Pittura Museo Città, una mostra dal 1975 al 2015

artisti ieri e oggidi Mario Cancelli. Maurizio Bottarelli, Sergio Cara, Bruno de Angelis, Daniele degli Angeli, Marcello Landi, Vittorio Mascalchi, Gabriele Partisani, Giovanni Pintori, Roberto Rizzoli, Vincenzo Satta, Severino Storti Gajani, Giorgio Zucchini.

Un'opera di Sergio Cara
Un'opera di Sergio Cara

Cominciamo con i loro nomi. Un po’ come nel libro dell’Esodo o nei Guermantes di Proust. Più che per obbedienza alle sacre regole del giornalismo, per evitare quell’effetto di sospensione che spesso ci trasmettono i non meno sacri testi critici. Prima il “Chi”.

mostra5Li potete incontrare, questi artisti che qualificarono la vita culturale di Bologna in quegli anni, come ben testimoniato dal catalogo “PITTURA MUSEO CITTÀ una mostra dal 1975 al 2015”, curato da Sandro Malossini e Paolo Conti, nei bellissimi spazi espositivi della Galleria Civica d’Arte Contemporanea di Viadana.

Rosso - Giorgio Zucchini
Rosso - Giorgio Zucchini

La mostra riunisce, infatti - “ricorda” pare limitativo - le vicende di alcuni giovani pittori i quali, appena diplomati nella maggior parte di loro all’Accademia delle belle Arti, altri già docenti, operarono nella città suscitando interesse proprio per il gusto appassionato della pratica del fare artistico che in quei giorni veniva messa in discussione da più aggressive e totalizzanti istanze.

Londra - Maurizio Bottarelli
Londra - Maurizio Bottarelli

Probabilmente ignorati dagli improvvisati Comitati di salute pubblica, mentre fuori dei muri del Palazzo Bentivoglio - ricorda uno di loro, Bruno de Angelis - s’alzava la cortina dei lacrimogeni e delle molotov, reduci già a vent’anni per questa loro difesa dell’arte, consapevoli di essere oramai i soli rappresentanti di sé medesimi dinanzi al tribunale dell’io (più che della storia), essi congiunsero in continui confronti con i maestri - tra i quali è giusto ricordare anche i critici Giovanni Maria Accame e Pier Giovanni Castagnoli - la febbrile attività creativa ed intense riflessioni sulla propria prassi. Si trovavano tra l’incudine di un mondo dell’arte in rapido cambiamento, che consumava ciò che era appena stato confermato e il martello dei sommari negazionismi.

Un'opera di Bruno De Angelis
Un'opera di Bruno De Angelis

Quegli anni culminarono in una mostra alla Galleria d’Arte Moderna di Bologna e nell’apertura degli studi personali, secondo un’idea di aprire l’arte alla città, che avrà successo ai nostri giorni. Da qui il titolo dell’iniziativa e del catalogo: “PITTURA MUSEO CITTÀ una situazione a Bologna”.

Senza titolo - conchiglia - Roberto Rizzoli
Senza titolo - conchiglia - Roberto Rizzoli

Non “il Palazzo” (del potere), come si dirà poi, ma un palazzo fu all’origine di questi sentieri, che oggi appaiono a volte interrotti, ma ricchi di intuizioni ancora feconde; quel Palazzo Bentivoglio che meriterebbe la penna di Bassani, eretto nel Cinquecento da un ramo collaterale della famiglia che aveva dominato Bologna, come tributo all’antico splendore del primigenio palazzo Bentivoglio, distrutto a furor di popolo.

Piccola sindone Gabriele Partisani
Piccola sindone Gabriele Partisani

La bellezza della loro storia è non solo nell’attenzione e nelle cure dei critici che operavano all’epoca - il gradevole e duttile catalogo riporta testi di Accame, Castagnoli, Trento, Cerritelli, Guberti,- quanto nella prudenza e nella quasi paterna pazienza degli stessi, che dimostravano di aver afferrato pienamente la situazione di questi artisti, loro amici e compagni, per nulla “situazionisti”. Non avevano fra le mani le pretese di un gruppo, capace di manifesti e di dottrinarie premesse e promesse, ma personalità che le foto d’epoca ci restituiscono sorridenti, fiduciose pur fra tante incertezze, di poter conseguire una meta che l’occasione di Viadana sottrae alla polvere del tempo.

Acrilico su tela - Daniele Degli Angeli
Acrilico su tela - Daniele Degli Angeli

Senza strafottenza, senza obiezione, con rispetto. Cosa c’è di più politico del proprio desiderio che non vive se non in rapporto con l’altro, del proprio impegno a trarre qualcosa da insegnamenti, stili, messaggi, tendenze? Non vediamo nulla di provinciale o di esasperatamente acceso infatti nei loro esiti: tecniche e linguaggi maturi, abilità e giovanile volontà di tentare e provocare le acquisite eredità linguistiche, quasi inesistenti i narcisismi di chi possiede oramai strumenti e li vuole ostentare.

Si resta ammirati davanti alle fredde ma liriche geometrie di Sergio Cara, di perfetta e misurata eleganza, ai cartoni tra il pop e il minimalismo di Partisani, già opere “povere” quanto a materiali eppur ricche di vivacità e prontezza. Colpisce la determinazione con la quale Bruno de Angelis conduce il suo impeto informale nelle parietali dimensioni di una superficie che, senza nulla invidiare a quelle dei canvas dell’Action painting, orchestra musicalmente neri e grigi, secondo partiture che costeggiano il minimalismo, restando ancorate a spazi, percezioni: luoghi non emotivi, ma trasposizioni della memoria e della psiche. Ai seriali ritmi astratti di Storti Gajani, pastellati, esito di grigi nebbiosi e azzurrini, che fanno pensare ancora agli ultimi naturalismi di cui parlava Arcangeli. Si va dalle textures sapienti di Landi a quelle espressionistiche e seducenti, capaci di confessione di Pintori, tentate da inserzioni alla Rauschenberg.

mostra2Tutto dice della qualità e della durezza della partita: non solo tra vecchio e nuovo, ma soprattutto tra una forma spiritualistica, non inclusiva dell’io e il tentativo di difesa dell’io stesso.

Un 'altra oepra di Zucchini
Un 'altra opera di Zucchini

Alcuni, infatti, cercano ancora la favola, il mito, il racconto, come Daniele degli Angeli, ma si tratta sempre di fedeltà senza malizia al proprio immaginario, altri, come Giorgio Zucchini, guardano con ironia, leggerezza e piacevolezza a magisteri celebri; altri infine presentano l’invasione tecnologica e cercano un equilibrio tra realtà, assicurata dai media, e poetiche psicologiche, come Roberto Rizzoli.

Tra i più maturi, quanto a età, Mascalchi oppone alberi di minacciosa espressività e rapidità esecutiva alla nuova natura di oggettive e lentissime istantanee di ambienti rurali.

mostra1Nel rigoroso, perfino univoco percorso di Vincenzo Satta, cogliamo appieno, invece, il tentativo di ascesi dell’artista: le sue “macchie” per nulla gestuali sono perfettamente controllate, i suoi calligrammi veleggiano verso una luce non naturalistica, di un’astratta e mentale purezza.

In tali gnostici chiarori si manifesta appieno l’altro polo della dialettica di questi pittori a cui si accennava prima, quello che spiritualisticamente aspira a superamento (o meglio rimozione) dell’io.

MOSTRA%20PITTURA%20MUSEO%20CITTA[1]L’esperimento del Museo Civico di Viadana ha quindi non solo un senso ma anche un risultato proficuo. Anche se le poetiche non sono più quelle, se le strade individuali sono - e in mostra già vediamo traccia e sintomi di queste necessarie aperture - , se qualcuno non è più (Mascalchi, Partisani e il critico d’arte Accame) e di altri, come per Bottarelli, si è nel tempo confermata vitalità e riconoscimento. La cura dimostrata dagli organizzatori ci porta oltre l’esito un semplice recupero, semmai verso la ritrovata consapevolezza che la “ricerca del tempo perduto” è tale solo se è ricerca della “pulsione” instauratasi allora e in fondo da nessuno di loro mai perduta. Non era proprio lei, la “pulsione” dell’io, ciò che si trovarono davanti critici e maestri così attenti a ogni piega e a ogni minima variazione, ciò di fronte a cui essi stessi non sapevano - e fortunatamente - come porsi? La loro prudenza e attenzione continua certamente in questa cura odierna e vale un viaggio sulle rive del Po.

 

Pittura Museo Città - una mostra dal 1975 al 2015
MU.VI Musei Viadana - Galleria Civica d’Arte Contemporanea
14 febbraio 2016 - 11 aprile 2016


La bellezza disarmata, ecco il video

Le armonie giottesche di Marcelo Cesena, l’excursus in millenni di storia ebraica (anche padovana) di Luzzatto Voghera, l’ironia e l’umanità di Farouq, la capacità di valorizzazione e di immedesimazione di don Carrón. Ecco il video della presentazione de “La bellezza disarmata”, l’evento promosso da Comunione e liberazione e dall’Associazione culturale “Antonio Rosmini” in collaborazione con Rizzoli editore, mercoledì 24 febbraio 2016 alle 21.00 al Centro congressi Padova “A. Luciani”.

 

 

Alcuni scatti della serata


Gaitonde a Venezia, le sindoni zen che annullano i confini dell’arte

IMG_6637La retrospettiva del pittore indiano Vasudeo Santu Gaitonde (1924-2001), la più ampia tenutasi in Europa, organizzata dalla Peggy Guggenheim Collection di Venezia, ha permesso una presa d’atto oramai completa della sua attività. Una vicenda più che significativa, sia per la qualità delle opere, sia per i rapporti che essa istituisce con l’arte europea dalla quale dipende fin dagli inizi e per il percorso finale, vera e propria anabasi o ritorno alle sorgenti della cultura orientale. Anabasi che nel suo compiersi recupera sì modelli perduti in un’epoca nella quale l’arte indiana tentava in ogni modo di inseguire e collimare con l’offerta occidentale, ma che non per questo sacrifica quanto acquisito.

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Il nostro critico Mario Cancelli alla mostra su Gaitonde

Un’operazione quindi che, assieme agli eccelsi esiti pittorici, fra i più alti di questa stagione in cui in Occidente si maturano soluzioni sofferte ma ineludibili (spesso vissute con entusiasmo e radicalità, si pensi al gruppo Gutaj in Giappone, legato all’espressionismo astratto americano) provoca entrambe le fonti proprio nell’evitare equivoci sincretismi. Quasi una sfida, a viso aperto, quella operata da Gaitonde, a entrambe le tradizioni, vissute e amate con sincero trasporto, e in grado di istituire un continuo, fertile, quasi implacabile atto di giudizio. Forse come nessun altro esempio fino ad ora conosciuto. Da qui il valore della vicenda di Gaitonde e l’indiscusso merito del Guggenheim e dei curatori, tra cui Sandhini Poddar.

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Klee, Giardino magico
Gaitonde
Un'opera giovanile di Gaitonde

Gli inizi “europei” di Gaitonde, artista schivo e lontano delle accademie, sono legati all’esperienza di Paul Klee. Non poteva essere altrimenti: Klee era uomo altrettanto schivo e dubbioso delle istituzioni accademiche, forse proprio per avervi insegnato. Il Klee che Gaitonde fa suo è il Klee astratto ma anche intimo, che offre un repertorio cospicuo di segni, simboli, soluzioni pittoriche, agiti grazie ad una texture fluttuante che unifica tutti gli eventi: si vedano le sue figure ridotte a schemi infantili e che il pittore indiano assimila con disinvoltura. Un Klee dal linguaggio delicato, che trasporta in un mondo di favola, testi “totali” anche quando in formato miniatura. Un’altra prestigiosa opera di Klee, conservata al Guggenheim, testimonia di un’eredità acquisita : quel “Giardino magico” che unifica favola, ironia, in una dimensione in cui tutto può essere detto, interferendo con firme simboliche, che rompono l’incanto e allo stesso tempo lo ricostituiscono. A parte l’ironia che contrassegna questo periodo dell’artista svizzero, la sua riduzione ad automa dell’umano, Gaitonde fa suo questo sviluppo modernista della pittura, dai molteplici possibili sviluppi.

IMG_6642Il silenzioso Gaitonde. L’arte europea però era iniziata con il gran chiasso delle Demoiselles d’Avignon: la forma classica in pezzi, l’eros che urla provocatoriamente attraverso una negritudo provocante, un cubismo in grado di far detonare l’inconscio e di neutralizzare gli eccessi. Gaitonde, che conosceva tutto ciò, decise poi un ritorno in patria, un nuovo viaggio verso le latitudini di una cultura che poteva offrirgli una soluzione a quell’automatismo che Klee vedeva impadronirsi della civiltà, verso qualcosa che fornisse riparo e dominio sulle schegge.

gaitI suoi simboli divengono quindi simboli con la maiuscola; il silenzio, approdo mistico. La mostra documenta in abbondanza questo tentativo. Si sente dire che i mistici siano tra loro tutti uguali: un luogo comune. Parallelismi con l’arte di Rothko? In realtà il pittore statunitense, in nome di una ecumenicità astratta, fonde i simboli prima ancora della realtà fenomenica, rimane erede del Rinascimento, lontano da questi aut-aut. Certo l’Occidente stesso a più riprese inseguirà la sapienza orientale, ma secondo dinamiche tutte sue. Tobey? Le sue superfici di puntini luminosi potrebbero rappresentare la massima prossimità, ma anche il preludio delle mappe gestuali di Pollock. E Mondrian non vive una sua geometria vivente in una polis che conosce solo atto e profitto?

IMG_6586Gaitonde quindi si trova a includere con un realismo sintetico paesaggi e interni quasi cinematografici, resi da un gesto rapido, moderno - sembrerebbe quasi un action per questo - ma da cui il mistico si trattiene e ci trattiene e che pervade di una malinconia quasi leonardesca. Tra noi e la realtà si eleva una barriera, la linea orizzontale che evoca la Perfezione, l’Ideale nascosto come termine di ogni moto.

Franz Kline Painintg n. 7
Franz Kline, Painting n. 7
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Un'opera di Gaitonde esposta a Venezia

Forse la distanza con l’Occidente è più testata che resa bandiera. Al “tutto è superficie” di Andy Warhol, Gaitonde oppone un “tutto è profondità, silenzio”. La linea di confine resta sottile ma obbligata: lo dimostrano le opere calligrafiche e il recupero della grammatica zen. L’esigenza era la medesima degli espressionisti astratti, ma anche se Kline utilizzò i segni calligrafici come supporto, il suo gesto si appropria del segno e i neri calano come architravi di un pensiero che è tutto dell’io. Al contrario Gaitonde sembra presupporre un codice preventivo, una sintassi nella quale, per ottenere la contemplazione, l’io va a scomparire nell’atto stesso della nominazione.

Non che l’Occidente non sia stato tentato da una simile soluzione, come la “catena dei significanti” di Lacan parrebbe dimostrare.

IMG_6653Oriente e Occidente s’incontrano però proprio nella necessità di una critica a questo annullamento: sarà il pensiero freudiano a legiferare dei due “eventi” del pensiero, quei principi di realtà e di piacere uniti nel pensiero del bambino e che l’Oriente tende a scindere. In questo senso andava lo stesso Klee, le sue sagome narrano la scissione, la regressione: favole per adulti di adulti in piena patologia, ma anche favole che riconducono residui della memoria alla storia dell’individuo.

Una scissione che le opere tantriche di Gaitonde vivono con fatica: i suoi teleri oro cupo e rosso indiano, avviano a un distacco e a un’immediatezza che annullano i confini dell’arte. Queste sindoni zen conducono alle energie dell’universo, sì ma per la via della sfiducia nell’atto intellettivo. Eros e pensiero separati in casa (nel corpo): non furono questi gl’inizi dell’avventura di Gaitonde. Solitaria ma capace di “prendere”.

 

V.S. GAITONDE. Pittura come processo, pittura come vita

A cura di Sandhini Poddar, curatrice aggiunta, Solomon R. Guggenheim Museum, con Amara Antilla, Assistant Curator, Solomon R. Guggenheim Museum

3 ottobre 2015 - 10 gennaio 2016

The Peggy Guggenheim Collection

www.guggenheim-venice.it

 

(Mario Cancelli)


Attacchi terroristici di Parigi, la vera identità europea è il confronto, non l’odio

GettyImages-497362010.0[1]Scontro di civiltà, Islam, terrorismo e ruolo dell’Occidente dopo i fatti di Parigi: Massimo Borghesi dialoga con Andrea Tornielli, vaticanista de La Stampa, sul sito Vaticaninsider.it. Una lunga e dettagliata analisi, ma anche indicazione per una risposta ai terroristi che non sia puramente reattiva, come ha fatto con la sua splendida lettera Antoine Leiris, dopo la morte della moglie per opera degli attentatori di Parigi: «Se questo Dio per il quale ciecamente uccidete ci ha fatti a sua immagine, ogni pallottola nel corpo di mia moglie sarà stata una ferita nel suo cuore. Perciò non vi farò il regalo di odiarvi». Una risposta che indica la natura della vera identità europea, quella aperta al confronto, non quella dell’odio.

 

Vaticaninsider.it, giovedì 19 novembre, int. a M. Borghesi «La vera identità europea è quella del confronto, non dell’odio» (A. Tornielli)

 

Roma

«La vera identità europea, quella aperta al confronto, non quella dell’odio», è quella che si ritrova nella «splendida lettera che Antoine Leiris ha scritto ai terroristi, dopo la morte di sua moglie per opera degli attentatori di Parigi». Lo afferma il filosofo Massimo Borghesi, autore del libro Critica della teologia politica, in questo dialogo con Vatican Insider a partire dai tragici eventi di Parigi, che interrogano l’Europa sulle sue radici, la sua identità e le sue scelte.

I terribili attentati di Parigi hanno gettato nel panico l’Europa, soprattutto perché molti Jiadhisti sono nati in Francia, non sono venuti dall’estero. Che cosa significa questo? Com’è stato possibile che l’Europa stessa sia stata l’incubatrice del fondamentalismo?

«Le cause per cui migliaia di jiadhisti, provenienti dall’Europa, vanno a combattere in Siria e in Iraq a favore dello Stato Islamico sono sostanzialmente tre. La prima è data dallo sradicamento dei giovani musulmani di seconda-terza generazione, come accade nelle banlieue parigine, rispetto alla società circostante. Come in Accattone di Pasolini, essi vedono la città dalla periferia, non conoscono il centro, se ne sentono respinti. Non sono veramente parte della nazione in cui sono nati. La loro condizione sociale, una scolarizzazione spesso fallita, favoriscono un senso di emarginazione e, quindi, di risentimento verso un mondo, quello europeo, che avvertono come estraneo e ostile. La seconda causa è data dal mondo occidentale odierno, il cosiddetto “mondo liquido” connotato da un individualismo profondo, da un’eclisse parimenti profonda di valori e di ideali, da promesse di vita non realizzabili. A un giovane, che avverte interiormente l’esigenza di valori in cui impegnarsi, l’Europa odierna è in grado di offrire divertissment ma non ideali che muovano verso la solidarietà. In Francia i valori della Republique risuonano, come La marsigliese, solo nell’ora del pericolo. Diversamente non sono in grado di unificare. La religione della Laicité indica un’identità formale che copre il valore polemico delle differenze senza risolverlo. Il terzo fattore che è alla genesi del jiadhismo europeo è l’Islam europeo, l’Islam incontrato in tante moschee europee. Al vuoto spirituale del vecchio continente, alla emarginazione sociale e culturale, il giovane di provenienza araba cresciuto in Europa oppone la scoperta di una fede radicale, totalizzante, mutuata da iman che esportano i dettami dell’Islam più integralista, quello wahabita promosso e finanziato dall’Arabia Saudita».

Come definirebbe questo tipo di Islam?

«È un Islam essenzialmente politico, teocratico, una religione politica che attrae molti giovani, sradicati e colmi di risentimento, proprio per il successo politico dell’Isis. Ciò che colpisce questi giovani è esattamente quello che provoca in noi orrore: il messaggio di potenza planetaria suscitato dalle immagini delle gole tagliate, dalle vittorie del califfato. L’Isis è il mito di una rivincita dell’Islam e del mondo arabo sull’Occidente, è il sogno di una rivincita che alberga nel risentimento. L’Islam jiadhista è una teologia politica – fenomeno di cui mi sono occupato nel mio volume Critica della teologia politica - che, come tutte le teologie politiche, vive e si nutre della vittoria del Dio degli eserciti. Solo una sconfitta può, in questo caso, provocare una crisi ideale. Le teologie politiche, per loro natura, muoiono nei campi di battaglia».

«Siamo in guerra!». Questa è la reazione che sembra essere maggioritaria. La prima risposta è stata un’intensificazione dei bombardamenti sullo Stato islamico: è adeguata?

«La risposta non può non essere anche militare con le avvertenze, però, richiamate dal capo della Chiesa siro-cattolica, Mar Ignace Youssif III Younan, e cioè che l’Isis non si sconfigge semplicemente con i raid e con bombardamenti indiscriminati. Il massacro di Parigi ha rappresentato per l’Isis, certamente, una sorta di autogoal. Ha costretto, infatti, gli Stati fiancheggiatori del califfato, dalla Turchia di Erdogan, all’Arabia Saudita, allo stesso Occidente americano-europeo, a fermarsi. L’utilizzazione dell’Isis in funzione anti-Assad, anti-Iran, anti-Putin, non può più essere tollerata dall’opinione pubblica. L’eccidio parigino, come è stato detto, è l’11 settembre europeo. Solo il Qatar, uno degli Stati più ricchi e più integralisti del mondo, continua il suo sporco gioco finanziando fortemente Daesh. È chiaro che se non si prosciugano i finanziamenti, le importazioni di petrolio, le forniture cospicue di armi, un conflitto non avrà mai fine. Riguardo alla guerra essa va misurata con attenzione. Né Obama né gli europei sono disposti a impiegare truppe di terra, con il rischio di migliaia di morti. Inoltre l’Isis non esiterebbe un momento a prendere in ostaggio intere città, in primis Mosul, in modo tale che la battaglia dovrebbe svilupparsi casa per casa con moltissime vittime civili innocenti. La forma che il conflitto dovrà assumere – con buona pace di Salvini e di coloro che gridano alla guerra – non è quindi chiara. Ciò che è positivo, al momento, è l’accordo trovato tra l’occidente e Putin, dopo anni di contrasto duro. Ciò permette di individuare finalmente il nemico, l’”unico” nemico».

Colpiscono le parole con le quali Claudio Magris, all’indomani degli attentati di Parigi, ha riconosciuto la lungimiranza di Giovanni Paolo II che invitava a non fare le guerre in Iraq. Quanto ciò che sta accadendo può essere legato alle scelte compiute nel recente passato dall’Occidente, con le guerre che ha mosso in Medio Oriente e con il finanziamento di gruppi ribelli che si sono poi trasformati nell’internazionale del terrore?

«Il giudizio di Magris è prezioso. Molti di coloro che oggi inneggiano alla guerra dell’Occidente contro l’Islam, che utilizzano Giovanni Paolo II e Benedetto XVI contro Papa Francesco, accusato di essere troppo remissivo verso i musulmani, dimenticano che fu proprio Giovanni Paolo II a opporsi strenuamente contro la guerra in Iraq voluta da George Bush jr., a opporsi alla “guerra di civiltà” di chi voleva la crociata dell’Occidente “cristiano” contro l’Islam. Come scrive Magris: “Come era lungimirante l’opposizione di Giovanni Paolo II alla guerra in Iraq, opposizione che non nasceva certo da simpatia per il feroce despota iracheno né da astratto pacifismo, che gli era estraneo perché la sua esperienza storica gli aveva insegnato che la guerra, sempre orribile, è talora inevitabile. Ma il Papa polacco sapeva che sconvolgere l’equilibrio - precario e odioso, ma pur sempre equilibrio - di quella Babele mediorientale avrebbe creato un’atomizzazione incontrollabile della violenza. Come era più intelligente Reagan di quanto lo sarebbe stato anni dopo George Bush Jr, quando, per stroncare l’appoggio di Gheddafi al terrorismo, si decise per un’azione brutale ma rapida ed efficace e non pensò a inviare truppe americane a impantanarsi per chissà quanto tempo nel deserto libico, mentre l’invasione dell’Afghanistan voluta da Bush Jr. sta durando quasi tre volte la Seconda guerra mondiale, senza apprezzabili risultati”. E qui potremmo aggiungere: come era più intelligente Reagan rispetto ai Sarkozy e ai Cameron che hanno rovesciato certo un dittatore ma solo per gettare un paese, la Libia, nel caos più totale, vero brodo di coltura dell’estremismo più radicale».

Da che cosa nasce l’estremismo fondamentalista?

«In realtà il vero nodo è questo: l’estremismo islamico è il prodotto di due fattori. Il primo è dato da un problema che riguarda direttamente l’Islam contemporaneo, il suo rapporto con la modernità, le libertà civili e religiose. Ne ha parlato, con saggezza, il filosofo Abdennour Bidar nella sua Lettera aperta al mondo musulmano (http://www.gliscritti.it/blog/entry/2895). Non è certo l’unico, epperò nella sua Lettera è come se sintetizzasse tutti i problemi di un occidentale islamico. L’Isis è un mostro che non coincide con l’Islam, con la fede tranquilla di milioni di credenti. E, tuttavia, ha le sue radici in una possibile lettura dell’Islam, quella di matrice wahabita. Una lettura che richiede di essere affrontata “criticamente” se si vuol superare le aberrazioni di fondamentalisti criminali che giustificano il loro operato a partire dalla religione. Allo scopo le semplici dissociazioni o prese di distanza sono auspicabili ma non dirimenti. Così come non aiutano le posizioni di coloro che affermano non esservi alcuna connessione tra l’Islam e la politica. Il problema è più complesso e richiede una vera e propria rilettura della tradizione. Come ha affermato Hocine Drouiche, imam di Nîmes e vice-presidente del Consiglio degli imam di Francia: “Per secoli i musulmani hanno escluso la ragione e la razionalità dalla loro vita religiosa. Nel pensiero islamico moderno vi è una vera crisi della ragione. Di conseguenza, i musulmani vivono in situazioni paradossali non solo nei confronti dei valori islamici, ma anche dei valori europei”. È questa chiusura, questa dissociazione tra fede e ragione, che genera il fondamentalismo, il fideismo chiuso che vede negli altri i “crociati”, i miscredenti, gli impuri.

Il secondo fattore che nel corso degli ultimi 40 anni ha favorito la radicalizzazione dell’Islam è stato l’uso che ne ha fatto l’Occidente, gli Usa in primis, in funzione antisovietica prima, con i Talebeni sostenuti in Afghanistan contro Mosca, e con l’Isis poi in funzione anti-Assad alleato di Putin. Il mostro, come ha riconosciuto Hillary Clinton, è uscito dalle segrete stanze della Cia e del Pentagono, foraggiato dagli alleati arabi filo-americani e dalla Turchia, membro della Nato. Il bambino, cresciuto, è divenuto ora molesto e ingombrante, al punto che i loro artefici non sanno come disfarsene. Nel frattempo centinaia di migliaia di persone sono morte, milioni sono fuggiti, interi Stati sono sprofondati nella miseria e nella disperazione».

Secondo lei è in atto uno scontro di civiltà? Che cosa significa per l’Europa, per i suoi valori e la sua cultura, questo confronto con l’Islam fondamentalista?

«Certamente il rinnovato confronto con un islamismo aggressivo, che pareva un lontano ricordo del passato, obbliga il vecchio continente a un ripensamento. Dopo l’89 l’era della globalizzazione ha coinciso con un post-modernismo estetico-edonistico-individualistico. La “fine della storia”, profetizzata da Francis Fukuyama, sembrava offrire il panorama della nuova felix aetas, senza nemici né guerre, contrassegnata da affari e divertissement. Poi è venuto l’11 settembre e con esso è tornata la teologia politica (teocon e islamista), il nemico, la guerra. I risultati di quel conflitto li vediamo oggi con il Medio Oriente e il nord Africa allo sbando. Per questo l’Europa, dopo Parigi, non può ripensarsi alla luce di una nuova (o vecchia) teologia politica così come auspicano le destre. La soluzione, l’uscita dal nichilismo postmoderno, non sta nella costruzione di identità affermate in antitesi ad altre, identità dialettiche che ricopiano, nell’opposizione, quella dell’avversario. È questa la via dello “scontro di civiltà”, quella auspicata dal quotidiano “Libero” la cui testata non si è vergognata di titolare, in risposta agli eccidi parigini, “Bastardi islamici”. Una vera e propria incitazione all’odio. Né l’Europa può credere, d’altra parte, che il problema si risolva favorendo lo scioglimento delle differenze. Come nel caso di una gita scolastica annullata dalle autorità della scuola elementare «Matteotti» di Firenze perché prevedeva una visita artistica che includeva un Cristo dipinto da Chagall, nel timore che ciò potesse offendere gli allievi di religione musulmana. Un provvedimento demenziale che dimostra i limiti di un multiculturalismo che, alla prova dei fatti, dimostra di essere incapace di sostenere le diversità culturali. Chi viene o nasce in un Paese deve innanzitutto imparare a rispettarne le tradizioni, gli usi, i costumi, le leggi. È una legge non scritta dei popoli. Né può pensare, machiavellicamente, di simulare in attesa di essere maggioranza. Se non si gradiscono leggi e costumi è bene che si vada altrove. Il Paese che accoglie deve, d’altra parte, favorire le condizioni d’integrazione, in primis attraverso la scuola, il lavoro, l’università. Puntando particolarmente sui giovani. È nell’ambito scolastico, come dimostrano gli istituti cristiani nei paesi arabi che non fanno distinzione di religione, che sorgono amicizie, stima reciproca, rapporti duraturi tra persone di fedi diverse. Qui si costruisce il futuro. Certo, dovrebbero essere scuole mirate al lavoro, non parcheggi, né luoghi di déracinement».

Come bisogna reagire, dunque?

«Tanto il posmodernismo relativistico quanto l’identitarismo, le due ideologie con cui abbiamo risposto, finora, all’integralismo islamico, hanno mostrato abbondantemente i loro limiti. Abdennor Bidar, nella sua Lettera, afferma che il mondo islamico europeo ha, se lo vuole, le risorse per tirarsi fuori dalle secche a cui l’integralismo lo sta portando. Allo stesso modo, potremmo dire che la vecchia Europa, per quanto disincantata e violentata nelle sue tradizioni, ha le risorse per rispondere in modo non meramente reattivo. La splendida lettera che Antoine Leiris ha scritto ai terroristi, dopo la morte di sua moglie per opera degli attentatori di Parigi, ne è documento: “Venerdì sera avete rubato la vita di una persona eccezionale, l’amore della mia vita, la madre di mio figlio, eppure non avrete il mio odio. Non so chi siete e non voglio neanche saperlo. Voi siete anime morte. Se questo Dio per il quale ciecamente uccidete ci ha fatti a sua immagine, ogni pallottola nel corpo di mia moglie sarà stata una ferita nel suo cuore. Perciò non vi farò il regalo di odiarvi”. Questa è la vera identità europea, quella aperta al confronto, non quella dell’odio. La civiltà dell’Europa, quella autentica, è dominata, come ha evidenziato Remi Brague nel suo bel libro Europe. La voie romaine, dalla “secondarietà”, dalla capacità della Roma antica di farsi “seconda” rispetto alla cultura ellenica e del cristianesimo di farsi “secondo” rispetto all’ebraismo. Per questo l’Europa è capace di “integrazione”, non ha bisogno di azzerare la tradizione, la fede, la cultura di coloro che calpestano il suo suolo. Non ha paura dell’altro. Ha il dovere di difendersi ma è anche sufficientemente forte per sopportare le differenze».

 


Il video dell'incontro “Il sinodo visto da vicino” con Giacomo Bertolini

IMG_2402A leggere i giornali - quasi tutti - il copione era già scritto. Una lotta senza esclusione di colpi, anche se con modi curiali (ma a volte neanche tanto), tra conservatori e progressisti. Dall’esterno era tutto chiarissimo. E dall’interno? Cosa dice chi il Sinodo dei vescovi sulla famiglia l’ha vissuto dal di dentro, partecipando giorno dopo giorno ai lavori? Di qui il titolo dell’incontro di martedì 10 novembre, nella sala del redentore della parrocchia di Santa Croce: “Il sinodo visto da vicino. La bellezza della famiglia e le sfide del tempo presente”. Promotrice l’Associazione culturale Rosmini, relatore Giacomo Bertolini, docente di Diritto canonico nell’Università di Padova ma soprattutto esperto e coadiutore del Segretario speciale del Sinodo.

Vi proponiamo il video dell’incontro del 10 novembre, realizzato da Emanuele Fornasier.

 

Così Eugenio Andreatta su La Difesa del popolo ha raccontato l’incontro con Giacomo Bertolini.

 

La Difesa del Popolo, domenica 22 novembre 2015, p. 17, Nessun compromesso e Spirito santo all’opera (E. Andreatta)

 

A leggere i giornali - quasi tutti - il copione era chiaro. Una lotta senza esclusione di colpi, anche se con modi curiali (ma a volte neanche tanto), tra conservatori e progressisti. Dall’esterno era tutto chiarissimo. E dall’interno? Cosa dice chi il Sinodo dei vescovi sulla famiglia l’ha vissuto dal di dentro, partecipando giorno dopo giorno ai lavori? Di qui il titolo dell’incontro di martedì 10 novembre, nella sala del redentore della parrocchia di Santa Croce: “Il sinodo visto da vicino. La bellezza della famiglia e le sfide del tempo presente”. Promotrice l’Associazione culturale Rosmini, relatore Giacomo Bertolini, docente di Diritto canonico nell’Università di Padova ma soprattutto esperto e coadiutore del Segretario speciale del Sinodo. Ecco alcune parole che mi hanno colpito di questo incontro.

Adolescenza. Bertolini citava un intervento di un padre al secondo o terzo giorno di assemblea. «Dobbiamo passare da una Chiesa di adolescenti che vuole vedere puniti i suoi figli che sbagliano a una Chiesa di padri e madri, che con maturità guardano ai loro figli», cercando di ottenere il meglio da loro. Non una “performance” perfetta, ma ciò che concretamente in quel momento riescono a dare.

Sfide. Un termine che non tramonta mai nell’ecclesialese, ma non al Sinodo. «Togliamolo, sa troppo da contrapposizione», ha proposto un Padre sinodale, meglio parlare di problemi gravi. Nella relazione finale è stato usato con parsimonia, il paragrafo 25 (“alcune sfide”). parla della poligamia e dei matrimoni combinati.

Bellezza. «Tutta la seconda parte della relazione finale è un’esaltazione della bellezza dell’esperienza famigliare, in questo i padri sono stati assolutamente concordi», con un linguaggio anche in vari punti più fresco e nuovo.

Divorziati. La spinosa questione dell’accesso ai sacramenti dei divorziati non ha visto prevalere né le posizioni oggettiviste più conservatrici, né coloro che si battevano per un’ammissione automatica o quasi. «Si è scelta una via di approfondimento morale», ha detto Bertolini, «di ascolto delle situazioni reali». E quindi di…

…discernimento. Forse il termine che meglio ha contraddistinto il Sinodo. No alle scorciatoie, le situazioni sono diverse caso per caso, bisogna avere la pazienza di accompagnare le persone aiutandole a renderle consapevoli della propria storia.

Gesuita. Un papa tifoso, sbilanciato in senso aperturista? In realtà papa Francesco, che per un mese ha fatto la vita del padre sinodale – dall’ascolto in aula alla fila alla macchinetta del caffè – ha avuto un sommo rispetto del dialogo in aula, non lasciando mai trapelare, neanche da un’espressione del viso, il suo parere sul dibattito in corso.

Compromesso. Questo invece al Sinodo non c’è proprio stato. «Non si è trattato di un accomodamento tra diverse fazioni, l’impressione è che invece l’’intero Sinodo», dimostrando un’unità su cui pochi avrebbero scommesso, «abbia fatto un passo di maturità, su cui hanno concordato tutti, anche i circuli più sbilanciati in un senso o nell’altro».

Questioni aperte. Non poche, Bertolini stesso ne ha indicate varie. Una tra tutte: se l’Eucaristia è il corpo di Cristo, la Chiesa non lo è da meno. Come si può rifiutare il sacramento a delle persone, che pur in una situazione oggettivamente irregolare, sono incorporate in Lui? Il Sinodo non ha risposto. Ma c’è una saggezza anche nel lasciare aperte le questioni a cui non si è ancora pronti a rispondere.

Spirito Santo. Alla fine, il suo intervento si è visto. «Nonostante i modi con cui è stato presentato, per me il Sinodo è stato la possibilità di fare una vera esperienza ecclesiale, di vedere lo Spirito Santo all’opera».


Il Sinodo visto da vicino. Incontro il 10 novembre a Padova

image[1]«Mentre seguivo i lavori del Sinodo, mi sono chiesto: che cosa significherà per la Chiesa concludere questo Sinodo dedicato alla famiglia?» A porsi questa domanda è stato papa Francesco lo scorso 24 ottobre, nello straordinario discorso conclusivo dei lavori della XIV assemblea generale ordinaria del Sinodo dei vescovi.

Un discorso tutto da leggere, per comprendere le novità di un’assemblea che certamente «non ha concluso tutti i temi inerenti la famiglia, ma ha cercato di illuminarli con la luce del Vangelo, della tradizione e della storia bimillenaria della Chiesa, infondendo in essi la gioia della speranza senza cadere nella facile ripetizione di ciò che è indiscutibile o già detto».

Per approfondire i contenuti di questo grande momento di dialogo e di confronto (svolto «purtroppo talvolta con metodi non del tutto benevoli», osserva il papa nel medesimo discorso), l’Associazione culturale Antonio Rosmini propone un incontro

Locandina_Sinodo_Famiglia_rev6Martedì 10 novembre 2015 alle 21.00

nella Sala del Redentore, corso Vittorio Emanuele 174

IL SINODO VISTO DA VICINO
La bellezza della famiglia e le sfide del tempo presente

Relatore

Giacomo BERTOLINI

esperto e coadiutore del Segretario speciale del Sinodo dei vescovi e docente di diritto canonico all’Università di Padova

Introduce

Andrea PIN

docente di Diritto pubblico comparato all’Università di Padova.

Laureato in Giurisprudenza all’Università di Pisa nel 2000, Giacomo Bertolini nel 2002 consegue la “Licentia in Iure Canonico” e l’anno successivo il dottorato all’Angelicum di Roma. Dal 2003/04 al 2006/07 è Professore incaricato di Diritto canonico e di Diritto civile nella stessa università. Nel 2004 consegue l’abilitazione all’esercizio della professione di avvocato presso la Corte di Appello di Genova e dal 2006 è avvocato del Tribunale apostolico della Rota romana. Nello stesso anno l’Università di Urbino gli conferisce il titolo di Dottore di ricerca in Scienze canonistiche. Dal 2005 è ricercatore di Diritto Canonico ed Ecclesiastico assunto in ruolo alla Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Padova. Dall’anno accademico 2007/08 è Professore aggregato di Istituzioni di Diritto Canonico alla Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Udine. Poi dall’anno accademico 2012/2013 è Professore aggregato di Diritto Ecclesiastico alla Scuola giuridica dell’Università di Padova - sede distaccata di Treviso. Ha pubblicato numerosi saggi e articoli. Nell’ottobre 2015 ha partecipato in qualità di esperto e coadiutore del Segretario speciale al Sinodo dei vescovi sulla famiglia.


Pasolini, il Marcuse italiano che voleva una Chiesa antisistema

pasolini-roma1[1]Il Centro culturale di Milano organizza dal 28 ottobre al 14 novembre una mostra e alcuni eventi per il 40° anniversario della morte di Pier Paolo Pasolini (2 novembre 1975). La mostra si intitola “Pasolini, il poeta che sfidò il nulla” e si tiene alla Galleria Giovanni Bonelli (via Porro Lambertenghi 6). L’iniziativa è promossa in collaborazione con la Fondazione Ente dello Spettacolo e con il Centro Carlo Maria Martini-Università Bicocca. In mostra fotografie inedite di Elio Ciol e videointerviste a Olivier Rey, Giulio Sapelli, Massimo Borghesi, Mario Martone, Anna Maria Cascetta, Carlin Petrini, Luca Doninelli e altri. Qui pubblichiamo la testimonianze di Borghesi, riportata anche su Avvenire di domenica 11 ottobre con il titolo Fu il Marcuse italiano e voleva una Chiesa antisistema, in una versione riveduta e corretta dall’autore.

 

pier-paolo-pasolini[1]Pasolini merita la qualifica di intellettuale come pochi altri nell’Italia del Novecento. La categoria di intellettuale infatti si addice soprattutto a coloro che hanno saputo interpretare il periodo storico in cui sono vissuti. Chi è il grande intellettuale? Colui che sa offrire uno scenario del presente, chi offre le categorie per interpretare i cambiamenti del processo storico. Noi non siamo più abituati a figure di questo genere. Oggi non abbiamo nel nostro Paese figure in grado di interpretare compiutamente, di offrire chiavi di lettura della contemporaneità, come nel Novecento seppero fare personalità quali Benedetto Croce, Antonio Gramsci, Norberto Bobbio, Augusto Del Noce e Giovanni Testori.

Pasolini si colloca certamente nel numero ristretto di questi grandi intellettuali. Lo si potrebbe definire il Marcuse italiano. Forse oggi il nome di Herbert Marcuse non risulterà noto a tutti, ma per intere generazioni questo pensatore ebreo, esule dalla Germania negli Stati Uniti, ha rivestito un ruolo di grande importanza. Marcuse è stato il teorico del Sessantotto. Tutta la generazione della contestazione ha trovato in lui il profeta, l’ideologo, l’intellettuale di riferimento. È il filosofo che parla dell’uomo come one dimensional man. Nella sua interpretazione la società capitalistica riduce l’uomo esclusivamente alla dimensione economica, tutti gli altri fattori passano in second’ordine fino a scomparire. L’uomo ad una dimensione è l’uomo della società omologata.

Eppure, nonostante la notorietà del filosofo tedesco, tutti questi temi sono penetrati nel sentire comune del nostro Paese più attraverso Pasolini che attraverso Marcuse. Per questo dico che Pasolini è il Marcuse italiano. Pasolini poi fa un passo in più rispetto a Marcuse, perché si rende conto che il progressismo è tutto tranne che progresso, è un’ideologia funzionale, se guardiamo a come viene utilizzata negli anni Sessanta e Settanta, alla nuova destra tecnocratica.

Quanto al cristianesimo, Pasolini si rende conto che la Chiesa non è in grado di misurarsi con il nuovo potere che sta rapidamente emergendo in Italia e in tutto l’Occidente. La sua è la prospettiva laica, uno sguardo dall’esterno, con antenne però molto sensibili nel mondo cattolico, soprattutto all’inizio degli anni Sessanta, quando si appresta a dirigere Il Vangelo secondo Matteo. Pasolini frequenta l’ambiente della Pro Civitate Christiana di Assisi, stringe amicizia con il suo fondatore don Giovanni Rossi. Da una prospettiva laica, ma non estranea al mondo cattolico, Pasolini quindi percepisce che la Chiesa è totalmente impreparata ai tempi che stanno per venire. La Chiesa degli anni Cinquanta e Sessanta è sulla difensiva, la sua preoccupazione è soprattutto di ordine morale e per di più si concentra su un solo ambito morale: l’etica sessuale, i buoni costumi.

Di fronte alla nuova stagione culturale che fa irruzione soprattutto attraverso i media, in particolare la televisione, la Chiesa gioca solo in difesa. Non è in grado di parlare i nuovi linguaggi, il suo è un linguaggio arcaico, retorico, molto parlato. La televisione non privilegia il linguaggio parlato delle omelie, è il luogo della battuta rapida, ad effetto, parla soprattutto con le immagini ed esercita un’attrattiva molto più forte di qualsiasi richiamo di carattere morale. Pasolini intuisce che la tv sta veicolando un nuovo tipo di uomo, così nuovo che lo scrittore friulano deve inventare - o reinventare - un termine per definirlo: l’uomo “omologato”, l’uomo della società dei consumi. L’immagine che i media propongono di quest’uomo nuovo è molto più accattivante rispetto a una morale ecclesiastica fatta perlopiù di divieti, che appare censoria, totalmente desueta.

La morale è sconfitta dall’estetica, questa è l’intuizione geniale di Pasolini. Il Gesù de Il Vangelo secondo Matteo si può leggere in questo senso come una risposta ai nuovi tempi. Pasolini è uno dei pochi registi italiani che riesce a realizzare un Gesù degno di tale nome. Il regista laico e non credente riesce a rappresentare un Cristo che può sostenere la nuova sfida estetico-mediatica.

Non a caso in uno dei suoi più celebri editoriali, poi raccolto negli Scritti Corsari, Pasolini invita la Chiesa a passare all’opposizione. La Chiesa potrebbe essere «la guida grandiosa» ma non autoritaria di tutti coloro che rifiutano il nuovo potere consumistico, un potere strutturalmente irreligioso, totalitario, violento, falsamente tollerante e in realtà più repressivo che mai, corruttore, degradante. È il rifiuto del potere consumistico che ai suoi occhi dovrebbe caratterizzare una Chiesa capace di ritornare alle proprie origini.

Questa grande intuizione pasoliniana, pur espressa in forma apocalittica, ci riporta all’oggi della Chiesa. Non voglio dire che papa Francesco stia attuando la profezia pasoliniana, personalmente però non ho dubbi: l’intellettuale friulano sarebbe rimasto affascinato dalla figura di un papa deciso a svincolare la Chiesa dai poteri forti per tornare alle origini: una Chiesa libera di comunicare il messaggio evangelico e non più schiava, come scriveva, di «un potere che l’ha così cinicamente abbandonata, progettando, senza tante storie, di ridurla a puro folclore».

 

 


Un filo sottile attraverso la contemporaneità

SUSSIUn filo sottile che attraversa un decennio, affrontando i temi più caldi della contemporaneità. Gli interventi di Massimo Borghesi sul IlSussidiario.net, uno dei più seguiti quotidiani italiani online, si affiancano ai suoi saggi più strutturati. Li proponiamo come un aiuto a comprendere il presente e a completamento della bibliografia ospitata nel nostro sito.

22/08/2015

Incontrare don Giussani oggi

Docente universitario e filosofo, MASSIMO BORGHESI ha appena pubblicato un libro in cui analizzi l’opera di don Giussani e di lui parlerà al Meeting in un apposito incontro

05/06/2015

LETTURE/ L’islam al crocevia tra tradizione, riforma e jihad

La rivista plurilingue Oasis cambia formato ed editore. Il nuovo numero, che viene presentato oggi a Milano, è una “summa” delle sfide dell’islam contemporaneo. MASSIMO BORGHESI

20/04/2015

LETTURE/ Rémi Brague: l’islam, l’illuminismo e i “cristianisti”

Un’intervista a tutto campo con uno dei più brillanti pensatori d’Oltralpe, Remi Brague. L’ha realizzata Giulio Brotti ne “Dove va la storia? Dilemmi e speranze”. MASSIMO BORGHESI

02/02/2015

IL CASO/ L’aborto meglio della contraccezione, ecco dove arrivano i nemici di Francesco

Si può dire che la contraccezione è più grave dell’aborto? Lo fa il gesuita J. Fessio, citato da Sandro Magister a proposito delle dichiarazioni di Francesco. MASSIMO BORGHESI

09/01/2015

CHARLIE HEBDO/ La “risposta” di Al-Sisi ai criminali di Parigi

Il recente discorso del presidente egiziano Abdel Fattah Al Sisi rappresenta una svolta per l’islam e anche una risposta agli assassini di Parigi. Ma è stato quasi taciuto. MASSIMO BORGHESI

01/01/2015

PAPA/ Francesco e il “fantasma” di Scalfari

Il “peccato mortale” di Francesco? L’intervista a Scalfari nel 2013. L’ha nuovamente citata Vittorio Messori nel suo pezzo prenatalizio sul “Corriere”. Il commento di MASSIMO BORGHESI

04/11/2014

LETTURE/ Don Giussani e l’incontro con Pasolini e Testori

Due episodi della vita di don Giussani riguardano Pasolini e Testori. Un incontro mancato il primo, l’altro avvenuto. Se la fede non si rinnova come incontro, si perde. MASSIMO BORGHESI

15/10/2014

LETTERA/ Borghesi: l’errore di opporre Benedetto e Francesco

Riceviamo e pubblichiamo una lettera di MASSIMO BORGHESI in risposta ad alcune critiche ricevute in questi giorni su alcuni media riguardo ai Papi Benedetto e Francesco

09/10/2014

IL CASO/ La Chiesa non ha bisogno di un partito di zeloti

Le dichiarazioni in Spagna di Mariano Rajoy sul venir meno del progetto di riforma della legge sull’aborto ha suscitato nel mondo cattolico una vivace discussione. MASSIMO BORGHESI

29/08/2014

Giussani, il ‘68 e il nuovo inizio

La tempesta del ‘68 mise don Giussani di fronte a una scelta. O affidarsi alla tradizione, in un tempo in cui il senso della storia era perduto, o iniziare di nuovo. MASSIMO BORGHESI

12/08/2014

IRAQ/ L’amore di Francesco e l’ideologia di Ferrara & co.

C’è chi critica il presunto silenzio di papa Francesco sull’Iraq opponendolo all’iniziativa di Giovanni Paolo II ai tempi di Bush. Una mistificazione inaccettabile. MASSIMO BORGHESI

23/05/2014

ELEZIONI/ Cl, l’Europa e il “nuovo inizio” di Carrón

L’occasione di “Europa 2014. È possibile un nuovo inizio?”, di don Julián Carrón, sono le elezioni europee ma si intuisce che il tema mira più in alto. MASSIMO BORGHESI

02/05/2014

LETTURE/ Alberto Methol Ferré, il filosofo amico del papa

MASSIMO BORGHESI presenta la figura di Alberto Methol Ferré, tra i maggiori intellettuali latino-americani contemporanei e amico di Jorge Mario Bergoglio

07/02/2014

LETTURE/ Dal Concilio a papa Ratzinger, così la Chiesa ha “seppellito” la spada

La Commissione Teologica Internazionale ha elaborato un importante documento su “Dio Trinità, unità degli uomini. Il monoteismo cristiano contro la violenza”. MASSIMO BORGHESI

03/01/2014

PAPA/ Borghesi: lo schiaffo di Francesco ai catto-capitalisti Usa

La critica di Michael Novak, cioè del più illustre catto-capitalista Usa, dimostra, nel suo nervosismo, come la Evangelii gaudium di Francesco abbia colpito nel segno. MASSIMO BORGHESI

28/10/2013

CAMUS/ Come si fa a vivere senza la grazia?

Il 7 novembre 1913 nasceva Albert Camus. La sua opera, un “sì alla vita nella consapevolezza del limite definitivo rappresentato dalla morte”, avrebbe segnato un’epoca. MASSIMO BORGHESI

09/10/2013

FINE DI BERLUSCONI/ Perché Letta e Alfano sono riusciti dove ha fallito Beppe Grillo?

Dal feeling con Bush all’isolamento internazionale, dalle Olgettine all’elezione di papa Francesco, tutti i fattori che hanno portato al declino di Berlusconi. MASSIMO BORGHESI

26/09/2013

ODIFREDDI & SCALFARI/ Così Benedetto e Francesco vanno incontro al moderno

La lettera di Francesco a Scalfari si può considerare una cedevolezza del papa all’organo del laicismo italiano? La replica di Ratzinger a Odifreddi cambia tutto. MASSIMO BORGHESI

13/09/2013

PIETRO BARCELLONA/ Il cuore cristiano di un vecchio comunista

In che cosa il comunismo di Pietro Barcellona ha rappresentato la tappa di un’adesione nuova in lui, originale e personale, alla fede nella Resurrezione? MASSIMO BORGHESI

24/06/2013

BEPPE GRILLO/ Il ‘68 dopo l’89. La democrazia digital-totalitaria di Casaleggio

L’ampia intervista di Gianroberto Casaleggio uscita ieri sul supplemento domenicale del Corriere è un piccolo capolavoro di nuovo totalitarismo. Il commento di MASSIMO BORGHESI

07/05/2013

ANDREOTTI/ 2. Borghesi: i tre “dialoghi” del politico a cui non piacevano i manichei

Per Andreotti l’essere democristiano coincideva con l’assunzione della grande lezione del suo maestro, Alcide De Gasperi. Da lui aveva tratto l’insegnamento chiave. MASSIMO BORGHESI

31/03/2013

SCUOLA/ La cultura di destra legittimata a sinistra: il ‘68-pensiero e il post-umanesimo

La crisi della scuola oggi non è il mero esito, come da molti si lamenta, della scolarizzazione di massa: la prima causa è la decostruzione della cultura umanistica. MASSIMO BORGHESI

18/01/2013

CL & POLITICA/ Borghesi: la Dc è finita, ora per unire bisogna “distinguere”

Dopo Abbruzzese, Magatti, Israel, Sapelli, Doninelli, Polito e Ronza, MASSIMO BORGHESI interviene sulla Nota di Cl a proposito della politica. Borghesi: “Termina la stagione democristiana”

10/12/2012

BENEDETTO CROCE/ Borghesi: la sua attualità è morta, il “presente” è Pasolini

Perché il pensiero di Benedetto Croce, che negli anni del ventennio fascista espresse la resistenza liberale al regime, ci appare oggi così datato? Il commento di MASSIMO BORGHESI

26/09/2012

ORA DI RELIGIONE/ Gli errori (e un pregio) della “riforma” Profumo

Secondo MASSIMO BORGHESI l’ipotesi di Profumo, oltre a non rientrare nelle prerogative di un tecnico, non contempla le modalità concrete con cui l’ora di religione è stata prevista

10/09/2012

CARRON SU MARTINI/ Borghesi: ciò che accomuna il cardinale a don Giussani

Le ultime due lettere di don Julián Carrón si collocano in profonda continuità con l’insegnamento di don Luigi Giussani e con l’attuale Magistero di Benedetto XVI. MASSIMO BORGHESI

25/06/2012

GALLI DELLA LOGGIA/ Borghesi: c’è una “lezione” dei cattolici che viene prima dei partiti

MASSIMO BORGHESI spiega perché il percorso inaugurato dai vertici della  Chiesa italiana dopo il 1995 non soddisfi più le reali esigenze della rappresentanza cattolica

21/06/2012

WEST/ After the “cold war”, “cold” secularism and a void society

MASSIMO BORGHESI on secularization in history, from the Cold War, where religion and secular society united against Communism to today’s crisis and the void that accompanies it.

19/06/2012

DIBATTITO/ Borghesi: la crisi della finanza? E’ colpa del “nichilismo felice”

Il primo incontro di “Conversazioni a Milano” sul tema Oltre lo statalismo, oltre la finanziarizzazione? L’intervento di MASSIMO BORGHESI su globalizzazione e secolarizzazione

24/04/2012

TANTARDINI/ Borghesi: don Giacomo, un uomo innamorato della bellezza di Cristo

Ieri a Roma, nella Basilica di San Lorenzo fuori le Mura, c’è stato l’ultimo saluto a don Giacomo Tantardini. MASSIMO BORGHESI ricorda l’amico e il sacerdote scomparso

20/12/2011

IL CASO/ La follia di Pasolini e le profezie di Del Noce sul nuovo “fascismo”

Venerdì, Repubblica ha riproposto un’intervista inedita di Pier Paolo Pasolini. Le sue previsioni sulla società italiana confermano le profezie di Del Noce, dice MASSIMO BORGHESI

07/01/2011

150 ANNI/ Borghesi: solo la Chiesa può difendere l’Italia dal “mito” del Risorgimento

La Chiesa, si nota da più parti, è diventata il vero difensore dell’unità italiana. Perché solo lei può farlo, quando il tempo dei miti si è ormai concluso? Risponde MASSIMO BORGHESI

11/08/2010

SCENARIO/ 2. Borghesi: Del Noce e quel richiamo al “senso religioso” che la DC non raccolse

Ricorre oggi il centenario della nascita di Augusto Del Noce. MASSIMO BORGHESI ricorda i punti salienti del suo pensiero che restano ancora validi

01/02/2010

LAICITA’/ Borghesi: Del Noce, la “cura” contro il manicheismo di molti cattolici

MASSIMO BORGHESI spiega alcune delle più rilevanti intuizioni del filosofo Augusto Del Noce, di cui ricorre il centenario della nascita. Una grande lezione di apertura, che molti cattolici ...

19/10/2009

POLEMICA/ Borghesi: l’ora di religione islamica, un diritto “impraticabile”

Il viceministro Adolfo Urso ha proposto di istituire l’ora di religione islamica facoltativa. L’idea emerge dai due “think tank” che fanno capo a Massimo D’Alema e al presidente della Camera ...

24/08/2009

MEETING/ Borghesi: l’avvenimento, unica chance contro l’“11 settembre” della modernità

MASSIMO BORGHESI commenta il titolo della trentesima edizione del Meeting di Rimini sottolineando come, sebbene il pensiero culturale dello scorso secolo fosse particolarmente incentrato sui ...

15/06/2009

FILOSOFIA/ Maurice Blondel, colui che raccontò l’uomo fra i suoi limiti e l’infinito

Il 4 giugno del 1949 moriva, ad Aix-en-Provence, Maurice Blondel, uno dei più grandi pensatori cattolici del ‘900. MASSIMO BORGHESI ci introduce alla sua indimenticabile opera attraverso alcune ...

23/12/2008

MORALE/ Un futuro da incubo: se la natura umana viene rinnegata in nome dell’eugenetica ...

Fusioni fra macchine ed esseri umani, perdita dell’identità individuale e della libertà, divisioni per classi sociali che vanno da “perfetti” a “selvaggi”. I timori di Benedetto XVI sono condivisi ...

03/07/2006

L’erosione dei principi cristiani apre all’alleanza tra tecnica e nichilismo

L’insistenza con cui Benedetto XVI e la Chiesa richiamano i temi bioetici non è una battaglia di retroguardia, antimoderna, è una lotta progressista. Come sottolinea Habermas, è in gioco la ...

 

 


Una serata per aiutare la ceramista siriana Wafaa Saad

11289806_1827427890816093_1452766640_nSegnaliamo molto volentieri un’iniziativa di alcuni amici romagnoli, una serata benefica a favore di una giovane ceramista siriana, Wafaa Saad. Si svolgerà

mercoledì 10 giugno alle 19.00

al Museo Internazionale delle Ceramiche di Faenza (RA)

viale Baccarini, 19

Il programma prevede un aperitivo siriano, seguirà un’asta con opere di Wafaa Saad e la lotteria con ceramiche donate da artisti faentini. La serata sarà intervallata da degustazioni sonore con TripparDò... Spritz & Music Band.

Wafaa Saad, 34 anni, ceramista in Siria, frequenta con una borsa di studio internazionale il liceo Ballardini a Faenza, esponendo al MIC nel 2006 e ricevendo numerosi premi. Rientra nel suo paese, insegna all’Istituto di Arti Applicate a Damasco continuando a ottenere riconoscimenti nel mondo. Vincitrice nel 2014 del Symposium, prestigioso concorso a invito in Cina. Dall’inizio del conflitto versa in grave difficoltà con il marito e le bambine di 3 e 5 anni. Il ricavato della serata è devoluto a questa ceramista che alcuni di noi hanno conosciuto personalmente e che ha mantenuto un legame con la città di Faenza e la sua cultura.

Biglietti in prevendita: Aperitivo 20 euro Lotteria 30 euro (ad ogni biglietto corrisponde una ceramica donata da artisti faentini)

Info: www.micfaenza.org amichedifaenza@gmail.com Daniela Tedioli 339-6032306 Elena Bentini 338-2329900

 

Si ringraziano: Carla Lega per le opere di Wafaa Saad I ceramisti faentini Leopoldo Giuliani di Novatex, ForD La Greca Mi Grafiche, ForD

 

Scarica l'invito in formato .pdf.

 

Ecco una gallery delle ceramiche messe a disposizione dai maestri ceramisti a favore di Wafaa.


Accompagnare a cogliere il senso e la bellezza della vita

cometaL’appassionata ricerca del significato vero della vita, la passione per il bello e l’aver messo a servizio degli altri il suo “dono creativo”, hanno nel tempo potenziato, rinnovato e profondamente trasformato la vita e il lavoro di Erasmo Figini, stilista e interior designer comasco che si è da sempre distinto per un’innata vocazione alla bellezza, per gli interessi eclettici, per l’attenta scelta dei colori e dei materiali, per l’originalità degli accostamenti, per l’amore e il rispetto della natura e per una curiosità che lo spinge oltre i tradizionali confini professionali. Lo ascolteremo

giovedì 9 aprile alle 21.00
centro parrocchiale San Sebastiano, via Roma - Vigonza

Accompagnare a cogliere il senso e la bellezza della vita

 

figiniIncontro con Erasmo Figini, stilista ed interior designer, fondatore dell’Associazione Cometa di Como

L’incontro è organizzato dalle Scuole Romano Bruni in collaborazione con l’Associazione Genitori Romano Bruni, la Scuola dell’infanzia San Gaetano e l’Istituto superiore di Enogastronomia Dieffe.

Negli ultimi anni l’esperienza di Figini si è straordinariamente arricchita grazie all’apertura all’accoglienza e all’avventura intrapresa con Cometa, una realtà di famiglie impegnate nell’accoglienza, nell’educazione e nella formazione dei giovani.

Tutto di lui ci testimonia come creatività, ideazione e realizzazione si fondono armonicamente e funzionalmente nella continua tensione alla bellezza e nella ricerca di soluzioni capaci di fermare, nel tempo, spazi per interpretare e rispondere alle esigenze più profonde delle persone che li utilizzeranno.

Questo metodo ha potuto esprimere tutta la sua potenzialità all’interno della realtà educativa di Cometa nella quale è sorta la Scuola Oliver Twist, concreta espressione di questo strategico connubio tra creatività e tecnica ed è nata la Contrada degli Artigiani, un’impresa con vocazione educativa dove maestri artigiani e ragazzi realizzano prodotti di eccellenza per l’arredo della casa rilanciando il patrimonio di competenze dell’artigianato comasco.

Cometa (www.puntocometa.org) è una realtà di famiglie impegnate nell’accoglienza, nell’educazione e formazione di bambini e ragazzi e nel sostegno delle loro famiglie. Un luogo in cui i bambini e i ragazzi sono accompagnati alla conoscenza della realtà, sono educati a cogliere il senso e la bellezza della vita nella condivisione della semplice quotidianità e dove le famiglie sono aiutate e sostenute nel loro cammino educativo. Ogni giorno dopo la scuola un centinaio di bambini e ragazzi del territorio trovano in Cometa un’equipe di educatori ed insegnanti; l’aiuto allo studio, le attività espressive, ricreative e sportive sono un’occasione per crescere insieme, in una quotidianità che diventa sfida educativa per tutti.

La Scuola Oliver Twist offre corsi quadriennali di istruzione e formazione professionale (Tessile, Legno e Ristorazione) a studenti tra i 14 e i 18 anni, con un modello dove il lavoro diventa un’opportunità formativa ed educativa. La Scuola sorge nel complesso di Cometa: un luogo, uno spazio fisico, un contesto sociale