Migranti, la sfida dell'incontro

#MettiamolaInMostra

Traguardo

3.000,00 €

Raccolti

350,00 €

Scadenza

15 Giu 2017

Vorremmo portare a Padova una grande mostra dal titolo: MIGRANTI, LA SFIDA DELL'INCONTRO. E’ stata l’esposizione più vista ed apprezzata del Meeting per l'Amicizia tra i Popoli-Edizione 2016  (per maggiori informazioni clicca qui), ora sta girando l’Italia e Padova non la conosce ancora.

Il nostro progetto vuole essere un’opportunità di riflessione e di giudizio per la nostra Città, che ha vissuto e vive il fenomeno in tutte le sue dimensioni. La mostra, infatti, è un’occasione ricca di vita e di domande, di attese e disperazione tra chi arriva, di generosità e paure tra chi ci accoglie, sempre seguendo le parole pronunciate da Papa Francesco all'ONU: “Non si amano i concetti, non si ama un’idea; si amano le persone” (1° World Humanitarian Summit, Istanbul 23 Maggio 2016).

IL PROGETTO si dividerà nell’Allestimento della mostra, composta da pannelli e video, accessibile liberamente al pubblico e da due eventi di presentazione e riflessione dell’esposizione, uno di carattere scientifico ed uno che avrà un filone maggiormente esperienziale.

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Intestazione: Associazione culturale Antonio Rosmini

Causale: Migranti la sfida dell’Incontro

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Nel 2017 vogliamo continuare ad aprire la nostra Città alle sfide che il mondo e il nostro Paese ci lanciano attraverso proposte ed eventi che rispettino l'intuizione originaria della nostra Associazione: guardare alla contemporaneità facendone emergere la positività e giudicandola senza schemi dominanti o di convenienza occasionale.

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Eredità, io, gesto. La mostra bolognese di Mario Cancelli presentata da Patrizia Pizzirani

mostra-cancelli-2Il primo dicembre è stata inaugurata al Cafè de la Paix di Bologna la mostra del critico d’arte e pittore - oltre che editorialista del nostro sito - Mario Cancelli, dal titolo “Eredità, io, gesto”. La mostra rimane aperta fino al 15 gennaio 2017. Riportiamo la recensione di Art Tribune (a questo link) ma soprattutto il testo critico di Patrizia Pizzirani che riportiamo qui sotto.

 

Mario Cancelli nasce critico d’arte

di Patrizia Pizzirani

mario-cancelliLo sguardo, il mirare, sono un suo chiodo, si può dire, come attestano alcuni quadri. Schiodarsi da quel mirare, da quel contemplare, è stato il lavoro di una parte della sua vita che questa mostra documenta.

Negli anni ’80 avviene l’incontro con William Congdon, mirato sì alla luce rapinosa e gloriosa dell’estetica teologica di von Balthasar, ma anche osservato, indagato e restituito alla sua propria action painting, contro altri critici che ne celebravano la mistica dissoluzione.

babbo-mamma-io-e-paesaggio-1999-olioCancelli inizia a dipingere con alcuni piccoli quadri già preziosi nel 2002: Luna, ferita, che ricorda sia l’orma di Congdon che un sipario sfondato, fra Fontana e Leopardi, Sole, Scorpiace, Paesaggio, Ei-lat e Scorpiace, sabbia.

Di quegli anni è anche la serie Edipo latino: Il sogno di Caligola (Incitatus, notte. Presagio) e Edipo latino, lo scriba. A GBC, i quali illustrano una nuova libertà, una libertà da divano, che l’autore conosce e registra anche pittoricamente: il rimosso che ritorna trova spazio e si disinnesca in un fumetto graffito che apre all’umorismo, perché anche la patologia ha una sua rispettabile amabilità.

mostra-cancelli-3Va detto che subito dopo, per anni, tale libertà di discorso viene quasi accantonata: è la lunga teoria dei bellissimi piccoli paesaggi, molti in verticale, dove l’orizzonte è in agguato sulla terra, ristretto o sconfinato, tramonto o giorno notturno e dove l’unico evento è talvolta una frana che precipita dall’alto, citazione materica del dramma che non scalfisce l’idillio.

mostra-cancelli-1Cancelli mira la natura, “stanza smisurata e superba”, un luogo ideale che quasi lo ipnotizza: se perfino nei campi cristologici di Congdon il dramma non mancava mai, qui ciò che non manca mai è appunto l’idillio, su cui l’autore impasta e fa scendere ampie dosi di fangosi autunni morlottiani. Insomma, l’eredità si rivela più apparente che reale, anche perché, mentre Congdon procede per sottrazione, aspira all’essenziale pittorico per denudare l’immagine, Cancelli procede per accumulazione, talvolta per “superfetazione” o abuso materico in corpo pittorico.

immacolata-concezione-2015-olio“Mai usato un pennello, mi farebbe orrore”: così dichiara Cancelli.

La spatola, piccolo, rudimentale e gioioso strumento, ci mette nel mezzo di quel gioco di bambini (“se non ritornerete come bambini”) che i quadri di quest’autore sono: per i più recenti si potrebbe parlare di infant action, parafrasando la tanto amata-mirata action painting, tale è la furia di dipingere con cui sono stati fatti e l’ironia e il divertimento che essi comunicano.

la-morte-di-mose-4-aperitivo-a-babbo-morto-2016-acrilicoNel 2016, interrompendo la fase idillico-contemplativa, inizia infatti una sorta di fumetto biblico, forse una jewish action che pare ben lontana dall’esaurirsi, in cui assistiamo a numerose morti di Mosè, il liberatore-fondatore d’Israele, seguite da festeggiamenti nel deserto post parricidio: e il mondo è di un viola livido, come si conviene a chi sta già erigendo il totem e producendo conseguenti inevitabili tabù. Sono rappresentazioni rese possibili dalla riflessione assidua sulle opere di Freud, in particolare Mosè e il monoteismo.

Anche L’albero si riconosce dai frutti 1 è del 2016: un frutto dorato giace a terra, a dire quale albero fosse quello che, significativamente, è scomparso dal quadro. Quel luminoso agrume cade sulle ceneri dell’ontologia e dice la scoperta che il pensiero di Gesù è economico: scandalo da sempre censurato.

schiodarsi-dallideale-2016-acrilicoL’albero si riconosce dai frutti 2 sviluppa la stessa acquisizione del pensiero di natura, ma si riposa in un verde spento, istoriato e pomeridiano, come un frammento di tappezzeria matissiana.

Sempre del 2016 sono anche i vari La millenaria piaga che ci siamo portati dall’Egitto, cioè le circoncisioni ispirate dai versi di quell’Heine che aveva favorito in Freud l’inizio della riflessione sul monoteismo e la conseguente critica alla religione.

Allo stesso anno appartengono anche le due nebbiose Piramidi, che sorgono in una sfocata lontananza, monumenti del Superio, rappresentato quasi come un mostro di famiglia: sulle pendici di Piramide-Paneveggio crescono perfino due abeti (la piramide delocalizzata dall’Egitto al Trentino racconta che la nevrosi è universale ed è lei la vera globalizzazione).

citta-franaNel 2016 arriva anche la piccola serie dei Superio (Let it fall e Il Superio 1 e 2) che evolvono da antichi, disfatti asfalti di estati bolognesi, e da tentazioni-resurrezioni, queste sì pittoricamente congdonianissime, dove il nero si ritirava davanti alla luce.

Quel catrame, reale o metaforico, è per Cancelli quasi la garanzia del gesto, perché attesta che l’io-pensiero è passato di lì; gesto così tanto ribadito forse per scappare alla paresi della contemplazione di cui egli sente tuttora il richiamo: io ci sono, dice quel gesto, non per una platonica eternità, ma in saecula saeculorum.

A quella libertà iniziale l’autore dimostra di voler ritornare.

Così pensava anche l’Edipo latino del piccolo quadro omonimo (qui citato all’inizio) dipinto nel 2004, che occorre riprendere per concludere: un Edipo laico, felice di poter finalmente rappresentare il proprio rimosso, graffito sulla parte superiore, e di salvarsi in tal modo dalla catastrofe dell’ideale che paralizzava l’Edipo greco; più simile dunque all’Edipo riuscito di Hartmann Von Aue. Il gesto stesso in tale prospettiva perde l’aura romantica e forse potrà abilitarsi a raccontare il suo moto. È il caso di dire che quel piccolo quadro è dedicato a G.B. Contri cui, evidentemente, questa mostra risulta a sua volta dedicata.


Pittura Museo Città, una mostra dal 1975 al 2015

artisti ieri e oggidi Mario Cancelli. Maurizio Bottarelli, Sergio Cara, Bruno de Angelis, Daniele degli Angeli, Marcello Landi, Vittorio Mascalchi, Gabriele Partisani, Giovanni Pintori, Roberto Rizzoli, Vincenzo Satta, Severino Storti Gajani, Giorgio Zucchini.

Un'opera di Sergio Cara
Un'opera di Sergio Cara

Cominciamo con i loro nomi. Un po’ come nel libro dell’Esodo o nei Guermantes di Proust. Più che per obbedienza alle sacre regole del giornalismo, per evitare quell’effetto di sospensione che spesso ci trasmettono i non meno sacri testi critici. Prima il “Chi”.

mostra5Li potete incontrare, questi artisti che qualificarono la vita culturale di Bologna in quegli anni, come ben testimoniato dal catalogo “PITTURA MUSEO CITTÀ una mostra dal 1975 al 2015”, curato da Sandro Malossini e Paolo Conti, nei bellissimi spazi espositivi della Galleria Civica d’Arte Contemporanea di Viadana.

Rosso - Giorgio Zucchini
Rosso - Giorgio Zucchini

La mostra riunisce, infatti - “ricorda” pare limitativo - le vicende di alcuni giovani pittori i quali, appena diplomati nella maggior parte di loro all’Accademia delle belle Arti, altri già docenti, operarono nella città suscitando interesse proprio per il gusto appassionato della pratica del fare artistico che in quei giorni veniva messa in discussione da più aggressive e totalizzanti istanze.

Londra - Maurizio Bottarelli
Londra - Maurizio Bottarelli

Probabilmente ignorati dagli improvvisati Comitati di salute pubblica, mentre fuori dei muri del Palazzo Bentivoglio - ricorda uno di loro, Bruno de Angelis - s’alzava la cortina dei lacrimogeni e delle molotov, reduci già a vent’anni per questa loro difesa dell’arte, consapevoli di essere oramai i soli rappresentanti di sé medesimi dinanzi al tribunale dell’io (più che della storia), essi congiunsero in continui confronti con i maestri - tra i quali è giusto ricordare anche i critici Giovanni Maria Accame e Pier Giovanni Castagnoli - la febbrile attività creativa ed intense riflessioni sulla propria prassi. Si trovavano tra l’incudine di un mondo dell’arte in rapido cambiamento, che consumava ciò che era appena stato confermato e il martello dei sommari negazionismi.

Un'opera di Bruno De Angelis
Un'opera di Bruno De Angelis

Quegli anni culminarono in una mostra alla Galleria d’Arte Moderna di Bologna e nell’apertura degli studi personali, secondo un’idea di aprire l’arte alla città, che avrà successo ai nostri giorni. Da qui il titolo dell’iniziativa e del catalogo: “PITTURA MUSEO CITTÀ una situazione a Bologna”.

Senza titolo - conchiglia - Roberto Rizzoli
Senza titolo - conchiglia - Roberto Rizzoli

Non “il Palazzo” (del potere), come si dirà poi, ma un palazzo fu all’origine di questi sentieri, che oggi appaiono a volte interrotti, ma ricchi di intuizioni ancora feconde; quel Palazzo Bentivoglio che meriterebbe la penna di Bassani, eretto nel Cinquecento da un ramo collaterale della famiglia che aveva dominato Bologna, come tributo all’antico splendore del primigenio palazzo Bentivoglio, distrutto a furor di popolo.

Piccola sindone Gabriele Partisani
Piccola sindone Gabriele Partisani

La bellezza della loro storia è non solo nell’attenzione e nelle cure dei critici che operavano all’epoca - il gradevole e duttile catalogo riporta testi di Accame, Castagnoli, Trento, Cerritelli, Guberti,- quanto nella prudenza e nella quasi paterna pazienza degli stessi, che dimostravano di aver afferrato pienamente la situazione di questi artisti, loro amici e compagni, per nulla “situazionisti”. Non avevano fra le mani le pretese di un gruppo, capace di manifesti e di dottrinarie premesse e promesse, ma personalità che le foto d’epoca ci restituiscono sorridenti, fiduciose pur fra tante incertezze, di poter conseguire una meta che l’occasione di Viadana sottrae alla polvere del tempo.

Acrilico su tela - Daniele Degli Angeli
Acrilico su tela - Daniele Degli Angeli

Senza strafottenza, senza obiezione, con rispetto. Cosa c’è di più politico del proprio desiderio che non vive se non in rapporto con l’altro, del proprio impegno a trarre qualcosa da insegnamenti, stili, messaggi, tendenze? Non vediamo nulla di provinciale o di esasperatamente acceso infatti nei loro esiti: tecniche e linguaggi maturi, abilità e giovanile volontà di tentare e provocare le acquisite eredità linguistiche, quasi inesistenti i narcisismi di chi possiede oramai strumenti e li vuole ostentare.

Si resta ammirati davanti alle fredde ma liriche geometrie di Sergio Cara, di perfetta e misurata eleganza, ai cartoni tra il pop e il minimalismo di Partisani, già opere “povere” quanto a materiali eppur ricche di vivacità e prontezza. Colpisce la determinazione con la quale Bruno de Angelis conduce il suo impeto informale nelle parietali dimensioni di una superficie che, senza nulla invidiare a quelle dei canvas dell’Action painting, orchestra musicalmente neri e grigi, secondo partiture che costeggiano il minimalismo, restando ancorate a spazi, percezioni: luoghi non emotivi, ma trasposizioni della memoria e della psiche. Ai seriali ritmi astratti di Storti Gajani, pastellati, esito di grigi nebbiosi e azzurrini, che fanno pensare ancora agli ultimi naturalismi di cui parlava Arcangeli. Si va dalle textures sapienti di Landi a quelle espressionistiche e seducenti, capaci di confessione di Pintori, tentate da inserzioni alla Rauschenberg.

mostra2Tutto dice della qualità e della durezza della partita: non solo tra vecchio e nuovo, ma soprattutto tra una forma spiritualistica, non inclusiva dell’io e il tentativo di difesa dell’io stesso.

Un 'altra oepra di Zucchini
Un 'altra opera di Zucchini

Alcuni, infatti, cercano ancora la favola, il mito, il racconto, come Daniele degli Angeli, ma si tratta sempre di fedeltà senza malizia al proprio immaginario, altri, come Giorgio Zucchini, guardano con ironia, leggerezza e piacevolezza a magisteri celebri; altri infine presentano l’invasione tecnologica e cercano un equilibrio tra realtà, assicurata dai media, e poetiche psicologiche, come Roberto Rizzoli.

Tra i più maturi, quanto a età, Mascalchi oppone alberi di minacciosa espressività e rapidità esecutiva alla nuova natura di oggettive e lentissime istantanee di ambienti rurali.

mostra1Nel rigoroso, perfino univoco percorso di Vincenzo Satta, cogliamo appieno, invece, il tentativo di ascesi dell’artista: le sue “macchie” per nulla gestuali sono perfettamente controllate, i suoi calligrammi veleggiano verso una luce non naturalistica, di un’astratta e mentale purezza.

In tali gnostici chiarori si manifesta appieno l’altro polo della dialettica di questi pittori a cui si accennava prima, quello che spiritualisticamente aspira a superamento (o meglio rimozione) dell’io.

MOSTRA%20PITTURA%20MUSEO%20CITTA[1]L’esperimento del Museo Civico di Viadana ha quindi non solo un senso ma anche un risultato proficuo. Anche se le poetiche non sono più quelle, se le strade individuali sono - e in mostra già vediamo traccia e sintomi di queste necessarie aperture - , se qualcuno non è più (Mascalchi, Partisani e il critico d’arte Accame) e di altri, come per Bottarelli, si è nel tempo confermata vitalità e riconoscimento. La cura dimostrata dagli organizzatori ci porta oltre l’esito un semplice recupero, semmai verso la ritrovata consapevolezza che la “ricerca del tempo perduto” è tale solo se è ricerca della “pulsione” instauratasi allora e in fondo da nessuno di loro mai perduta. Non era proprio lei, la “pulsione” dell’io, ciò che si trovarono davanti critici e maestri così attenti a ogni piega e a ogni minima variazione, ciò di fronte a cui essi stessi non sapevano - e fortunatamente - come porsi? La loro prudenza e attenzione continua certamente in questa cura odierna e vale un viaggio sulle rive del Po.

 

Pittura Museo Città - una mostra dal 1975 al 2015
MU.VI Musei Viadana - Galleria Civica d’Arte Contemporanea
14 febbraio 2016 - 11 aprile 2016


La bellezza disarmata, ecco il video

Le armonie giottesche di Marcelo Cesena, l’excursus in millenni di storia ebraica (anche padovana) di Luzzatto Voghera, l’ironia e l’umanità di Farouq, la capacità di valorizzazione e di immedesimazione di don Carrón. Ecco il video della presentazione de “La bellezza disarmata”, l’evento promosso da Comunione e liberazione e dall’Associazione culturale “Antonio Rosmini” in collaborazione con Rizzoli editore, mercoledì 24 febbraio 2016 alle 21.00 al Centro congressi Padova “A. Luciani”.

 

 

Alcuni scatti della serata


Gaitonde a Venezia, le sindoni zen che annullano i confini dell’arte

IMG_6637La retrospettiva del pittore indiano Vasudeo Santu Gaitonde (1924-2001), la più ampia tenutasi in Europa, organizzata dalla Peggy Guggenheim Collection di Venezia, ha permesso una presa d’atto oramai completa della sua attività. Una vicenda più che significativa, sia per la qualità delle opere, sia per i rapporti che essa istituisce con l’arte europea dalla quale dipende fin dagli inizi e per il percorso finale, vera e propria anabasi o ritorno alle sorgenti della cultura orientale. Anabasi che nel suo compiersi recupera sì modelli perduti in un’epoca nella quale l’arte indiana tentava in ogni modo di inseguire e collimare con l’offerta occidentale, ma che non per questo sacrifica quanto acquisito.

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Il nostro critico Mario Cancelli alla mostra su Gaitonde

Un’operazione quindi che, assieme agli eccelsi esiti pittorici, fra i più alti di questa stagione in cui in Occidente si maturano soluzioni sofferte ma ineludibili (spesso vissute con entusiasmo e radicalità, si pensi al gruppo Gutaj in Giappone, legato all’espressionismo astratto americano) provoca entrambe le fonti proprio nell’evitare equivoci sincretismi. Quasi una sfida, a viso aperto, quella operata da Gaitonde, a entrambe le tradizioni, vissute e amate con sincero trasporto, e in grado di istituire un continuo, fertile, quasi implacabile atto di giudizio. Forse come nessun altro esempio fino ad ora conosciuto. Da qui il valore della vicenda di Gaitonde e l’indiscusso merito del Guggenheim e dei curatori, tra cui Sandhini Poddar.

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Klee, Giardino magico
Gaitonde
Un'opera giovanile di Gaitonde

Gli inizi “europei” di Gaitonde, artista schivo e lontano delle accademie, sono legati all’esperienza di Paul Klee. Non poteva essere altrimenti: Klee era uomo altrettanto schivo e dubbioso delle istituzioni accademiche, forse proprio per avervi insegnato. Il Klee che Gaitonde fa suo è il Klee astratto ma anche intimo, che offre un repertorio cospicuo di segni, simboli, soluzioni pittoriche, agiti grazie ad una texture fluttuante che unifica tutti gli eventi: si vedano le sue figure ridotte a schemi infantili e che il pittore indiano assimila con disinvoltura. Un Klee dal linguaggio delicato, che trasporta in un mondo di favola, testi “totali” anche quando in formato miniatura. Un’altra prestigiosa opera di Klee, conservata al Guggenheim, testimonia di un’eredità acquisita : quel “Giardino magico” che unifica favola, ironia, in una dimensione in cui tutto può essere detto, interferendo con firme simboliche, che rompono l’incanto e allo stesso tempo lo ricostituiscono. A parte l’ironia che contrassegna questo periodo dell’artista svizzero, la sua riduzione ad automa dell’umano, Gaitonde fa suo questo sviluppo modernista della pittura, dai molteplici possibili sviluppi.

IMG_6642Il silenzioso Gaitonde. L’arte europea però era iniziata con il gran chiasso delle Demoiselles d’Avignon: la forma classica in pezzi, l’eros che urla provocatoriamente attraverso una negritudo provocante, un cubismo in grado di far detonare l’inconscio e di neutralizzare gli eccessi. Gaitonde, che conosceva tutto ciò, decise poi un ritorno in patria, un nuovo viaggio verso le latitudini di una cultura che poteva offrirgli una soluzione a quell’automatismo che Klee vedeva impadronirsi della civiltà, verso qualcosa che fornisse riparo e dominio sulle schegge.

gaitI suoi simboli divengono quindi simboli con la maiuscola; il silenzio, approdo mistico. La mostra documenta in abbondanza questo tentativo. Si sente dire che i mistici siano tra loro tutti uguali: un luogo comune. Parallelismi con l’arte di Rothko? In realtà il pittore statunitense, in nome di una ecumenicità astratta, fonde i simboli prima ancora della realtà fenomenica, rimane erede del Rinascimento, lontano da questi aut-aut. Certo l’Occidente stesso a più riprese inseguirà la sapienza orientale, ma secondo dinamiche tutte sue. Tobey? Le sue superfici di puntini luminosi potrebbero rappresentare la massima prossimità, ma anche il preludio delle mappe gestuali di Pollock. E Mondrian non vive una sua geometria vivente in una polis che conosce solo atto e profitto?

IMG_6586Gaitonde quindi si trova a includere con un realismo sintetico paesaggi e interni quasi cinematografici, resi da un gesto rapido, moderno - sembrerebbe quasi un action per questo - ma da cui il mistico si trattiene e ci trattiene e che pervade di una malinconia quasi leonardesca. Tra noi e la realtà si eleva una barriera, la linea orizzontale che evoca la Perfezione, l’Ideale nascosto come termine di ogni moto.

Franz Kline Painintg n. 7
Franz Kline, Painting n. 7
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Un'opera di Gaitonde esposta a Venezia

Forse la distanza con l’Occidente è più testata che resa bandiera. Al “tutto è superficie” di Andy Warhol, Gaitonde oppone un “tutto è profondità, silenzio”. La linea di confine resta sottile ma obbligata: lo dimostrano le opere calligrafiche e il recupero della grammatica zen. L’esigenza era la medesima degli espressionisti astratti, ma anche se Kline utilizzò i segni calligrafici come supporto, il suo gesto si appropria del segno e i neri calano come architravi di un pensiero che è tutto dell’io. Al contrario Gaitonde sembra presupporre un codice preventivo, una sintassi nella quale, per ottenere la contemplazione, l’io va a scomparire nell’atto stesso della nominazione.

Non che l’Occidente non sia stato tentato da una simile soluzione, come la “catena dei significanti” di Lacan parrebbe dimostrare.

IMG_6653Oriente e Occidente s’incontrano però proprio nella necessità di una critica a questo annullamento: sarà il pensiero freudiano a legiferare dei due “eventi” del pensiero, quei principi di realtà e di piacere uniti nel pensiero del bambino e che l’Oriente tende a scindere. In questo senso andava lo stesso Klee, le sue sagome narrano la scissione, la regressione: favole per adulti di adulti in piena patologia, ma anche favole che riconducono residui della memoria alla storia dell’individuo.

Una scissione che le opere tantriche di Gaitonde vivono con fatica: i suoi teleri oro cupo e rosso indiano, avviano a un distacco e a un’immediatezza che annullano i confini dell’arte. Queste sindoni zen conducono alle energie dell’universo, sì ma per la via della sfiducia nell’atto intellettivo. Eros e pensiero separati in casa (nel corpo): non furono questi gl’inizi dell’avventura di Gaitonde. Solitaria ma capace di “prendere”.

 

V.S. GAITONDE. Pittura come processo, pittura come vita

A cura di Sandhini Poddar, curatrice aggiunta, Solomon R. Guggenheim Museum, con Amara Antilla, Assistant Curator, Solomon R. Guggenheim Museum

3 ottobre 2015 - 10 gennaio 2016

The Peggy Guggenheim Collection

www.guggenheim-venice.it

 

(Mario Cancelli)


Il video dell'incontro “Il sinodo visto da vicino” con Giacomo Bertolini

IMG_2402A leggere i giornali - quasi tutti - il copione era già scritto. Una lotta senza esclusione di colpi, anche se con modi curiali (ma a volte neanche tanto), tra conservatori e progressisti. Dall’esterno era tutto chiarissimo. E dall’interno? Cosa dice chi il Sinodo dei vescovi sulla famiglia l’ha vissuto dal di dentro, partecipando giorno dopo giorno ai lavori? Di qui il titolo dell’incontro di martedì 10 novembre, nella sala del redentore della parrocchia di Santa Croce: “Il sinodo visto da vicino. La bellezza della famiglia e le sfide del tempo presente”. Promotrice l’Associazione culturale Rosmini, relatore Giacomo Bertolini, docente di Diritto canonico nell’Università di Padova ma soprattutto esperto e coadiutore del Segretario speciale del Sinodo.

Vi proponiamo il video dell’incontro del 10 novembre, realizzato da Emanuele Fornasier.

 

Così Eugenio Andreatta su La Difesa del popolo ha raccontato l’incontro con Giacomo Bertolini.

 

La Difesa del Popolo, domenica 22 novembre 2015, p. 17, Nessun compromesso e Spirito santo all’opera (E. Andreatta)

 

A leggere i giornali - quasi tutti - il copione era chiaro. Una lotta senza esclusione di colpi, anche se con modi curiali (ma a volte neanche tanto), tra conservatori e progressisti. Dall’esterno era tutto chiarissimo. E dall’interno? Cosa dice chi il Sinodo dei vescovi sulla famiglia l’ha vissuto dal di dentro, partecipando giorno dopo giorno ai lavori? Di qui il titolo dell’incontro di martedì 10 novembre, nella sala del redentore della parrocchia di Santa Croce: “Il sinodo visto da vicino. La bellezza della famiglia e le sfide del tempo presente”. Promotrice l’Associazione culturale Rosmini, relatore Giacomo Bertolini, docente di Diritto canonico nell’Università di Padova ma soprattutto esperto e coadiutore del Segretario speciale del Sinodo. Ecco alcune parole che mi hanno colpito di questo incontro.

Adolescenza. Bertolini citava un intervento di un padre al secondo o terzo giorno di assemblea. «Dobbiamo passare da una Chiesa di adolescenti che vuole vedere puniti i suoi figli che sbagliano a una Chiesa di padri e madri, che con maturità guardano ai loro figli», cercando di ottenere il meglio da loro. Non una “performance” perfetta, ma ciò che concretamente in quel momento riescono a dare.

Sfide. Un termine che non tramonta mai nell’ecclesialese, ma non al Sinodo. «Togliamolo, sa troppo da contrapposizione», ha proposto un Padre sinodale, meglio parlare di problemi gravi. Nella relazione finale è stato usato con parsimonia, il paragrafo 25 (“alcune sfide”). parla della poligamia e dei matrimoni combinati.

Bellezza. «Tutta la seconda parte della relazione finale è un’esaltazione della bellezza dell’esperienza famigliare, in questo i padri sono stati assolutamente concordi», con un linguaggio anche in vari punti più fresco e nuovo.

Divorziati. La spinosa questione dell’accesso ai sacramenti dei divorziati non ha visto prevalere né le posizioni oggettiviste più conservatrici, né coloro che si battevano per un’ammissione automatica o quasi. «Si è scelta una via di approfondimento morale», ha detto Bertolini, «di ascolto delle situazioni reali». E quindi di…

…discernimento. Forse il termine che meglio ha contraddistinto il Sinodo. No alle scorciatoie, le situazioni sono diverse caso per caso, bisogna avere la pazienza di accompagnare le persone aiutandole a renderle consapevoli della propria storia.

Gesuita. Un papa tifoso, sbilanciato in senso aperturista? In realtà papa Francesco, che per un mese ha fatto la vita del padre sinodale – dall’ascolto in aula alla fila alla macchinetta del caffè – ha avuto un sommo rispetto del dialogo in aula, non lasciando mai trapelare, neanche da un’espressione del viso, il suo parere sul dibattito in corso.

Compromesso. Questo invece al Sinodo non c’è proprio stato. «Non si è trattato di un accomodamento tra diverse fazioni, l’impressione è che invece l’’intero Sinodo», dimostrando un’unità su cui pochi avrebbero scommesso, «abbia fatto un passo di maturità, su cui hanno concordato tutti, anche i circuli più sbilanciati in un senso o nell’altro».

Questioni aperte. Non poche, Bertolini stesso ne ha indicate varie. Una tra tutte: se l’Eucaristia è il corpo di Cristo, la Chiesa non lo è da meno. Come si può rifiutare il sacramento a delle persone, che pur in una situazione oggettivamente irregolare, sono incorporate in Lui? Il Sinodo non ha risposto. Ma c’è una saggezza anche nel lasciare aperte le questioni a cui non si è ancora pronti a rispondere.

Spirito Santo. Alla fine, il suo intervento si è visto. «Nonostante i modi con cui è stato presentato, per me il Sinodo è stato la possibilità di fare una vera esperienza ecclesiale, di vedere lo Spirito Santo all’opera».


Il Sinodo visto da vicino. Incontro il 10 novembre a Padova

image[1]«Mentre seguivo i lavori del Sinodo, mi sono chiesto: che cosa significherà per la Chiesa concludere questo Sinodo dedicato alla famiglia?» A porsi questa domanda è stato papa Francesco lo scorso 24 ottobre, nello straordinario discorso conclusivo dei lavori della XIV assemblea generale ordinaria del Sinodo dei vescovi.

Un discorso tutto da leggere, per comprendere le novità di un’assemblea che certamente «non ha concluso tutti i temi inerenti la famiglia, ma ha cercato di illuminarli con la luce del Vangelo, della tradizione e della storia bimillenaria della Chiesa, infondendo in essi la gioia della speranza senza cadere nella facile ripetizione di ciò che è indiscutibile o già detto».

Per approfondire i contenuti di questo grande momento di dialogo e di confronto (svolto «purtroppo talvolta con metodi non del tutto benevoli», osserva il papa nel medesimo discorso), l’Associazione culturale Antonio Rosmini propone un incontro

Locandina_Sinodo_Famiglia_rev6Martedì 10 novembre 2015 alle 21.00

nella Sala del Redentore, corso Vittorio Emanuele 174

IL SINODO VISTO DA VICINO
La bellezza della famiglia e le sfide del tempo presente

Relatore

Giacomo BERTOLINI

esperto e coadiutore del Segretario speciale del Sinodo dei vescovi e docente di diritto canonico all’Università di Padova

Introduce

Andrea PIN

docente di Diritto pubblico comparato all’Università di Padova.

Laureato in Giurisprudenza all’Università di Pisa nel 2000, Giacomo Bertolini nel 2002 consegue la “Licentia in Iure Canonico” e l’anno successivo il dottorato all’Angelicum di Roma. Dal 2003/04 al 2006/07 è Professore incaricato di Diritto canonico e di Diritto civile nella stessa università. Nel 2004 consegue l’abilitazione all’esercizio della professione di avvocato presso la Corte di Appello di Genova e dal 2006 è avvocato del Tribunale apostolico della Rota romana. Nello stesso anno l’Università di Urbino gli conferisce il titolo di Dottore di ricerca in Scienze canonistiche. Dal 2005 è ricercatore di Diritto Canonico ed Ecclesiastico assunto in ruolo alla Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Padova. Dall’anno accademico 2007/08 è Professore aggregato di Istituzioni di Diritto Canonico alla Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Udine. Poi dall’anno accademico 2012/2013 è Professore aggregato di Diritto Ecclesiastico alla Scuola giuridica dell’Università di Padova - sede distaccata di Treviso. Ha pubblicato numerosi saggi e articoli. Nell’ottobre 2015 ha partecipato in qualità di esperto e coadiutore del Segretario speciale al Sinodo dei vescovi sulla famiglia.


Una serata per aiutare la ceramista siriana Wafaa Saad

11289806_1827427890816093_1452766640_nSegnaliamo molto volentieri un’iniziativa di alcuni amici romagnoli, una serata benefica a favore di una giovane ceramista siriana, Wafaa Saad. Si svolgerà

mercoledì 10 giugno alle 19.00

al Museo Internazionale delle Ceramiche di Faenza (RA)

viale Baccarini, 19

Il programma prevede un aperitivo siriano, seguirà un’asta con opere di Wafaa Saad e la lotteria con ceramiche donate da artisti faentini. La serata sarà intervallata da degustazioni sonore con TripparDò... Spritz & Music Band.

Wafaa Saad, 34 anni, ceramista in Siria, frequenta con una borsa di studio internazionale il liceo Ballardini a Faenza, esponendo al MIC nel 2006 e ricevendo numerosi premi. Rientra nel suo paese, insegna all’Istituto di Arti Applicate a Damasco continuando a ottenere riconoscimenti nel mondo. Vincitrice nel 2014 del Symposium, prestigioso concorso a invito in Cina. Dall’inizio del conflitto versa in grave difficoltà con il marito e le bambine di 3 e 5 anni. Il ricavato della serata è devoluto a questa ceramista che alcuni di noi hanno conosciuto personalmente e che ha mantenuto un legame con la città di Faenza e la sua cultura.

Biglietti in prevendita: Aperitivo 20 euro Lotteria 30 euro (ad ogni biglietto corrisponde una ceramica donata da artisti faentini)

Info: www.micfaenza.org amichedifaenza@gmail.com Daniela Tedioli 339-6032306 Elena Bentini 338-2329900

 

Si ringraziano: Carla Lega per le opere di Wafaa Saad I ceramisti faentini Leopoldo Giuliani di Novatex, ForD La Greca Mi Grafiche, ForD

 

Scarica l'invito in formato .pdf.

 

Ecco una gallery delle ceramiche messe a disposizione dai maestri ceramisti a favore di Wafaa.


Accompagnare a cogliere il senso e la bellezza della vita

cometaL’appassionata ricerca del significato vero della vita, la passione per il bello e l’aver messo a servizio degli altri il suo “dono creativo”, hanno nel tempo potenziato, rinnovato e profondamente trasformato la vita e il lavoro di Erasmo Figini, stilista e interior designer comasco che si è da sempre distinto per un’innata vocazione alla bellezza, per gli interessi eclettici, per l’attenta scelta dei colori e dei materiali, per l’originalità degli accostamenti, per l’amore e il rispetto della natura e per una curiosità che lo spinge oltre i tradizionali confini professionali. Lo ascolteremo

giovedì 9 aprile alle 21.00
centro parrocchiale San Sebastiano, via Roma - Vigonza

Accompagnare a cogliere il senso e la bellezza della vita

 

figiniIncontro con Erasmo Figini, stilista ed interior designer, fondatore dell’Associazione Cometa di Como

L’incontro è organizzato dalle Scuole Romano Bruni in collaborazione con l’Associazione Genitori Romano Bruni, la Scuola dell’infanzia San Gaetano e l’Istituto superiore di Enogastronomia Dieffe.

Negli ultimi anni l’esperienza di Figini si è straordinariamente arricchita grazie all’apertura all’accoglienza e all’avventura intrapresa con Cometa, una realtà di famiglie impegnate nell’accoglienza, nell’educazione e nella formazione dei giovani.

Tutto di lui ci testimonia come creatività, ideazione e realizzazione si fondono armonicamente e funzionalmente nella continua tensione alla bellezza e nella ricerca di soluzioni capaci di fermare, nel tempo, spazi per interpretare e rispondere alle esigenze più profonde delle persone che li utilizzeranno.

Questo metodo ha potuto esprimere tutta la sua potenzialità all’interno della realtà educativa di Cometa nella quale è sorta la Scuola Oliver Twist, concreta espressione di questo strategico connubio tra creatività e tecnica ed è nata la Contrada degli Artigiani, un’impresa con vocazione educativa dove maestri artigiani e ragazzi realizzano prodotti di eccellenza per l’arredo della casa rilanciando il patrimonio di competenze dell’artigianato comasco.

Cometa (www.puntocometa.org) è una realtà di famiglie impegnate nell’accoglienza, nell’educazione e formazione di bambini e ragazzi e nel sostegno delle loro famiglie. Un luogo in cui i bambini e i ragazzi sono accompagnati alla conoscenza della realtà, sono educati a cogliere il senso e la bellezza della vita nella condivisione della semplice quotidianità e dove le famiglie sono aiutate e sostenute nel loro cammino educativo. Ogni giorno dopo la scuola un centinaio di bambini e ragazzi del territorio trovano in Cometa un’equipe di educatori ed insegnanti; l’aiuto allo studio, le attività espressive, ricreative e sportive sono un’occasione per crescere insieme, in una quotidianità che diventa sfida educativa per tutti.

La Scuola Oliver Twist offre corsi quadriennali di istruzione e formazione professionale (Tessile, Legno e Ristorazione) a studenti tra i 14 e i 18 anni, con un modello dove il lavoro diventa un’opportunità formativa ed educativa. La Scuola sorge nel complesso di Cometa: un luogo, uno spazio fisico, un contesto sociale