Sabato 17 gennaio a Padova si inaugura la personale di Cleofe Ferrari

Cleofe Ferrari Punta della Dogana con SaluteIn occasione della prossima inaugurazione dell’atelier d’arte contemporanea Maison d'Art di Carla d’Aquino Mineo in via Cesare Battisti, 179, a Padova, verrà esposta una rassegna di opere pittoriche dell’artista Cleofe Ferrari. L’artista presenta il frutto del lavoro di questi anni, che ha maturato in un progressivo percorso svolto nell’alveo della associazione Di.Segno (via Eritrea, 14 - 35100 Padova - tel. 338 9604744), di cui Cleofe Ferrari è presidente, sotto la guida del maestro Alfredo Truttero. Nel corso degli anni l’Associazione Di.Segno ha sviluppato una attività laboratoriale, una sorta di work in progress, dal titolo: Disegno: esperienza e metodo, sotto la guida di Truttero. Questo ambito è stato per Cleofe il luogo costante della verifica del proprio lavoro, di cui oggi presenta il frutto.

sabato 17 gennaio 2014 alle ore 18
via Cesare Battisti, 179 – Padova

INAUGURAZIONE

La mostra rimarrà aperta fino al 6 febbraio 2014. Orari d’apertura: dal lunedi al sabato ore 17-19, inoltre martedi, giovedi, venerdi dalle 11.00 alle 12.30

Cleofe Ferrari nasce a Carpi (Mo) il 16 dicembre 1950. Dopo aver svolto gli studi su stilismo di moda a Reggio Emilia, svolge fino al 2008 attività di libera professione che si amplia dal 1990 all’intervento nella progettazione di interni. Nel 1982 consegue la laurea in Psicologia all’Università di Padova. Nel 2008 consegue il diploma del Master in Architettura, arti e liturgia promosso dalla Pontificia Commissione per i Beni culturali della Chiesa.  Dal 2002 aderisce all’Associazione di artisti “Il Baglio” e dallo stesso anno partecipa regolarmente alle attività di disegno promosse dall’Associazione “Di.Segno” di Padova, di cui dal 2006 è Presidente. Nel 2005 partecipa alla Mostra “La casa del Dio vicino” allestita nel corso dei lavori del Sinodo dei Vescovi a Roma. Nel 2007 partecipa alla Mostra di arte sacra “Sinfonia dello spazio liturgico” a Padova. Dipinge nella tecnica dell’acquerello, gessetto, encausto.

«Per Cleofe Ferrari», scrive Emanuela Centis, architetto e docente di Storia dell’Arte, «le immagini che nascono dall’impressione dell’incontro con la realtà si fanno segno espressivo carico di quella esperienza, ridonata e resa perennemente viva attraverso l’opera». L’artista emiliana segue in questo percorso il suggerimento del pittore americano William Congdon: “L’artista coglie - e allo stesso tempo viene colto da – l’immagine di sé nelle cose e delle cose in sé; immagine perciò della comunione fra sé e le cose, in cui, in qualche modo, l’artista è le cose e le cose sono lui. L’artista trasforma l’apparenza materialistica delle cose, le trasfigura in immagine, o segno, di vita nuova. Il gesto dell’artista è un lasciarsi trascinare in un seguire, un obbedire”.

«Per me dipingere è amare e abbracciare la realtà che mi circonda e mi accade», scrive la stessa Ferrari, «fissarne una traccia che diventi eterna, perché ogni volta che la guardi riaccada un incontro: una emozione, una esperienza. La realtà data è il dono più grande, e quell’attimo di luce è altrettanto dono. Il gesto veloce del momento creativo è dettato da una emozione, ma non si esaurisce in una sensazione percettiva; esso viene posto a servizio della realtà: io incontro la realtà e la realtà incontra me: quando la realtà incontra anche te che guardi, allora l’opera è riuscita».

«Anni fa, camminando per Venezia», prosegue Cleofe Ferrari, «e disegnando en plein air la facciata della basilica di Santa Maria della Salute e di San Marco, e poi ad Assisi le basiliche di Santa Maria degli Angeli e San Francesco, ho intrapreso questa avventura che mi ha portato qui oggi. L’occasione di ogni mostra è un momento importante: per mettermi umilmente a confronto  con il pubblico e ridonare a tutti nell’incontro ciò che è accaduto a me».

«Ritornando quest’anno a Venezia», conclude Emanuela Centis, «Cleofe ha scelto di ampliare lo spazio della sua espressione  rispetto al consueto ritaglio di inquadratura, mostrandoci la visione che il suo occhio ha abbracciato in quel momento ed in quella situazione. Nelle tele veneziane, due  vedute  del bacino di Bacino di San Marco, il tema è l’insieme della acqua e dei suoi  riflessi e le quinte architettoniche che fanno di Venezia la Regina del mare.  Questa regalità di Venezia traspare splendida e maestosa nelle pennellate dell’artista, sempre gestuali  (cifra del suo stile) nell’annotazione dei svariati particolari atmosferici, naturali, architettonici, ma organicamente compaginate nel rendere la vita che palpita qui in modo unico».


Amori feriti, la presentazione dell’ultimo libro di p. Svanera

9788825038538[1]L'Associazione culturale Rosmini è lieta di segnalare l'evento che si terrà martedì 9 dicembre 2014 alle 20.45 nella sala dello Studio Teologico della Basilica del Santo con la presentazione di "Amori feriti. La chiesa in cammino con separati e divorziati".

Partecipano:

Fra Oliviero Svanera, teologo morale e pastorale

Paolina Dal Bon, Fraternità «Legami spezzati»

Oriella e Rizzieri Dalla Bona, Ufficio diocesano per la famiglia (Pd)

Martino Verdelli, voce recitante.

Questo libro: - affronta domande fondamentali in un tempo di amori feriti e spezzati, relazioni colpite da fallimenti e cadute; - offre uno spaccato del vissuto di persone segnate da separazione e divorzio; - illustra, a partire dalla prospettiva dottrinale cattolica, varie vie teologico-pastorali di mediazione. Sono le persone coinvolte nel dramma di un fallimento matrimoniale e familiare che ci raccontano le loro storie e commentano la parola di Dio. A queste testimonianze si accosta poi la riflessione di uno psicologo, un teologo, un esperto di pastorale familiare. Perché c’è bisogno di una chiesa che, assumendo lo stile di Gesù, mostri il suo volto materno e sappia offrire alle persone ambiti capaci di aiutare il processo di guarigione e salvezza.

Oliviero Svanera, francescano conventuale, è docente di teologia morale sessuale e familiare presso l’Istituto teologico sant’Antonio dottore e la Facoltà teologica del Triveneto. Vicario della Provincia italiana di Sant’Antonio di Padova, fa parte della redazione della rivista «Credere oggi» e da anni promuove iniziative di formazione per la coppia e la famiglia. Animatore del Movimento francescano di fraternità familiare presso i Santuari antoniani di Camposampiero (Pd), è autore di Sposarsi? Una scelta di libertà e grazia (EMP, 2011) e di Tu sei amore. Una prospettiva francescana sulla coppia (EMP, 2013).


Il professor Benvenuti racconta la missione Rosetta

Piero-Benvenuti[1]Venerdì 19 dicembre alle 11 al Liceo scientifico Romano Bruni di via Fiorazzo 7 a Padova (zona Ponte di Brenta) il professor Piero Benvenuti, ordinario di Astronomia all’Università di Padova, racconterà la missione spaziale Rosetta sviluppata dall’Agenzia Spaziale Europea, con l’obiettivo di studiare la cometa 67P/Churyumov-Gerasimenko. L’incontro è promosso dalle Scuole Romano bruni in collaborazione con l’Associazione culturale Rosmini.

Ecco una recente intervista di Benvenuti a IlSussidiario.net

 

IlSussidiario.net, giovedì 13 novembre, int. a Piero Benvenuti Rosetta/ Così la sonda spaziale Philae ha arpionato (con brivido) la cometa (M. Orioli)

 

MISSIONE ROSETTA: LA SONDA SPAZIALE PHILAE ARRIVA ALLA COMETA - La citazione era quasi obbligata e si è incaricato di rilanciarla in diretta streaming il presidente dell’ASI (Agenzia Spaziale Italiana) Roberto Battiston: “è un piccolo balzo per un robot, un grande passo per l’umanità”. Il robot è la sonda spaziale Philae, che ieri alle 16.35 (ora italiana) ha toccato la superficie della cometa 67/P Churyumov-Gerasimenko. Dopo 28 minuti - il tempo perché il segnale dalla “sonda madre” Rosetta arrivasse a Terra - i media di tutto il mondo hanno rilanciato la notizia: “ce l’ha fatta!”. Il balzo della sonda spaziale Philae è durato sette ore e ha tenuto col fiato sospeso quanti in tutto il mondo ne hanno seguito le fasi collegandosi con i diversi siti e social network a loro volta collegati con il centro di controllo dell’ESA a Darmstadt.

Le fasi salienti si sono susseguite così: alle 8.30 del mattino, nonostante qualche titubanza nella notte precedente, si è deciso di dare il via libera alla separazione del lander Philae dalla sonda Rosetta e la manovra è avvenuta, come previsto, alle 9.35 italiane. Verso le 16 a bordo della sonda spaziale Philae è iniziata la sequenza automatica delle operazione di pre-atterraggio. Alle 16.22 si è aperta la finestra di touch down, una finestra di circa 40 min; qui è iniziata la breve ma interminabile attesa della conferma del touch down, che è giunta puntualmente alle 17.03 accompagnata dall’esultanza corale di tutto lo staff dell’ESA, non senza qualche lacrima.

Esultanza che si è replicata in alcune sedi anche italiane da dove l’evento è stato seguito comunitariamente; come all’università di Padova, dove opera uno dei gruppi italiani più coinvolti nella missione. Qui abbiamo raggiunto il professor Piero Benvenuti, astrofisico con lunga esperienza nelle istituzioni spaziali europee e internazionali, che ha commentato le prime notizie giunte dalla 67/P Churyumov-Gerasimenko, considerando anche i possibili rischi cui andava incontro una missione del genere.

«La missione era preparata perfettamente dal punto di vista della navigazione spaziale; è incredibile la capacità di controllo che hanno acquisito e la capacità di manovrare una navicella come Rosetta e di inserirla nell’orbita giusta. Da questo punto di vista si può parlare di un sistema di eccellenza. L’incertezza c’era però sulla consistenza del suolo nel punto di atterraggio e sull’entità degli ostacoli che si sarebbero potuti trovare. La zona scelta era sulla cosiddetta testa della cometa, anche per motivi di controllo della rotazione: consideriamo che la sonda spaziale Philae stava per atterrare su un corpo che ruotava sotto di lei e bisognava minimizzare il pericolo costituito da questo bersaglio mobile. Peraltro, il sito prescelto era stato esaminato attentamente e mostrava delle ampie aree pianeggianti prive di ostacoli ma anche delle zone accidentate e con superfici inclinate sulle quali, se la sonda spaziale Philae fosse atterrata lì, era elevato il rischio di un rovesciamento. L’altro problema era la bassissima gravità presente sulla cometa, per cui il rischio era che nell’impatto la sonda rimbalzasse e si perdesse nello spazio».

Ora, da quanto si è capito nelle comunicazioni del tardo pomeriggio, sembra che la sonda spaziale Philae sia atterrata facendo un piccolo rimbalzo per poi sistemarsi in un punto più stabile. «Il fatto che riesca a trasmettere bene significa che è ben posizionata, con l’antenna puntata nella direzione corretta. Ci sono però dei problemi di ancoraggio: sembra che gli arpioni non abbiano funzionato come dovevano, probabilmente a causa delle condizioni di inconsistenza del terreno e attualmente (a otto ora dall’atterraggio, ndr) i responsabili della missione stanno considerando l’idea di rilanciarli, cosa che è tecnicamente possibile. La stabilità è necessaria soprattutto per le operazioni che poi si dovranno svolgere: prima fra tutte l’azione di perforazione affidata al sistema SD2, l’ormai celebre “trapano” progettato al Politecnico di Milano.

Da quanto si può dire finora, sembra proprio giustificata la grande soddisfazione manifestata dai responsabili dell’ESA. «Sì. Sia al centro ESA sia nella varie sedi dove operano i gruppi coinvolti nella missione, come qui a Padova, si respira un clima di grande entusiasmo. Anche perché prima dell’arrivo dei segnali positivi si percepiva un certo scetticismo o comunque la preoccupazione che la sonda scendesse in un punto dove il terreno era troppo accidentato».

Il plauso è stato unanime ed è significativa la reazione di uno dei responsabili della Nasa presente a Darmstadt che ha elogiato il successo della missione Rosetta considerandola un’impresa condivisa. Un successo dell’Europa, dell’ESA, dell’industria e della ricerca europea. E all’interno di questo un successo dell’Italia, «che è in prima linea sia con la camera WAC di Osiris realizzata qui a Padova, sia col sistema Giada, dell’Università Parthenope di Napoli, certamente all’avanguardia nell’analisi delle polveri, e poi con lo spettrometro VIRTIS dell’IAPS-INAF di Roma e col già citato SD2».

Benvenuti si riferisce anche al lavoro dei tanti ricercatori, impegnati negli aspetti più scientifici della missione e sottolinea l’importanza del coinvolgimento dei geologi, data la loro esperienza nell’analizzare la conformazione dei terreni e nel capire l’evoluzione storica che ha portato a certe configurazioni e strutture; una serie di conoscenze normalmente non presenti negli astronomi che si occupano di comete e che le osservano da lontano con i telescopi. «Adesso che siamo lì sulla cometa e possiamo vederla da vicino, le competenze geologiche diventano particolarmente preziose».

Ci si può chiedere se dal punto di vista di un astrofisico la scelta della Churyumov-Gerasimenko sia stata quella più valida. «Mi sembra che la scelta abbia rappresentato un buon compromesso tra diverse esigenze. È chiaro che l’ideale per un astrofisico sarebbe stata una cometa di quelle che per la prima volta si avvicina al Sole e che vengono scoperte, in un numero non piccolo, ogni anno. Queste, essendo nuove, contengono del materiale originario, che non è stato mai “cucinato” dalla vicinanza del Sole e dai suoi effetti. Incontrarle però è estremamente difficile: sia perché non se ne conosce bene l’orbita finché non sono già vicino a noi, e quindi irraggiungibili; sia perché le comete nuove sono molto attive, espellono una gran quantità di gas e polveri e hanno una notevole chioma e quindi non possono essere troppo avvicinate, pena la distruzione delle apparecchiature. Nel caso della missione Rosetta, la cometa ha già una iniziale attività ma non tale da incidere, almeno per ora, sugli strumenti di misura».

Ammettendo e sperando che l’insediamento di Philae sulla 67P si completi positivamente e che la missione possa proseguire, quali sono le aspettative principali della comunità scientifica? «I principali risultati attesi riguardano l’analisi, che verranno eseguite in loco, dei materiali gassosi emessi sia della polvere; soprattutto dei materiali che verranno estratti dal sottosuolo mediante il trapano. È ben chiaro ormai - e lo si è visto molto bene dalle immagini raccolte in questi giorni di avvicinamento della sonda alla cometa - che la superficie cometaria è nera, come se fosse coperta di fuliggine; e che il materiale che la costituisce è molto poroso e quindi può aver protetto al suo interno il materiale originario. Il che ci permetterebbe di analizzare il materiale cometario primigenio che è poi lo stesso dal quale si è formate il Sistema Solare. Poiché sulla Terra abbiamo molte delle molecole organiche che possiamo trovare sulla cometa, sarà interessante capire se i meccanismi di formazione di queste catene di molecole organiche sono favoriti in zone remote, là dove nascono le comete, oppure se si possono formare anche sulla Terra. Un’idea, già da tempo avanzata dagli astrobiologi e che queste molecole organiche complesse siano state trasportate sul nostro Pianeta dalle comete che, nelle fasi iniziali del Sistema Solare erano numerosissime. Si aprirebbe quindi un campo di indagine molto interessante circa l’origine del Sistema Solare e della stessa vita».

Pur condividendo l’entusiasmo che circonda questa primo traguardo raggiunto, non possiamo trattenerci dal chiedere a Benvenuti una sua valutazione sul senso e sul valore di missioni come questa. «C’è una motivazione di interesse generale ed è la possibilità di maggior conoscenza del nostro cosmo; soprattutto della parte che riguarda la formazione dei sistemi planetari ed eventualmente, da qualche parte, sicuramente sulla Terra, di sistemi viventi. Ormai è ben chiaro che la caratteristica fondamentale dell’universo è la sua evoluzione, cioè il fatto di svilupparsi come storia: conoscere questa storia significa conoscere la nostra storia . Quindi anche se queste problematiche sembrano molto lontane dai nostri comuni interessi quotidiani, bisogna riconoscere che fanno parte della nostra storia e questo ci lega sempre più strettamente al cosmo. Cosicché più impariamo, più conosciamo la sua evoluzione, più possiamo agire coerentemente con essa, sentendoci parte integrante dell’universo, anzi accorgendoci di essere la coscienza dell’universo. Possiamo perciò essere più responsabili nel custodire questo dono che ci è stato fatto, costruito in miliardi di anni con grande pazienza e ragionevolezza».


I ragazzi del '99 ricordano la Grande Guerra

IMG_20141122_125523Naturalmente qui si parla non di 1899, ma di 1999: i quindicenni della attuale classe seconda del liceo Scientifico Romano Bruni di Padova che hanno preparato l’allestimento di una mostra in occasione del Centenario della Grande Guerra.

La scelta è ricaduta sullo studio e sull’analisi di poesie scritte da poeti che hanno avuto esperienza diretta e indiretta della prima guerra mondiale. In questo modo si è anche svolto il programma ministeriale che prevede per il secondo anno di liceo lo studio del testo poetico.

Ha avuto una grande valenza per i ragazzi scoprire che l’ultima classe chiamata alle armi nel conflitto fu proprio quella del 1899. Ragazzi appena diciottenni o anche diciassettenni raggiunsero il fronte nel 1917. Anche loro sono nati nel ’99 di cento anni dopo. Questo semplice dato anagrafico ha favorito una più profonda immedesimazione con le esperienze riportate nelle poesie studiate.

Un dato molto importante per comprendere la tematica trattata è che la poesia di guerra è di gran lunga differente dalla prosa di guerra.

La prosa nasce come esigenza di raccontare ciò che è accaduto e quasi mai l’autore è già uno scrittore, egli è innanzitutto un soldato, solo dopo l’esperienza tragica della guerra si scopre scrittore servendo il bisogno di dover tramandare ciò che ha vissuto. La guerra trasforma alcuni uomini, anche di estrazione comune, in scrittori.

La poesia invece è scritta, per lo più, da autori diventati soldati, intellettuali che hanno fatto i conti con la guerra.

Quanto detto è significativo perché gran parte della classe intellettuale dell’epoca inneggiava alla guerra, la desiderava, la voleva. Poi tutti fecero i conti con il fango e il sangue, la riduzione dell’uomo a topo di trincea, meccanismo in mano ai potenti. La poesia registrò questo impatto tra roboante ideologia e terribile realtà. La produzione così si trasforma da abbacinante glorificazione della guerra a frammento in cui il poeta desidera ritrovare se stesso.

Un’ultima annotazione: c’è un’altra poesia parallela a tutto questo, non elitaria, popolare, che esprime i sentimenti di tutti in altra forma. E’ il canto. A volte preesistente e trasformato in guerra, a volte totalmente nuovo. La strada poetica di una classe non intellettuale.

Il lavoro ha prodotto un percorso in cui vengono presentate le poesie, con il commento dei ragazzi ed è suddiviso in tre parti o sezioni.

 

Prima sezione: le poesie interventiste

Attraverso le composizioni di Govoni, Saba, Marinetti abbiamo visto come viene presentata la guerra da parte di chi la voleva. La guerra è descritta come la pace. Il lessico sovverte le cose e trasforma l’odio in amore, la morte in vita.  Le forme della tradizione poetica vengono distrutte così come si vorrebbe fare con la società e il mondo.

ANTEPRIMA PRIMA SEZIONE

Seconda Sezione: le poesie dell’esperienza tragica

Soffici, Ungaretti e Rebora ci accompagnano nella melma e nel sangue del fronte. Il poeta trasforma la sua opera, scrive frammenti. Cerca sé stesso. Con risultati diversi, ma ugualmente drammatici e intensi. Rebora si impietrisce e vuole il silenzio, Ungaretti cerca e scopre ciò che conta nell’esistenza.

ANTEPRIMA SECONDA SEZIONE

Terza sezione: le poesie colpite dal bello

Dentro tutto il dramma e la morte a volte qualcosa risorge, qualcosa sfugge alla morsa del dolore. Sono attimi di stupore e meraviglia, attimi di nostalgia, dove si affacciano alla mente ricordi di un tempo. Bottai, Stuparich e Martini si accorgono di cose così.

ANTEPRIMA TERZA SEZIONE

Alla fine, come un contro canto si possono ascoltare alcune strofe di canti alpini, che si commentano da soli.

 


Mercoledì 5 novembre al Centro Altinate “La strada bella”, il video per i 60 anni di CL

tracce-cl-strada-bella[1]A 60 anni da quando don Luigi Giussani salì i gradini del Liceo Classico Berchet di Milano per insegnare religione, Comunione e Liberazione ha realizzato un video dal titolo «La strada bella». Il dvd, della durata di 84 minuti, racconta l’oggi del Movimento attraverso immagini da tutto il mondo, documentando che cosa è nato da don Giussani e da chi rivive la sua esperienza ora.

Per iniziativa dell’Associazione culturale Rosmini

“La strada bella” verrà proiettato

mercoledì 5 novembre 2014 alle 21.00

nel centro culturale San Gaetano – Altinate

di via Altinate, 71 – Padova

Ingresso libero, info 329-9540695 info@rosminipadova.it #lastradabella

 

Realizzato dai giornalisti Monica Maggioni e Roberto Fontolan e dall’art director Dario Curatolo, «La strada bella» è in omaggio col numero di ottobre di Tracce, la rivista internazionale di CL.

Sottotitolato in italiano, inglese, spagnolo, tedesco, francese, portoghese, russo e polacco, il video si avvale di centinaia di filmati giunti da 43 Paesi, di tre “storie” girate a New York, San Paolo e Kampala e di un’intervista a don Julián Carrón (presidente della Fraternità di CL) realizzata a Madrid.

Il video arriva dopo la pubblicazione della Vita di don Giussani (ed. Rizzoli) e le decine di presentazioni svoltesi in tutta Italia e mostra che ciò che tanti hanno potuto sentire e vedere leggendo il libro ha un frutto oggi: la vita di un popolo, che non può essere staccata da don Giussani, così come il Movimento non può essere diviso dalla storia di don Giussani.

Annunciando l’uscita del DVD, don Carrón ha detto di recente: «Il video è una testimonianza, una documentazione di come il Mistero abbia avuto pietà del nostro niente; ed è uno strumento che ci aiuta a comprendere il cammino che abbiamo fatto in questi anni e del quale dobbiamo essere ancora più consapevoli e grati».

Al video Tracce ha dedicato 10 pagine di presentazione con contributi di Monica Maggioni, Fontolan e Curatolo, insieme a tre interviste al presidente della Sea Pietro Modiano, al filosofo Eugenio Mazzarella e al sociologo Mauro Magatti che lo hanno visto in anteprima.

 

GUARDA IL TRAILER DEL VIDEO

 

 


Sant’Agostino, il vero fil rouge di papa Montini

cop agostinoUna presenza discreta eppure costante, un vero fil rouge fatto di appunti scritti perlopiù a mano con calligrafia minuta. Nel 2008 stati pubblicati dal mensile 30Giorni, diretto da Giulio Andreotti, gli appunti riguardanti sant’Agostino di Giovanni Battista Montini, come arcivescovo di Milano prima e come papa poi, raccolti da monsignor Pasquale Macchi, suo segretario.

La raccolta comprende circa 500 diversi passi di sant’Agostino; alcuni di essi si ripetono, così da raggiungere il numero di circa 700 citazioni in totale. Un numero che fa comprendere la conoscenza puntuale, la consuetudine e il profondo amore di Paolo VI per questo grande Padre della Chiesa.

L’Associazione culturale universitaria “Antonio Rosmini” di Padova, organizzatrice per undici anni del Convegni sull’attualità di sant’Agostino, martedì 25 novembre 2008 nell’aula magna dell’Università di Padova propose un incontro dal titolo Montini e Agostino - Sant’Agostino negli appunti inediti di Paolo VI, i cui contributi poi furono pubblicati in larga parte da 30Giorni (2/1999).

Li riproponiamo oggi a pochi giorni dalla beatificazione del papa bresciano. Questo il programma dell’incontro padovano.

Saluto

Gian Paolo Romanato docente di Storia della Chiesa all’Università di Padova

Leggi la relazione sul sito di 30Giorni

 

Introduzione

mons. Renato Marangoni vicario episcopale per l’apostolato dei laici - diocesi di Padova

 

Relazioni

Maria Tilde Bettetini docente di Storia della filosofia alla Libera Università di Lingue e Comunicazione IULM di Milano

Leggi la relazione sul sito di 30Giorni

 

don Giacomo Tantardini autore del volume “Il cuore e la grazia in sant’Agostino” (Città Nuova editrice)

Leggi la relazione sul sito di 30Giorni

 

Gli appunti su sant’Agostino risalgono sia all’epoca dell’episcopato di Montini a Milano, sia al periodo del papato a Roma; quasi tutti sono scritti a mano, mentre rarissimi sono i brani trascritti con macchina da scrivere. È interessante segnalare che un discreto numero di citazioni di Montini non sono del tutto letterali e questo fa capire che buona parte di esse erano probabilmente fatte a memoria.

 

Ecco alcune immagini dell’incontro


Mozart, che spasso!

mozartSabato 20 settembre alle ore 21.00 nella Sala dello Studio teologico, presso la Basilica di Sant’Antonio di Padova, si terrò il concerto

MOZART, CHE SPASSO!

Musiche di Amadeus... ovviamente! Il concerto vuole svelare al pubblico il lato più “spassoso” del più grande genio musicale di tutta la storia attraverso l’interpretazione dell’Ensemble Waldhorn.

Programma:

DIVERTIMENTO IN RE MAGGIORE KV 136

QUARTETTO PER ARCHI N.1 IN SOL MAGGIORE KV 80

EIN MUSIKALISCHER SPASS KV 522

Ensemble Waldhorn:

Gabriele Falcioni e Antonio Russo - corno
Michele Torresetti e Paolo Lambardi - violino
Matteo Torresetti - viola
Giacomo Grava - violoncello

INGRESSO LIBERO Info 346-3187575

Leggi la pagina Facebook dell'evento

L’iniziativa è finanziata dall’Università di Padova ai sensi della legge 3-8-1985 n.429 per le iniziative culturali studentesche.

 

Gabriele-Falcioni[1]Il Divertimento in re maggiore Kv 136, scritto da Mozart, sedicenne, di ritorno a Salisburgo dopo il soggiorno italiano, è una pagina brillante, sospesa fra la fattura del pezzo d’ensemble e l’impianto quartettistico. Venne composto nei primi mesi del 1772 insieme ai divertimenti K 137 e K 138 nel periodo tra il secondo e terzo viaggio in Italia. L’opera non è di così facile collocazione in quanto si attiene allo spirito del divertimento ma non alla sua forma; è costituito di fatto solo di tre movimenti con il secondo lento. Non si tratta neppure di un quartetto perché, sebbene sia scritto per quattro strumenti, manca del caratteristico linguaggio cameristico. Il compositore a soli sedici anni propone in definitiva una sua scuola e un suo modello scrivendo di fatto musica sinfonica attraverso l’assemblaggio di alcuni strumenti per essere assimilato alla sinfonia italiana.

Mozart compone il suo primo quartetto (Quartetto per archi n.1 in sol maggiore Kv 80) in una locanda di Lodi, il 15 marzo 1770, «alle 7 di sera» si legge sull’autografo, durante una sosta sulla via per Bologna. A Milano, il compositore aveva avuto modo di ascoltare quartetti di Sammartini e di cogliere la lezione di un linguaggio strumentale inteso anzitutto come trattamento lineare e smaliziato delle strutture formali, eleganza melodica e capacità artigianale dì confezionare una composizione sulla base di un materiale quanto mai elementare.

Ein musikalischer Spaß (Uno scherzo musicale) Kv 522 è una composizione cameristica scritta a Vienna nel giugno del 1787. È anche conosciuta come Divertimento per quartetto di archi e due corni. L’appellativo con cui l’opera viene a volte indicata nei paesi di lingua tedesca, Dorfmusikantensextett(“sestetto dei musici paesani”), è fuorviante: questo brano di satira musicale, infatti, non ha affatto per bersaglio i suonatori di paese; l’intenzione dell’autore era invece quella di realizzare una parodia dei compositori alla moda che, nella Vienna dell’epoca, riscuotevano successo di pubblico e plauso presso la Corte imperiale, pur essendo in realtà musicisti mediocri. Tuttavia, dietro l’evidente desiderio di voler essere maldestro, si cela comunque Mozart, tant’è che il critico Hermann Abert scriverà: «È veramente un capolavoro del genere, una satira deliziosa, dietro le cui pazzie traspare sempre la sicura mano del maestro». Theodor W. Adorno scrive che in questa composizione Mozart ha espresso la sua “tendenza irresistibile alla dissonanza”, che qui è stata nascosta dal compositore “sotto la forma del grottesco” al fine di renderla accettabile all’orecchio dei suoi contemporanei; in questo senso, Adorno considera lo Scherzo musicale K 522 “una precoce anticipazione” del Petruška di Stravinsky.

 

 


Tutto esaurito il 22 giugno per l'escursione a San Lazzaro degli Armeni

san_lazzaro[1]Un grande successo, oltre 160 adesioni, e inevitabile tutto esaurito domenica 22 giugno 2014, festa del Corpus Domini, per l’escursione veneziana di una giornata a San Lazzaro degli Armeni, Sant’Elena, San Giuseppe e San Pietro in Castello organizzata dall’Associazione culturale Antonio Rosmini, grazie all'organizzazione del dottor Romano Tiozzo. Abbiamo comunque attivato una lista d'attesa in caso di rinunce (320-1810768 romano.tiozzo@ve.camcom.it).

 

Il costo della giornata è di € 20.00 comprensivo del pranzo, del passaggio con la motonave, della visita alle chiese e dell’incontro con la scrittrice, più un’offerta ai monaci.

 

Il programma prevede la partenza dal Parcheggio di San Giuliano a Mestre alle ore 9.00. Nel parcheggio ci sono una trentina di posti auto liberi che possono essere occupati altrimenti il park ha altri posti al prezzo di € 5 per l’intera giornata.

 

Con la Motonave “Pirata” verso le 10.00 arriveremo all’Isola. Ci dividiamo in tre gruppi. Il primo gruppo dalle 10.00 alle 11.00 visita il museo e la Biblioteca storica. Alle 11.00 il Padre Abate celebrerà la S.S. Messa del Corpus Domini in Armeno che seguiremo con la traduzione. La messa è cantata e dura circa un’ora ed un quarto.

 

Alle 12.30 il secondo gruppo fa la visita, mentre con gli altri due gruppi si inizia il pranzo (riso, Baccalà e Polenta, Vin da mar della Cantina di Jesolo).

 

Alle 13.30 in terzo gruppo fa la visita. Gli altri possono stare in giardino e visitare l’esterno dell’isola. Il posto è ombreggiato e portandosi dei teli ci si può sedere nell’erba.

 

scrittrice Arslan alla LetterariaAlle 14.30 ci raggiunge la scrittrice Antonia Arslan per una conversazione sulle sue opere e sulla storia del popolo armeno, la sua fede, la sua cultura e le sue tradizioni millenarie.

 

Alle 16.00, dopo aver acquistato, per chi vuole, la marmellata di rose canine dei monaci, riprenderemo il nostro viaggio verso una zona di Venezia non contemplata dagli itinerari tradizionali. Si tratta dell’isola di Sant’Elena e di Castello che raggiungeremo con la motonave.

 

Visiteremo le tre chiese (a piedi sono circa 20 minuti di strada). Sant’Elena dove sono custodite le reliquie del corpo dell’Imperatrice madre di Costantino. Il parroco ci aprirà la chiesa e guiderà la visita.

 

Poi San Giuseppe in Castello con le opere di Paolo Veronese, Tintoretto, il mausoleo al Doge Grimani ed uno dei dipinti più grandi del mondo di mq. 540 di Gianantonio Torri che sembra duplicare la Chiesa.

 

Ed infine San Pietro in Castello costruita su disegno probabilmente di Andrea Palladio, ma non seguita da lui. La Chiesa fu la Cattedrale del Patriarca di Venezia fino al 1807 quando Napoleone volle che la cappella del Doge attigua al Palazzo Ducale diventasse la sede del Patriarca.

 

Alle 19.00, indicativamente rientreremo al parcheggio di San Giuliano per il ritorno a Padova.

 

 

Il Pranzo è preparato dagli amici di Cà Edimar

 

I bimbi sotto i 6 anni non pagano e quelli da 6 a 14 anni pagano € 10,00.


Terra Santa: archeologia e racconti evangelici

locandina_terra_santa_finale2Non è la prima volta che l’Associazione culturale Rosmini di Padova dedica incontri pubblici al tema della storicità del cristianesimo e alle testimonianze tangibili di Cristo e dei suoi primi seguaci. Per cui puntuale giunge l’appuntamento per giovedì 22 maggio 2014 alle ore 21.15 nella sala dello Studio teologico della Basilica del Santo con l’incontro “Terra Santa, archeologia e racconti evangelici”.

 

Di grande rilievo i relatori: Dan Bahat archeologo e docente all’Università di Toronto, il suo collega dello Studium Biblicum Franciscanum padre Eugenio Alliata ofm, con l’esegeta e docente nella Facoltà teologica dell’Italia Centrale don Filippo Belli in qualità di moderatore.

 

L’incontro nasce da alcune sollecitazioni contenute in un’intervista a Dan Bahat pubblicata nei mesi scorsi sul quotidiano Avvenire. Professore – era la domanda del cronista - lei ha dedicato la vita alla ricerca, crede che sia importante l’archeologia delle terre bibliche, e perché? «Credo che la ricerca archeologica non sia mai fine a se stessa, specie quando è fatta in territori che coinvolgono la nostra fede», la riposta dello studioso. «Io sono ebreo», proseguiva Bahat «e quale ebreo non posso che riconoscere la grande importanza dell’indagine sulle radici della mia fede. Lo stesso vale per i cristiani. A Gerusalemme la fede s’interseca con la storia e senza alcuna paura e pregiudizio è dovere dello scienziato investigare e ricercare le verità che la scienza può restituirci. Non si tratta di chiedere conferme all’archeologia, ma di lasciare che l’archeologia ci aiuti a comprendere la nostra comune storia».

 

Una posizione che ci è sembrata subito molto interessante quella di Bahat. L’archeologo israeliano parla dell’archeologia come strumento di comprensione più che di verifica. Quello che ci interessa infatti non è mettere in dubbio la veridicità di ciò che la tradizione ci ha consegnato, ma conoscere e approfondire attraverso i dettagli e le notizie di vita quotidiana, fatta di spazi, muri e oggetti quasi banali, la vita che ci è raccontata nei Vangeli. Per questo motivo la “Rosmini” ha chiesto a padre Alliata di raccontare nel suo intervento proprio la vita quotidiana a Cafarnao ai tempi di Gesù.

 

«Oggi in Terra Santa sono conservati luoghi precisi, spesso consacrati dalla costruzione di una basilica edificata a loro protezione», commenta ancora Stoppa. «Sono siti visitati da migliaia di pellegrini perché tramandati come i veri luoghi in cui si sono svolti i fatti più importanti della vita di Gesù, dal concepimento miracoloso di Nazareth, la sua nascita a Betlemme, alla sua vita quotidiana a Cafarnao durante i suoi anni di vita pubblica fino alla frequentazione del tempio di Gerusalemme e la sua passione, morte e resurrezione. Come ci insegna infatti Sant’Agostino, “Non si può amare senza conoscere, e non si può conoscere senza amare”».

 

L’iniziativa è finanziata con il contributo dell’Università di Padova sui fondi per le iniziative culturali studentesche ed è realizzata in collaborazione con ATS pro Terra Sancta e con il patrocinio della Custodia di Terra Santa.

 

 


Giorgio Vaccari. Laico, cioè cristiano

Giorgio VaccariSi terrà sabato 15 marzo 2014 alle 17.00 a Bassano del Grappa nell’Aula n. 14 pian terreno dei Padri Scalabriniani la presentazione del volume di Matteo Fiore e Maria Letizia Vaccari Giovanni Giorgio Vaccari Laico, cioè cristiano pubblicato in occasione del centenario della nascita di Giorgio Vaccari (1913-1991). Interverranno il giornalista Eugenio Andreatta e Maria Letizia Vaccari, insegnante.

Bassanese di origine (vi nacque il 6 ottobre 1913) Giorgio Giovanni Vaccari in realtà a Bassano si stabilì definitivamente con la famiglia nella sua casa alla Santissima Trinità solo con il pensionamento nell’ottobre del 1973. Eppure a Bassano è figura notissima, per la sua opera di instancabile ed entusiasta animatore di iniziative sociali, soprattutto rivolte agli anziani, quasi fino alla morte, sopraggiunta il 24 febbraio 1991.

Cresciuto e formatosi all’interno dell’associazionismo cattolico, Vaccari si è sempre interessato di problemi sociali, in particolare di anziani e poveri, ma il suo preminente interesse è stato l’impegno a favore delle missioni. Ha vissuto per quasi quarant’anni a Milano, con un intervallo di quasi cinque anni trascorsi, per lavoro, in Argentina.

Nel centenario della sua nascita, i famigliari e gli amici offrono alla cittadinanza una breve biografia in sua memoria, grati per tutto quello che ha testimoniato. Il volume, completato da una sezione fotografica, è ricco di episodi inediti e spesso gustosi. Vaccari infatti era una persona ilare e spesso organizzava scherzi ad amici e conoscenti. Dal volume però emergono anche capitoli meno noti ai bassanesi, quali l’impegno lavorativo in America Latina e poi in Italia, con le iniziative a favore dei lavoratori dell’azienda, la partecipazione alla resistenza, grandi e piccole opere sociali da lui messe in piedi e tanti gesti di carità praticata con discrezione e verso tante persone in difficoltà.

La sua è «una figura genuinamente cristiana che si staglia nel tessuto laborioso e fecondo della provincia vicentina come un frutto buono della sua terra», scrive il vescovo di Vicenza Beniamino Pizziol in un messaggio allegato al volume, che sarà letto integralmente durante la presentazione.

«Ho capito», aggiunge monsignor Pizziol, «come Vaccari abbia non solo dato spessore a delle intuizioni umane e sociali che, per così dire, portava in sé, ma - anche - come le abbia messe a servizio dell’intera comunità, civile e religiosa. «Con voi, allora, non posso non ringraziare e lodare Dio per la presenza che nel territorio vicentino e di missione è stato Giovanni Giorgio Vaccari. La sua fede l’ha portato a vivere sempre con umiltà, sapendo che tutto ciò che faceva doveva andare per un bene più grande del suo: così ha fatto a Milano per quarant’anni, per quasi cinque anni in Argentina ed ancora negli ultimi diciassette anni a Bassano del Grappa».

Ecco alcune foto di Giorgio, tra cui una di don Giussani con i nipoti Vaccari e una a Kiringye, nell’attuale Repubblica democratica del Congo, dove la figlia Letizia era in missione.