegni, quando trova uno dei suoi libri nel mucchio che si accumula sulla scrivania nella Domus Sanctae Marthae. Anche Bernanos, con il suo Diario di un parroco di campagna, è stato citato dal papa Francesco nel ritiro con i sacerdoti durante l’Anno giubilare della Misericordia.

Queste letture non costituiscono un genere minore per una biografia intellettuale. Come scriveva Hans Urs von Balthasar, riferendosi alla grande letteratura francese della prima metà del xx secolo: «Potrebbe darsi che nei grandi letterati cattolici ci fosse una maggiore vita intellettuale originale, grande e capace di crescere all’aria libera, che nella nostra odierna teologia, di corto respiro, e che si accontenta di poco» (Le Chrétien Bernanos, Seuil, Paris 1956).

Se la formazione intellettuale e l’esperienza sacerdotale e pastorale procedono insieme, esse, nella biografia di Jorge Mario Bergoglio, sono contrassegnate, come rileva Borghesi nel sottotitolo del volume, dalla esperienza mistica, di discernimento orante, che accompagna le sue giornate. In compagnia dei santi – dirà sempre von Balthasar – si avverte una “esistenza teologica”, in quanto la loro vita dimostra, in forma esistenziale, una dottrina viva, donata dallo Spirito Santo per il bene di tutta la Chiesa. Ogni azione pastorale e ogni riflessione teologica hanno inizio “in ginocchio”, ripete il papa Francesco. Dunque, la sua biografia intellettuale è indubbiamente inseparabile dalle vie sulle quali la Provvidenza lo ha portato verso un radicalismo evangelico, nell’incontro con il Signore, per il bene di tutta la Chiesa nell’attuale momento storico.

*Vicepresidente della Pontificia Commissione per l’America Latina

Introduzione a: Massimo Borghesi, “JORGE MARIO BERGOGLIO. Una biografia intellettuale. Dialettica e mistica”. Jaca Book, Milano 2017


I media vaticani su “Jorge Mario Bergoglio. Una biografia intellettuale”

Di Massimo Borghesi. Notevole l’attenzione dei media vaticani per l’uscita dell’ultimo volume di Massimo Borghesi “Jorge Mario Bergoglio. Una biografia intellettuale. Dialettica e mistica”, editrice Jaca Book. Pubblichiamo una presentazione dello stesso Borghesi uscita lunedì 6 novembre sull’Osservatore Romano e un’intervista concessa nello stesso giorno dall’autore a Fabio Colagrande di Radio Vaticana.

Ascolta l’intervista di Massimo Borghesi a Radio Vaticana.

 

L’Osservatore Romano, lunedì 6 novembre, La formazione di Jorge Mario Bergoglio (M. Borghesi)

 

L’ idea di scrivere un libro sulla formazione intellettuale di Jorge Mario Bergoglio è nata da due motivi.

Il primo è dato dallo spettacolo dei critici di professione, i teologi dell’ultima ora, per i quali il Papa sudamericano non avrebbe la preparazione teologico-filosofica per esercitare il ministero come successore di Pietro. Lo snobismo si mescola, in questi casi, a dosi cospicue di arroganza e di ignoranza.

Il secondo motivo era dato dalla scoperta di un nucleo concettuale forte presente nel pensiero del futuro Pontefice: quello di una concezione della vita fondata su una tensione degli opposti, sulla dialettica antinomica dei contrari che a me, studioso di Romano Guardini, ricordava da vicino quella guardiniana. Leggendo la Evangelii gaudium, con il suo modello sociale imperniato sulle tre coppie polari (pienezza-limite, idearealtà, globalizzazione-localizzazione), nonché le lezioni tenute nella seconda metà degli anni settanta dal giovane provinciale dei gesuiti argentini, era evidente che Bergoglio applicava al travagliato contesto del suo paese, diviso tra dittatura militare e guerriglia rivoluzionaria, il modello di una polarità divenuta, in questo caso, patologica, incapace di soluzione. Una contraddizione che chiamava in causa la Chiesa e la Compagnia di Gesù, anch’esse divise al loro interno. Da dove gli proveniva questo modello dialettico? Non da Guardini, la cui dottrina filosofica diverrà importante per lui solo nel 1986, al momento di svolgere la sua tesi di dottorato a Francoforte, mai portata a termine. Da quale autore Bergoglio traeva la sua idea fondamentale delle opposizioni autentiche, non disgiuntive, che regolano la vita personale, sociale, ecclesiale? La lettura dei suoi testi e delle biografie non permetteva di dirimere la questione.

Non rimaneva che chiedere a lui, al Papa. Grazie a Guzmán Carriquiry ho potuto inviare al Pontefice una serie di domande sul suo pensiero, sui suoi maestri, sulla sua formazione. Alle domande avevo unito il mio libro Romano Guardini. Dialettica e antropologia perché immaginavo che potesse incontrare il suo interesse. Non era detto che Francesco rispondesse. Non solo per il tempo e per gli impegni ma anche per la sua diffidenza verso quella parte del mondo intellettuale che ama giocare nell’astratto, nel limbo delle idee disancorate dalla realtà e dalla storia. E invece ha risposto. In quattro documenti audio, tra gennaio e marzo, il Papa, con somma cortesia, ha offerto delucidazioni fondamentali sul suo pensiero e sulla sua formazione intellettuale. La prima e fondamentale è la confessione dell’importanza della lettura degli anni sessanta, più volte ripetuta, del libro La dialectique des “Exercices spirituels” de saint Ignace de Loyola di Gaston Fessard. Il nome di Fessard, uno dei più grandi intellettuali gesuiti della seconda metà del Novecento, amico di Henri de Lubac e protagonista con lui della Scuola di Lione, mi ha aperto lo sguardo sull’intera riflessione di Bergoglio. Era come trovare il filo rosso, l’unità di un pensiero poliedrico. Fessard, ispirato da Maurice Blondel, offre una lettura dialettica, antinomica, della spiritualità ignaziana tesa tra grazia e libertà, tra l’infinitamente grande e l’infinitamente piccolo. Profila l’idea del cattolicesimo come coincidentia oppositorum, sintesi vitale delle polarità opposte. È la stessa idea del grande ecclesiologo di Tubinga, Adam Möhler, ripresa dai gesuiti Erich Przywara e de Lubac. È l’idea della vita come tensione polare che ritroviamo in Romano Guardini, e questo spiega l’argomento scelto da Bergoglio per la tesi di dottorato. Guardini non è all’inizio della riflessione di Bergoglio; ne rappresenta, però, un’importante conferma e un ampliamento di orizzonti.

La riflessione del futuro Papa si colloca, pertanto, nel quadro di un preciso filone del pensiero cattolico tra Ottocento e Novecento: quello derivante da Möhler, Guardini, Przywara, de Lubac, Fessard. Un filone che intende la Chiesa come lo strumento attraverso cui il mistero di Dio unisce quanto, sul piano della natura, appare non componibile. Un’unità che mantiene le differenze senza la pretesa di annullarle.

Nell’Argentina degli anni settanta non era il solo a professare tale visione. La condivideva con il geniale intellettuale uruguayano Alberto Methol Ferré, il pensatore cattolico latinoamericano più rilevante della seconda metà del Novecento. Methol esprimeva un tomismo dialettico, dipendente, anche nel suo caso, da Gaston Fessard. Methol Ferré e Bergoglio, i cui destini si incrociano nel 1979 a partire dalla conferenza di Puebla, condividono prospettive ideali e speranze sul rinnovamento ecclesiale latinoamericano. Sono entrambi fautori della teología del pueblo, la versione argentina della teologia della liberazione che univa l’opzione preferenziale per i poveri e la riscoperta della fede popolare al rifiuto netto dell’ideologia marxista. Ambedue auspicano la patria grande dell’America latina in una tensione costruttiva con gli stati nazionali. Bergoglio stimava molto la geopolitica ecclesiale dell’amico, come pure il cuore del suo pensiero, così simile al suo. Methol Ferré diviene, dopo Fessard, il suo filosofo. Con lui condivide non solo il modello dialettico ma anche l’opzione per l’estetica teologica di Hans Urs von Balthasar, per l’unità dei trascendentali (bello-bene-vero) nell’affermazione dell’essere e per il primato accordato al bello, alla testimonianza, nella comunicazione della verità. Donde l’unione polare di misericordia e verità, la loro tensione unitiva, ineliminabile, incompresa sia dai tradizionalisti che dai modernisti.

La “biografia intellettuale” di Jorge Mario Bergoglio consente, in tal modo, di entrare nel laboratorio ideale di Francesco, e chiarisce, indirettamente, la logica ecclesiale che presiede al suo pontificato. Una logica della totalità che non va colta soffermandosi solo su aspetti particolari, come usano fare i critici, ma nella prospettiva dell’insieme. È questa a chiarire come il Papa sia, ad esempio, fortemente sensibile a una testimonianza sociale a fronte dei problemi della povertà, della guerra, del clima. E come, al contempo, il Pontefice sia anche, seguendo sant’Ignazio, un mistico, un cristiano consapevole del primerear della grazia su ogni operare dell’uomo, del “Dio sempre più grande”. Seguendo Pierre Favre, l’amico e discepolo di Ignazio caro a Bergoglio, il cristiano è il contemplativo nell’azione, è la vivente unità degli opposti. La vita cristiana si muove tra cielo e terra, una tensione che non trova soluzione in un sistema, ma solo nel Mistero che guida la storia.


Alla scoperta del pensiero di papa Francesco

Di Massimo Borghesi. Quante volte sui social media, ma anche su testate giornalistiche, si accenna, si allude, o anche si afferma apertamente, che il papa venuto dalla fine del mondo ha magari sì portato una ventata d’aria fresca con le sue espressioni colorite e la sua carismatica irruenza, ma gli si nega di fatto un pensiero autonomo ed originale. Ora Massimo Borghesi, con un volume in libreria dal 9 novembre per l’editrice Jaca Book, ribalta questi luoghi comuni grazie a un’indagine approfondita, arricchita da contributi audio inviati dallo stesso pontefice, identificando con chiarezza gli autori di riferimento di papa Francesco, da De Lubac a Fessard, da Guardini a Methol Ferré, da Giussani a von Balthasar e soprattutto una precisa linea di pensiero entro la quale il pensiero di Jorge Mario Bergoglio si colloca.

Pubblichiamo l’intervista rilasciata ad Alver Metalli su Terre d’America. Qui anche la versione spagnola della stessa intervista

 

http://www.tierrasdeamerica.com/2017/11/03/descubriendo-el-pensamiento-del-papa-bergoglio-aparece-la-primera-biografia-intelectual-de-bergoglio-con-sorpresas-y-desmentidas-entrevista-al-autor-massimo-borghesi/

 

e la ripresa su Vaticaninsider.com

 

http://www.lastampa.it/2017/11/03/vaticaninsider/ita/inchieste-e-interviste/alla-scoperta-del-pensiero-di-papa-bergoglio-in-uscita-la-prima-biografia-intellettuale-Xd0Di7vQebpC6rjW1VyUxJ/pagina.html

 

Terredamerica.com, 3 novembre 2017, ALLA SCOPERTA DEL PENSIERO DI PAPA FRANCESCO. In uscita la prima biografia intellettuale di Bergoglio. Con sorprese e smentite. Intervista all’autore, Massimo Borghesi (Alver Metalli)

 

Borghesi, filosofo italiano con anni di cattedra, studio e pubblicazioni, sta per far conoscere al pubblico il risultato di un lavoro che mancava. E la cui assenza era foriera di approssimazioni e misconoscimenti. Un full immersion nelle fonti prime che hanno alimentato nel tempo il modo di vedere e ragionare di chi oggi occupa la suprema cattedra della Chiesa cattolica. Nel condurre la sua ricerca Borghesi ha avuto un aiuto decisivo, proprio quello del soggetto investigato che ha collaborato alla sua fatica con quattro registrazioni audio. “Attraverso il comune amico Guzmán Carriquiry, vicepresidente della Commissione Pontificia per l’America Latina, ho potuto approfittare della cortesia di papa Francesco e fargli pervenire alcune domande” rivela l’autore. Il risultato del lavoro potrà essere letto a giorni, per i tipi della casa editrice Jaca Book che lo manderà in libreria con il titolo “JORGE MARIO BERGOGLIO. Una biografia intellettuale. Dialettica e mistica”. Quelle che seguono sono alcune anticipazioni, ottenute da Borghesi con la complicità dell’amicizia.

 

Cosa ti ha mosso ad iniziare questo lavoro sul pensiero del Papa?

 

Il pregiudizio che, particolarmente nell’ambiente intellettuale ed accademico, continua a pesare nell’immagine del pontificato. Papa Francesco si è trovato sulle spalle la difficile eredità di Benedetto XVI, uno dei grandi teologi del ‘900. Venendo dopo un pontificato fortemente marcato sul piano intellettuale lo stile pastorale di Bergoglio è apparso a molti come troppo “semplice”, non adeguato alle grandi sfide del mondo metropolitano, secolarizzato. Al Papa venuto dall’altro capo del mondo si rimprovera, in Europa e negli Stati Uniti, di non essere “occidentale”, europeo, culturalmente preparato.

 

Quando hai capito che non era così?

 

Personalmente, avevo letto alcuni testi di Bergoglio che mi avevano molto colpito. Tra questi alcuni discorsi della seconda metà degli anni ’70 allorché Bergoglio era giovane Provinciale dei gesuiti argentini. Ne avevo tratto una forte impressione. Ciò che mi aveva colpito era il “pensiero” che sorreggeva le sue argomentazioni. Bergoglio si rivolgeva ai suoi confratelli che soffrivano la dilacerazione di una situazione drammatica. L’Argentina di allora era retta dalla giunta militare che gestiva, con mani lorde di sangue, la repressione del fronte rivoluzionario dei Montoneros. Di fronte a questo conflitto la Chiesa era profondamente divisa tra fautori del governo e quelli schierati con la rivoluzione. Per Bergoglio questa dilacerazione della società era uno scacco anche per la Chiesa, che si era dimostrata incapace di unire il popolo. Il suo ideale era quello del cattolicesimo come coincidentia oppositorum, come superamento di quelle opposizioni che, radicalizzate, si trasformano in insanabili contraddizioni. Questo ideale era espresso da Bergoglio attraverso una sua filosofia, una concezione per la quale la legge che governa l’unità della Chiesa, così come quella sociale e politica, è una legge basata su una dialettica “polare”, su un pensiero “agonico” che tiene uniti gli opposti senza cancellarli e ridurli forzatamente all’Uno. Molteplicità ed unità costituivano i due poli di una tensione ineliminabile. Una tensione la cui soluzione era affidata, di volta in volta, alla potenza del Mistero divino che agisce nella storia. Questa prospettiva, che emergeva tra le righe dei discorsi del giovane Bergoglio, mi ha colpito molto. Associata alle coppie polari che il Papa richiamava nella Evangelii gaudium delineava una vera e propria “filosofia”, un pensiero originale. Avendo studiato a lungo la dialettica di Hegel e, soprattutto, la concezione della polarità in Romano Guardini questa prospettiva mi ha interessato da subito. Era evidente che Bergoglio aveva una concezione originale, un punto di vista teologico-filosofico che, singolarmente, non ha attirato l’attenzione degli studiosi.

 

Il Papa è intervenuto di persona durante il tuo lavoro di ricerca con degli audio che ti ha inviato. Cosa ti hanno permesso di stabilire?

 

Attraverso il comune amico Guzmán Carriquiry, vicepresidente della Commissione Pontificia per l’America Latina, ho potuto approfittare della cortesia di papa Francesco e fargli pervenire alcune domande. Dopo la lettura dei suoi testi mi rimaneva, infatti, l’interrogativo sulla genesi della sua dialettica polare. Si trattava di una lettura originalissima della realtà che trovava analogie con il tomismo ilemorfico e dialettico di Alberto Methol Ferré, il più grande intellettuale cattolico latinoamericano della seconda metà del ‘900. Methol Ferrè non era, però all’inizio del pensiero di Bergoglio. I due intrecciano le loro strade solo alla fine degli anni ’70, in occasione della preparazione del grande Convegno di Puebla della Chiesa latinoamericana. Da dove allora Bergoglio trae la sua idea della tensione polare come legge dell’Essere? Su questo punto, nodale, gli articoli e i volumi non offrivano alcuna traccia. É come se Bergoglio avesse voluto conservare il segreto sulla fonte del suo pensare. É qui che le risposte del Papa si sono rivelate fondamentali. Da esse ho potuto comprendere come l’inizio del suo pensiero sia da collocare negli anni di studentato, presso il Colegio San Miguel, allorché Bergoglio riflette sulla teologia di S. Ignazio attraverso il modello della “Teologia del come se”, e, soprattutto, attraverso la lettura, determinante, del primo volume de La dialectique des “Exercices spirituels” de saint Ignace de Loyola di Gaston Fessard. La lettura “tensionante”, dialettica, che Fessard dava di sant’Ignazio è all’origine del pensiero di Bergoglio. Per me è stata una vera scoperta.

 

Le influenze europee sul Papa, quelle forti che ha assimilato e di cui c’è traccia nella struttura del suo pensare, quali sono?

 

Uno dei risultati del mio volume è proprio la grande influenza che hanno avuto su Bergoglio autori europei, gesuiti in particolare. Viene meno con ciò la leggenda del Papa latinoamericano che non sarebbe in grado di misurarsi con il pensiero europeo. L’autore chiave è certamente Gaston Fessard, gesuita, tra i più geniali intellettuali francesi del ‘900. C’è poi Henri de Lubac con la sua concezione del rapporto tra Chiesa e società espressa in Catholicisme. Les aspects sociaux du dogme. Fessard e de Lubac sono protagonisti della “Scuola di Lione”. Seguendo loro Bergoglio è, in qualche modo, un discepolo di questa scuola. Entrambi, Fessard e de Lubac, sono fautori di una concezione dialettica, ereditata da Adam Möhler, il grande iniziatore della Scuola di Tubinga, per la quale la Chiesa è coincidentia oppositorum, unità soprannaturale di ciò che sul piano del mondo rimane inconciliabile. É la stessa concezione di Bergoglio. Oltre ai due autori gesuiti ora ricordati ve n’è poi un terzo, anche lui francese, che ha esercitato una sua influenza su Bergoglio: Michel de Certeau. Anche lui protagonista della scena intellettuale, particolarmente negli anni ’70. Il de Certeau che interessa Bergoglio è, però, quello degli anni ’60, lo studioso della mistica moderna, da Surin a Favre. La sua prefazione al Memorial di Pierre Favre, il grande amico di sant’Ignazio, è un testo chiave nella formazione di Bergoglio. Il suo ideale gesuitico della vita cristiana, del contemplativo in azione, guarda a Pierre Favre.

 

Oltre agli autori francesi, decisivi per la sua formazione, ce ne sono altri?

 

Un ruolo chiave lo assume, dal 1986, l’italo-tedesco Romano Guardini. In quell’anno Bergoglio si reca a Francoforte, in Germania per una tesi di dottorato su Guardini. Come argomento sceglie non opere teologiche o di carattere religioso bensì l’unico lavoro integralmente filosofico guardiniano: L’opposizione polare. Tentativi per una filosofia del concreto vivente. Si tratta di una decisione singolare. Perché occuparsi del Guardini filosofo e non di quello teologico? La risposta diviene comprensibile alla luce del mio studio. L’antropologia “polare” di Guardini appare a Bergoglio come una conferma della sua visione dialettica, antinomica, compresa attraverso Fessard e de Lubac. L’autorità di Guardini conferisce un valore particolare al modello di pensiero che Bergoglio applica in sede ecclesiale e in quella politico-sociale. Al tempo stesso il modello guardiniano amplia quello bergogliano, consente inediti approfondimenti. Guardini diviene, dagli anni ’90, un autore di riferimento. Lo troviamo più volte citato nella Evangelii gaudium e in Laudato si’. Oltre a Guardini un altro autore chiave è il grande teologo svizzero-tedesco Hans Urs von Balthasar. Questa è stata una scoperta. A partire dagli anni ’90 Bergoglio da vescovo, e poi da cardinale, si avvicina alla grande estetica teologica di von Balthasar, ne condivide l’impianto, il primato accordato al bello onde poter comunicare il bene e il vero. L’unità dei trascendentali dell’essere diviene un punto fermo del pensiero teologico-filosofico bergogliano. Da Balthasar, Bergoglio riprende anche le categorie per opporsi allo gnosticismo, allo svuotamento della carne di Cristo nei vari “idealismi” spiritualistici. Il saggio su Ireneo, contenuto in Gloria, ha colpito molto Bergoglio. Un’ultima influenza voglio ricordare: quella dell’opera di Mons. Luigi Giussani. Bergoglio era lettore, e in taluni casi presentatore a Buenos Aires, dei volumi di Giussani tradotti in spagnolo. Nella sua prospettiva le principali categorie del metodo educativo di Giussani – l’incontro, lo stupore, l’esperienza, ecc. – vengono associate al darsi glorioso della “forma” (Gestalt) così come insegna von Balthasar. Il tutto finalizzato ad una posizione missionaria, evangelizzatrice, che pone il cristiano nell’orizzonte della Chiesa dei primi secoli: come 2000 anni fa.

 

Le fonti latinoamericane che peso hanno nel suo pensiero? Un posto di riguardo nel tuo lavoro lo occupa Methol Ferré, storico e filosofo nato in Uruguay…

 

Tra le fonti latinoamericane metterei certamente, in prima fila, Lucio Gera con la sua “Teología del pueblo”, la riformulazione della teologia della liberazione da parte della Scuola del Rio de la Plata con la sua critica del marxismo e la sua opzione preferenziale per i poveri. É un aspetto noto e studiato del pensiero di Bergoglio. Alla “Teologia del popolo” va il merito della riscoperta del valore della religiosità popolare latinoamericana, simbolizzata dal culto della Madonna di Guadalupe, al di là dei pregiudizi della cultura illuministica. Oltre a Gera e ai teologi a lui vicini ci sono, però, anche altri autori che sono decisivi per la riflessione di Bergoglio. Tra essi Miguel Angel Fiorito, il suo professore di filosofia. É Fiorito che lo introduce ad una riscoperta degli Esercizi di sant’Ignazio attraverso la lettura dello studio ignaziano di Gaston Fessard. Poi l’incontro con Amelia Podetti, la più illustre “filosofa” argentina degli anni ’70. Studiosa di Hegel la Podetti sviluppa una riflessione sulla inculturazione della fede, sul rapporto tra centro e periferia, sul ruolo dell’America Latina nel nuovo contesto mondiale, che interesserà molto Bergoglio. Oltre a questi c’è poi l’autore per eccellenza: Alberto Methol Ferré. Con lui, che condivide l’esperienza del Celam dal 1979 al 1992 ed è l’intellettuale cattolico più lucido in America Latina, Bergoglio ha piena sintonia. Il mio volume analizza il pensiero di Methol Ferré, il suo tomismo dialettico, e questo dopo la tua intervista a Methol, consegnata nel volume Il Papa e il filosofo, è una novità nel panorama culturale italiano. Methol Ferré e Bergoglio si incrociano, condividono una stessa prospettiva sulla Chiesa e sulla società, hanno gli stessi autori di riferimento. Uno, fondamentale. Ambedue dipendono dalla visione polare, dialettica, di Gaston Fessard. Questa fonte comune spiega anche la loro vicinanza ideale, filosofica, la loro sintonia nell’affrontare le sfide della Chiesa latino-americana a partire dagli anni ’70. Bergoglio apprezza moltissimo l’“amico” Methol, legge i suoi articoli su “Vispera”, su “Nexo”, è colpito dalla sua geopolitica ecclesiale, condivide il suo ideale della “Patria grande”.

 

Ci sono delle acquisizioni finali del tuo studio, di sintesi, che correggono quello che è stato scritto sino ad ora su Bergoglio Papa?

 

Le acquisizioni sono molte. Innanzitutto, come abbiamo detto, viene chiarita la genesi ed il filo rosso del pensiero di Jorge Mario Bergoglio. E questo è la prima volta che avviene. Con ciò viene smentita l’opinione di quanti, per pregiudizio o mancanza di documentazione, continuano a ripetere che Francesco non avrebbe i titoli per esercitare il ministero petrino. Bergoglio è portatore di un pensiero originale, dipendente da una tradizione del pensiero “cattolico” tra ‘800 e ‘900, quella di Adam Möhler, Erich Przywara, Romano Guardini, Gaston Fessard, Henri de Lubac. Alcuni di questi autori sono gesuiti, altri no. Si tratta di una tradizione illustre che proprio il magistero di Francesco consente oggi di riscoprire e di valorizzare. Una tradizione che si oppone a coloro – penso soprattutto alle critiche su Amoris laetitia – che vorrebbero addebitare al Papa una teologia prassistica, relativistica, permissiva. Nella concezione “polare” di Bergoglio la Verità e la Misericordia non possono essere separate, così come il bello-bene-vero alla luce dell’unità dei trascendentali. Chi critica Francesco per un suo preteso soggettivismo e modernismo dimostra di non conoscere il suo pensiero. Così come non conoscono il suo pensiero coloro che lo accusano di ridurre la fede alla questione sociale, di dimenticare il primato del kerygma. Al contrario Francesco – come afferma esplicitamente nella Evangelii gaudium - vuole ripristinare il primato del kerygma sulla deriva etica della Chiesa degli ultimi decenni e, al contempo, vuole un forte impegno dei cattolici nel sociale. Non opera alcuna riduzione: sono due poli di una tensione che caratterizza il cattolico. Rispetto all’impegno politico la trascendenza, il primerea della fede e della grazia su ogni declinazione storica, è il punto fermo. Quella del Papa è una posizione “mistica” che conserva l’apertura del pensiero rispetto ad ogni chiusura ideologica e sistematica, e questo in funzione dell’operare del “Dio sempre più grande”.

 

Cosa rimane delle critiche a Bergoglio di essere “populista-peronista”?

 

Chi le formula evidentemente non lo conosce a fondo o lo fa sapendo che non colgono nel segno. Il Papa è un critico dell’assolutizzazione dell’economia capitalistica, svincolata da ogni legge etica, così come si è imposta nell’era della globalizzazione. Non è però un “populista”. Le sue simpatie per il peronismo, per la sua attenzione alla questione sociale, non vanno confuse con le idee salvifiche proprie di una politica ideologica. É interessante, da questo punto di vista, la valorizzazione che il Bergoglio degli anni ’90 fa del De civitate Dei di Agostino.  Agostino viene richiamato come modello attuale per criticare i modelli teologico-politici che compromettono la Chiesa con il potere, di destra o di sinistra che siano. Su questo punto la posizione bergogliana e totalmente in sintonia con la rilettura di Agostino operata da Ratzinger. Il volume chiarisce, in tal modo, molti punti della riflessione di Bergoglio che, per il pubblico europeo, sono rimasti finora in ombra così da diventare fonte di controversie. In questo risiede, spero, la sua utilità.

 

Massimo Borghesi, “JORGE MARIO BERGOGLIO. Una biografia intellettuale. Dialettica e mistica”. Introduzione di Guzmán Carriquiry Lecour. Jaca Book, Milano 2017


Catalogna, quando l’appartenenza diventa una mistica politica

di Massimo Borghesi. «Nella Catalogna secolarizzata il nazionalismo riempie il vuoto lasciato dalla religione perduta». Giovedì 19 ottobre PáginasDigital.es, testata online spagnola, propone un’intervista di Juan Carlos Hernández e Fernando De Haro a Massimo Borghesi. La stessa intervista compare in italiano il giorno dopo sulla testata online IlSussidiario.net. Ecco come, secondo il filosofo dell’Università di Perugia, l’appartenenza tende a diventare una mistica politica. Proponiamo entrambe le interviste in ordine cronologico

 

PaginasDigital, giovedì 19 ottobre, ENTREVISTA A MASSIMO BORGHESI ‘En Cataluña han encontrado una nueva religión’ (Juan Carlos Hernández y Fernando de Haro) (link http://www.paginasdigital.es/v-portal/informacion/informacionver.asp?cod=8316&te=15&idage=15617&vap=0)

 

Vivimos una época de caída de las evidencias, también de aquellas evidencias que fundamentaron la democracia. Lo vemos en el auge de los populismos pero, ¿podría ser un ejemplo de esto el movimiento independentista en Cataluña?

El movimiento independentista catalán tiene un origen antiguo. Sus premisas están al comienzo de la era moderna cuando, con el descubrimiento de América, Cataluña tuvo que sufrir las dificultades económicas debidas al desplazamiento del comercio hacia las Américas, de cuyas rutas Cataluña quedaba excluida en favor de Castilla, y con la reducción de su margen de maniobras mercantiles en la cuenca mediterránea, a causa de la expansión otomana. En este contexto es donde maduran los sentimientos anticastellanos y separatistas que llevarán a la decisión política de apoyar a Francia contra Felipe IV. Si bien estas son las premisas más lejanas, hay que decir que el fenómeno del independentismo se ha radicalizado en los últimos diez años, paralelamente al estallido de la crisis económica interna en España y también internacional. La crisis económica funciona como detonador de antiguas rivalidades. El populismo catalán es distinto del italiano, alemán, austriaco, inglés. No tiene nada que ver con los fenómenos de la inmigración, la presencia musulmana, etc. El populismo catalán es un populismo nacional o, mejor dicho, nacionalista. Presenta analogías con el vasco y escocés. Los independentistas piden ser considerados como una auténtica nación. Por eso, en marzo de 2006, adoptaron una nueva versión del Estatuto catalán con la aprobación del entonces presidente José Luis Rodríguez Zapatero, donde se reforzaba a la comunidad autónoma. En el texto se definía a Cataluña como una “nación” dentro del Estado español y se establecía además “el derecho y el deber” de los ciudadanos catalanes de conocer y hablar el catalán y el castellano. Pero en julio de ese mismo año, el Partido Popular de Mariano Rajoy, por aquel entonces en la oposición, presentó un recurso ante el Tribunal Constitucional que, cuatro años después, en junio de 2010, anuló una parte del estatuto catalán, la que establecía la referencia a Cataluña como “nación”, porque no tenía “ningún valor jurídico”. El motivo de la anulación de una parte del estatuto está en el hecho de que la Constitución postfranquista de 1978, que convirtió al país en una monarquía parlamentaria, “no reconoce más que la nación española” y está pensada para una España “indisoluble”. Los principios sancionados constitucionalmente son por tanto superiores a cualquier decisión tomada en un parlamento autónomo.

En el origen del catalanismo está sin duda la obra del obispo Torras i Bages, que a finales del siglo XIX ve en el desarrollo de la identidad regional o nacional de Cataluña un modo de detener la secularización. Ese intento está reflejado en su famosa frase “Cataluña será cristiana o no será”. En la historia ha habido otras operaciones similares. ¿Qué consecuencias tiene una opción de este tipo?

En Europa, a lo largo del siglo XIX, surgieron muchos movimientos de independencia nacional de base religiosa, marcadamente cristiana. Es el caso de la independencia de Grecia del dominio otomano, de Polonia, Italia con el Risorgimento. La idea de nación “cristiana” es uno de los productos de la cultura romántica como reacción a la Ilustración secularizadora. Volviendo al presente, lo que me llama la atención es el silencio de la Iglesia, al menos en los medios, respecto a lo que está pasando. Se juzgue como se juzgue, el movimiento de secesión de España perseguido por los catalanes radicales es una tragedia. Cada vez que los pueblos se dividen es una derrota. En este caso, creo que se puede decir que es una tragedia también para la Iglesia, para la catalana y para toda la Iglesia española. En estos años la Iglesia no ha sido capaz de unir, de superar odios y rivalidades. Su voz no se ha oído en estos acontecimientos. Es verdad que en Cataluña, profundamente secularizada, esta voz es muy débil. Del mismo modo, me parece que ha faltado la función de unidad que represente la corona. El rey debía, debe, representar la unidad de la nación, es el símbolo en que todos se reconocen, más allá de las diferencias. Y no creo que esto haya sido así.

El fenómeno del nacionalismo, que se convierte en independentismo, ha sido explicado como una “transferencia de sacralidad”. Ya Orígenes criticaba la idolatría de la nación. Cataluña es, de hecho, una de las zonas más secularizadas de España ¿Esta transferencia de sacralidad es la consecuencia normal de toda “teología política”?

El Papa Francisco afirma en sus textos que para comprender a un pueblo hace falta una visión lógica y otra mítica. Sin la dimensión mítica, referida a los vínculos históricos, las tradiciones, los símbolos, las costumbres, etc., no se puede entender a un pueblo. Cuando esta dimensión mítica se vuelve “mística” se cae en la ideología, en la religión civil, en la teología política. El catalanismo, como movimiento identitario, se hace totalizante, unificador, religioso. Se convierte en un movimiento de liberación. La pregunta que debemos plantearnos es: ¿liberación de qué? ¿Acaso España es un Estado tirano, opresor, antidemocrático? Cataluña es una de las regiones europeas más ricas, con un nivel de autonomía que roza la independencia. ¿Qué le falta para ser ella misma? Nada más que la mitología de sí misma. En la Cataluña secularizada, el nacionalismo llena el vacío dejado por la religión perdida. Solo se comprende la mística de la revuelta catalana a partir del hecho de que finalmente los catalanes han encontrado una nueva fe, un mito unificador, una pasión civil, un enemigo a combatir. La mística no tiene en cuenta las contraindicaciones. Una Cataluña independiente no tendría el reconocimiento europeo, tendría que emitir una moneda propia, con las consecuencias que podemos imaginar, seguiría sufriendo la huida de empresas y bancos, el empeoramiento de sus cuentas económicas, probablemente el aumento del desempleo, la congelación de sus relaciones con España, la insignificancia política en el mundo global, etc. Los motivos negativos son evidentes. Sin embargo, para los radicales no existen. Tienen una “fe” y eso basta.

¿El nacionalismo que resurge en Europa en estos tiempos se puede entender como una fórmula de teología política? Llevando a la práctica el título de uno de sus libros más famosos, ¿cómo hacer una “Crítica a la teología política”, a las nuevas teologías políticas?

El nacionalismo resurge en Europa después del movimiento de nivelación impuesto por la burocracia de Bruselas. Cuanto más quiere Europa “unificar”, con tanta mayor fuerza estallan las diferencias. Europa no puede ni debe ser una nación. Si lo fuera se haría totalitaria. Europa solo puede continuar si mantiene el equilibrio entre unidad y diferencia, entre universalización y localización, entre organismos centrales y Estados nacionales. De otro modo resurgirán, ya están resurgiendo, las reacciones populistas. Estas obtienen sus apoyos del miedo y, al mismo tiempo, de los deseos insatisfechos. Miedo a la inmigración, a la presencia musulmana, a la pérdida de identidad, a la crisis económica. Frente a estos miedos, Europa ya no parece ser una defensa. Y no solo eso. Europa queda muy lejos frente al fenómeno de la soledad, del mundo sin vínculos que ha generado un neocapitalismo agresivo, una sociedad líquida fundada en un individualismo extremo. Donde emerge el deseo de formar parte de una patria, de una comunidad, el deseo de pertenecer. Los nacionalismos identitarios que afloran actualmente utilizan e instrumentalizan miedos y deseos que maduran en la crisis de la globalización, e imaginan soluciones mítico-místicas. Las teologías políticas siempre surgen en situaciones de “crisis”. Su fascinación consiste en descargar sobre un enemigo las propias frustraciones y miedos. Para la Cataluña de hoy, tener en España al enemigo, al chivo expiatorio de sus propios problemas, constituye, en el imaginario colectivo, una exaltadora promesa de liberación.

En una entrevista para este periódico usted afirmaba que “identidad significa autoconciencia de lo que uno ha encontrado. Para un cristiano esto deriva de la experiencia de la ‘gracia’, de algo que ha sucedido y no depende de nosotros, no es mérito nuestro. De otro modo, la identidad se convierte en una construcción ideológica que termina en la dialéctica amigo-enemigo”. ¿Estamos condenados a identidades conflictivas?

Cuando la conflictividad entre los pueblos se vuelve ideológica, maniquea, hacen falta grandes líderes capaces de indicar caminos, vías de reconciliación. Por el contrario, vemos políticos de perfil bajo que utilizan las pasiones de las masas para hacer carrera. Sin escrúpulos. En los momentos difíciles, estamos en manos de los mediocres. Igualmente, cuando el conflicto parece estar en un punto sin salida, la Iglesia, si constituye la tradición histórica de la nación, no puede dejar de trabajar por la unidad entre los pueblos cristianos que constituyen un Estado. La unidad, como dice siempre el Papa Francisco, es más fuerte que la diferencia. La unidad no debe abolir la diferencia, ni esta última debe destruir la concordia. En caso contrario, la identidad como factor de riqueza para todos, pasa de ser factor original a convertirse en ideología identitaria. El identitarismo nacional es una construcción intelectual de los historiadores, un producto del historicismo romántico. Marca el fin de la Europa “cristiana” de la “Santa Alianza”; es la premisa de las dos guerras mundiales que, en nombre del poder de las naciones, incendió el mundo entero. El hecho de que eso emerja ahora en Europa, al contrario de lo que pasó en la exYugoslavia, como un movimiento pacífico, no quita su naturaleza conflictiva, su necesidad de un eterno enemigo. De aquí no puede salir nada bueno.

 

IlSussidiario.net, venerdì 20 ottobre, CAOS CATALOGNA/ Indipendentismo o nuova religione? int. Massimo Borghesi (link http://www.ilsussidiario.net/News/Cultura/2017/10/20/CAOS-CATALOGNA-Indipendentismo-o-nuova-religione-/788299/)

 

“Nella Catalogna secolarizzata - spiega il filosofo Massimo Borghesi a Páginas Digital, da cui riprendiamo questa intervista - il nazionalismo riempie il vuoto lasciato dalla religione perduta. Non si comprende la mistica della rivolta catalana se non a partire dal fatto che finalmente i catalani hanno trovato una nuova fede, un mito unificante, una passione civile, un nemico da combattere. Ma la mistica non tiene conto delle controindicazioni”.

Viviamo in un’epoca di caduta delle evidenze, anche di quelle che sono state a fondamento della democrazia. Lo vediamo nella crescita dei populismi. Il movimento indipendentista in Catalogna potrebbe esserne un esempio?

Il movimento di indipendenza catalano ha origini antiche. Le premesse sono all’inizio dell’era moderna quando, con la scoperta europea delle Americhe, la Catalogna si trovò a soffrire le difficoltà economiche dovute allo spostarsi dei commerci verso le Americhe, dalle cui rotte la Catalogna era stata esclusa in favore della Castiglia, e il chiudersi degli spazi di manovra mercantili nel bacino mediterraneo, a causa dell’espansione ottomana. E’ in questo contesto che maturano i sentimenti anti-castigliani e separatisti che spinsero alla scelta politica di appoggiare la Francia contro Filippo IV di Spagna. Se queste sono le premesse lontane va detto che il fenomeno dell’indipendentismo si è radicalizzato nel corso degli ultimi 10 anni, in parallelo all’esplodere della crisi economica interna della Spagna ed internazionale. La crisi economica funziona da detonatore per rivalità antiche. Il populismo catalano è diverso da quello italiano, tedesco, austriaco, inglese. Non ha nulla a che fare con i fenomeni dell’immigrazione, della presenza musulmana, ecc. Il populismo catalano è un populismo nazionale o, meglio, nazionalistico. Presenta analogie con quello basco e scozzese. Gli indipendentisti chiedono di essere considerati come una vera e propria nazione. Per questo, nel marzo del 2006, è stata adottata una nuova versione dello “Statuto catalano”, con l’approvazione dell’allora premier José Luis Rodriguez Zapatero, in cui si rafforzava la Comunità autonoma. Nel testo si definiva la Catalogna come “una nazione” all’interno dello Stato spagnolo e si stabiliva inoltre “il diritto e il dovere” dei cittadini catalani di conoscere e parlare il catalano e il castigliano. Ma nel luglio dello stesso anno, il Partito Popolare di Mariano Rajoy, all’epoca all’opposizione, aveva presentato un ricorso davanti alla Corte Costituzionale che, quattro anni dopo, nel giugno del 2010, aveva annullato una parte dello statuto catalano, cioè quella che stabiliva il riferimento alla Catalogna come “nazione”, perché non aveva “nessun valore giuridico”. La motivazione per l’annullamento di una parte dello statuto sta nel fatto che la Costituzione post-franchista del 1978, che trasformò il Paese in una monarchia parlamentare, “non riconosce altro che la nazione spagnola” ed è stata pensata per una Spagna “indissolubile”. I principi sanciti costituzionalmente sono quindi superiori a qualsiasi decisione presa da un parlamento autonomo.

All’origine dell’indipendentismo catalano c’è senza dubbio l’opera del vescovo Torras i Bages che alla fine del XIX secolo vedeva nello sviluppo dell’identità regionale o nazionale della Catalogna un modo di contrastare la secolarizzazione. Questo tentativo è evidente nella sua famosa frase “la Catalogna sarà cristiana o non sarà”. Nella storia ci sono state altre operazioni simili. Che conseguenze ha un’opzione di questo tipo?

Nel corso dell’800, in Europa, molti movimenti di indipendenza nazionale sorgono a partire da una base religiosa, segnatamente cristiana. E’ il caso dell’indipendenza della Grecia dal dominio ottomano, della Polonia, dell’Italia all’inizio del movimento risorgimentale. L’idea della nazione “cristiana” è uno dei prodotti della cultura romantica in reazione all’illuminismo secolarizzante. Tornando al presente ciò che mi colpisce è il silenzio della Chiesa, almeno nei media, rispetto a quello che viene accadendo. Comunque lo si voglia giudicare il movimento di secessione dalla Spagna perseguito dagli indipendentisti catalani radicali è una tragedia. Ogni volta che i popoli si dividono è una sconfitta. In questo caso mi pare di poter dire che è una tragedia anche per la Chiesa, per quella catalana e per tutta la Chiesa spagnola. La Chiesa, in questi anni, non è stata capace di unire, di superare odi e rivalità. La sua voce negli avvenimenti presenti non si è sentita. Vero è che nella Catalogna, profondamente secolarizzata, la sua voce è molto debole. Allo stesso modo è mancata, mi sembra, la funzione di unità rappresentata dalla corona, dal re. Il re doveva, deve rappresentare l’unità della nazione, il simbolo in cui si riconoscono tutti al di là delle differenze. Non mi pare che questo sia accaduto.

Il fenomeno del nazionalismo, che si trasforma in indipendentismo, è stato spiegato come un “trasferimento di sacralità”. Già Origene criticava l’idolatria della nazione. La Catalogna è di fatto una delle zone più secolarizzate della Spagna. Questo trasferimento della sacralità è la conseguenza normale di ogni teologia politica?

Il papa Francesco afferma, nei suoi scritti, che per comprendere un popolo occorre una visione logica ed una mitica. Senza la dimensione mitica, che concerne i legami storici, le tradizioni, i simboli, i costumi ecc. non si capisce un popolo. Quando questa dimensione mitica diviene “mistica” si cade nell’ideologia, nella religione civile, nella teologia politica. Il catalanismo da movimento identitario diviene un moto totalizzante, unificante, religioso. Diviene un movimento di liberazione. La domanda che dobbiamo porci è: “liberazione da cosa”? Forse che la Spagna è uno Stato tirannico, illiberale, antidemocratico, oppressivo? La Catalogna è una delle regioni europee più ricche, con un livello di autonomia ai limiti dell’indipendenza. Cos’altro le manca per essere se stessa? Nulla se non la mitologia di se stessa. Nella Catalogna secolarizzata il nazionalismo riempie il vuoto lasciato dalla religione perduta. Non si comprende la mistica della rivolta catalana se non a partire dal fatto che finalmente i catalani hanno trovato una nuova fede, un mito unificante, una passione civile, un nemico da combattere. La mistica non tiene conto delle controindicazioni. Una Catalogna indipendente non avrebbe il riconoscimento europeo, dovrebbe coniare una moneta propria con le conseguenze valutarie che possiamo immaginare, vedrebbe la fuga di industrie e di banche, il peggioramento dei conti economici, il probabile aumento della disoccupazione, il congelamento dei rapporti con la Spagna, l’insignificanza politica nel mondo globale, ecc. I motivi negativi sono evidenti. E, tuttavia, per i radicali non esistono. Hanno una “fede” e questo basta.

Il nazionalismo che risorge in Europa con queste caratteristiche si può intendere come una forma di teologia politica? Come fare una critica della teologia politica a queste nuove teologie politiche?

Il nazionalismo risorge in Europa a seguito del movimento livellatore imposto dalle burocrazie di Bruxelles. Quanto più l’Europa vuole “unificare” tanto più scattano le differenze. L’Europa non può né deve essere una nazione. Se lo facesse diverrebbe totalitaria. L’Europa può reggere solo se mantiene l’equilibrio tra unità e differenza, tra universalizzazione e localizzazione, tra organismi centrali e Stati nazionali. Diversamente risorgeranno, stanno risorgendo, le reazioni populistiche. Queste affondano il loro consenso nella paura e, al contempo, in desideri non soddisfatti. La paura è quella dell’immigrazione, della presenza musulmana, della perdita di identità, della crisi economica. A fronte a queste paure l’Europa non appare una difesa. Non solo. L’Europa appare lontana anche di fronte al fenomeno della solitudine, del mondo senza legami prodotto da un neocapitalismo aggressivo, da una società liquida fondata sull’individualismo estremo. Donde il desiderio di far parte di una patria, di una comunità. Il desiderio di appartenere. I nazionalismi identitari che fioriscono oggi utilizzano, strumentalizzano paure e desideri che maturano nella crisi della globalizzazione e immaginano soluzioni mitico-mistiche. Le teologie politiche sorgono sempre in situazioni di “crisi”. Il loro fascino sta nello scaricare in un nemico le frustrazioni e le paure. Per la Catalogna di oggi avere nella Spagna un nemico, il capro espiatorio dei propri problemi, costituisce, nell’immaginario collettivo, una promessa esaltante di liberazione.

In una intervista a questo giornale lei affermava che identità significa autocoscienza di quello che uno ha incontrato. Per un cristiano questo deriva dall’esperienza della Grazia, di qualcosa che è accaduto e non dipende da noi, non è merito nostro. Diversamente, l’identità si trasforma in una costruzione ideologica che finisce nella dialettica amico-nemico”. Siamo condannati a identità conflittuali?

Quando la conflittualità tra i popoli diviene ideologica, manichea, occorrerebbero grandi leader capaci di delineare strade, percorsi di riconciliazione. Al contrario vediamo politici di basso profilo che utilizzano le passioni delle masse per costruire le proprie carriere. Senza scrupoli. Nei momenti difficili siamo in mano ai mediocri. Comunque quando il conflitto appare senza via d’uscita la Chiesa, se costituisce la tradizione storica della nazione, non può non adoperarsi per l’unità tra i popoli cristiani che costituiscono uno Stato. L’unità, come afferma sempre papa Francesco, è più forte della differenza. L’unità non deve abolire la differenza e quest’ultima non deve distruggere la concordia. In caso contrario l’identità da fattore di ricchezza per tutti, da fattore originale si trasforma nell’ideologia identitaria. L’identitarismo nazionale è una costruzione intellettuale degli storici, un prodotto dello storicismo romantico. Segna la fine dell’Europa “cristiana” della “Santa Alleanza”; è la premessa delle due guerre mondiali che, in nome della potenza delle nazioni, ha incendiato la terra. Il fatto che oggi esso appaia in Europa, diversamente dalla ex-Jugoslavia, come un movimento pacifico non toglie la sua anima conflittuale, il suo bisogno dell’eterno nemico. Da qui non può sorgere nulla di buono.

(Juan Carlos Hernández e Fernando De Haro)


Speciale Soul meeting#17, su Tv2000 Massimo Borghesi ospite di Monica Mondo

di Massimo Borghesi. Dal significato del fare filosofia oggi al titolo del Meeting di Rimini 2017 «Quello che tu erediti dai tuoi padri, riguadagnatelo, per possederlo». È un Borghesi a tutto campo quello che risponde nella trasmissione “Soul” di Tv2000 alle domande di Monica Mondo. Ecco il video della trasmissione, dal canale youtube di Tv2000.

https://youtu.be/Tt4Safz-H3o


L’eredità come testamento e l’inizio di Zaccheo

di Massimo Borghesi. IlSussidiario.net domenica 20 agosto pubblica un editoriale di Massimo Borghesi a commento del messaggio del Papa in occasione della XXXVIII edizione del Meeting per l’amicizia fra i popoli di Rimini. Il titolo del Meeting, spiega il filosofo, rifiuta la leggenda, sostenuta ad arte dai poteri del mondo, di un eterno presente e rilancia l’idea (non reazionaria) dell’eredità come testamento.

 

ILSussidiario.net, domenica 20 agosto 2017, L’eredità come testamento e l’inizio di Zaccheo (M. Borghesi) http://www.ilsussidiario.net/News/Editoriale/2017/8/20/L-eredita-come-testamento-e-l-inizio-di-Zaccheo/778853/

 

“Notre héritage n’est précedé d’aucun testament”. La frase, un po’ enigmatica, dello scrittore e poeta francese René Char, si trova nella raccolta di aforismi Feuillets d’Hypnos pubblicati nel 1946 nella collana “Espoir” diretta da Albert Camus. Commentandola Hannah Arendt osserva come “elencando quel che sarà legittima proprietà dell’erede, il testamento lega beni passati ad un momento futuro. Senza testamento, o fuor di metafora, senza la tradizione (che opera una scelta e assegna un nome, tramanda e conserva, indica dove siano i tesori e quali ne sia il valore), il tempo manca di una continuità tramandata con un esplicito atto di volontà; e quindi, in termini umani, non c’è più né passato né futuro, ma soltanto la sempiterna evoluzione del mondo e il ciclo biologico delle creature viventi”.

Le considerazioni di Hannah Arendt, tratte da Tra passato e futuro,  ci aiutano a precisare il titolo del Meeting 2017: “Quello che tu erediti dai tuoi padri, riguadagnatelo, per possederlo” (Goethe). Un titolo profondamente attuale. Le generazioni nate negli ultimi trent’anni, dopo la caduta del muro di Berlino, hanno realizzato alla lettera la profezia del noto volume di Francis Fukuyama, The End of History. L’era della globalizzazione ha rappresentato, sul piano storico-politico-pedagogico, l’epoca della grande smemoratezza. La vita conficcata in un eterno presente, in una giovinezza imperitura, è apparso l’ideale di un mondo che, prima dell’apocalisse dell’11 settembre 2001 e della crisi finanziaria del 2007, si è illuso, e continua ancora ad illudersi, che l’esistenza sia una passeggiata senza fine, il Paradiso all’improvviso.

Il titolo del Meeting rifiuta la leggenda, sostenuta ad arte dai mercati e dai poteri del mondo, e rilancia l’idea (non reazionaria) dell’eredità come testamento. Non reazionaria perché, a fronte di un mondo senza radici e di una società senza legami, liquida, la tentazione è lo sguardo all’indietro, ai tempi in cui l’albero della vita appariva verde, alle esperienze della bella gioventù. Nessuna nostalgia può, tuttavia, risuscitare il passato. Ciò che era bello deve riaccadere in forma nuova per conservare la sua bellezza. Deve, come indica Agostino citato dalla Arendt, generare l’inizio di un inizio, combattere contro passato e futuro affinché la vita non appaia congelata dalla “bellezza che fu” o diventi leggera, fuggitiva, verso un futuro immaginario.

Il presente, come afferma Agostino nell’XI libro delle Confessioni, è l’unico tempo reale. Lo è, però, solo in quanto pieno della memoria del passato e gravido dell’attesa del futuro. I nostri giovani, oggi, non hanno né il senso del passato né la speranza (di vita, di lavoro, di famiglia, di figli, di impegno politico) nel futuro. Gli anziani, d’altra parte, sono i rami secchi che il mito dell’eterna gioventù non tollera. Odorano di fragilità e di morte e questa società, per cui Dio è fuori gioco, ne ha un segreto terrore. In tal modo, come papa Francesco ha detto in più occasioni, il nostro mondo taglia via le ali — gli anziani e i giovani —, il passato e il futuro. Rimane l’eterno presente di un’età media che, per quanto lunga, è sempre troppo breve.

Se questo è il contesto allora il messaggio del Meeting si chiarisce in tutto il suo significato. Un senso bene chiarito dalla lettera che il Papa ha fatto pervenire agli organizzatori attraverso la penna del cardinal Parolin. “Quello che tu erediti dai tuoi padri, riguadagnatelo, per possederlo. È un invito a riappropriarci delle nostre origini dal di dentro di una storia personale. Per troppo tempo si è pensato che l’eredità dei nostri padri sarebbe rimasta con noi come un tesoro che bastava custodire per mantenerne accesa la fiamma. Non è stato così: quel fuoco che ardeva nel petto di coloro che ci hanno preceduto si è via via affievolito”. Questa constatazione, che ricorda i giudizi di don Giussani sul tramonto della cristianità sul finire degli anni 60 e si oppone ad ogni vuoto progressismo, non è però accompagnata da un senso di sconfitta, da uno spirito polemico, da un desiderio di rivincita nei confronti di un mondo che appare sordo e chiuso rispetto ai valori “tradizionali”. Dal punto di vista cristiano la ripresa della tradizione, del Testamento Nuovo, passa attraverso un’attualità presente. La “memoria” della fede è memoria di Cristo, di un incontro passato con Cristo che richiede di essere rinnovato nel presente. “Dio non è un ricordo, ma una presenza, da accogliere sempre di nuovo, come l’amato per la persona che ama”. Per il Papa “c’è una sola strada: attualizzare gli inizi, il ‘primo Amore’, che non è un discorso o un pensiero astratto, ma una Persona. La memoria grata di questo inizio assicura lo slancio necessario per affrontare le sfide sempre nuove che esigono risposte altrettanto nuove, rimanendo sempre aperti alle sorprese dello Spirito che soffia dove vuole”.

L’invito di Francesco è chiaro. Esso si oppone, consapevolmente, alla strana malattia che sembra aver pervaso parte del mondo cattolico, una sorta di frustrazione per la quale rancore, diffidenza, litigiosità, malumore, pessimismo, diventano fattori dominanti. Al cattolico progressista è subentrato il seguace di Carl Schmitt per il quale non c’è religione se non c’è nemico, non c’è teologia che non sia teologia-politica. Ciò che è venuta meno è la gratitudine per qualcosa di accaduto. Al contrario prevale la nostalgia per ciò che si è perduto e, di conseguenza, il risentimento verso il presente. Il passato può essere ripreso solo se è rinnovato in un incontro nuovo. “Come arriva a noi — si chiede il Papa attraverso mons. Parolin — la grande tradizione della fede? Come l’amore di Gesù ci raggiunge oggi? Attraverso la vita della Chiesa, attraverso una moltitudine di testimoni che da duemila anni rinnovano l’annuncio dell’avvenimento del Dio-con-noi e ci consentono di rivivere l’esperienza dell’inizio, come fu per i primi che Lo incontrarono. Anche per noi ‘la Galilea è il luogo della prima chiamata, dove tutto era iniziato!e per questo bisogna ‘tornare lì, a quel punto incandescente in cui la Grazia di Dio mi ha toccato all’inizio del cammino. [...], quando Gesù è passato sulla mia strada, mi ha guardato con misericordia, mi ha chiesto di seguirlo; [...] recuperare la memoria di quel momento in cui i suoi occhi si sono incrociati con i miei’ (Francesco, Omelia nella Veglia Pasquale, 19 aprile 2014)”.

L’inizio, ovvero la possibilità di un presente cristiano, sta nel ripetere in forma nuova l’esperienza degli inizi, nel ritorno alle strade polverose della Galilea, nella memoria di uno “sguardo”. “La fede — recitava don Giussani con una bellissima definizione — è una presenza nello sguardo”. “Quello sguardo — commenta ora il Papa — sempre ci precede, come ci ricorda sant’Agostino parlando di Zaccheo: ‘Fu guardato e allora vide’ (Discorso 174, 4.4). Non dobbiamo mai dimenticare questo inizio. Ecco ciò che abbiamo ereditato, il tesoro prezioso che dobbiamo riscoprire ogni giorno, se vogliamo che sia nostro”.

La citazione di Agostino è tratta da un volume su sant’Agostino di don Giacomo Tantardini di cui Bergoglio, da cardinale, scrisse una prefazione. In essa il futuro Papa scriveva: “Zaccheo è piccolo, e vuole vedere il Signore che passa, e allora si arrampica sul sicomoro. Racconta Agostino: ‘Et vidit Dominus ipsum Zacchaeum. Visus est, et vidit / E il Signore guardò proprio Zaccheo. Zaccheo fu guardato, e allora vide’. Colpisce, questo triplice vedere: quello di Zaccheo, quello di Gesù e poi ancora quello di Zaccheo, dopo essere stato guardato dal Signore. ‘Lo avrebbe visto passare anche se Gesù non avesse alzato gli occhi’, commenta don Giacomo, ‘ma non sarebbe stato un incontro. Avrebbe magari soddisfatto quel minimo di curiosità buona per cui era salito sull’albero, ma non sarebbe stato un incontro’. Qui sta il punto: alcuni credono che la fede e la salvezza vengano col nostro sforzo di guardare, di cercare il Signore. Invece è il contrario: tu sei salvo quando il Signore ti cerca, quando Lui ti guarda e tu ti lasci guardare e cercare. Il Signore ti cerca per primo. E quando tu Lo trovi, capisci che Lui stava là guardandoti, ti aspettava Lui, per primo. Ecco la salvezza: Lui ti ama prima. E tu ti lasci amare. La salvezza è proprio questo incontro dove Lui opera per primo. Se non si dà questo incontro, non siamo salvi. Possiamo fare discorsi sulla salvezza. Inventare sistemi teologici rassicuranti, che trasformano Dio in un notaio e il suo amore gratuito in un atto dovuto a cui Lui sarebbe costretto dalla sua natura. Ma non entriamo mai nel popolo di Dio. Invece, quando guardi il Signore e ti accorgi con gratitudine che Lo guardi perché Lui ti sta guardando, vanno via tutti i pregiudizi intellettuali, quell’elitismo dello spirito che è proprio di intellettuali senza talento ed è eticismo senza bontà”.

Con ciò si chiarisce la risposta che il Papa offre al titolo del Meeting: il presente può riattualizzare il passato e aprirsi al futuro solo se si nutre dello sguardo di Cristo, dello sguardo di coloro per cui la fede è una presenza nello sguardo. Per questa Presenza il vero-bello-buono che i nostri padri ci hanno consegnato consente di vedere, in modo nuovo, il vero-bello-buono che, nonostante tutto, alberga nel mondo presente.

 


Il tempo in sant’Agostino, Borghesi in video a “L’angolo della poesia”

di Massimo Borghesi, Il tempo nel pensiero di sant’Agostino, comunicazione video di Massimo Borghesi per “L’angolo della poesia”, la rassegna di Pesaro promossa da Giuseppe Saponara, che si è tenuta dal 24 al 29 luglio quest'anno sul tema della creazione. Il video è stato trasmesso nelle serate dedicate a Neruda e a Pavese.

È stata dedicata ai giorni della Creazione la settima edizione della rassegna “L’angolo della poesia” dal titolo “Tutti giorni che ha fatto Iddio”, nel “Giardino della musica e della poesia” intitolato di recente al maestro Riz Ortolani, e già noto come cortile di palazzo Ricci.

https://youtu.be/KVwMQzWEHIc


Le radici filosofiche (e teologiche) dell’economia politica moderna

di Massimo Borghesi. Dalla somma degli egoismi individuali proviene un bene per tutti? L’idea ottimista del progresso che sta alla base dell’economia politica moderna, esemplificata in Adam Smith (nell’immagine), è in realtà un’idea non sufficientemente problematizzata, che rivela ben precisi presupposti filosofici e addirittura teologici.

È questo il pensiero di Massimo Borghesi, intervistato dagli studenti della “Summer School in Etica, economia e beni relazionali: crescita delle imprese e realizzazione personale”, coordinata dal professor Massimiliano Marianelli, che si è tenuta a Perugia dal 22 al 27 maggio 2017.

https://www.youtube.com/watch?v=3q-V2NvPhq0&feature=youtu.be

La Summer School è stata promossa dal Dipartimento di Filosofia, Scienze sociali, umane e della Formazione dell’Università di Perugia, in collaborazione con l’associazione culturale Stromata, con la partecipazione di docenti italiani e stranieri.

Originale l’intento dell’iniziativa formativa: fornire orientamenti per quanti intendono proporsi autonomamente come imprenditori “civili” attenti alla persona, alla sua motivazione e realizzazione, a fornire le basi culturali necessarie per comprendere il ruolo delle dinamiche intersoggettive nei processi economici, a conoscere le principali questioni nell’attuale dibattito etico-economico nonché ad acquisire conoscenze e capacità teorico-pratiche che prevedono l’approfondimento della dimensione etica con particolare riguardo alla responsabilità sociale.


IlSussidiario.net sul botta e risposta Borghesi-Scalfari

Anche IlSussidiario.net, sito internet di informazione tra i più cliccati del nostro Paese, venerdì 21 luglio dedica un spazio agli articoli di Massimo Borghesi su La Stampa/Vaticaninsider.it e, in risposta, di Eugenio Scalfati su Repubblica. «Un botta e risposta di alta classe», commenta l’autore Paolo Vites, «come solo menti libere e aperte al dialogo possono fare». Vi proponiamo l’articolo.

 

IlSussidiario.net, venerdì 21 luglio 2017, Borghesi su Scalfari: “Le sue lacrime valgono più di 30 trattati di teologia” (P. Vites)

 

La risposta di Eugenio L’ex direttore di Repubblica Eugenio Scalfari risponde a Massimo Borghesi a proposito della sua amicizia con papa Francesco. Il riconoscimento di un Io comune

Botta e risposta tra il filosofo Massimo Borghesi e il fondatore di Repubblica Eugenio Scalfari. Un botta e risposta di alta classe, come solo menti libere e aperte al dialogo possono fare. Nei giorni scorsi Borghesi aveva scritto su La Stampa un articolo in cui analizzava il nuovo incontro-intervista tra papa Francesco e il giornalista, che come già successo in precedenti occasioni analoghe in certi ambienti cattolici aveva destato fastidio. Borghesi aveva sottolineato la sorprendente amicizia che lega due persone così apparentemente diverse, un uomo di sinistra e un pontefice. Borghesi è rimasto colpito dalla comozione di Scalfari davanti a Francesco: “Le sue lacrime valgono più di 30 trattati di teologia”.

Così Scalfari ha risposto a Borghesi con un lungo articolo su Repubblica, dal titolo “La mia amicizia con Francesco la consapevolezza dell’Io e i falsi assilli dell’anima”. Nel suo scritto l’ex direttore di Repubblica riconosce l’apertura del filosofo nei suoi confronti, citando l’ultima parte del suo articolo dove Borghesi dice che questa amicizia tra i due è “un riconoscimento pericoloso. Tanto agli occhi dei laici integralisti, quanto a quelli degli antipapalini, fermi, al pari dei laici “ortodossi”, alla ideologia. (…) Al di là di questi opposti, alleati nella loro lotta, si situa lo spazio dell’incontro tra un Pontefice ed un intellettuale laico assillato, nonostante tutto, dal mistero della vita”.

Scalfari scrive di non sentirsi “assillato”, ma di riconoscere da tempo che “la vita della nostra specie, a differenza degli altri esseri viventi vegetali o animali, è dominata dall’esistenza dell’Io. Noi abbiamo e siamo dominati dalla consapevolezza del nostro Io che lo rende duplice: l’Io che opera e vive e l’Io che lo guida da fuori e lo giudica. L’Io umano è duplice, nel senso che mentre vive, parla, combatte, si rassegna, è allegro, è insoddisfatto, è disperato, è triste, ama, odia, ha coraggio, ha paura, nel frattempo si guarda da fuori e si giudica.

Spesso questo giudizio è negativo e non sempre ma molte volte è giusto, tuttavia nel sottofondo di ciascuno di noi c’è ed è questo vedersi da fuori mentre si opera e si vive”. Scalfari ricorda come già vent’anni fa scrisse un libro intitolato “Incontro con Io” dove il protagonista è Odisseo, “l’eroe moderno che impersona consapevolmente l’Io”: “Sono consapevole che ogni nostra attività, dalla più banale alla più significativa, è dominata dall’Io anche se non sempre lo sappiamo e/o ce ne accorgiamo.

Di solito le moltitudini non sanno neppure che il problema dell’Io esiste. Seguono i loro istinti, le loro pulsioni, la loro timidezza, la loro paura o il loro coraggio e la loro audacia, ma questo l’ho già detto, quello che più di tutto sfugge loro è la profonda diversità delle varie forme della natura umana” aggiunge. Scalfari cita i suoi poeti preferiti (Rainer Maria Rilke, John Keats, Edgar Allan Poe, Aleksandr Blok, Dante, Leopardi): “Nella loro diversità l’uno dall’altro, la loro capacità d’esprimere l’anima, di farsi guidare da lei, d’avere il cuore e la mente dominati dall’Io è egualmente moderna”. Concludendo che lungi da sentirsi un genio, è una persona qualunque che ha avuto una vita lunga e ricca e che adesso può anche vantarsi dell’amicizia con papa Francesco, “non certo perché un papa, ma per l’uomo eccezionale che è”.