Scalfari e Francesco, la commozione di un illuminista inappagato

di Massimo Borghesi. In un incontro profondo, dettato da una corrispondenza dell’anima, un uomo navigato, scettico, disilluso nel suo razionalismo, riconosce, al di là di ogni ideologia, la testimonianza umanissima del Successore di Pietro. Intervento su Vaticaninsider.it del 17 luglio 2017.

Vaticaninsider.it, lunedì 17 luglio 2017, Scalfari e Francesco, la commozione di un illuminista inappagato (M. Borghesi)

 

La relazione di Eugenio Scalfari con Papa Francesco, le sue interviste più o meno attendibili, sono state al centro, com’è noto, di attacchi e critiche da parte del settore dei cattolici che non amano questo pontificato. Le simpatie verso Bergoglio dell’ex direttore di Repubblica, per anni punta di diamante dell’anticleralicalismo e del laicismo, sono la conferma, per gli antipapalini, della “svendita” al secolo di Francesco, simbolo evidente del suo inginocchiamento al mondo. Il modernismo di Bergoglio avrebbe la sua controprova nell’apprezzamento da parte di Scalfari. Come può un Papa essere fedele alla tradizione – questo l’interrogativo – se risulta essere tanto simpatico ad un personaggio che, nel passato, si è dimostrato così ostile alla Chiesa?

 Ciò che i critici non hanno preso in considerazione è la complessità della figura di Scalfari, così come, sotto un certo aspetto, la sua “evoluzione”. In un recente incontro nella sede de “La Civiltà Cattolica”, il 20 maggio passato, padre Antonio Spadaro ha detto che Francesco è sensibile alle «fratture» del pensiero unico. Questo, aggiungiamo noi, vale non solo per gli scenari internazionali me anche nelle relazioni con le persone. È innegabile che tra Bergoglio e Scalfari vi sia una forte simpatia umana, così come è innegabile che Francesco non abbia alcun fine di proselitismo. E, tuttavia, è evidente che entrambi comunicano attraverso una “fessura”, uno spiraglio, che, in qualche modo, li unisce. Questa “fessura” non è solo una evidenza che contraddistingue il vecchio Scalfari, la necessaria inquietudine che accompagna l’appuntamento con la morte. La fessura è in lui una “frattura” che lo segna da lungo tempo.

Nel suo volume del 1995, “Alla ricerca della morale perduta”, Scalfari mostrava già di optare per Pascal in un confronto a distanza con il «suo» Voltaire. «Non stupisca dunque – scriveva – se l’ateo che io sono si sente più vicino […] al solitario di Port-Royal che non al principe degli illuministi. La morale di Voltaire è un succedaneo della felicità individuale, quella di Pascal punta dritta al fondamento della questione […] per Pascal è la grazia che rende possibile l’identificazione con Cristo, con la carità e quindi con l’umanità tutta intera superando la peccatrice finitezza del se stesso». Certo Cristo rimane per Scalfari solo uno straordinario personaggio storico, «divino» solo per il suo esempio, distante dal dogma della Chiesa. Il razionalismo illuministico è l’eredità che lo «blocca». E, tuttavia, è innegabile che nel giornalista viva, da tempo, una tensione, un dissidio, tra la ragione “laica” e l’anima “religiosa”.

In un articolo del 16 luglio, “La politica e il lascito perduto della modernità”, l’anima “religiosa” di Scalfari viene alla luce con piena evidenza. Qui, dopo aver trattato frettolosamente del quadro politico, Scalfari ricorda un suo volume del 2010, “Per l’alto mare aperto”, il cui tema è la parabola del moderno. Dopo aver trattato degli “eroi” del pensiero moderno – Voltaire, Diderot, Rousseau, d’Holbach, ecc. -, l’autore terminava il suo libro parlando di Italo Calvino e di Eugenio Montale.

Montale è qui il poeta della malinconia, di una tensione religiosa, di una domanda di senso inappagata che trascende le pseudo certezze del razionalismo moderno. «Montale è stato il poeta di una generazione, la mia, la nostra, l’ultima generazione dei moderni. Bisogna scavare dentro i suoi versi, dentro di lui e di noi per capire le ragioni di questa identificazione. La malinconia soprattutto. Malinconia per le occasioni mancate, rimpianti, gli “Eldoradi” sognati ma non raggiunti, le comete e la galassia, “fascia d’ogni tormento”, le “isole dell’aria migrabonde”. E una preghiera commovente in cerca di tenerezza:

 

Il vento che nasce e muore

nell’ora che lenta s’annera

suonasse te pure stasera

scordato strumento,

cuore.

 

La nostra fu una generazione malinconica, abbastanza consapevole dei propri doveri e poco sensibile ai diritti; una generazione condizionata da complessi di colpa esistenziali dei quali non ci rendevamo ragione, che ci facevano sentire debitori di debiti immaginari e tuttavia pesanti da sopportare».

Per Scalfari, «in Montale la malinconia è la linea di uno stato d’animo, una sonorità di fondo che non registra intervalli e si esprime sempre sul filo della memoria, del gocciolio del tempo, schegge di ricordo, Adios muchachos, companeros de mi vidas, Dora Markus, Avrei voluto sentirmi scabro ed essenziale. Ecco un altro motivo di identificazione, scabro ed essenziale. Come l’osso di seppia disseccato sulla sabbia, corroso dall’acqua salina sulla battigia. Noi eravamo saturi di dannunzianesimo, di pose eroiche, di cuore da lanciare oltre l’ostacolo. La reazione inconscia a tutto questo fu la poesia di Montale. La malinconia, la memoria delle occasioni mancate, l’asciuttezza dello stile, una metrica e un linguaggio innovativi pur nell’ambito del canone poetico tradizionale».

Secondo l’autore: «Si è data un’interpretazione politica a questa scissura tra i pensieri e la vita di Montale ma non credo sia stato questo oppure non soltanto questo. Furono le scelte dell’anima e d’amore, il destino e il caso, la necessità e la libertà di scontrarsi tra loro costituendo il dramma di quella generazione che la voce e il canto del poeta interpretò con drammatica pienezza e maestria di linguaggio. Da questo punto di vista sono i versi composti tra il 1928 e il 1939 e poi raccolti sotto il titolo di “Occasioni” a raggiungere il culmine di quel “La casa dei doganieri”: ventidue versi divisi in quattro stanze dove autobiografia, memoria, malinconia, straniamento, paesaggio, raggiungono una fusione che richiama i canti più ispirati del Leopardi».

Tra questi versi Scalfari ricorda i seguenti:

Oh 

l’orizzonte in fuga, dove s’accende

rara la luce della petroliera!

Il varco è qui? Ripullula il frangente

ancora sulla balza che scoscende…

Tu non ricordi la casa di questa

mia sera. Ed io non so chi va e chi resta.

 

«Il varco è qui?», il punto estremo della religiosità di Montale, un altro “laico” la cui anima era divisa tra razionalismo e religiosità, è condiviso da Scalfari. Qui è la “fessura”, la “frattura” del pensiero unico che consente a Scalfari e a Bergoglio di incontrarsi, di confrontarsi, di stimarsi. Ciò che ha colpito Scalfari è il trovarsi di fronte ad un Papa che non lo giudica, che l’accoglie per come è, si preoccupa della sua salute, non pretende nulla. Una modalità di essere spiazzante. Com’egli racconta a conclusione della sua ultima “intervista” al Papa, dell’ 8 luglio, che poi è nient’altro che un resoconto improvvisato: «Si è fatto tardi. Francesco ha portato con sé due libri che raccontano la sua storia in Argentina fino al Conclave e contengono anche i suoi scritti che sono moltissimi, un volume di centinaia di pagine. Ci abbracciamo nuovamente. I libri pesano e li vuole portare lui. Arriviamo con l’ascensore al portone di Santa Marta, presidiato dalle Guardie svizzere e dai suoi più stretti collaboratori. La mia automobile è davanti al portico. Il mio autista scende per salutare il Papa (si stringono la mano) e cerca d’aiutarmi a entrare in automobile. Il Papa lo invita a rimettersi alla guida e ad accendere il motore. “L’aiuto io” dice Francesco. E accade una cosa che secondo me non è mai accaduta: il Papa mi sostiene e mi aiuta a entrare in macchina tenendo lo sportello aperto. Quando sono dentro mi domanda se mi sono messo comodo. Rispondo di sì, lui chiude la portiera e fa un passo indietro aspettando che la macchina parta, salutandomi fino all’ultimo agitando il braccio e la mano mentre io – lo confesso – ho il viso bagnato di lacrime di commozione».

Le lacrime di commozione di Scalfari valgono più di trenta trattati di teologia. In un incontro profondo, dettato da una corrispondenza dell’anima, quest’uomo navigato, scettico, disilluso nel suo razionalismo, riconosce, al di là di ogni ideologia, la testimonianza umanissima del Successore di Pietro. Un riconoscimento pericoloso. Tanto agli occhi dei laici intransigenti, come documenta il recente volume di Gian Enrico Rusconi, “La teologia narrativa di Papa Francesco”, appena edito da Laterza. Quanto a quelli degli antipapalini, fermi, al pari dei laici “ortodossi”, alla ideologia. Che un uomo, in un incontro, possa trovare respiro per la ferita che lo abita, è una ipotesi che va al di là dell’immaginazione della sinistra laica come della destra cattolica. Al di là di questi opposti, alleati nella loro lotta, si situa lo spazio dell’incontro tra un Pontefice e un intellettuale laico assillato, nonostante tutto, dal mistero della vita.

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