Insieme per un Dio di misericordia, non di violenza

Come mai era avvenuto da secoli, l’incontro in Egitto tra papa Francesco e il papa copto Tawadros II ha un valore storico. Lo dice Massimo Borghesi in questo contributo video pubblicato sabato 29 aprile su IlSussidiario.net. E un valore altrettanto importante hanno avuto gli incontri con gli esponenti dell’Islam. Il “miracolo” di papa Francesco: unire leader di religioni diverse nella proclamazione di un Dio di misericordia.

Il primo giorno del viaggio apostolico di papa Francesco in Egitto conferma l’eccezionalità dell’evento, una data storica. L’incontro tra il pontefice romano e tre protagonisti della vita egiziana: il presidente Abdel Fattah al Sisi, il grande Imam di al Azhar Ahmed al Tayyib e il patriarca copto Tawadros, ne è la conferma. Tre protagonisti uniti da un vincolo ideale maturato nell’opposizione alla violenza religiosa che, in tempi recenti, ha trovato le sue facili vittime nei cristiani copti oggetto di attentati e di massacri.

Nel suo viaggio al Cairo, ad appena tre settimane dal massacro delle domenica delle Palme, sfidando ogni timore per la propria incolumità, il Papa è venuto a sostenere la testimonianza dei cristiani. Come ha detto nella sede del patriarcato ortodosso, nel cuore del Cairo, di fronte a Tawadros: “Quanti martiri in questa terra, fin dai primi secoli del cristianesimo, hanno vissuto la fede eroicamente e fino in fondo versando il sangue piuttosto che rinnegare il Signore e cedere alle lusinghe del male o anche solo alla tentazione di rispondere con il male al male. Ben lo testimonia il venerabile Martirologio della Chiesa Copta. Ancora recentemente, purtroppo, il sangue innocente di fedeli inermi è stato crudelmente versato. Le vostre sofferenze sono anche le nostre sofferenze, il loro sangue innocente ci unisce. Rinforzati dalla vostra testimonianza, adoperiamoci per opporci alla violenza predicando e seminando il bene, facendo crescere la concordia e mantenendo l’unità, pregando perché tanti sacrifici aprano la via a un avvenire di comunione piena tra noi e di pace per tutti”. E’ la via dell’ecumenismo del sangue che unisce oggi la Chiesa di Pietro e quella di Marco, come mai era avvenuto da secoli.

Oltre all’abbraccio con il patriarca copto c’è stato anche quello, forte ed intenso, con il grande imam al Tayyib. Anche qui, ricordando il gelo che era caduto tra al Azhar e san Pietro in anni recenti, si tratta di un evento. Il Papa pellegrino non ha portato il suo sostegno solo alla comunità cristiana colpita ma anche ai musulmani egiziani, volti ad isolare le correnti fondamentaliste che li insidiano dall’interno e sono responsabili delle violenze contro i cristiani. Francesco, riconosciuto come uomo di Dio, ha realizzato il miracolo di unire musulmani, cristiani copti ortodossi, copti cattolici, nella proclamazione di un Dio di misericordia, non violento.

L’ecumenismo del sangue non ha solo unito cattolici e copti, avviati più che mai ad un cammino di comunione, ma, altresì, copti ed islamici, sancendo il fallimento del terrorismo islamista il cui scopo è di dividere l’Egitto, di scatenare rancore e odio tra le sue componenti religiose. Un progetto nefasto che ha trovato un muro, quello della testimonianza offerta dalle vittime e dai parenti delle vittime la quale ha suscitato l’ammirazione dei credenti musulmani. Così alla Conferenza internazionale per la pace, promossa dall’università di al Azhar, le parole del Papa, volte a dissociare la religione dalla violenza, sono risuonate come quelle di un “ospite caro”, espressione ribadita ben tre volte dal presidente al Sisi. Francesco è “un ospite caro in Egitto”. Lo è per il presidente come per il grande imam al Tayyib il quale ha ringraziato il pontefice per aver difeso l’islam dall’accusa di essere una religione di terroristi. Tanto lui, quanto al Sisi hanno denunciato apertamente le “forze del male che pretendono di parlare a nome dell’islam”, impegnandosi per purificare l’immagine pubblica della religione da visioni errate.

A loro il Papa si è rivolto con paterna fermezza: “Dio, amante della vita, non cessa di amare l’uomo e per questo lo esorta a contrastare la via della violenza, quale presupposto fondamentale di ogni alleanza sulla terra. Ad attuare questo imperativo sono chiamate, anzitutto e oggi in particolare, le religioni perché, mentre ci troviamo nell’urgente bisogno dell’Assoluto, è imprescindibile escludere qualsiasi assolutizzazione che giustifichi forme di violenza. La violenza, infatti, è la negazione di ogni autentica religiosità. In quanto responsabili religiosi, siamo dunque chiamati a smascherare la violenza che si traveste di presunta sacralità, facendo leva sull’assolutizzazione degli egoismi anziché sull’autentica apertura all’Assoluto. Siamo tenuti a denunciare le violazioni contro la dignità umana e contro i diritti umani, a portare alla luce i tentativi di giustificare ogni forma di odio in nome della religione e a condannarli come falsificazione idolatrica di Dio: il suo nome è Santo, Egli è Dio di pace, Dio salam. Perciò solo la pace è santa e nessuna violenza può essere perpetrata in nome di Dio, perché profanerebbe il suo Nome. Insieme, da questa terra d’incontro tra Cielo e terra, di alleanze tra le genti e tra i credenti, ripetiamo un “no” forte e chiaro ad ogni forma di violenza, vendetta e odio commessi in nome della religione o in nome di Dio. Insieme affermiamo l’incompatibilità tra violenza e fede, tra credere e odiare. Insieme dichiariamo la sacralità di ogni vita umana contro qualsiasi forma di violenza fisica, sociale, educativa o psicologica. La fede che non nasce da un cuore sincero e da un amore autentico verso Dio Misericordioso è una forma di adesione convenzionale o sociale che non libera l’uomo ma lo schiaccia. Diciamo insieme: più si cresce nella fede in Dio più si cresce nell’amore al prossimo”.

Francesco, nel suo viaggio in Egitto, sta ripercorrendo le orme del suo omologo, san Francesco che, in tempi di guerra, osò dialogare apertamente con il Sultano Malik al Kamil. Allo stesso modo oggi, in un mondo che si muove pericolosamente di guerra in guerra, il Papa è l’uomo della pace, colui che sostiene il volto misericordioso di Dio contro l’idolatria diabolica del Dio violento, strumento del potere dell’uomo. “Oggi – ha dichiarato – c’è bisogno di costruttori di pace, non di armi; oggi c’è bisogno di costruttori di pace, non di provocatori di conflitti; di pompieri e non di incendiari; di predicatori di riconciliazione e non di banditori di distruzione”.

E’ un tempo pericoloso dove le religioni, sfruttate da ideologie aberranti, tendono a dividere. Per questo la critica alla teologia politica è il compito di ogni autentica posizione religiosa. L’unità tra musulmani, ortodossi, cattolici, confortata dalla presenza di Francesco è un segno che ha un valore storico. Lo è anche per la terra che ha ospitato l’evento. L’Egitto, per la sua storia millenaria di civiltà, è il faro del mondo arabo. La convivenza tra cristiani e musulmani che, tra alti e bassi, lo ha caratterizzato, rappresenta un esempio di coesistenza. Un esempio detestato dai fanatici islamisti che bramano una pulizia etnico-religiosa. Il dialogo, il rispetto, l’abbraccio fraterno, simbolizzati nella giornata odierna, lasciano sperare che l’esempio egiziano di coesistenza possa divenire, a breve, un vero e proprio modello a cui guardare. Questa, ne siamo certi, è la speranza e la preghiera del Papa.

 

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