"LO SCOPRITORE DI TERRA INCOGNITA"! 20-21 NOV 2019, UNA DUE GIORNI SU CESARE PAVESE

La Rosmini sta organizzando una due giorni di eventi su Cesare Pavese: “Lo Scopritore di Terra Incongnita”! L’autore sarà il protagonista dei prossimi colloqui fiorentini e con l’aiuto dell’amico professore Valerio Capasa si vuole entrare in dialogo con Cesare Pavese per il quale amare le cose, aprirsi ad esse coincide con la scoperta che tutto è dato.

I momenti proposti sono i seguenti:

-          Mercoledì 20 Novembre alle ore 18:30 a Padova (luogo da definirsi) un incontro “aperi-cena” alla scoperta di Cesare Pavese e della sua “Esigenza Permanente”.

-          Giovedì 21 Novembre alle ore 14:30 presso l’auditorium Giovanni Paolo II, via Ortazzi 9 a Piove di Sacco, un momento di approfondimento per incontrare Cesare Pavese attraverso l’esperienza dei colloqui fiorentini.

Per questo motivo la Rosmini chiede un aiuto a tutti i docenti ed amici interessati di per poter pubblicizzare l’evento, invitare studenti, colleghi ed amici ed eventualmente nel coinvolgersi nell’organizzazione dello stesso. Per maggiori informazioni è possibile scrivere a info@rosminipadova.it


Incontro pubblico "Felici di lavorare" a Padova il Mercoledì 2 Maggio ore 21:00

Il lavoro da sempre è uno dei principali aspetti della vita con cui l’uomo si rapporta alla realtà ed impegna la maggior parte del proprio tempo; oggi, con la crisi, è diventato sempre più competitivo, duro, umanamente difficile, precario e flessibile ed è sempre meno un posto fisso, diritto acquisito ed inattaccabile. Questo mutamento ha portato l’uomo a percepire il lavoro sempre più come un luogo ingiusto in cui resistere stringendo i denti e sempre meno come possibilità di essere felici e protagonisti.
Per interrogarci su come stia cambiando il mondo del lavoro, su quale sia il valore del lavoro, su come sia possibile essere protagonisti del proprio percorso lavorativo, costruendo un bene per sé e per la società intera, e per riprendere quanto emerso dalla settimana sociale del lavoro di Cagliari, stiamo organizzando l’incontro pubblico dal titolo “Felici di Lavorare” che si terrà Mercoledì 2 Maggio alle 21:00, presso la Sala Cardinal Callegari in via Curtatone e Montanara 4 Padova, in cui interverrà S.E. Rev. Mons. Filippo Santoro, arcivescovo di Taranto e Presidente della Commissione per i problemi sociali e il lavoro presso la CEI.
Perché Mons. Filippo Santoro? Perché è un uomo implicato nel sociale, in contesti difficili come quello brasiliano (quasi 30 anni passati in missione tra Rio de Janeiro e Petropolis) e come quello tarantino (affrontando la mancanza di lavoro e la crisi ILVA) e per aver organizzato la settimana sociale di Cagliari dal titolo “Il lavoro che vogliamo libero, creativo, partecipativo e solidale” (www.settimanesociali.it). Per saperne di più su Mons. Filippo Santoro clicca qui.
L’incontro vuole essere un momento di dialogo con domande vere, reali che partano all’esperienza dei partecipanti. Per questo ti proponiamo di scriverci le tue domande e/o le tue impressioni sul tema alla mail info@rosminipadova.it entro il 27 Aprile.
Ti inviatiamo a partecipare e, se lo ritieni, a diffonderlo


Incontro: "Elezioni 2018: UN'OPPORTUNITÀ? TRE SFIDE PER IL BENE COMUNE Educazione, lavoro, sussidiarietà per costruire il futuro del Paese"

L'Associazione Rosmini, insieme agli universitari di  Ateneo Studenti, sta organizzando per Mercoledì 28 febbraio alle ore 21,00 presso il Teatro Ruzante in riviera Tito Livio 45 , l'incontro pubblico: “Elezioni 2018: UN'OPPORTUNITÀ? TRE SFIDE PER IL BENE COMUNE Educazione, lavoro, sussidiarietà per costruire il futuro del Paese” Siamo convinti che le elezioni possano offrire l'opportunità di capire meglio i bisogni della nostra società, di conoscere il contributo che ognuno di noi può dare, e quale sia la modalità più costruttiva per partecipare alla vita politica del Paese.

Mentre si avvicina velocemente la data del 4 marzo, due realtà cul-turali ed associative padovane – l’Associazione Antonio Rosmini e Ateneo Studenti - desiderano raccogliere l’invito di Papa Francesco a “provare ad agire di persona invece di osservare dal balcone” questa campagna elettorale. Questo “agire di persona” avviene attraverso una serata di dialo-go aperto, proposta per approfondire tre temi fondamentali per il futuro del nostro Paese: l’educazione, il lavoro e la sussidiarietà.

In apertura di serata Andrea Pin (costituzionalista e docente universitario) presenterà gli elementi essenziali della legge elettorale con cui gli italiani saranno chiamati ad esprimere il proprio voto. A seguitre interverranno Tiziano Barone, Direttore di Veneto Lavoro; Marco Masi, Presidente Nazionale CdO Opere educative; Simonetta Rubinato, Presidente Comitato Referendario Veneto Vivo.

Scarica l'intero volantino cliccando su  Volantino AS ELEZIONI 2018 - Rosmini.

 


Un punto di riferimento certo in vista delle prossime elezioni

Cercate un punto di riferimento certo in vista delle prossime elezioni? Consigliamo caldamente di ascoltare il discorso di papa Francesco a Cesena del 1 ottobre 2017, neanche una ventina di minuti di intervento con alcuni punti fermi su cosa significa fare politica oggi. Ecco il video integrale.

https://www.youtube.com/watch?v=PgHPX4kbPCI

Il testo del discorso del primo ottobre è sul sito del Vaticano all'url https://w2.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2017/october/documents/papa-francesco_20171001_visitapastorale-cesena-cittadinanza.html.


Papa Francesco e quella lettera sui convegni di sant’Agostino

Papa Francesco, quando era cardinale, scrisse la prefazione de “Il tempo della Chiesa secondo Agostino”, il libro che raccoglie gli incontri dell’Associazione Rosmini sull’attualità di sant’Agostino che vedevano come relatore don Giacomo Tantardini.

A distanza di anni il Papa non si è dimenticato di quegli incontri, anzi il 22 dicembre scorso papa Francesco (è nel video linkato dopo il minuto 2)  ha ricordato in diretta video ai suoi interlocutori riuniti nell’aula magna dell’Università di Padova, che quel luogo ospitava le lezioni agostiniane organizzate dalla nostra associazione.

Ora nell’ultimo libro di Massimo Borghesi, Jorge Mario Bergoglio. Una biografia intellettuale, emergono nuovi dettagli dell’interesse di papa Francesco per i nostri convegni. Riportiamo dalle pp. 279-280:

 

«In una lettera degli inizi del 2007, indirizzata al vaticanista del Tg2 Lucio Brunelli, che gli aveva inviato una recensione del volume di don Giacomo Tantardini, “Il cuore e la grazia in sant’Agostino. Distinzione e corrispondenza” (Città Nuova, Roma 2006), Bergoglio scrive:

“In questo pensiero lineare non c’è posto per la delectatio e la dilectio, non c’è posto per lo stupore. Ed è così perché il pensiero lineare procede nella direzione contraria alla grazia. La grazia si riceve, è puro dono; il pensiero lineare si vede in obbligo di dare, di possedere. Non può aprirsi al dono, si muove unicamente a livello di possesso. La delectatio e la dilectio e lo stupore non si possono possedere: si ricevono, semplicemente. […] L’essenza manichea del fariseo non lascia nessuna fessura perché vi possa entrare la grazia; basta a se stesso, è autosufficiente, ha un pensiero lineare. Il pubblicano, al contrario, ha un pensiero tensionante che si apre al dono della grazia, possiede una coscienza che non è sufficiente ma profondamente mendicante”.

Sollecitato dalla recensione di Brunelli, il cardinale scriverà, a sua volta, la prefazione ad un nuovo volume di Tantardini su Agostino: “Il tempo della Chiesa secondo Agostino” (Città Nuova, Roma 2010). In essa commentava la descrizione che Agostino faceva dell’incontro tra Gesù e Zaccheo.

“L’immagine per me più suggestiva di come si diventa cristiani, così come emerge in questo libro, è il modo in cui Agostino racconta e commenta l’incontro di Gesù con Zaccheo (pp. 279-281). Zaccheo è piccolo, e vuole vedere il Signore che passa, e allora si arrampica sul sicomoro. Racconta Agostino: «Et vidit Dominus ipsum Zacchaeum. Visus est, et vidit / E il Signore guardò proprio Zaccheo. Zaccheo fu guardato, e allora vide». Colpisce, questo triplice vedere: quello di Zaccheo, quello di Gesù e poi ancora quello di Zaccheo, dopo essere stato guardato dal Signore. «Lo avrebbe visto passare anche se Gesù non avesse alzato gli occhi», commenta don Giacomo, «ma non sarebbe stato un incontro. Avrebbe magari soddisfatto quel minimo di curiosità buona per cui era salito sull’albero, ma non sarebbe stato un incontro» (p. 281). Qui sta il punto: alcuni credono che la fede e la salvezza vengano col nostro sforzo di guardare, di cercare il Signore. Invece è il contrario: tu sei salvo quando il Signore ti cerca, quando Lui ti guarda e tu ti lasci guardare e cercare. Il Signore ti cerca per primo. E quando tu Lo trovi, capisci che Lui stava là guardandoti, ti aspettava Lui, per primo.

Ecco la salvezza: Lui ti ama prima. E tu ti lasci amare. La salvezza è proprio questo incontro dove Lui opera per primo. Se non si dà questo incontro, non siamo salvi. Possiamo fare discorsi sulla salvezza. Inventare sistemi teologici rassicuranti, che trasformano Dio in un notaio e il suo amore gratuito in un atto dovuto a cui Lui sarebbe costretto dalla sua natura. Ma non entriamo mai nel popolo di Dio. Invece, quando guardi il Signore e ti accorgi con gratitudine che Lo guardi perché Lui ti sta guardando, vanno via tutti i pregiudizi intellettuali, quell’elitismo dello spirito che è proprio di intellettuali senza talento ed è eticismo senza bontà”».

 

(M. Borghesi, Jorge Mario Bergoglio. Una biografia intellettuale, Jaca Book 2017, pp. 279 - 280).


Quello che tu erediti dai tuoi padri, riguadagnatelo, per possederlo

Quel che abbiamo ricevuto suscita ancora interesse in noi? Come può tornare ad essere attraente? È il tema del Meeting di Rimini di quest’anno.

Quando Faust, il protagonista del capolavoro di Goethe, osserva la sua stanza degli esperimenti, nota amaramente: «Vecchio alambicco che non ho mai usato, sei qui solo perché ti ha usato mio padre; vecchio rotolo, ti sei annerito mentre fioca la lampada fumava sul leggio. Quel poco che possiedo l’avessi scialacquato, invece di sudare sotto il suo peso».

E infine conclude: «Quel che non giova, è un carico pesante».

Quel che abbiamo non dura solo grazie all’inerzia. Non è una questione religiosa. La nostra vita, gli affetti, le nostre stesse libertà possono svanire. Ce lo rammentano le insicurezze che stiamo attraversando, che penetrano nelle nostre vite gettando un ombra su quanto abbiamo dato per scontato, su quel che i nostri predecessori hanno costruito.

A meno che tutto ciò che già teniamo nelle nostre mani non ridiventi nostro. Che lo afferriamo nuovamente, con le nostre energie e la nostra fatica. Nelle parole di Goethe, «Ciò che hai ereditato dai tuoi padri, riguadagnatelo per possederlo». È dunque una questione di libertà: sia per chi offre un tale tesoro, sia per chi lo accoglie. In altre parole, è una questione di educazione.

L’Associazione culturale Rosmini, proprio in un tempo di incertezza come il nostro, vuole discutere della sfida che riguarda tutti: trasmettere il meglio di sé e di ciò che abbiamo incontrato, in un modo interessante e attuale, al passo con le circostanze che attraversiamo.

Affronteremo il tema con chi se ne occupa, per lavoro e per passione, ma innanzitutto lo vive sulla pelle: rav Aharon Adolfo Locci è il rabbino della comunità di Padova; il musulmano egiziano Wael Farouq vive e insegna all’Università Cattolica di Milano; Michele Visentin dirige l’istituto scolastico Maria Ausiliatrice di Padova. E infine ne parleremo nel luogo più simbolico: il museo della Padova ebraica - l’antica sinagoga della città, riguadagnata - appunto - alla città dopo essere stata distrutta negli orrori del secondo conflitto mondiale.

L’appuntamento è per domenica 9 luglio alle 18.30, in via delle Piazze 26.

Scarica la locandina dell’incontro.


Progetto: un futuro per i cristiani di Erbil

Nell’autunno 2016 la piana di Ninive, invasa dall’Isis due anni prima, è stata liberata. Ma per le popolazioni di quel territorio il ritorno alla proprie case e la ricostruzione di una vita civile non è ancora possibile. L’esercito del califfato ha lasciato dietro di sé cumuli di macerie; case, negozi e chiese devastati. I cristiani in particolare hanno trovato ogni simbolo religioso fatto a pezzi, ogni statua decapitata, montagne di libri bruciati, i campanili abbattuti, le croci fatte cadere dai campanili; tutte le loro case sono state saccheggiate, molte bruciate, altre distrutte.

Padre Jalal Yako, sacerdote rogazionista nativo di Qaraqosh, è uno dei responsabili del più grande campo profughi cristiani che si trova ad Erbil: lavora infaticabilmente per tenere viva la speranza della sua gente che un futuro migliore e più sereno non sia una illusione. Nella sua attività la rinascita di un tessuto umano e sociale procede contemporaneamente alla ricostruzione dei luoghi concreti dove la vita possa rifiorire.

L’incontro casuale con lui nel corso delle nostre attività artistiche ha generato una iniziativa che è diventata progetto ed è ora in via di realizzazione: padre Jalal ci ha chiesto di aiutarlo a ricostruire la sua chiesa, perché i segni materiali della fede, simbolicamente violentati (statue con testa e mani mozzate, tabernacoli e altari distrutti) siano sostituiti con nuove opere fatte con creatività e amore, segno della Bellezza di Cristo che ha vinto la morte.

Per il Santo Natale 2016 la chiesa di Erbil ha ricevuto un bel presepe in terracotta realizzato dalla scultrice Oriana Sartore.

Padre Jalal, incoraggiato da questo gesto di fratellanza e condivisione ha quindi segnalato il bisogno che la chiesa della sua parrocchia, dedicata alla Trasfigurazione, avesse una nuova pala per l’altar maggiore.

L’opera è quasi terminata: ma non pochi sono i costi per la sua realizzazione e per la spedizione a Erbil.

La condivisione di questa iniziativa è un modo concreto e importante affinché i fratelli che vivono in una terra tanto martoriata non si sentano soli e abbandonati. Il sentirsi ricordati è per ognuno di loro motivo per alimentare la speranza e la fiducia che la costruzione di un mondo migliore sia possibile per loro come per noi.

Aggiornamento del 2 giugno 2017:

Inaspettatamente si sono aggiunti compagni di cammino, non su contributi finanziari, ma artistici: un amico pittore, Flamini Zullo, si è sentito provocato a mettere a disposizione la sua arte. L’isis ha fatto scempio ma infaticabilmente si risorge…

Insieme alla pala per l’altar maggiore manderemo anche una ‘Madonna della Tenerezza’ che è in corso d’opera in questi giorni.

Riassumiamo di seguito i costi complessivi e le operazioni necessarie per portare a termine l’operazione:

  1. 4 formelle in terracotta, lavorate in altorilievo, lucidate e dipinte:
  • Materiali e costi per la realizzazione, la cottura, la rifinitura: euro 300
  • Struttura autoportante in alluminio smontabile: offerta da privato

Materiale per imballaggio e spedizione:

  • 4 casse compatibili con le dimensioni delle formelle, e relativo materiale per imballaggio:
    • Gesù cm. 77x53 kg. 16
    • Mosè cm. 47x58 kg.11
    • Elia cm. 47x59 kg.10
    • Pietro cm. 55x57 kg.12
    • Giovanni e Giacomo cm. 70x56 kg.20
  • Contributo per i colori speciali per icone per la realizzazione della tavola dipinta
  • Costi di spedizione a Pisa, dove verranno imbarcati a cura dell’aereonautica militare: non ancora quantificati

Avendo presente che le condizioni di vita della comunità di Erbil sono, come in tutto il territorio della piana di Ninive, estremamente precarie, eventuali fondi raccolti in eccesso verranno consegnati comunque a padre Jalal in persona.

 

Progetto a cura di Emanuela Centis, Oriana Sartore e amici

 

Nel video: padre Jalal rientra nella sua chiesa a Qaraqosh


Un ostinato e comunicativo ottimismo. Chase a Ca’ Pesaro

di Mario Cancelli. Figlie (o figli): così comincia e così chiude la bellissima mostra William Merritt Chase (1849-1916): un pittore tra New York e Venezia alla Galleria Internazionale d’Arte Moderna di Ca’ Pesaro. Le opere dell’“impressionista americano” si sono potute ammirare dall’11 febbraio al 28 maggio.

William Merrit Chase ci accoglie con “La giovane orfana” (1884): una fanciulla afflitta dai capelli rossi che le incorniciano il volto, abbandonata sul divano. Un ritratto bellissimo: alla domanda se per lei ci sarà un domani risponde lo sfondo rosso, caldo e rassicurante, e ci si accorge che un ottimismo impavido accarezza l’infelice ma non troppo, garantendole l’abbraccio di una ricchezza che sarà forse anche interiore, ma di certo esteriore lo è. Qualcuno pagherà la retta del collegio e le vacanze, la ragazza non è senza dote.

Si può già anticipare che realismo, ottimismo, entusiasmo e una fiducia quasi esaltata nelle forze della natura (umana) sono il passepartout di William Merrit Chase, della cui produzione Ca’ Pesaro ci ha offerto per la prima volta un’ampia antologica.

Un uomo della frontiera, Chase, ma la sua personale frontiera diceva ineluttabilmente Europa, e lui la percorse in lungo e in largo, con incrollabile volontà d’imparare. Egli prese tanto dall’Europa, dai fiamminghi e dai veneziani del Rinascimento, ma vi portò qualcosa che l’Europa non aveva più.

L’orfana di Chase è costitutivamente lontanissima dalla fanciulla malata di Munch: per lei è possibile immaginare una guarigione dopo la prova della vita, la nevrosi sembrerebbe di là da venire e soprattutto non appare tema socialmente interessante. E come accanto a Manet possiamo pensare - immaginare Mallarmè, il realista che “sfiora” con astuzia narrativa l’inconscio, Chase sembra invece rimandare a novellatori come London, a patto di accorgersi che i suoi personaggi si muovono non più nello spazio pseudo naturale da conquistare, ma nelle già conquistate uptown, nell’habitat di quelle dinastie borghesi dalle quali egli ottenne il riconoscimento delle sue innegabili e non servili virtù pittoriche.

E oltre che ai tardo romantici, Chase fa pensare a Henry James, a quella colonia di americani, stranieri in patria e naturalizzati europei, che peraltro mai si radicarono veramente nei drammi del vecchio mondo. Forse per tale benevola estraneità la ricchezza americana di questo periodo è qualcosa che ancora oggi fatichiamo a comprendere.

Ma se Chase si permette l’impossibile (colloca leggiadre signore e signorine in una natura americana che di nome fa Long Island, desublimizzata e addomesticata in vista degli “ozi estivi”), tale azzardo è reso possibile dalla sua ingenua dovizie di mezzi e di speranze: non si tratta certo di una scommessa pascaliana o di un goethiano patto con il demonio, egli permette alle figure di attraversare il mar dell’essere senza temere naufragi.

Tra questi quadri, si è portati a considerare quanto dovesse essere piacevole stargli vicino o divenire suoi discepoli nelle tante scuole che fondò o nelle quali insegnò. L’Armory show, cioè l’evento che rese legittime le avanguardie europee negli Stati Uniti (1913) dichiarerà la fecondità della tranquilla lotta di questo alfiere della modernità, tre anni prima della sua morte.

In ogni suo iter o tour formativo, Chase si appropria immancabilmente qualche piccolo capitale pittorico che frutterà in futuro. Le sue nature morte di scuola fiamminga sono prove di forza che sfiancano più l’osservatore, che l’autore: le bianche e smisurate razze eredi di Chardin s’impongono con autorità sulla concorrenza e le brocche di rame rivaleggiano sul tavolo con anfore antiche di perduti templi ellenici, mentre civettuoli bicchieri cercano spazio davanti al candido latte. Il gigantismo dell’oggetto non spegne anzi aiuta piacevoli triangolazioni tra frutti dalla tenera materia e sontuosi grappoli d’uva che debordano dal piatto. Una prova di forza, quella che Chase ingaggia con i maestri, che sul momento non ha futuro, ma che anticipa quella dei decenni successivi, quando si imporrà la totemica energia dell’espressionismo astratto.

A quest’autore le mode non stanno mai strette, né soccombe del tutto alla loro forza seduttiva. Il giapponesismo gli offre panneggi e vesti in cui dimostrare la sua puntigliosa e calvinistica vis descrittiva, cosicché per le signore immortalate la “posa” ambita diviene più test di successo sociale che celebrazione estetica. In fondo, Merritt Chase non anticipa lo Warhol dei ritratti, pittorici e fotografici, che offrirà agli svagati interpreti del successo mondano una gloria nella quale effimero ed eternità non sono più distinguibili?

Quando poi qualche ricca signora si sottrae all’ebetismo sistemico dello sguardo tipico delle dame di Chase, allora si arriva a pensare che le presentazioni sarebbero state un vero piacere. Questa è pittura di civiltà, con tutti i suoi pregi e difetti, non certo il dramma storico di una ritornante barbarie che s’incastona nel bizantino e sublimato oro dei ritratti del contemporaneo Klimt. Qui, è un ostinato e comunicativo ottimismo a rendere felice per un istante l’universo.

Ma anche per Chase verrà il momento in cui le istanze messe in campo perverranno al loro esito inevitabile. Sono lontani i cappellini delle signore di Monet, come tracce di rossetto sulle guance della Natura: tolte le sue luminose figure, ci si rende conto che in Chase i cieli incombono freddi e totalitari, le nuvole non parlano di romantici abbandoni, ma preannunciano le fortezze volanti delle catene dei significanti lacaniani in cui tutto presto precipiterà. Il secolo delle avanguardie abbandonerà infatti l’en plein air per un’autonomia formale (in quanto psichica) da ciò che può insidiare il primato dell’io.

Nella sua vicenda personale e privata, sempre trasferita con immediatezza sulla tela, Chase giunge inconsapevolmente a una dirimente soglia. Infatti Chase non può che tacere dei genitori dell’orfana che apre la mostra, e tace ovviamente dei loro disastri: ma in “Nascondino” (“Hide and seek”, 1888) dove raffigura le sue figlie bambine, egli raggiunge per un istante la scena di quel dramma familiare che sarà paradigma del Novecento.

(Mario Cancelli)

 

WILLIAM MERRITT CHASE (1849-1916) un pittore tra New York e Venezia

Ca’ Pesaro – Galleria Internazionale d’Arte Moderna

11 febbraio – 28 maggio 2017


Motherwell alla Galleria d’Arte Maggiore di Bologna

di Mario Cancelli. La storica bolognese Galleria d’arte Maggiore, posta all’inizio di via d’Azeglio e che riassume le memorie di un passato che giunge fino al Duecento, offre con sorpresa una significativa scelta di opere dell’artista americano Robert Motherwell. La prima, forse, dopo il confronto con Jackson Pollock, promosso dai curatori del Guggenheim veneziano, un vis-a-vis irripetibile per l’immensità delle due tele, sorpassata forse solo da Guernica, che le genera e in loro si rigenera. Nella sala primaziale del museo, infatti, più che a un match si compie la definitiva spartizione delle due anime, se così si può dire, dell’espressionismo astratto o, secondo la definizione che noi preferiamo, dell’Action painting. Di questo parleremo più avanti.

La piccola ma selezionata mostra bolognese testimonia le tappe di una carriera che fin dall’inizio si trovò implicata e poi perennemente in bilico fra le istanze opposte di un surrealismo che lasciava ai suoi adepti totale carta bianca, senza peraltro risolvere il quesito fondamentale che lo giustifica: l’inconscio. La lezione di Matta segnò certamente il modus recipientis (ed operandi) di Motherwell: un surrealismo che guarda a Bataille più che a Breton, cioè a un capovolgimento ad oltranza dei valori. Presupposti cui il maestro cileno associa una dimensione etnica, fantastica e totemica, che Motherwell non poté mai fare sua, fedele sempre e comunque a un lirismo sentito come essenza dell’arte e dell’io.

Che non sia una questione di formalismo lo proclama la lunga pratica di Motherwell del collage, prima “maniera” dell’avanguardia europeo; ingenua e potente esperienza nel rinnovamento del canone e sincera dedizione al principio primo di Breton, quello del primato dell’inconscio, comunque esso sia concepito. Collage come ultimo stadio della rivoluzione romantica, che iniziò con il concetto di geroglifico, concrezione da liberare nel linguaggio, dissolvimento che non si arresterà nemmeno davanti al non sense. Le ragioni del lirismo romantico sono qui. Una liberazione senza tregua dalle leggi, fino a giungere a un intangibile punto zero, a ciò che è significato perché lo incarna oltre ogni possibile “senso”: il simbolo, senso a se stesso.

I successi di Motherwell su questa strada sono noti. Peggy Guggenheim promosse e pretese un discepolato in questo senso che Motherwell ottemperò con dedizione ed entusiasmo. Forse è proprio qui da verificare se Motherwell abbia operato uno scarto rispetto a questa costituzione simbolica, vista l’abilità nel giocare i “materiali” con particolare attenzione al dato sperimentale e al mondo della memoria. Il Proust del collage, potremmo dire, per l’utilizzo di carte e lettere, in una superficie chiara, tutta da aprire, da leggere. L’occasione bolognese ci offre un testo in cui tutto ciò sembra riassumersi: quella “Star of David” (1976) in cui il simbolo sembra resisterà all’azione corrosiva dei significanti, farsi piccolo, quasi marchio o sigillo di una memoria in atto. Si tratta di una “resistenza” ma anche di un compito, liberare il simbolo senza rimuoverne l’istanza che lo nomina, istanza e legge in Motherwell sempre della forma.

Lo si coglie proprio quando Motherwell, grazie all’Action painting, si autorizzerà al “gesto”, dando vita a macchie di pigmento gettato sulla superficie della tela, per le quali è giustamente riconosciuto, sua cifra psichica e poetica; esse però vivono e convivono con il loro opposto, il nuovo patrimonio di sagome rispetto al quale sembrano come schizzi di calamaio caduti dal pennino. D’altronde ben altro mondo è quello dei “neri” di Klein, posti come travi o tavole bibliche dell’inconscio e del gesto; o le stesse “black paintings” di Pollock, nelle quali la memoria irrompe con i suoi fantasmi in una lirica tessitura astratta.

L’evento del Guggenheim: il fronteggiatesi o meglio il guardarsi di sottocchio dei due teleri. Tra “Mural” di Pollock e l’“Elegy” di Motherwell non sembra esserci occasione di colloquio, tanto essi incarnano due modi, come si dice all’inizio, di concepire l’inconscio. Il primo riconducendo la storia collettiva alla vicenda individuale (sono i passi dell’individuo quelli che Pollock, senza più filtri rappresentativi, agisce sulla tela) e quella opposta, il tentativo di Motherwell di comporre e sedare il proprio conflitto, psichico e quindi poetico, con ulteriori eventualità. Non a caso “Elegy” è ispirato alla di Spagna, guerra civile mondiale si potrebbe dire. In tal modo riaffiora quell’esterno, quel "primato del sociale" che in Guernica veniva invece ad essere riassorbito nel “romanzo familiare” di Picasso, torero egli stesso, primo torero, piuttosto che militante.

Freud contro Lacan, visto che la partita sembra oggi restringersi alle due opzioni accennate: primato della struttura linguistico sociale o recupero dell’elaborazione autonoma dell’individuo, nella patologia o nella sanità.

Felicità dell’elegia, e debolezza, perché incompiuta e consolatoria, dell’ideologia, questa in causa, politica o anche altre, addirittura mistiche.

Cosi sembra definirsi l’ambivalenza di Motherwell. La mostra bolognese conferma come l’elegia si faccia veramente libera quando il dualismo si scioglie dal suo guscio protettivo. Piccoli gioielli, quelli selezionati da Alessia Calarota, come la serie degli “Untitled” o i ricapitolativi “Automatism” , “Black image with ochre”, i quali giustificano con dolcezza e impeto una visita alla galleria nella inesauribile, quanto a bellezza, via d’Azeglio.

 

Robert Motherwell, GALLERIA D’ARTE MAGGIORE, fino al 28 maggio.


1516, il primo Ghetto. Storia e storie degli Ebrei veneziani

È stato il primo ghetto della storia, ma nella sua storia ha assunto un significato e un vissuto radicalmente opposti rispetto al messaggio negativo impressogli specie dalla barbarie nazista, e simbolicamente identificato in quello di Varsavia. Quando la Serenissima istituisce il ghetto, cinquecento anni fa, dà vita a un’esperienza di reciproca contaminazione che per quasi tre secoli caratterizzerà una realtà unica nel suo genere. Di questo straordinario percorso si parlerà

giovedì 6 aprile alle 17.30
nella sede del Museo della Padova Ebraica

via delle Piazze 26, Padova

in occasione della presentazione del libro di

Francesco JORI
1516, il primo Ghetto - Storia e storie degli Ebrei veneziani
(Edizioni Biblioteca dell’Immagine)

Iniziativa a cura dell’Associazione culturale Antonio Rosmini, del Museo della Padova Ebraica e di CoopCulture.

Dopo il saluto del presidente dell’Associazione Rosmini, Andrea PIN, ne parleranno

Enzo PACE, docente di Sociologia delle religioni all’Università di Padova,

Gadi LUZZATTO VOGHERA, direttore del Cdec di Milano, il principale istituto italiano di storia e documentazione dell’ebraismo contemporaneo

Sarà presente l’AUTORE.

Il libro di Jori prende le mosse dalla scelta di Venezia che va controcorrente rispetto a tutte le grandi potenze dell’epoca: la Serenissima li tiene, sia pur assegnando loro una zona specifica della città. Nasce da lì una storia che propone uno spaccato di una Venezia in cui convivono razze, fedi, mestieri, tipi umani e stili di vita diversi, e nella quale il Ghetto rappresenta un singolare universo limitato nello spazio ma affollato nelle situazioni.

Dai 700 abitanti iniziali si passa a 5mila, il che dà vita a una singolare sky-line con case alte fino a sette piani. Uno spazio in cui si prega e si fa festa, si studia e si sgobba, si osservano i riti e si ricevono visite di tutti i tipi. In un simile contesto si sviluppa un intenso rapporto tra ebrei e veneziani, che poggia su due grandi pilastri: l’economia, attraverso l’attività ebraica dei banchi di pegno, ma anche la cultura, con la straordinaria stagione del libro.

Nelle pagine del testo gli eventi principali si intrecciano con la narrazione della vita quotidiana, documentando il grande contributo della comunità ebraica al luogo in cui vive.

 

Scarica la locandina.