Sabato 17 gennaio a Padova si inaugura la personale di Cleofe Ferrari

Cleofe Ferrari Punta della Dogana con SaluteIn occasione della prossima inaugurazione dell’atelier d’arte contemporanea Maison d'Art di Carla d’Aquino Mineo in via Cesare Battisti, 179, a Padova, verrà esposta una rassegna di opere pittoriche dell’artista Cleofe Ferrari. L’artista presenta il frutto del lavoro di questi anni, che ha maturato in un progressivo percorso svolto nell’alveo della associazione Di.Segno (via Eritrea, 14 - 35100 Padova - tel. 338 9604744), di cui Cleofe Ferrari è presidente, sotto la guida del maestro Alfredo Truttero. Nel corso degli anni l’Associazione Di.Segno ha sviluppato una attività laboratoriale, una sorta di work in progress, dal titolo: Disegno: esperienza e metodo, sotto la guida di Truttero. Questo ambito è stato per Cleofe il luogo costante della verifica del proprio lavoro, di cui oggi presenta il frutto.

sabato 17 gennaio 2014 alle ore 18
via Cesare Battisti, 179 – Padova

INAUGURAZIONE

La mostra rimarrà aperta fino al 6 febbraio 2014. Orari d’apertura: dal lunedi al sabato ore 17-19, inoltre martedi, giovedi, venerdi dalle 11.00 alle 12.30

Cleofe Ferrari nasce a Carpi (Mo) il 16 dicembre 1950. Dopo aver svolto gli studi su stilismo di moda a Reggio Emilia, svolge fino al 2008 attività di libera professione che si amplia dal 1990 all’intervento nella progettazione di interni. Nel 1982 consegue la laurea in Psicologia all’Università di Padova. Nel 2008 consegue il diploma del Master in Architettura, arti e liturgia promosso dalla Pontificia Commissione per i Beni culturali della Chiesa.  Dal 2002 aderisce all’Associazione di artisti “Il Baglio” e dallo stesso anno partecipa regolarmente alle attività di disegno promosse dall’Associazione “Di.Segno” di Padova, di cui dal 2006 è Presidente. Nel 2005 partecipa alla Mostra “La casa del Dio vicino” allestita nel corso dei lavori del Sinodo dei Vescovi a Roma. Nel 2007 partecipa alla Mostra di arte sacra “Sinfonia dello spazio liturgico” a Padova. Dipinge nella tecnica dell’acquerello, gessetto, encausto.

«Per Cleofe Ferrari», scrive Emanuela Centis, architetto e docente di Storia dell’Arte, «le immagini che nascono dall’impressione dell’incontro con la realtà si fanno segno espressivo carico di quella esperienza, ridonata e resa perennemente viva attraverso l’opera». L’artista emiliana segue in questo percorso il suggerimento del pittore americano William Congdon: “L’artista coglie - e allo stesso tempo viene colto da – l’immagine di sé nelle cose e delle cose in sé; immagine perciò della comunione fra sé e le cose, in cui, in qualche modo, l’artista è le cose e le cose sono lui. L’artista trasforma l’apparenza materialistica delle cose, le trasfigura in immagine, o segno, di vita nuova. Il gesto dell’artista è un lasciarsi trascinare in un seguire, un obbedire”.

«Per me dipingere è amare e abbracciare la realtà che mi circonda e mi accade», scrive la stessa Ferrari, «fissarne una traccia che diventi eterna, perché ogni volta che la guardi riaccada un incontro: una emozione, una esperienza. La realtà data è il dono più grande, e quell’attimo di luce è altrettanto dono. Il gesto veloce del momento creativo è dettato da una emozione, ma non si esaurisce in una sensazione percettiva; esso viene posto a servizio della realtà: io incontro la realtà e la realtà incontra me: quando la realtà incontra anche te che guardi, allora l’opera è riuscita».

«Anni fa, camminando per Venezia», prosegue Cleofe Ferrari, «e disegnando en plein air la facciata della basilica di Santa Maria della Salute e di San Marco, e poi ad Assisi le basiliche di Santa Maria degli Angeli e San Francesco, ho intrapreso questa avventura che mi ha portato qui oggi. L’occasione di ogni mostra è un momento importante: per mettermi umilmente a confronto  con il pubblico e ridonare a tutti nell’incontro ciò che è accaduto a me».

«Ritornando quest’anno a Venezia», conclude Emanuela Centis, «Cleofe ha scelto di ampliare lo spazio della sua espressione  rispetto al consueto ritaglio di inquadratura, mostrandoci la visione che il suo occhio ha abbracciato in quel momento ed in quella situazione. Nelle tele veneziane, due  vedute  del bacino di Bacino di San Marco, il tema è l’insieme della acqua e dei suoi  riflessi e le quinte architettoniche che fanno di Venezia la Regina del mare.  Questa regalità di Venezia traspare splendida e maestosa nelle pennellate dell’artista, sempre gestuali  (cifra del suo stile) nell’annotazione dei svariati particolari atmosferici, naturali, architettonici, ma organicamente compaginate nel rendere la vita che palpita qui in modo unico».


Amori feriti, la presentazione dell’ultimo libro di p. Svanera

9788825038538[1]L'Associazione culturale Rosmini è lieta di segnalare l'evento che si terrà martedì 9 dicembre 2014 alle 20.45 nella sala dello Studio Teologico della Basilica del Santo con la presentazione di "Amori feriti. La chiesa in cammino con separati e divorziati".

Partecipano:

Fra Oliviero Svanera, teologo morale e pastorale

Paolina Dal Bon, Fraternità «Legami spezzati»

Oriella e Rizzieri Dalla Bona, Ufficio diocesano per la famiglia (Pd)

Martino Verdelli, voce recitante.

Questo libro: - affronta domande fondamentali in un tempo di amori feriti e spezzati, relazioni colpite da fallimenti e cadute; - offre uno spaccato del vissuto di persone segnate da separazione e divorzio; - illustra, a partire dalla prospettiva dottrinale cattolica, varie vie teologico-pastorali di mediazione. Sono le persone coinvolte nel dramma di un fallimento matrimoniale e familiare che ci raccontano le loro storie e commentano la parola di Dio. A queste testimonianze si accosta poi la riflessione di uno psicologo, un teologo, un esperto di pastorale familiare. Perché c’è bisogno di una chiesa che, assumendo lo stile di Gesù, mostri il suo volto materno e sappia offrire alle persone ambiti capaci di aiutare il processo di guarigione e salvezza.

Oliviero Svanera, francescano conventuale, è docente di teologia morale sessuale e familiare presso l’Istituto teologico sant’Antonio dottore e la Facoltà teologica del Triveneto. Vicario della Provincia italiana di Sant’Antonio di Padova, fa parte della redazione della rivista «Credere oggi» e da anni promuove iniziative di formazione per la coppia e la famiglia. Animatore del Movimento francescano di fraternità familiare presso i Santuari antoniani di Camposampiero (Pd), è autore di Sposarsi? Una scelta di libertà e grazia (EMP, 2011) e di Tu sei amore. Una prospettiva francescana sulla coppia (EMP, 2013).


Il professor Benvenuti racconta la missione Rosetta

Piero-Benvenuti[1]Venerdì 19 dicembre alle 11 al Liceo scientifico Romano Bruni di via Fiorazzo 7 a Padova (zona Ponte di Brenta) il professor Piero Benvenuti, ordinario di Astronomia all’Università di Padova, racconterà la missione spaziale Rosetta sviluppata dall’Agenzia Spaziale Europea, con l’obiettivo di studiare la cometa 67P/Churyumov-Gerasimenko. L’incontro è promosso dalle Scuole Romano bruni in collaborazione con l’Associazione culturale Rosmini.

Ecco una recente intervista di Benvenuti a IlSussidiario.net

 

IlSussidiario.net, giovedì 13 novembre, int. a Piero Benvenuti Rosetta/ Così la sonda spaziale Philae ha arpionato (con brivido) la cometa (M. Orioli)

 

MISSIONE ROSETTA: LA SONDA SPAZIALE PHILAE ARRIVA ALLA COMETA - La citazione era quasi obbligata e si è incaricato di rilanciarla in diretta streaming il presidente dell’ASI (Agenzia Spaziale Italiana) Roberto Battiston: “è un piccolo balzo per un robot, un grande passo per l’umanità”. Il robot è la sonda spaziale Philae, che ieri alle 16.35 (ora italiana) ha toccato la superficie della cometa 67/P Churyumov-Gerasimenko. Dopo 28 minuti - il tempo perché il segnale dalla “sonda madre” Rosetta arrivasse a Terra - i media di tutto il mondo hanno rilanciato la notizia: “ce l’ha fatta!”. Il balzo della sonda spaziale Philae è durato sette ore e ha tenuto col fiato sospeso quanti in tutto il mondo ne hanno seguito le fasi collegandosi con i diversi siti e social network a loro volta collegati con il centro di controllo dell’ESA a Darmstadt.

Le fasi salienti si sono susseguite così: alle 8.30 del mattino, nonostante qualche titubanza nella notte precedente, si è deciso di dare il via libera alla separazione del lander Philae dalla sonda Rosetta e la manovra è avvenuta, come previsto, alle 9.35 italiane. Verso le 16 a bordo della sonda spaziale Philae è iniziata la sequenza automatica delle operazione di pre-atterraggio. Alle 16.22 si è aperta la finestra di touch down, una finestra di circa 40 min; qui è iniziata la breve ma interminabile attesa della conferma del touch down, che è giunta puntualmente alle 17.03 accompagnata dall’esultanza corale di tutto lo staff dell’ESA, non senza qualche lacrima.

Esultanza che si è replicata in alcune sedi anche italiane da dove l’evento è stato seguito comunitariamente; come all’università di Padova, dove opera uno dei gruppi italiani più coinvolti nella missione. Qui abbiamo raggiunto il professor Piero Benvenuti, astrofisico con lunga esperienza nelle istituzioni spaziali europee e internazionali, che ha commentato le prime notizie giunte dalla 67/P Churyumov-Gerasimenko, considerando anche i possibili rischi cui andava incontro una missione del genere.

«La missione era preparata perfettamente dal punto di vista della navigazione spaziale; è incredibile la capacità di controllo che hanno acquisito e la capacità di manovrare una navicella come Rosetta e di inserirla nell’orbita giusta. Da questo punto di vista si può parlare di un sistema di eccellenza. L’incertezza c’era però sulla consistenza del suolo nel punto di atterraggio e sull’entità degli ostacoli che si sarebbero potuti trovare. La zona scelta era sulla cosiddetta testa della cometa, anche per motivi di controllo della rotazione: consideriamo che la sonda spaziale Philae stava per atterrare su un corpo che ruotava sotto di lei e bisognava minimizzare il pericolo costituito da questo bersaglio mobile. Peraltro, il sito prescelto era stato esaminato attentamente e mostrava delle ampie aree pianeggianti prive di ostacoli ma anche delle zone accidentate e con superfici inclinate sulle quali, se la sonda spaziale Philae fosse atterrata lì, era elevato il rischio di un rovesciamento. L’altro problema era la bassissima gravità presente sulla cometa, per cui il rischio era che nell’impatto la sonda rimbalzasse e si perdesse nello spazio».

Ora, da quanto si è capito nelle comunicazioni del tardo pomeriggio, sembra che la sonda spaziale Philae sia atterrata facendo un piccolo rimbalzo per poi sistemarsi in un punto più stabile. «Il fatto che riesca a trasmettere bene significa che è ben posizionata, con l’antenna puntata nella direzione corretta. Ci sono però dei problemi di ancoraggio: sembra che gli arpioni non abbiano funzionato come dovevano, probabilmente a causa delle condizioni di inconsistenza del terreno e attualmente (a otto ora dall’atterraggio, ndr) i responsabili della missione stanno considerando l’idea di rilanciarli, cosa che è tecnicamente possibile. La stabilità è necessaria soprattutto per le operazioni che poi si dovranno svolgere: prima fra tutte l’azione di perforazione affidata al sistema SD2, l’ormai celebre “trapano” progettato al Politecnico di Milano.

Da quanto si può dire finora, sembra proprio giustificata la grande soddisfazione manifestata dai responsabili dell’ESA. «Sì. Sia al centro ESA sia nella varie sedi dove operano i gruppi coinvolti nella missione, come qui a Padova, si respira un clima di grande entusiasmo. Anche perché prima dell’arrivo dei segnali positivi si percepiva un certo scetticismo o comunque la preoccupazione che la sonda scendesse in un punto dove il terreno era troppo accidentato».

Il plauso è stato unanime ed è significativa la reazione di uno dei responsabili della Nasa presente a Darmstadt che ha elogiato il successo della missione Rosetta considerandola un’impresa condivisa. Un successo dell’Europa, dell’ESA, dell’industria e della ricerca europea. E all’interno di questo un successo dell’Italia, «che è in prima linea sia con la camera WAC di Osiris realizzata qui a Padova, sia col sistema Giada, dell’Università Parthenope di Napoli, certamente all’avanguardia nell’analisi delle polveri, e poi con lo spettrometro VIRTIS dell’IAPS-INAF di Roma e col già citato SD2».

Benvenuti si riferisce anche al lavoro dei tanti ricercatori, impegnati negli aspetti più scientifici della missione e sottolinea l’importanza del coinvolgimento dei geologi, data la loro esperienza nell’analizzare la conformazione dei terreni e nel capire l’evoluzione storica che ha portato a certe configurazioni e strutture; una serie di conoscenze normalmente non presenti negli astronomi che si occupano di comete e che le osservano da lontano con i telescopi. «Adesso che siamo lì sulla cometa e possiamo vederla da vicino, le competenze geologiche diventano particolarmente preziose».

Ci si può chiedere se dal punto di vista di un astrofisico la scelta della Churyumov-Gerasimenko sia stata quella più valida. «Mi sembra che la scelta abbia rappresentato un buon compromesso tra diverse esigenze. È chiaro che l’ideale per un astrofisico sarebbe stata una cometa di quelle che per la prima volta si avvicina al Sole e che vengono scoperte, in un numero non piccolo, ogni anno. Queste, essendo nuove, contengono del materiale originario, che non è stato mai “cucinato” dalla vicinanza del Sole e dai suoi effetti. Incontrarle però è estremamente difficile: sia perché non se ne conosce bene l’orbita finché non sono già vicino a noi, e quindi irraggiungibili; sia perché le comete nuove sono molto attive, espellono una gran quantità di gas e polveri e hanno una notevole chioma e quindi non possono essere troppo avvicinate, pena la distruzione delle apparecchiature. Nel caso della missione Rosetta, la cometa ha già una iniziale attività ma non tale da incidere, almeno per ora, sugli strumenti di misura».

Ammettendo e sperando che l’insediamento di Philae sulla 67P si completi positivamente e che la missione possa proseguire, quali sono le aspettative principali della comunità scientifica? «I principali risultati attesi riguardano l’analisi, che verranno eseguite in loco, dei materiali gassosi emessi sia della polvere; soprattutto dei materiali che verranno estratti dal sottosuolo mediante il trapano. È ben chiaro ormai - e lo si è visto molto bene dalle immagini raccolte in questi giorni di avvicinamento della sonda alla cometa - che la superficie cometaria è nera, come se fosse coperta di fuliggine; e che il materiale che la costituisce è molto poroso e quindi può aver protetto al suo interno il materiale originario. Il che ci permetterebbe di analizzare il materiale cometario primigenio che è poi lo stesso dal quale si è formate il Sistema Solare. Poiché sulla Terra abbiamo molte delle molecole organiche che possiamo trovare sulla cometa, sarà interessante capire se i meccanismi di formazione di queste catene di molecole organiche sono favoriti in zone remote, là dove nascono le comete, oppure se si possono formare anche sulla Terra. Un’idea, già da tempo avanzata dagli astrobiologi e che queste molecole organiche complesse siano state trasportate sul nostro Pianeta dalle comete che, nelle fasi iniziali del Sistema Solare erano numerosissime. Si aprirebbe quindi un campo di indagine molto interessante circa l’origine del Sistema Solare e della stessa vita».

Pur condividendo l’entusiasmo che circonda questa primo traguardo raggiunto, non possiamo trattenerci dal chiedere a Benvenuti una sua valutazione sul senso e sul valore di missioni come questa. «C’è una motivazione di interesse generale ed è la possibilità di maggior conoscenza del nostro cosmo; soprattutto della parte che riguarda la formazione dei sistemi planetari ed eventualmente, da qualche parte, sicuramente sulla Terra, di sistemi viventi. Ormai è ben chiaro che la caratteristica fondamentale dell’universo è la sua evoluzione, cioè il fatto di svilupparsi come storia: conoscere questa storia significa conoscere la nostra storia . Quindi anche se queste problematiche sembrano molto lontane dai nostri comuni interessi quotidiani, bisogna riconoscere che fanno parte della nostra storia e questo ci lega sempre più strettamente al cosmo. Cosicché più impariamo, più conosciamo la sua evoluzione, più possiamo agire coerentemente con essa, sentendoci parte integrante dell’universo, anzi accorgendoci di essere la coscienza dell’universo. Possiamo perciò essere più responsabili nel custodire questo dono che ci è stato fatto, costruito in miliardi di anni con grande pazienza e ragionevolezza».


I ragazzi del '99 ricordano la Grande Guerra

IMG_20141122_125523Naturalmente qui si parla non di 1899, ma di 1999: i quindicenni della attuale classe seconda del liceo Scientifico Romano Bruni di Padova che hanno preparato l’allestimento di una mostra in occasione del Centenario della Grande Guerra.

La scelta è ricaduta sullo studio e sull’analisi di poesie scritte da poeti che hanno avuto esperienza diretta e indiretta della prima guerra mondiale. In questo modo si è anche svolto il programma ministeriale che prevede per il secondo anno di liceo lo studio del testo poetico.

Ha avuto una grande valenza per i ragazzi scoprire che l’ultima classe chiamata alle armi nel conflitto fu proprio quella del 1899. Ragazzi appena diciottenni o anche diciassettenni raggiunsero il fronte nel 1917. Anche loro sono nati nel ’99 di cento anni dopo. Questo semplice dato anagrafico ha favorito una più profonda immedesimazione con le esperienze riportate nelle poesie studiate.

Un dato molto importante per comprendere la tematica trattata è che la poesia di guerra è di gran lunga differente dalla prosa di guerra.

La prosa nasce come esigenza di raccontare ciò che è accaduto e quasi mai l’autore è già uno scrittore, egli è innanzitutto un soldato, solo dopo l’esperienza tragica della guerra si scopre scrittore servendo il bisogno di dover tramandare ciò che ha vissuto. La guerra trasforma alcuni uomini, anche di estrazione comune, in scrittori.

La poesia invece è scritta, per lo più, da autori diventati soldati, intellettuali che hanno fatto i conti con la guerra.

Quanto detto è significativo perché gran parte della classe intellettuale dell’epoca inneggiava alla guerra, la desiderava, la voleva. Poi tutti fecero i conti con il fango e il sangue, la riduzione dell’uomo a topo di trincea, meccanismo in mano ai potenti. La poesia registrò questo impatto tra roboante ideologia e terribile realtà. La produzione così si trasforma da abbacinante glorificazione della guerra a frammento in cui il poeta desidera ritrovare se stesso.

Un’ultima annotazione: c’è un’altra poesia parallela a tutto questo, non elitaria, popolare, che esprime i sentimenti di tutti in altra forma. E’ il canto. A volte preesistente e trasformato in guerra, a volte totalmente nuovo. La strada poetica di una classe non intellettuale.

Il lavoro ha prodotto un percorso in cui vengono presentate le poesie, con il commento dei ragazzi ed è suddiviso in tre parti o sezioni.

 

Prima sezione: le poesie interventiste

Attraverso le composizioni di Govoni, Saba, Marinetti abbiamo visto come viene presentata la guerra da parte di chi la voleva. La guerra è descritta come la pace. Il lessico sovverte le cose e trasforma l’odio in amore, la morte in vita.  Le forme della tradizione poetica vengono distrutte così come si vorrebbe fare con la società e il mondo.

ANTEPRIMA PRIMA SEZIONE

Seconda Sezione: le poesie dell’esperienza tragica

Soffici, Ungaretti e Rebora ci accompagnano nella melma e nel sangue del fronte. Il poeta trasforma la sua opera, scrive frammenti. Cerca sé stesso. Con risultati diversi, ma ugualmente drammatici e intensi. Rebora si impietrisce e vuole il silenzio, Ungaretti cerca e scopre ciò che conta nell’esistenza.

ANTEPRIMA SECONDA SEZIONE

Terza sezione: le poesie colpite dal bello

Dentro tutto il dramma e la morte a volte qualcosa risorge, qualcosa sfugge alla morsa del dolore. Sono attimi di stupore e meraviglia, attimi di nostalgia, dove si affacciano alla mente ricordi di un tempo. Bottai, Stuparich e Martini si accorgono di cose così.

ANTEPRIMA TERZA SEZIONE

Alla fine, come un contro canto si possono ascoltare alcune strofe di canti alpini, che si commentano da soli.

 


Mercoledì 5 novembre al Centro Altinate “La strada bella”, il video per i 60 anni di CL

tracce-cl-strada-bella[1]A 60 anni da quando don Luigi Giussani salì i gradini del Liceo Classico Berchet di Milano per insegnare religione, Comunione e Liberazione ha realizzato un video dal titolo «La strada bella». Il dvd, della durata di 84 minuti, racconta l’oggi del Movimento attraverso immagini da tutto il mondo, documentando che cosa è nato da don Giussani e da chi rivive la sua esperienza ora.

Per iniziativa dell’Associazione culturale Rosmini

“La strada bella” verrà proiettato

mercoledì 5 novembre 2014 alle 21.00

nel centro culturale San Gaetano – Altinate

di via Altinate, 71 – Padova

Ingresso libero, info 329-9540695 info@rosminipadova.it #lastradabella

 

Realizzato dai giornalisti Monica Maggioni e Roberto Fontolan e dall’art director Dario Curatolo, «La strada bella» è in omaggio col numero di ottobre di Tracce, la rivista internazionale di CL.

Sottotitolato in italiano, inglese, spagnolo, tedesco, francese, portoghese, russo e polacco, il video si avvale di centinaia di filmati giunti da 43 Paesi, di tre “storie” girate a New York, San Paolo e Kampala e di un’intervista a don Julián Carrón (presidente della Fraternità di CL) realizzata a Madrid.

Il video arriva dopo la pubblicazione della Vita di don Giussani (ed. Rizzoli) e le decine di presentazioni svoltesi in tutta Italia e mostra che ciò che tanti hanno potuto sentire e vedere leggendo il libro ha un frutto oggi: la vita di un popolo, che non può essere staccata da don Giussani, così come il Movimento non può essere diviso dalla storia di don Giussani.

Annunciando l’uscita del DVD, don Carrón ha detto di recente: «Il video è una testimonianza, una documentazione di come il Mistero abbia avuto pietà del nostro niente; ed è uno strumento che ci aiuta a comprendere il cammino che abbiamo fatto in questi anni e del quale dobbiamo essere ancora più consapevoli e grati».

Al video Tracce ha dedicato 10 pagine di presentazione con contributi di Monica Maggioni, Fontolan e Curatolo, insieme a tre interviste al presidente della Sea Pietro Modiano, al filosofo Eugenio Mazzarella e al sociologo Mauro Magatti che lo hanno visto in anteprima.

 

GUARDA IL TRAILER DEL VIDEO

 

 


A Padova si presenta “Critica della filosofia politica”, quando la religione alimenta lo scontro di civiltà

140930 Borghesi locandina2Dopo il crollo delle Twin Towers a New York, l’11 settembre 2001, il “ritorno della religione” sulla scena mondiale ha coinciso con un conflitto teologico-politico che non si è ancora spento. Dall’avanzata dei settori radicali dell’Islam, alla reazione teocon, ai settori ultraortodossi in Israele, all’induismo nazionalista, il vento del “Dio degli eserciti” è chiamato ad alimentare il fuoco di identità antagoniste. Lo “scontro di civiltà” diviene uno scontro teologico-politico.

Per riflettere su questi temi l’Associazione culturale Antonio Rosmini di Padova propone l’incontro

Critica della Teologia politica

presentazione del volume di Massimo BORGHESI Critica della teologia politica. Da Agostino a Peterson. La fine dell’era costantiniana, Marietti, Genova-Milano 2013

 

martedì 30 settembre, ore 21.00
auditorium del Centro culturale Altinate

via Altinate, 71 - Padova

Introduce

Flavio Rodeghiero assessore alla Cultura del Comune di Padova

 

Intervengono

Alessandro Banfi direttore di TgCom24

l’Autore ordinario di Filosofia morale all’Università di Perugia

 

Info 329-9540695 info@rosminipadova.it

L’iniziativa è finanziata dall’Università di Padova sui fondi della legge 3.8.1985 n. 429 sulle iniziative culturali studentesche

 

Scarica la locandina in formato .pdf

 

1444_MAMA2014[1]«La teologia politica indica la politicizzazione della teologia», spiega Massimo Borghesi. «È cosa diversa dalla teologia della politica. Molti confondono le due cose ma questo genera solo confusione. Nella teologia della politica il rapporto tra teologia e politica non è immediato, è mediato dalla morale, dal diritto, eccetera. Non c’è identità tra i due momenti. La grazia non coincide con la natura, la città di Dio non è la civitas mundi. Per la teologia politica, al contrario, il teologico si attua attraverso il politico e il politico attraverso il teologico. Con ciò la confusione è totale e il momento teologico diviene funzionale ai poteri del mondo».

Come scrive Carl Schmitt: non c’è teologia politica se non ci sono nemici. La teologia politica, prosegue Borghesi, «porta al Dio degli eserciti, a consacrare la potenza dei popoli, non la gloria di Dio. È ciò che è accaduto, dopo l’11 settembre 2001, con l’islamismo radicale, da un lato, e la versione “teocon”, occidentalista e guerriera, dall’altro».

Per Borghesi una delle chiavi interpretative del Concilio Vaticano II è proprio il superamento della teologia politica e il ritorno alla situazione della Chiesa dei primi quattro secoli. «La “rottura” del Concilio Vaticano II non è una rottura radicale come vogliono, da opposte sponde, tanto i tradizionalisti quanto i modernisti. Il documento conciliare Dignitatis humanae, sulla libertà religiosa, abbandona la teologia politica invalsa a partire da Teodosio e recupera la tradizione dei primi quattro secoli in cui i Padri, in maniera pressoché unanime, chiedevano la libertà religiosa per tutti. Da questo punto di vista più che di fine dell’era costantiniana dovremmo parlare di fine dell’era teodosiana. L’editto di Costantino e di Licinio, del 313, rappresentò, infatti, un capolavoro di tolleranza in cui la libertà religiosa era concessa a tutti, cristiani e pagani».


Il Papa a Redipuglia, Borghesi: visione realistica della follia della guerra

redipugliaPapa Francesco a Redipuglia per un pellegrinaggio penitenziale. Radio Vaticana ha intervistato il filosofo Massimo Borghesi per un primo commento all’omelia molto netta pronunciata da papa Francesco, durante la quale il pontefice «con cuore di figlio, di fratello, di padre», ha chiesto a tutti la conversione del cuore. Che consiste nel «passare da “A me che importa?”, al pianto. Per tutti i caduti della “inutile strage”, per tutte le vittime della follia della guerra, in ogni tempo. Il pianto». «Fratelli», ha concluso papa Francesco, «l’umanità ha bisogno di piangere, e questa è l’ora del pianto».

 

Leggi l’omelia di papa Francesco a Redipuglia sul sito vatican.va.

Ascolta l’audio dell'intervista di Radio Vaticana a Massimo Borghesi.

 

Radio Vaticana, sabato 13 settembre 2014, Il Papa a Redipuglia, Borghesi: visione realistica della follia della guerra (a cura di Fabio Colagrande e Luca Collodi, inviato a Redipuglia)

 

“Mi sembra evidente che a Redipuglia Papa Francesco abbia colto l’occasione del centenario della Prima Guerra Mondiale per guardare ai drammi del presente: alle guerre che stanno dilaniando il mondo di oggi. Ci ha ricordato che i conflitti nascono da ideologie, che sembrano nobili ma coprono interessi nascosti, e dall’indifferenza di Caino che ci porta a dire ‘A me che importa del mio fratello?’”.

Così, Massimo Borghesi, ordinario di filosofia morale all’Università di Perugia, rilegge l’omelia pronunciata da Francesco al Sacrario Militare di Redipuglia, in provinicia di Gorizia, durante la Santa Messa per i caduti di tutte le guerre, nel centenario della Grande Guerra”.

“Le guerre, come ci ricorda Francesco, sono sempre motivate da interessi geopolitici e economici - continua Borghesi - ai giorni nostri soprattutto dalle contese per le fonti di energia”. “Ma colpisce soprattutto l’ideologia che è dietro a questi conflitti e che porta oggi qualche intellettuale a giustificare la Grande Guerra come occasione di emancipazione e progresso dei popoli e a definire come ‘utile’ quel sacrificio, contraddicendo la storica definizione di ‘inutile strage’ coniata da Benedetto XV”. “Posizioni che vorrebbero dare un senso a quei milioni di morti e che sono in opposizione come la definizione della guerra come una follia, come un fallimento, ribadita da Francesco a Redipuglia”, aggiunge lo studioso.

“In definitiva - conclude Borghesi - il Papa, che a volte è accusato di utopismo, offre invece una visione totalmente realistica e unitaria dei processi storici. Lui stesso non è un ceco pacifista, come ha dimostrato affermando che in certi casi, come quello delle persecuzioni dello Stato Islamico, l’aggressore va fermato. Sembra piuttosto preoccupato dell’escalation dei conflitti che coinvolgono attualmente più regioni del globo e in questo porta avanti il Magistero dei Papi del ‘900 “.


Mozart, che spasso!

mozartSabato 20 settembre alle ore 21.00 nella Sala dello Studio teologico, presso la Basilica di Sant’Antonio di Padova, si terrò il concerto

MOZART, CHE SPASSO!

Musiche di Amadeus... ovviamente! Il concerto vuole svelare al pubblico il lato più “spassoso” del più grande genio musicale di tutta la storia attraverso l’interpretazione dell’Ensemble Waldhorn.

Programma:

DIVERTIMENTO IN RE MAGGIORE KV 136

QUARTETTO PER ARCHI N.1 IN SOL MAGGIORE KV 80

EIN MUSIKALISCHER SPASS KV 522

Ensemble Waldhorn:

Gabriele Falcioni e Antonio Russo - corno
Michele Torresetti e Paolo Lambardi - violino
Matteo Torresetti - viola
Giacomo Grava - violoncello

INGRESSO LIBERO Info 346-3187575

Leggi la pagina Facebook dell'evento

L’iniziativa è finanziata dall’Università di Padova ai sensi della legge 3-8-1985 n.429 per le iniziative culturali studentesche.

 

Gabriele-Falcioni[1]Il Divertimento in re maggiore Kv 136, scritto da Mozart, sedicenne, di ritorno a Salisburgo dopo il soggiorno italiano, è una pagina brillante, sospesa fra la fattura del pezzo d’ensemble e l’impianto quartettistico. Venne composto nei primi mesi del 1772 insieme ai divertimenti K 137 e K 138 nel periodo tra il secondo e terzo viaggio in Italia. L’opera non è di così facile collocazione in quanto si attiene allo spirito del divertimento ma non alla sua forma; è costituito di fatto solo di tre movimenti con il secondo lento. Non si tratta neppure di un quartetto perché, sebbene sia scritto per quattro strumenti, manca del caratteristico linguaggio cameristico. Il compositore a soli sedici anni propone in definitiva una sua scuola e un suo modello scrivendo di fatto musica sinfonica attraverso l’assemblaggio di alcuni strumenti per essere assimilato alla sinfonia italiana.

Mozart compone il suo primo quartetto (Quartetto per archi n.1 in sol maggiore Kv 80) in una locanda di Lodi, il 15 marzo 1770, «alle 7 di sera» si legge sull’autografo, durante una sosta sulla via per Bologna. A Milano, il compositore aveva avuto modo di ascoltare quartetti di Sammartini e di cogliere la lezione di un linguaggio strumentale inteso anzitutto come trattamento lineare e smaliziato delle strutture formali, eleganza melodica e capacità artigianale dì confezionare una composizione sulla base di un materiale quanto mai elementare.

Ein musikalischer Spaß (Uno scherzo musicale) Kv 522 è una composizione cameristica scritta a Vienna nel giugno del 1787. È anche conosciuta come Divertimento per quartetto di archi e due corni. L’appellativo con cui l’opera viene a volte indicata nei paesi di lingua tedesca, Dorfmusikantensextett(“sestetto dei musici paesani”), è fuorviante: questo brano di satira musicale, infatti, non ha affatto per bersaglio i suonatori di paese; l’intenzione dell’autore era invece quella di realizzare una parodia dei compositori alla moda che, nella Vienna dell’epoca, riscuotevano successo di pubblico e plauso presso la Corte imperiale, pur essendo in realtà musicisti mediocri. Tuttavia, dietro l’evidente desiderio di voler essere maldestro, si cela comunque Mozart, tant’è che il critico Hermann Abert scriverà: «È veramente un capolavoro del genere, una satira deliziosa, dietro le cui pazzie traspare sempre la sicura mano del maestro». Theodor W. Adorno scrive che in questa composizione Mozart ha espresso la sua “tendenza irresistibile alla dissonanza”, che qui è stata nascosta dal compositore “sotto la forma del grottesco” al fine di renderla accettabile all’orecchio dei suoi contemporanei; in questo senso, Adorno considera lo Scherzo musicale K 522 “una precoce anticipazione” del Petruška di Stravinsky.

 

 


Il papa e il filosofo

1446_MAMA2014[1]Fiera di Rimini, 28 agosto, alle 16 in sala eni Caffè letterario A3 si presenta "Il papa e il filosofo" (ed. Cantagalli), libro di Alver Metalli e Alberto Methol Ferré. Partecipano Massimo Borghesi, docente di Filosofia morale all’Università di Perugia; Guzmán Carriquiry, segretario della Pontificia Commissione per l’America Latina; Alver Metalli, giornalista e scrittore. Introduce Camillo Fornasieri, direttore del Centro Culturale di Milano.

Vi proponiamo il video dell'incontro e il comunicato stampa del Meeting.

 

https://www.youtube.com/watch?v=6ul_HBN0y9U

 

Il Papa e il filosofo


Con Guzmán Carriquiry, Massimo Borghesi e Alver Metalli

“Il Papa di cui parla questo libro è quel papa Francesco che abbiamo iniziato a conoscere ed amare, il filosofo è l’uruguayano Alberto Methol Ferré, il pensatore cattolico latinoamericano più geniale della seconda metà del XX secolo”. Ha iniziato così il suo intervento alle 16 in sala eni Caffè letterario A3 l’uruguayano Guzmán Carriquiry, segretario della Pontificia commissione per l’America Latina, che ha firmato la prefazione al nuovo libro “Il papa e il filosofo”, edito da Cantagalli.
Il testo ripropone, con importanti integrazioni, una lunga intervista di Alver Metalli a Methol Ferré, pubblicata alcuni anni fa, tant’è che la prefazione di Carriquiry è intitolata: “Più attuale che mai”. Il relatore ha ricordato di essere stato il tramite dell’incontro tra “questo mio maestro e Comunione e Liberazione, in particolare con don Francesco Ricci e poi con l’amico Alver Metalli” e di aver messo in contatto il filosofo uruguayano con Augusto Del Noce. “Methol Ferré – ha detto Carriquiry – ha mostrato una sorprendente capacità di far nascere dalla fede un giudizio storico”. È un pensatore che deborda dagli schemi usuali: critica la teologia della liberazione per la sua subalternità agli schemi marxisti, ma nello stesso tempo coglie una mancanza, un vuoto da riempire nella successiva “evaporazione” di questa teologia. Il relatore ha ricordato “la profonda stima umana e culturale che il cardinal Bergoglio ha avuto per Methol Ferré” e l’importanza di alcuni giudizi, presenti nel libro, del filosofo uruguayano: quelli sul passaggio “dall’ateismo messianico (di matrice marxista) all’attuale ateismo libertino” e sul Concilio Vaticano II come “nuova riforma e nuovo illuminismo”.
Massimo Borghesi, docente di Filosofia morale all’Università di Perugia, ha ringraziato Metalli per il suo prezioso e paziente lavoro: 357 ore di intervista! Anche Borghesi ha sottolineato che l’intervista all’origine del libro “assume oggi tutta la sua pregnanza e ci permette di conoscere meglio il pensiero del Papa”. “Il dramma del pensiero cattolico contemporaneo, se questo pensiero esiste - ha affermato - è di essere subalterno al potere, alla mentalità dominante. Questo può avvenire in due modi: da una parte in forma tradizionalista (visibile in alcune opposizioni a papa Francesco), dall’altra in un puro adeguamento al nuovo. In entrambi i casi manca un pensiero critico”.
Al contrario, Methol Ferré si misura in maniera originale con la storia, com’è necessario per un pensatore cristiano. Come i maestri Chesterton e Del Noce, Methol Ferré è consapevole che bisogna liberare il pensiero cristiano dal vicolo cieco dell’anti-moderno. “Per lui, infatti – puntualizza Borghesi - la modernità nasce dall’esigenza di sanare una ferita interna alla storia cristiana. Il nemico oggi per il filosofo uruguayano è l’ateismo libertino divenuto di massa. Ma non si può vincere il nemico senza recuperare la ‘verità impazzita’ che in esso trova espressione: l’esigenza che la vita abbia una soddisfazione, una sua bellezza”. Per Methol Ferré la Chiesa è l’unica realtà che può vincere l’ateismo libertino e nello stesso tempo riscattarne l’intenzione di verità “che sta dentro una posizione pur così distante”. “Ma è a livello di esperienza che questo può accadere”, ha concluso Borghesi sottolineando l’affinità col pensiero di don Giussani.
Lo scrittore e giornalista Alver Metalli, dopo aver ricordato che l’intervista proposta nel libro è l’esito di “una lunga frequentazione quotidiana durata un anno” con Methol Ferré, è tornato a ribadire l’importanza delle riflessioni del filosofo uruguayano sul nuovo ateismo libertino di massa (“un’apoteosi del corpo senza un tu”).
“Questo è un punto sensibile – ha aggiunto Metalli - anche in Bergoglio, che in un suo intervento ha parlato di ‘ateismo edonista’ con integrazioni gnostiche”. L’ha riconosciuto, recensendo il libro, anche Sandro Magister, che pur non ha in simpatia papa Bergoglio. Metalli ribadisce: “Un nemico si vince superandolo”, non per contrapposizione. Ha ricordato quindi la partecipazione di Methol Ferré al Meeting di Rimini (1982 e 1983), il suo incontro con don Giussani nel 1983, la straordinaria conversazione tra Giussani e il filosofo pubblicata da “30Giorni” e recentemente riproposta dal sito internet terredamerica.com. “Methol Ferré rimase molto colpito da questo incontro: aveva colto in Comunione e Liberazione una capacità di parlare all’uomo moderno che non trovava altrove”. Ritorna anche il giudizio espresso in precedenza, con un’ulteriore specificazione: “Il riscatto dell’ateismo libertino può avvenire solo a livello di esperienza. Questo aspetto di umiltà – conclude Metalli – è un tratto originale e inusuale, per un filosofo, e credo che renda onore a Methol Ferré”.
(V.C.)

 


Prima Guerra Mondiale, il Papa: anche oggi ogni conflitto è un’inutile strage

o-GRANDE-GUERRA-facebook[1]«Il giudizio che i papi del Novecento hanno dato sulla guerra è più che mai attuale», così Massimo Borghesi intervistato da Radio Vaticana. Ascolta le parole di papa Francesco sulla prima guerra mondiale e l’audio dell’intervista di Fabio Colagrande a Borghesi su http://it.radiovaticana.va/news/2014/07/28/prima_guerra_mondiale,_il_papa_ricorda_centenario_scoppio/1103579.

Sullo stesso argomento Borghesi è intervenuto anche, in dissenso dalle posizioni di Ernesto Galli della Loggia, con un'intervista su cittanuova.it a cura di Carlo Cefaloni.

 

Ecco il testo dell’intervista a Radio Vaticana.

 

“Il Papa ci invita a tener presente il passato per giudicare bene il presente. Cita i due pronunciamenti sulla guerra dei suoi predecessori Benedetto XV e Pio XII, profeti inascoltati, che acquistano attualità tenendo presente ciò che accade oggi in Iraq, Ucraina e Medio Oriente. Guerre di logoramento in cui due parti si sfiancano nell’interesse di attori terzi. In questo contesto acquista significato l’anniversario del primo conflitto mondiale, occasione tragica che sembra non aver insegnato nulla”. A parlare così è Massimo Borghesi, ordinario di filosofia morale all’Università di Perugia, che commenta le parole di Papa Francesco, all’Angelus di domenica 27 luglio, in occasione del 100mo anniversario dello scoppio della Prima Guerra Mondiale. Un conflitto che Benedetto XV definì “un’inutile” strage” e che - come ha ricordato il Papa - “dopo quattro lunghi anni sfociò in una pace risultata più fragile”. “Il Pontefice si è riferito certamente al Trattato di Versailles che con le sue storture, sia per quanto riguarda l’Italia, la Germania, ma anche l’Austria, pose le premesse per il risorgere delle varie ondate nazionalistiche in cui pescheranno il fascismo e il nazional-socialismo. Proprio i limiti di quel trattato di pace costituiranno l’occasione di quegli odii e di quei risentimenti che daranno corpo a formazioni politiche che, guarda caso, saranno all’origine del secondo conflitto mondiale. In questo senso, le due guerre mondiali, che siamo abituati a dividere, sono in realtà due parti di un unico processo che chiamerei di autodissoluzione dell’Occidente”.

Il prof . Borghesi contesta poi la lettura della Prima Guerra Mondiale come fattore unificante che ha rafforzato l’identità nazionale italiana. “Si dice che, al di là dei morti, la guerra cementò nelle trincee l’unità del Paese. Ma è una lettura hegeliana molto cinica che considera le guerre opportune ed essenziali per cementare le collettività. Così si arriva a giustificare ogni guerra, ma è una tesi che non tiene politicamente. In realtà, le guerre sono fattori di sedimentazione di frammentazioni. L’Italia che esce dalla Prima Guerra Mondiale è un Paese diviso, in cui gli italiani si aggregano attorno a ideologie manichee e la vita politica si polarizza attorno a posizioni incompatibili. Tutti i veleni e i risentimenti trovano nella guerra il loro luogo genetico e questa visione irrealistica sembra solo un tentativo ideologico di considerare il primo conflitto mondiale una prosecuzione del Risorgimento”.

Borghesi commenta infine l’appello di Francesco a fermare le guerre per non togliere ai bambini la speranza di una vita degna, di un futuro. “Purtroppo oggi le vittime dei conflitti, diversamente dal passato, sono soprattutto i civili che diventano ostaggi delle due parti, colpiti e esibiti come prova della crudeltà della guerra. I bambini diventano così vere e proprie vittime sacrificali. In questi casi le parole dei papi sono considerate come parole da idealisti, ma si rivelano con il tempo le più realiste”.

(Fabio Colagrande)