#Pollock365 a Venezia – 1. Dipingere (e pensare) l’inconscio

peggy_pollock_0[1]Di Jackson Pollock, Lee Krasner Pollock e Charles Pollock, la Collezione Guggenheim offre, da maggio a novembre, una mirata selezione di opere, oltre a “Murale” e “Alchemy”, episodi decisivi del percorso di Pollock: tre mostre in una (già conclusa peraltro il 14 settembre la mostra su Charles)

“I Pollock”, potremmo dire, come e più dei Giacometti; poiché a Jackson (seguito su questa strada dalla moglie e dal fratello) si deve l’Action painting, nuovo inizio dell’arte astratta americana e poi di quella mondiale.

Si trattò di un’esperienza pittorica che implicava l’inconscio, finalmente legittimato, dopo la fuorviante esperienza surrealista, poco seguita in America e infine abbandonata in favore di una prassi più libera. Il termine “Action painting” sarebbe stato trovato quasi per caso, durante una discussione tra Harold Rosenberg e Jackson Pollock: il critico forse aveva per la testa qualcun altro che Pollock, l’artista impiegava le sue forze a cercare di far capire che non era del tutto consapevole di quel che faceva nell’atto di dipingere.

A volte il destino offre i suoi doni in modo comico: si trattò di una circostanza memorabile. Pensare o dipingere l’inconscio non è affatto scontato, prestargli cura e attenzione, nel modo in cui Pollock fece, fu un’opera di civiltà.

 

(Mario Cancelli 1. continua)

Scritto da

Per favore commenta usando il tuo nome reale e con buone maniere.

Lascia un commento