Robert Capa. Quando la memoria non rimane nostalgia ma diventa provocazione

mostra_capa_07[1]Vi proponiamo un commento dell’architetto bellunese Alberto De Biasio alla mostra ROBERT CAPA. “LA REALTÀ DI FRONTE”, aperta fino al 2 febbraio a Villa Manin di Passariano di Codroipo. Un commento che diventa anche un invito a visitare la mostra e soprattutto a lasciarsi provocare da immagini che non lasciano indifferenti.

 

Il sito internet della mostra

 

“Avevo scattato l’ultima foto dell’ultimo soldato che muore. Nell’ultimo giorno cade sempre qualcuno degli uomini migliori, ma i sopravvissuti faranno presto a dimenticare.” Con queste parole, venate di una certa disincantata malinconia, Robert Capa il più grande corrispondente di guerra del ventesimo secolo, ci invita alla mostra di Villa Manin a Passariano, che chiude i cancelli il 2 febbraio prossimo. Un’occasione imperdibile per non dimenticare quel mattatoio di eventi tragici ed eroici ad un tempo, che hanno segnato il secolo appena trascorso. Gli scatti in bianco e nero che il fotografo di origine ungherese ci regala meritano davvero di essere incontrati.

Capa, come ci ricorda Steinbeck, “…era in grado di fotografare il pensiero, le sue foto catturano un intero mondo.” Andateci se potete con amici, figli e nipoti: la semplicità dell’esposizione e la coinvolgente colonna sonora di sottofondo vi trasporteranno indietro nel tempo al punto che non riuscirete più a rimanere tranquilli spettatori.

Provocato da quanto ho visto mi sono chiesto per giorni da dove nasca la straordinaria capacità evocativa di questi scatti. Non ho trovato altra risposta che quella sua disponibilità a lasciarsi intrappolare dalla realtà dei fatti, partecipandovi fino a morirne. Il corpo di Capa infatti sarà dilaniato in Indocina da una mina antiuomo, mentre segue l’avanzata della fanteria francese tra le risaie del Vietnam (1954).

“Se le tue foto non sono abbastanza buone, vuol dire che non sei abbastanza vicino”. Ecco il semplice criterio che Capa aveva scelto per giudicare il suo lavoro.

Ecco forse anche la cifra della sua poetica, che attraverso semplici immagini ci mette in assoluta empatia con uomini e donne ritratti oltre mezzo secolo fa: lasciarsi ferire da ciò che accade. Questa ferita, prima di aggredire il suo fisico, segnò il fotografo nel profondo dell’animo fino a fargli confessare “…non è facile starsene sempre da una parte senza poter fare nulla, tranne registrare le sofferenze che vedi attorno a te”. Una ferita così profonda da provocare un desiderio paradossale e per questo profondamente autentico: “…poco per volta mi sembra di diventare un avvoltoio … il più caro augurio di un corrispondente di guerra e di essere disoccupato.”

 

Alberto De Biasio, architetto

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