L'incontro con la memoria storica. La pittura di Americo Mazzotta

MAZZOTTA CECCARELLI 3di Massimo Borghesi. Pubblichiamo un saggio comparso come presentazione del catalogo  AMERICO MAZZOTTA, “La dimensione della memoria”, in occasione della mostra dal medesimo titolo tenutasi dal 25 agosto all’8 dicembre 2014 presso Castel Sigismondo di Rimini. Vedi il sito internet di Americo Mazzotta (https://americomazzotta.com/)

 

Nelle grandi opere di Americo Mazzotta c’è il respiro della storia. Un respiro contro l’onda, oltre l’onda che trascina l’estetica odierna. L’arte contemporanea non è più capace di epos. L’egemonia delle correnti “astratte”, di quelle espressionistiche e di quelle geometriche, ha determinato, con la loro fuga dallo spazio e dal tempo, un vuoto “narrativo” che segna la produzione artistica degli ultimi 70 anni. E’ nel secondo dopoguerra che l’Occidente, in antitesi al neoclassicismo dei passati regimi nazi-fascisti e  al realismo socialista dei Paesi dell’Est, ha optato, unilateralmente, per l’astrazione, per un’arte aniconica nemica della rappresentazione. Con ciò ha perso, però, il ponte con la storia. Un ponte mantenuto dalle nuove arti- il cinema e la fotografia in primis – nelle quali le immagini (e la musica) assumono, spesso, il valore di testimonianza storica, di documento di denuncia, di grande affresco di un’epoca. Così di fronte ad un’arte astratta che celebra la sua modernità nei salotti o nelle gallerie di Londra e di Manhattan sta l’altra arte moderna, quella del cinema e della fotografia, che prosegue il ruolo storico dell’arte, quello “iconico” legato alla memoria e al tempo. La prima, quella dominata dal primato della pittura, può, tutt’al più, convertirsi nel realismo della Pop Art, non già, però, presumere di tornare alla narrazione.  E’ la tesi di uno dei più illustri critici d’arte, Arthur C. Danto, espressa nei suoi saggi After the End of Art, del 1984, e in After the End of Art. Contemporary Art and the Pale of History del 2008[i]. Per Danto la “fine dell’arte” è la fine di una storia dell’arte che si dispiega nella forma di una narrazione razionale.

La storia dell’arte occidentale si divide in tre  diversi periodi: tradizionale, moderna e contemporanea. L’epoca presente, che chiamo contemporanea in opposizione a quella moderna, non è retta da nessuna grande narrazione. Se pensiamo che  l’arte debba essere sorretta da ossature narrative forti, ebbene esse si sono esaurite con l’arte moderna. L’arte che dobbiamo imparare a comprendere senza l’ausilio di un métarécit è l’arte dopo la fine dell’arte, quella che riflette la nostra epoca.

Una convinzione, questa, a cui Danto è pervenuto dopo lo shock provocato in lui dall’affermarsi della Pop Art negli USA degli anni ’60. Una sorta di nuovo realismo che segnava il declino della corrente astratta. Diverso, però, da quello di Edward Hopper. La Pop Art è l’espressione di un “realismo capitalista”, l’assunzione gloriosa degli oggetti del mercato e della moda idealizzati come feticci. Siamo, con ciò, di fronte alla trasfigurazione del banale[ii]. Come scrive Danto:

La pop art in quanto tale, infine, consiste in quella che descriverei come una trasfigurazione dei simboli della cultura popolare nell’arte alta. […]. La pop art era entusiasmante, perché era trasfigurativa. C’erano tantissimi  fanatici che riservavano a Marilyn Monroe lo stesso trattamento di una stella del teatro o dell’opera. Warhol la trasfigurò in un’icona collocando il suo bel viso su un campo dorato. La pop art in quanto tale fu un traguardo strettamente americano e penso che sia stata la capacità di trasfigurarsi della sua intuizione fondamentale a renderla così sovversiva all’estero. Quello di trasfigurazione è un concetto religioso in cui si indica l’adorazione dell’ordinario, come nel Vangelo secondo Matteo, dove ricorre per la prima volta con il significato di adorare un uomo come dio[iii]

Le osservazioni di Danto consentono di comprendere le ragioni per cui  l’arte contemporanea non è più capace di epos, di métarécit. Stretta nell’antitesi tra astrazione e Pop Art, tra fuga dal mondo e glorificazione del mondo effimero, l’arte non è più capace di rapportarsi al reale, di sublimarlo. Non è né critica, che l’astrazione non è in grado di criticare alcunché, né autentica trasfigurazione. Come a dire che è senza storia.

E’ in questo contesto che va colta l’originalità della produzione artistica di Americo Mazzotta, un pittore di grande talento la cui sensibilità moderna torna a parlare il linguaggio della storia. Come scrive nella nota che accompagna l’esposizione delle  sue opere al Meeting 2014: «Cosa fa un pittore? Prima di tutto un pittore guarda e su quello che vede, con l’arte sua, dà un giudizio umano sulla realtà e il giudizio non può prescindere dalla Memoria e dalla Storia»[iv].  Il pittore non vive isolato, fuori dal mondo, né i suoi interlocutori hanno a che fare solo con le gallerie, le mostre, lo spazio “separato” dell’arte. L’arte vive nel mondo, del mondo, per il mondo.  Il suo orizzonte può essere metastorico solo in quanto è essenzialmente storico. «Così una storia, non come analisi deterministica e giustificativa, ma come sommatoria di coraggiose memorie, costituisce la base e il punto di riferimento necessari ad un’arte che ritrova lo stupore, il senso del rischio e la forza di diventare linguaggio comune nel quale riconoscersi»[v]. Questo “linguaggio comune” è, da un lato,  la meta spezzata dal linguaggio dell’astratto, aristocratico ed incomunicabile, e, dall’altro,   l’esito mistificato del linguaggio consumistico che, nella Pop Art, fa dell’arte un linguaggio commerciale, uno spot pubblicitario. Per Mazzotta «le ipotesi artistiche più in voga in questi ultimi anni si sono dimostrate essenzialmente mute, non parlano; non comunicando che se stesse non riescono a diventare “segno”»[vi].  Procedendo, programmaticamente, per opposizione, o per apologia dell’esistente – il “realismo capitalista” – l’arte non rimanda ad “altro”, perde il rapporto con l’ulteriorità, sprofonda nell’immanenza.

Si è venuta così a creare un’arte estranea, non necessaria, la cui sola qualità permessa e ricercata con volontà suicida è di essere “strana”, “mai vista”, “efficace”, “tecnica”, “razionale”, “economica”. Abbiamo così un’arte che si mostra ora donna barbuta, ora nana, ora giocoliera, ora splendida nel suo immobile estetismo; ma mai umana, mai vitale e sempre decisamente “iconoclasta”: altre volte completamente e certamente mostruosa[vii] .

Nell’itinerario artistico di Mazzotta la scoperta di un “linguaggio comune” ha coinciso con la riscoperta della storia. Non una scoperta “archeologica”, meramente erudita.

Non vedo l’arte come un recupero della memoria storicistica; ciò sarebbe in qualche modo istituzionalizzarla e razionalizzarla e si ricadrebbe in un processo mortale. La memoria non si recupera, la si incontra, la si agisce. […] . Così è accaduto che nel mio peregrinare per le periferie del mondo abbia incontrato isole di umanità, oasi e fortezze che sussistono e che insieme costituiscono la testimonianza che la memoria non si è spenta e il desiderio di bene, di bello e di buono è pur sempre vivo nei popoli. Questo mi è accaduto nella periferia milanese a Redecesio di Segrate, a Oswieçim in Polonia, a Nairobi in Kenya, in Sicilia, a Fermignano di Urbino, all’Antella di Firenze e a Rimini[viii].

Di queste tappe la prima ricordata, quella di Redecesio di Segrate, nel 1983, ha un valore peculiare, fondante un tragitto artistico assolutamente originale. E’ lì in una parete spoglia della chiesa della Madonna del Rosario che Mazzotta stende una pittura murale di 147 mq, in monocromo e sanguigna, dedicato a “La battaglia di Lepanto”. L’evento, che segna l’inizio della devozione alla Madonna del Rosario, è raffigurato in toni altamente drammatici, in una tensione “geometrica” delle figure umane che si assiepano attorno a linee configgenti verso il centro: la croce che sovrasta l’altare. Sorge qui lo “stile” di Mazzotta, quello dei grandi affreschi a contenuto storico, in cui il realismo del disegno dispone la moltitudine dei volti e dei corpi lungo assi longitudinali e trasversali in un movimento scenico che ricorda le salite e le discese del Giudizio Universale, di quello michelangiolesco in primis. Le tonalità cromatiche, la mobilità delle scene, la moltitudine dei personaggi, tutto concorre all’ epos, al quadro drammatico che coinvolge chi guarda, lo rende partecipe di un evento che trova la sua soluzione nel crocifisso che occupa il centro della scena. Il ponte con la storia, intriso di dolore e di mistero, è trovato. Da qui parte il filo rosso che unisce tutte le grandi opere di Mazzotta. Fino al suo capolavoro, la decorazione della nuova chiesa di S. Giuseppe lavoratore ad Auschwitz, nel 1997. Qui la storia diviene cammino di redenzione attraverso il dolore. Ancora una volta, al centro, nelle vetrate absidali, sta il Golgotha, il Mysterium crucis, mentre le 14 finestre laterali rappresentano le stazioni della via crucis. Nell’abside il pittore raffigura il campo di concentramento, un corteo doloroso di ignudi che procedono silenti verso le camere a gas, rappresentazione iperrealistica degli uomini ombra, destinati alla cenere. Ancora una volta colui che guarda è coinvolto nella visione. Mazzotta non dipinge solamente un soggetto dato, lo rivive, lo rende presente. Rievocando i pensieri che hanno preceduto ed accompagnato la sua opera scrive:

Ho scelto due tonalità: la terra rossa di Pozzuoli e l’ocra calda d’Italia. Il tema che mi era suggerito era il PERDONO. Ora che ho terminato l’abside e dopo aver dipinto centonovanta figure su duecento metri quadrati di parete, solo ora, comincio a scoprire il tema che sul finire del 1993 mi era stato affidato … Ricordo di essermi posto la domanda: -che si fa?- Perché uno può solo dire questo. Là è morto tutto. Lo stesso suono della parola Auschwitz sembra ancora uccidere la parola uomo. […]. Questo luogo, Auschwitz, al centro dell’Europa è raccontato, disputato, censurato. […]. Tutto il mondo sa di questo “buco nero” che sembra inghiottire ancora oggi l’illusione di ogni speranza, di ogni bellezza,, perché ad Auschwitz sembra morta la consistenza dell’ethos europeo. Costruire questa chiesa, il porvi mano e farla bella e viva, non un monumento, ma una sede parrocchiale, è stato come accogliere un mandato a ripristinare e a riscoprire il nesso con il destino vero dell’Europa. Sicché i ricordi personali non potevano bastare, né l’impressioni, né lo scandalo che uno prova quando viene a contatto con quella realtà. Così mi sono messo a studiare. Di grande aiuto mi sono stati gli scritti di Francesco Ricci e Stanislaw Grygiel sull’Europa; la conoscenza della vita e delle opere di Massimilano Kolbe, di Edith Stein, di Primo Levi ed altri. […]. E poi le visite al campo. Quelle sempre, a vedere quei volti bellissimi; a scoprire, con stupore, le analogie con i nostri tempi. La sterilizzazione, l’eutanasia, la distruzione delle famiglie. La selezione … La commozione di fronte a quelle facce è stata il primo spunto. Guardandole pensavo a ciò che costituisce la vita di ogni uomo, la sua provenienza, gli affetti, le speranze, le amicizie, il lavoro, gli studi, i desideri che ciascuno porta con sé e costituiscono la nostra identità. Là tutto era reso informe e spariva inghiottito dai forni. Ma le facce sono restate e ti guardano. Non si finirebbe mai di contemplarle, come si fa con le persone care quando ti sono lontane[ix].

La confessione dell’artista è qui importante. Non si può essere “astratti”, né svagati cultori della Pop Art, dopo che si è visto, in fotografia, la galleria dolorosa dei volti di Auschwitz. La memoria, la commozione, il silenzio, rendono impossibile l’abbandono della storia. Qui visi sorridenti o mesti, ignari del destino, non possono essere obliati. L’arte ha un compito al cospetto della storia: trasfigurare non già l’effimero ma ciò che è mortale.  L’arte non è redenzione ma anela alla redenzione. In essa, quando è autentica, brilla un lampo di redenzione. E’ quello che Mazzotta ha intuito, con grande sensibilità e maestria, a partire dal suo grande affresco del 1982 nella chiesa della Madonna del Rosario a Redecesio di Segrate, nei dintorni di Milano.

 

[i] Cfr. C, DANTO, Dopo la fine dell’arte. L’arte contemporanea e il confine della storia, tr. it., Bruno Mondadori, Milano 2008

[ii] Op. cit., p. 133.

[iii] Ibidem.

[iv] A. MAZZOTTA, Ad limen. La dimensione della memoria.

[v] Ibidem

[vi] ibidem

[vii] Ibidem

[viii] Ibidem

[ix] A. MAZZOTTA, La linea e la luce. Progetti bozzetti e disegni di opere realizzate e da realizzare, DGA Editor, Firenze 2005, p. 32.


Borghesi a Radio Vaticana: la lettura della storia di Francesco è drammatica, non buonista

famcristionline_20160704155314737_1824520[1]di Massimo Borghesi. «Perché dovremmo perdonare una persona che ci ha fatto del male? Perché noi per primi siamo stati perdonati, e infinitamente di più. Non c’è nessuno fra noi, qui, che non sia stato perdonato». Sono parole di papa Francesco ad Assisi, durante la meditazione a Santa Maria degli Angeli tenuta giovedì 4 agosto in occasione dell’ottavo centenario del Perdono di Assisi. Da questa frase prende il via l’Edicola di Radio Vaticana di venerdì 5 agosto, in dialogo con Massimo Borghesi.

«Il contributo più grande del cristianesimo è svelenire gli animi e superare i muri di diffidenza tra i popoli», dice il filosofo riprendendo le parole del Papa. «La misericordia su cui insiste papa Francesco non ha nulla che fare con il buonismo, include una precisa e drammatica lettura del mondo contemporaneo. Si innesta piuttosto sulla consapevolezza del primato della grazia che era propria già di Benedetto XVI».

Il Papa secondo Borghesi «offre una mano tesa agli ambiti dell’Islam che desiderano togliersi di dosso la patologia che ha trovato nell’Isis il suo punto di riferimento». Si tratta di una «lotta interna all’Islam e quello del papa è un grande contributo a dissociare l’Islam dall’Isis».

Spesso però sono proprio i cattolici che non comprendono l’atteggiamento di Francesco. Interrogato dal conduttore sul titolo di apertura de Il Foglio di venerdì 5 agosto “Un fronte cattolico contro Francesco”, Borghesi parla di «interpretazione che obbedisce a una logica di scontro di civiltà e di religioni, una posizione miope che fa il gioco dell’Isis», perché anche in questo caso, come spesso accade, gli opposti estremismi si alleano tra loro.

 

L’audio de L’edicola di Radio Vaticana di venerdì 5 agosto 2016.


Papa Francesco e l'Islam

Le critiche al Papa potrebbero favorire chi vuole la guerra

Papa Francesco e l'Islamdi Massimo Borghesi «Il neofondamentalismo cattolico dipende dall’avversario, nell’opposizione. Non si libera cioè del nemico, lo introietta, ne ha bisogno per definire la sua identità». Massimo Borghesi torna con un’intervista a Zenit.org sulle critiche intraecclesiali a papa Francesco per le sue recenti prese di posizione sull’Islam.

 

Le dichiarazioni di Papa Francesco in merito al coinvolgimento dell’Islam negli attentati terroristici e la grande partecipazione degli Imam e dei musulmani alla messa di domenica 31 luglio, sono azioni che non sono piaciute ad una parte del mondo cattolico.

In rete, sui social e sui giornali sono apparsi articoli e post che criticano aspramente il Pontefice e guardano con diffidenza e addirittura ostilità la presenza dei musulmani nelle chiese cattoliche.

Per cercare di capire cosa sta accadendo e quali sono i fondamenti della discussione, ZENIT ha intervistato Massimo Borghesi professore ordinario di Filosofia morale presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Perugia.

Il prof, Borghesi è stato docente di Storia della Filosofia Morale presso la Facoltà di Magistero dell’Università di Lecce. Ha insegnato, Estetica, Etica,Teologia filosofica, presso la Pontificia Università S. Bonaventura in Roma dove è stato, anche direttore della “Cattedra Bonaventuriana”.

Dal 2008 è docente di Filosofia e religione presso la Pontificia Università Urbaniana. È membro del consiglio scientifico e del comitato editoriale di editrici e riviste (Studium, Atlantide, Humanitas, Revista de antropología y cultura cristianas).

Tra i suoi ultimi libri “Critica della teologia politica” (Marietti 2013), “Senza legami. Fede e politica nel mondo liquido. Gli anni di Benedetto XVI” (edizioni Studium 2014), “Luigi Giussani. Conoscenza amorosa ed esperienza del vero. Un itinerario moderno” di Massimo Borghesi, Edizioni di Pagina, Bari, 2015.

Papa Francesco ha detto che è ingiusto dire che l’Islam sia terrorista. Può spiegarci qual è secondo lei il punto di vista del Pontefice?

L’affermazione di papa Francesco mira a deteologizzare il  potenziale conflitto tra due mondi: quello islamico e quello cristiano. A togliere ad esso il crisma religioso per ricondurlo al progetto proprio di ogni teologia politica la quale si serve del nome di Dio per realizzare la città dell’uomo.La gloria di Dio sta al servizio della potenza dell’uomo.  Questo progetto è oggi portato avanti dallo Stato islamico, dall’Isis che bestemmia Dio in nome di Dio. In ciò Francesco ripete la posizione di Giovanni Paolo II il quale, durante la guerra dell’Occidente contro l’Iraq di Saddam Hussein, nel 2004, si oppose fermamente al conflitto e alle ragioni “religiose” accampate, pretestuosamente, dall’Occidente “cristiano”. Deteologizzando il conflitto il Papa toglie all’Isis la sua legittimazione, impedisce la sua identificazione con l’Islam, consente all’Islam più autentico di prendere le distanze da questa metastasi che, al momento, ne sta infettando il corpo. Il Papa offre all’Islam una mano tesa affinchè esso si liberi dai demoni che, dall’interno, lo assalgono. Non dobbiamo infatti dimenticare che le prime vittime dell’Isis sono gli stessi islamici. Al contempo la posizione papale, incentrata sul rapporto tra le religioni, costituisce un contributo fondamentale a ritrovare fiducia, a superare le identità dominate dalla conflittualità, a svelenire un contesto drammatico segnato da una terza guerra mondiale a pezzi. Il Papa non è irenico, buonista, come afferma con miopia la nuova destra cattolica. Ha presente, al contrario, un quadro tragico nel quale la Chiesa, a fronte di poteri che soffiano sul fuoco alimentando scontri e guerre,deve farsi luogo di comunione tra i popoli. Il Dio della misericordia deve opporsi all’immagine ideologica del nuovo dio degli eserciti. Al manicheismo che, ogni volta, torna a dividere il mondo in buoni e cattivi. La prospettiva del Papa è antimanichea e questo provoca la reazione di molti cattolici che, senza accorgersene, professano un’ideologia fondamentalista speculare a quella dell’avversario islamista.

Domenica scorsa in Francia ed in Italia è accaduto qualcosa di incredibile. Imam e musulmani sono andati nelle chiese cattoliche per manifestare la loro solidarietà e lo sdegno per i crimini commessi dai fondamentalisti. Che valutazione può essere data a questa grande novità?

Si tratta, come lei dice, di una grande novità. Mai tanti musulmani sono entrati in chiesa per pregare con i cristiani. Si tratta di un gesto di pace che è un “unicum”, non ha analogie nella storia passata. Da questo punto di vista il martirio di padre Hamel non è stato inutile. Il suo barbaro sacrificio ha scosso le coscienze e provocato ad una risposta nuova, inedita. Una risposta, va detto, non condivisa da tutti i musulmani di Francia e di Italia. Il muro di diffidenze e, in molti casi di ostilità, è duro a cadere. E tuttavia qualcosa è accaduto. Qualcosa che eccede i soliti rituali del dialogo interreligioso. Qui si apre una strada che deve essere percorsa, un cammino segnato dalla conoscenza e dalla fiducia reciproca che, solo, può consentire una reale integrazione dei musulmani in Europa.

Non tutti, anche tra i cattolici, hanno compreso. C’è chi oggi critica i parroci e le chiese che hanno fatto entrare gli islamici in Chiesa. Che ne pensa?

Sotto il pontificato di Francesco si è costituita una nuova destra cattolica che accusa il Papa di essere cedevole sui temi etici, sui valori non negoziabili, sull’opposizione all’Islam. Questo mondo variegato, molto attivo nei blog, vede nell’Isis il vero volto dell’Islam destinato a travolgere le coscienze europee. Quanto più l’Isis compie i suoi efferati attentati sul suolo europeo tanto più i cristiani si chiudono. Si tratta di una reazione comprensibile. Per questo la mano tesa del Papa all’Islam deve essere sostenuta dalle comunità islamiche mediante una ferma dissociazione dalla violenza ed una educazione capillare ad una fede nel Dio misericordioso. Le critiche dei cattolici alla partecipazione dei musulmani alla messa sono, da questo punto di vista, miopi ed ingenerose. Rivelano un radicato tasso di ideologia. Da un lato si invitano i musulmani a dissociarsi dall’Isis; dall’altro li si accusa di opportunismo ed ipocrisia quando vengono in chiesa. Nulla di ciò che fanno è utile. In ciò giocano riflessi antichi, nutriti da una rivalità più che millenaria. Il gesto della preghiera comune nelle chiese di Francia e di Italia ha un valore rivoluzionario.

In termini geopolitici l’alleanza tra Croce e Corano potrebbe essere la strada giusta per evitare la per evitare lo scontro militare e la strumentalizzazione religiosa dei fondamentalisti. Qual è il suo parere in proposito?

Sono pienamente d’accordo. La pace del mondo passa oggi attraverso la critica della teologia politica. La critica della strumentalizzazione della religione al fine di realizzare Stati terreni, califfati, mostri di oppressione aberrante. E’ questa strumentalizzazione, che si estende anche al versante occidentale che diventa teocon ogni volta che appare l’ombra islamista, ciò che legittima, agli occhi dei popoli, la guerra, il conflitto senza soluzione. Gli ultimi papi, da Giovanni Paolo II a Benedetto XVI con il suo discorso di Ratisbona, si sono fermamente opposti all’uso politico-ideologico della religione. Dissociare la religione dalla violenza e collegarla alla ragione e alla misericordia: questo è il contributo cattolico alla pace mondiale.

In curia Vaticana e in alcune diocesi si avvertono alcuni mal di pancia nei confronti di Papa Francesco. Le critiche riguardano due temi specifici, l’Amoris Laetitia e l’apertura nei confronti di immigrati e islamici. Può spiegarci quali sono le ragioni della controversia e quali gli argomentì su cui ci si dibatte? 

E’ un po’ difficile rispondere, in due parole a ciò. Posso solo registrare come dietro ai critici vi sia una posizione subalterna al relativismo etico, dominante nell’Occidente, che si vuole combattere. Il neofondamentalismo cattolico dipende dall’avversario, nell’opposizione. Non si libera cioè del nemico, lo introietta, ne ha bisogno per definire la sua identità. La costruzione identitaria presuppone il conflitto, si ancora alla “purezza” di una dottrina che non ammette eccezioni pratiche, recita nella storia il ruolo della vittima con il tono di chi rimpiange le vittorie di un tempo. La Chiesa torna qui all’orizzonte degli anni ’50: quello che Hans Urs von Balthasar desiderava aprire con il suo libro Abbattere i bastioni. Oggi molti vorrebbero erigere nuovi bastioni, nella dottrina, contro gli immigrati di fede musulmana, ecc  Si tratta di una reazione di difesa fondata sulla paura. L’invito del Papa a superare una Chiesa “autoreferenziale” si colloca a questo livello. La Chiesa non è una fortezza che si chiude, è la “civitas Dei” che vive mescolata al mondo. In partibus infidelium come 100 anni fa sognava il grande poeta Charles Peguy.

 


Islam e Stato islamico, chi vuole scavare un fossato tra papa Francesco e i suoi predecessori?

4RXQGJ386780-12214-kGLF-U10801542500588TsH-1024x576@LaStampa.it[1]di Massimo Borghesi. «Chi vuole scavare un fossato tra il Papa attuale e quelli precedenti è in malafede. La critica della teologia politica, all’uso strumentale di Dio al fine di giustificare la guerra, è il filo rosso che unisce gli ultimi tre papi, il contributo della Chiesa alla pace mondiale». Massimo Borghesi su IlSussidiario.net critica coloro, soprattutto della destra cattolica, per i quali questo Papa è troppo buonista e non comprenderebbe che cosa sia veramente l’Islam.

 

IlSussidiario.net, mercoledì 3 agosto 2016, PAPA E ISLAM/L’ultima “manovra subdola” contro Francesco (Massimo Borghesi) (link http://www.ilsussidiario.net/News/Cronaca/2016/8/3/PAPA-E-ISLAM-L-ultima-manovra-subdola-contro-Francesco/717356/)

 

“Non credo sia giusto identificare l’Islam con la violenza. Non è giusto e non è vero”. È una delle affermazioni dell’intervista a papa Francesco nel volo di ritorno da Cracovia. Collocata nel contesto della feroce esecuzione dell’anziano sacerdote francese di Rouen, la frase assume un significato del tutto particolare. Non compreso, anzi decisamente osteggiato da quei settori del mondo cattolico che, spaventati dalla barbarie degli attentati dell’Isis in Europa, non riesce più a distinguere tra Islam e Stato islamico, tra fede musulmana e violenza. Donde l’accusa al Papa, insistente, ripetuta, spesso volgare, di essere cedevole, vile, buonista. Di non difendere la Chiesa di fronte alla minaccia storica del momento, di proporre ai carnefici un impossibile dialogo pacifico.

Così nei blog della nuova destra cattolica fioriscono le ingiurie, i richiami identitari allo scontro di civiltà, l’odio per il nuovo nemico che non è più alle porte ma dentro la casa europea. Abbandonato l’avversario di ieri - il secolarismo relativista - il neofondamentalismo cattolico si nutre di quello di oggi: l’islamismo radicale tornato attuale dopo quello segnato dall’abbattimento delle Torri gemelle nel settembre 2001. Ogni volta la costruzione dell’identità avviene a partire dalla dialettica amico/nemico. Con ciò, però, la fede viene a patire una riduzione teologico-politica come Carl Schmitt aveva ben compreso.

Non c’è teologia politica se non c’è nemico: questo è il teorema di Schmitt. Un teorema attualissimo che vede settori del cristianesimo contemporaneo ricalcare, nell’opposizione, il fondamentalismo che vuole combattere. Ebbene è questa spirale, che si colloca nel quadro di una terza guerra mondiale a pezzetti, che il Papa vuole superare. Quando Francesco dichiara che l’Islam non può essere identificato con il terrorismo la sua non è un’affermazione ingenua, né tanto meno “buonista”. Il Papa sa bene che l’Isis è un tarlo, una metastasi dell’Islam, e lo dice apertamente. “Sì, possiamo dire che il cosiddetto Isis si presenta come uno Stato islamico e come violento, questo è un soggetto fondamentalista che si chiama Isis. Ma non si può dire, non è vero e non è giusto dire che l’Islam sia terrorista”.

Si tratta di un’affermazione fondamentale che va compresa. Il Papa non vuole regalare l’Islam all’Isis. Vuole impedire, al pari dei settori più intelligenti dell’Islam odierno, che l’Isis possa attribuirsi il vessillo di rappresentanza del mondo musulmano. Da questo punto di vista il fondamentalismo, laico o cristiano, occidentale costituisce il miglior alleato del fondamentalismo islamico, ne legittima la pretesa. Distinguendo l’Isis dall’Islam il Papa toglie questa legittimazione, rifiuta di ridurre la fede musulmana a teologia politica, rende possibile il distacco tra la fede e la sua versione ideologica radicale che, in questo momento, ne usurpa la forma e i contenuti.

Contrariamente a quanto affermano i suoi critici la posizione di Francesco è l’aiuto più grande che la Chiesa può offrire all’Islam non islamista, a tutti coloro che dentro l’Islam non si riconoscono nelle posizioni aberranti dell’Isis. Un aiuto che, certo, richiede di essere sostenuto. Il Papa non può né deve essere lasciato solo. Il mondo islamico ha il dovere di fare pulizia in casa propria, di isolare ed emarginare Daesh e i suoi simpatizzanti, di tagliare i fondi e di fare muro verso quegli Stati - peraltro spesso supportati dall’Occidente - che finanziano il terrorismo islamista.

Detto ciò si precisa la posizione papale. Essa, come bene ha scritto Massimo Franco sul “Corriere della Sera”, si muove tra due sponde. Francesco “è come se nuotasse contro due correnti: quella eversiva che distorce l’immagine dell’Islam riducendolo a ‘religione dei terroristi’; e quella che porta l’Europa verso derive xenofobe e verso un cristianesimo ‘etnico’” (Cattolici e islam, Francesco Papa aperto che naviga contro corrente). Risuona, in questa seconda corrente, il grido “Cristianesimo e Europa” che si affermò, negli anni ‘20-’30 del secolo scorso, in antitesi a Il tramonto dell’Occidente di Oswald Spengler. Una lettura fortemente contestata da Jacques Maritain e da Etienne Gilson, concordi nel ritenere il cristianesimo “cattolico”, cioè universale e non meramente europeo.

Oggi è lo stesso pontefice a essere rimproverato dagli iper-cattolici di non difendere l’Europa, di tacere e di essere silenzioso, di non proferire il nome dell’Islam. Un Papa “Pilato” che non osa parlare. Sono gli stessi, come ha scritto Marco Cobianchi in un ottimo commento nella sua pagina Facebook, che pur difendono a spada tratta i “silenzi di Pio XII” sulla questione ebraica. Silenzi giustificati per non arrecare ulteriori persecuzioni agli ebrei e ai cristiani. Ciò che si perdona a Pio XII non lo si ammette per Francesco.

In realtà, le accuse al Pontefice regnante sono solo un pretesto, l’ennesima giustificazione per attaccare un Papa che non ama le identità in conflitto, ma vuole che i cristiani siano costruttori di ponti. Non per irenismo, come scrivono i critici, ma perché consapevole di un quadro tragico nel quale la funzione della Chiesa può brillare per il suo stato d’eccezione: l’essere il luogo del Dio della misericordia a fronte di un mondo lacerato in cui il nome stesso di Dio è usurpato dal suo Avversario, da colui che è fonte di divisione.

“Ringrazio Dio - ha detto su queste pagine Wael Farouq – perché c’è Papa Francesco. Le parole di Papa Francesco mi hanno fatto sentire ascoltato in quanto essere umano, e ho compreso che per lui la mia stessa presenza come persona è importante. Il Papa è uno che mi guarda e che non mi dimentica. Mentre chi condanna tutti i musulmani in quanto tali compie un atto di violenza contro persone come me che vivono un’esperienza di incontro e amicizia con i cristiani”.

La critica di Francesco alla teologia politica dell’Isis consente di dissociare la religione dalla sua ideologia, offre una sponda all’Islam più autentico, rende possibile un confronto non conflittuale delle religioni. Si colloca appieno nella linea di Giovanni Paolo II, che impedì l’identificazione tra Occidente e cristianesimo durante la guerra contro l’Iraq musulmano, e di Benedetto XVI, il cui discorso di Ratisbona non voleva affilare la spada ma separare nettamente religione e potenza. Si colloca in continuità con l’incontro religioso di Assisi di Giovanni Paolo II, fortemente osteggiato dalla destra cattolica di allora, proseguito poi da Benedetto XVI.

Per questo chi vuole scavare un fossato tra il Papa attuale e quelli precedenti è in malafede. La critica della teologia politica, all’uso strumentale di Dio al fine di giustificare la guerra, è il filo rosso che unisce gli ultimi tre papi, il contributo della Chiesa alla pace mondiale.

 


Guardini, Romano (17.2.1885 bis 1.10.1968) Katholischer Theologe und Religionsphilosoph.

Il realismo cristiano di Romano Guardini

Guardini, Romano (17.2.1885 bis 1.10.1968) Katholischer Theologe und Religionsphilosoph.di Massimo Borghesi. È molto noto che il pensiero di Romano Guardini (Verona 1885 – Monaco di Baviera 1968) è fondamentale per l’evoluzione filosofica e teologica di Joseph Ratzinger. Pochi invece sanno quanto le idee del pensatore italo-tedesco abbiano influenzato Jorge Mario Bergoglio, che nel 1986 trascorse alcuni mesi in Germania, presso la facoltà filosofico-teologica Sankt Georgen di Francoforte, con l’intento di scrivere una tesi di dottorato dedicata proprio a Guardini. Convergenze inaspettate? In questo articolo pubblicato su Terredamerica.com in occasione dell’annuncio da parte dell’Arcidiocesi di Monaco e Frisinga dell’apertura della causa di beatificazione di Guardini, Massimo Borghesi rintraccia le comuni radici guardiniane dei due pontefici: «Qual è dunque, dal punto di vista cristiano, l’elemento di fondo del pensiero guardiniano, quello più attuale che spiega la linea rossa che unisce Ratzinger a Bergoglio? La storicità della fede compresa come risultato dell’“incontro con la realtà”, con la carne di Dio nella carne del mondo».

 

Terredamerica.com, domenica 24 luglio, IL REALISMO CRISTIANO DI GUARDINI. Verso la beatificazione del pensatore italo-tedesco che ha segnato la formazione intellettuale e spirituale sia di Ratzinger che di Bergoglio (M. Borghesi)

 

E’ notizia recente che l’Arcidiocesi di Monaco e Frisinga ha appena aperto la causa di beatificazione di Romano Guardini. L’apertura ufficiale del processo dovrebbe avvenire entro l’anno da parte del cardinal Reinhard Marx. Si tratta di un evento del tutto particolare perché esso suggella, in qualche modo, la continuità ideale che lega, pur nella sensibile diversità degli stili, papa Benedetto a papa Francesco. Guardini è stato, infatti, il pensatore italo-tedesco che ha segnato la formazione intellettuale e spirituale sia di Ratzinger che di Bergoglio. Jorge Mario Bergoglio trascorse alcuni mesi in Germania nel 1986, presso la facoltà filosofico-teologica Sankt Georgen di Francoforte, con l’intento di scrivere una tesi di dottorato dedicata a Guardini. Il progetto fu poi abbandonato, non al punto, però, da essere dimenticato. Bergoglio tornerà a più riprese sul suo lavoro, sulla fondamentale idea guardiniana della vita come opposizione polare che ritroviamo al centro di taluni passaggi fondamentali della Evangelii gaudium. L’ammirazione e la stima che l’attuale pontefice ha sempre nutrito per la testimonianza cristiana e il pensiero di Guardini non sono certo estranei alla decisione presente di aprire il processo di beatificazione. Un regalo di Francesco – forse il più grande – al suo predecessore.

Qual è dunque, dal punto di vista cristiano, l’elemento di fondo del pensiero guardiniano, quello più attuale che spiega la linea rossa che unisce Ratzinger a Bergoglio? La storicità della fede compresa come risultato dell’“incontro con la realtà”, con la carne di Dio nella carne del mondo.

Guardini, nato a Verona il 17 febbraio 1885, ad appena un anno si era trasferito con la sua famiglia in Germania. Qui, divenuto sacerdote nel 1910, era stato chiamato, nel 1924, a insegnare “Filosofia della religione e visione del mondo cattolica” presso L’Università di Berlino, cattedra che verrà soppressa dal regime nazionalsocialista nel 1939. Nel dopoguerra riprenderà l’insegnamento a Tubinga e, successivamente, a Monaco dove si spegnerà il primo ottobre del 1968. Nel contesto del pensiero cristiano Guardini si considerava uno che “cammina solitario” (Einzeganger), un outsider che fuoriusciva dagli schemi di scuola. L’elemento dominante in lui era un’attenzione e una passione per la realtà, per uno sguardo pieno sull’essere. Gli schemi e i concetti venivano dopo; dovevano aiutare ad aprire un varco di luce nel mondo, non a piegarlo violentemente al proprio arbitrio. Se la realtà era compresa e mantenuta nella sua concretezza allora anche la Rivelazione cristiana poteva manifestarsi in tutto il suo spessore. Così come, all’inverso, solo là dove il cristianesimo era reale il mondo poteva essere accolto nella sua totalità, senza censurare nulla. Scriveva nel suo diario: «Nel cristiano ciò che decide tutto, assolutamente tutto, pensiero, azione, essere, è se la realtà di Dio viene sentita. Se Egli sta nell’esistenza come il Reale, come in ultima istanza l’unico Reale. Tutto il resto ne viene determinato; quindi è vivo o solamente pensato, anzi parlato». In un saggio del 1935, Realismo cristiano, Guardini coglieva con straordinaria efficacia questa prospettiva. Due “vie” a Dio venivano qui poste a confronto. La prima, assolutizzando il senso religioso costitutivo di ogni uomo, trascura il mondo, compreso come l’effimero privo di valore, e procede dall’interiorità dello spirito all’Assoluto, al Divino. È la strada delle grandi religioni, della filosofia, della mistica. La strada dell’Oriente e di Buddha. E’ la via dell’idealismo, orientale ed occidentale. Di fronte a questa sta l’altra via, quella realistica descritta nei Vangeli, una via che può sembrare più faticosa perché implica non solo fedeltà al cielo ma anche alla terra. «Là ampiezza filosofica, grandezza ascetica d’intenti, profondità mistica; qui l’oppressione del quotidiano e le accidentalità di quanto appunto va accadendo». La modalità con cui Cristo indica il rapporto dell’uomo con Dio toglie la possibilità di un’«ascesa diretta a Dio, filosofica o ascetica o mistica». Non esiste una «via diretta» a Dio. Qui è affermata una «ineludibile legge della mediazione»: l’uomo «giunge a Dio vero e vivo non direttamente ma solo mediante Cristo». L’uomo, nota Guardini, non vede Dio, ma questo non vedere «non significa solo l’insensìbilità corporea. Dio è “invisibile” anche per il nostro spirito, per il nostro cuore. Non si può cogliere Dio per via diretta, poiché Egli è nascosto». Solo allorché Egli si manifesta, «solo quando Egli mostra il suo volto nella Rivelazione» si rende palese chi è Dio. E, tuttavia, anche di fronte a Cristo non è concesso di andare direttamente a Lui. Dio non vuole perché «non vuole che sia tralasciato il suo mondo». Nel cristianesimo «l’uomo è via a Dio per l’uomo – le persone che gli sono destinate. E come divengono strada per lui? Quando egli è pronto e disponibile a prenderle come sono: nell’amicizia, nel matrimonio, nel lavoro, nella responsabilità, negli incontri dell’esistenza» Nell’ «incontro è la Provvidenza e contiene la destinazione»

Guardini insiste su questo necessario passaggio attraverso la realtà – uomini, cose, destino – come conditio sine qua non per pervenire a Dio. Insiste al punto da dire che se anche «una persona si immergesse nelle parole della Scrittura e vi applicasse ogni sua energia, ma trascurasse I’uomo, che gli è assegnato dal destino, dal dovere, dalla professione come prossimo, non capirebbe l’autorivelazione di Dio. L’uomo non può eludere la realtà e venire a Dio direttamente e privatamente, ma deve percorrere la via che passa per la realtà della creazione. Questo è il realismo cristiano». Esso è determinato dalla «legge del’incarnazione secondo la quale il Dio invisibile e ignoto non ci si manifesta dall’abisso del nostro animo, come esige la mistica assoluta; non attraverso la suprema elevazione del pensiero, come vogliono i filosofi; non nello sforzo dell’aspirazione morale e del distacco dal mondo, come afferma I’ascesi autonoma, ma dal volto dell’uomo e dalla parola di Cristo». È questa una legge fondamentale. «La parola rivelante di Cristo si fa chiara solo quando io accetto il prossimo, e la cosa e il destino. L’esistenza cristiana non è qualcosa di assoluto, in senso filosofico, di distaccato misticamente, di ascetico in termini sistematici ma di storico. Come tale è fondata sull’incarnazione, e quella strettoia, quel vincolamento alla quotidianità che, provenendo dalla filosofia e dalla mistica assoluta, credevamo di sentire nel Nuovo Testamento. E’ appunto I’espressione di ciò che importa».

 


Borghesi: così don Giacomo scoprì sant’Agostino

080415 Berti (14)di Massimo Borghesi. Sabato 25 giugno a Trebisacce, in provincia di Cosenza, il centro culturale “G. Angeloni” di Castrovillari ha proposto “Lo stupore di un incontro”, una conversazione con monsignor Francesco Savino dedicata a don Giacomo Tantardini lettore ed interprete di sant’Agostino. L’incontro è stato arricchito da un contributo in video del filosofo Massimo Borghesi e da uno scritto del direttore delle news di Tv2000 Lucio Brunelli. Vi proponiamo il video dell’intervento in cui Borghesi racconta da testimone oculare come don Giacomo Tantardini all’inizio degli anni Novanta divenne lettore e interprete di sant’Agostino. Una storia appassionante, in cui giocano un ruolo l’allora cardinale Jorge Mario Bergoglio, don Luigi Giussani ...e anche l'Associazione Rosmini.

Il link dell’evento su Facebook https://www.facebook.com/events/263285260728156/

Il contributo di Lucio Brunelli su Terredamerica.com: L’ATTRATTIVA AMOROSA DELLA GRAZIA. Don Tantardini, Bergoglio e Agostino. Storia di incontri imprevisti e di un pensiero “tensionante”

 

Il manifesto dell'incontro dello scorso giugno su don Giacomo Tantardini

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Desideri, figli, gender: un dossier nell’ultimo numero della rivista Studium

simone_de_beauvoir[1]di Massimo Borghesi. Desideri, figli, gender. Temi caldissimi per la cronaca, ma che hanno la loro radice in un preciso filone di pensiero del Novecento, che ha trova la sua legittimazione nella riflessione di Judith Butler. La docente di Berkeley, alla scuola di Michel Foucault radicalizza l’esistenzialismo sartreano di Simone de Beauvoir (nella foto), portando alle estreme conseguenze l’idea che l’esistenza precede l’essenza, che l’uomo possa liberamente dotarsi della natura appagante il suo desiderio. Sono queste alcune considerazioni introduttive di Massimo Borghesi al numero di maggio-giugno 2016 della rivista Studium, dedicato appunto a “Desideri, figli, gender”, con interventi di Adriano Penna e Laura Palazzani oltre che dello stesso Borghesi. Di quest’ultimo pubblichiamo la nota introduttiva.

 

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DESIDERI, FIGLI, GENDER

Studium, maggio giugno 2016

 

Il progresso tecnico nel campo biomedico viene radicalmente modificando le certezze “naturali” che stanno dietro alla coscienza-di-sé nel rapporto con il corpo, alla relazione uomo-donna, al rapporto genitori-figli, al generato divenuto adulto con le modalità della sua generazione. Siamo di fronte ad una vera e propria “rivoluzione antropologica” che vede la dialettica tra un modernismo liberal, individualistico e totalmente ottimistico nel suo assecondare le dinamiche del desiderio, ed una concezione di relazionalità etica che, lucidamente, coglie gli esiti manipolatori dettati dalle nuove forme di signoria-servitù. Quanto agli uni appare “progressivo” risulta agli altri come “reazionario”, forma mentis che obbedisce acriticamente alle leggi di mercato nell’era della globalizzazione. L’intervento destrutturante della tecnica nel campo delle identità sessuali ha trovato la sua legittimazione nella riflessione di Judith Butler. Alla scuola di Michel Foucault, la Butler, docente all’Università di Berkeley, afferma nel suo Gender Trouble (1960) che la distinzione dei sessi non è affatto “naturale” ma obbedisce ad un discorso disciplinario, alla ripetizione di un modello culturale ripetuto in modo reiterativo. La differenza sessuale si risolve in una distinzione “culturale” in modo tale che l’individuo, emancipato dalla natura, può liberamente decidere chi essere: uomo, donna, transgender. Attraverso Foucault e Derrida la Butler radicalizza l’esistenzialismo sartreano di Simone de Beauvoir, l’idea che l’esistenza precede l’essenza, che l’uomo possa liberamente dotarsi della natura appagante il suo desiderio. La legge del desiderio, una legge senza legge, è la stessa che soggiace alla volontà di avere figli attraverso la surrogacy, la madre “in affitto”. La tecnica sopperisce alle deficienze della natura e permette all’io insoddisfatto di mutare sesso, di generare senza generare. Essa, sul terreno di un decostruzionismo filosofico che funziona da giustificazione, assicura all’io l’orgoglio di essere “sovrano”, l’arbitro supremo di voleri arbitrari, non vincolati ad una responsabilità sociale. La società liquida è un mondo di individui che “astraggono”: dal proprio corpo, dal sesso per generare, dalla relazione vissuta madre-figlio nel periodo della vita prenatale. L’io diviene sempre più pneumatico, sciolto dai legami con la carne, con il proprio corpo sessuato. Per il mondo estetico, in cui siamo immersi, si tratta di un risultato paradossale. La tecnica, liberandoci dall’incarnazione, sollecita un’idea transumana di libertà. I saggi che compongono il dossier (Il controverso figlio del desiderio. La de-generazione di Adriano Pessina; Femminismo e utero in affitto. Due anime della sinistra a confronto di Massimo Borghesi; I disturbi della differenziazione sessuale e l’intersessualità: una questione Gender tra teoria e prassi di Laura Palazzani) costituiscono un utile contributo per mettere a fuoco un dibattito in corso.

 


Il “Dio degli eserciti” e il “Papa soldato”

364777_Blair-Bush[1]di Massimo Borghesi. Dopo la pubblicazione del rapporto Chilcot, che inchioda americani e inglesi alle loro responsabilità nella Guerra del Golfo, riproponiamo l’articolo, dimostratosi profetico, di Massimo Borghesi pubblicato tredici anni fa sul mensile internazionale 30Giorni. Borghesi nel 2003 dimostra che già allora era possibile, a chi avesse esaminato il conflitto senza pregiudizi ideologici, intravedere con chiarezza l’esito disastroso dell’azione unilaterale degli alleati angloamericani. Ed evidenzia anche la lungimiranza di Giovanni Paolo II, peraltro messo sotto accusa da cattolici “ultras”. Gli stessi che fino a poche settimane prima lo esaltavano come artefice della caduta dei muri e che d’un tratto si smarcavano dalle parole del Papa per sposare le tesi bellicose di Bush e dei teocon.

 

30Giorni, marzo 2013, Il “Dio degli eserciti” e il “Papa soldato” (M. Borghesi)

Nella successione degli articoli che Ernesto Galli Della Loggia ha dedicato alla questione irachena, sulle colonne del Corriere della Sera, si nota un crescendo di insoddisfazione e di delusione1. Delusione soprattutto verso la Chiesa e il mondo cattolico rispetto ai quali Galli, nel corso degli ultimi anni, ha assunto il ruolo di “pedagogo”, di intellettuale di riferimento nel legittimare l’incontro tra cattolicesimo e liberalismo dopo la fine della Democrazia cristiana. Un ruolo finora coronato da successo che, di fronte all’oltranzismo di Baget Bozzo, lo ha posto come interlocutore ideale di un cattolicesimo nazionale collocato appieno nella sfera occidentale. Nel tentativo di colmare il divario tra élites e popolo, il nuovo liberalismo postdemocristiano è disposto ad accreditare i valori cristiani nel contesto proprio della bioetica, aborto, lotta alla droga, concezione della famiglia e della scuola, e questo in cambio del riconoscimento, da parte cattolica, dell’appartenenza all’Occidente non solo nel suo orizzonte ideale ma, in primis, come sfera geopolitica. Di essa fanno parte gli Usa e Israele verso i quali, indipendentemente dai governi e dalle politiche, è obbligo morale l’adesione senza riserve.
Questa posizione, dopo l’11 settembre e i pericoli rappresentati dall’islamismo radicale, ha ottenuto la sua consacrazione teologica, al punto che nemmeno i continui e reiterati sforzi e pronunciamenti del Papa a favore di una risoluzione pacifica del problema iracheno, sforzi condivisi da tutti i suoi principali collaboratori, riescono, al presente, a persuadere una parte del mondo cattolico. Quel mondo, oltremodo solerte nel richiamare i diritti della vita e della famiglia, si trova oggi a difendere Bush, considerato il miglior interprete del Regno del Bene, contro il Papa; a sfumare la posizione di quest’ultimo considerato al fondo non un “pacifista” ma un “Papa soldato”; a segnare i confini che contrassegnano la “giusta” autonomia del regno di Cesare rispetto a quello di Dio. L’ultramontanismo diviene così la sostanza di una laicità formale per la quale la coscienza cristiana rappresenta la legittimazione morale del potere mondiale.
Ciò non è tuttavia sufficiente a Galli consapevole che proprio la “defezione” papale toglie a questo progetto la sua forza, toglie quella giustificazione morale di cui l’amministrazione Bush ha, in questo momento, fortemente bisogno. L’Occidente di Galli non è l’Europa più l’America ma l’Europa come l’America. Un’Europa, tuttavia, che al momento non è in grado di competere con la potenza politica, economica, militare e ideologico-religiosa degli Usa. Il vecchio continente, scrive nel suo articolo del 23 febbraio (Europa e America. Il grande freddo), patisce la dissoluzione della sovranità statale a seguito di due guerre mondiali.
Dopo il 1945 l’Europa ha visto l’avvento al potere delle culture socialdemocratiche e cristiane estranee alla concezione moderna, hobbesiana, della sovranità. «Alimentate dalla catastrofe storica delle statualità europee – al cui senso erano per altro ideologicamente estranee – quelle culture non avevano e non potevano avere nulla a che fare con la dimensione bellica, sicché hanno contribuito a rafforzare ancor più la condizione maggioritaria dello spirito pubblico europeo, il quale di eserciti e di armi non voleva più neppure sentir parlare, vedendovi solo il simbolo della propria rovina». In tal modo, secondo l’autore, «è venuta prendendo forma una diversità rispetto agli Stati Uniti che non potrebbe essere più evidente. Mentre oltreoceano permangono un’idea e un esercizio forti della sovranità statale (la pena di morte ne è la manifestazione più paradigmatica), mentre lì guerra e democrazia, lungi dall’essere considerate degli opposti, sono viste non solo perfettamente compatibili ma, in un certo senso, addirittura complementari, da noi nulla di tutto ciò. Noi europei occidentali, ormai fuggiti disgustati dalla sovranità e dalla guerra, noi ormai riusciamo a pensare il “politico” solo in un’accezione debole, dove esso è sostanzialmente ridotto da un lato alle procedure e dall’altro alla sfera dei diritti (“umani”, individuali e sociali)».
Ciò che Galli vuole è, al contrario, una sovranità forte, una sovranità politico-religiosa in cui il riferimento a Dio è espressione della potenza del corpo sociale e dello Stato. «E poiché tutto si tiene, come stupirsi che nell’Europa odierna dei diritti e della pace anche Dio e il suo nome siano diventati indicibili? Che nel progetto di Costituzione europea entrambi non possano trovare posto, laddove negli Usa invece essi dominano il discorso pubblico? Tutto si tiene, appunto: esiste un legame ancestrale, di ordine psicoculturale, profondissimo, tra la dimensione della violenza e quella del sacro, tra la guerra e Dio, “il Dio degli eserciti” come non a caso lo definiscono ripetutamente i testi più antichi della nostra tradizione religiosa».
Al di là del riferimento all’Antico Testamento, che dimentica volutamente il Nuovo, il liberalismo sostanziale di Galli confluisce qui nella nozione hegeliana di Spirito (Geist) la quale, nella identificazione tra Dio-Stato-popolo, ci riporta agli dèi dei popoli, ad un “paganesimo ebraico-cristiano”. Un paganesimo di cui la posizione ebraico-cristiana costituisce l’ideologia ufficiale contro il nichilismo disgregatore, all’interno, e l’islamismo antioccidentale, all’esterno. Un’ideologia che serve a scaldare e a rinsaldare gli animi nell’ora del pericolo, ad unire l’Europa e l’America contro l’avversario comune, a giustificare e coniugare assieme il “legame ancestrale” tra la violenza e il sacro. Il liberale Galli, in modo simmetrico e speculare all’islamismo radicale, viene a teorizzare una versione messianica dell’Occidente analoga a quella “manichea” – il mondo diviso tra Bene e Male – propugnata dal presidente Bush. Si conferma così la tendenza del tempo che nella generale crisi della sovranità e del simbolismo “laico” usa di quello religioso in una visione apocalittica della storia. Al Dio impotente dei “pacifisti” viene opposto il Dio onnipotente e guerriero, il Dio “irato” espressione di un Occidente messianico che ripristina, con la forza delle armi, l’ordine del mondo.
In questo “scontro di civiltà”, il cui esito paradossale al momento è la divisione tra Usa ed Europa, da un lato, e tra le stesse nazioni europee, dall’altro, ciò che si perde è proprio la Realpolitik auspicata da Galli. Realpolitik non significa l’elogio della forza, ma capacità di promuovere l’ordine limitando per quanto possibile l’uso della forza. Nel caso presente, le ragioni addotte per giustificare l’intervento militare in Iraq , come ha precisato con la consueta lucidità il lungo editoriale della Civiltà Cattolica del 18 gennaio2, non sono cogenti. L’idea di guerra preventiva significa, d’altra parte, il caos internazionale. L’America, afferma Arthur Schlesinger jr, «nel braccio di ferro sull’Iraq ha esercitato ruvide pressioni su tutti spaccando la Nato e la Ue. Infine ha elaborato una dottrina, quella della guerra preventiva, pericolosa per due motivi: che sostituisce l’imperio americano all’ordine basato sulle Nazioni Unite e che offre un pretesto alle altre potenze per fare guerra a chi pare a loro. Noi non ci eravamo mai comportati in questo modo» 3.
Galli tutto questo lo sa. Come lo sanno opinionisti ed intellettuali che non cedono al ricatto dell’occidentalismo. Non si spiegherebbero altrimenti il no alla guerra di persone quali De Bortoli, Romano, Ronchey, fino ad eminenti personalità ebraiche quali Tullia Zevi. Persone non certo sospettabili di antiamericanismo. È delle ragioni di questo no, del no a questa guerra che Galli deve ragionare, guerra che può avere, forse, le sue motivazioni geopolitiche per gli Stati Uniti, niente affatto condivise però da Europa, Russia, Cina, e da tre quarti del mondo. Collocata in questo contesto di Realpolitik, la posizione della Chiesa, lungi dall’essere meramente “spirituale” come vorrebbero i cattolici che scalpitano per l’“ordine” mondiale, incuranti del sangue innocente e delle motivazioni espresse dai cristiani iracheni, assume tutto il suo rilievo. Spirituale certamente lo è, ma in senso concreto, nel tentare in ogni modo di far valere le ragioni della pace sfruttando tutte le possibilità aperte che la congiuntura internazionale mette a disposizione. In questo senso essa non è affatto antioccidentale. Galli giustamente nei suoi articoli mostra come le parole del Pontefice possono trovare eco nel contesto della cristianità, poco o nulla altrove. Un’eco che finora non ha risuonato né per Bush né per Blair né per il cattolico Aznar bensì per milioni di persone che non si riconoscono in questo conflitto.
L’Occidente, quello vero, è infatti potere che diffida del proprio potere. È questa autocoscienza che lo rende unico, una unicità senza messianismi, senza la pretesa di rappresentare il “Dio degli eserciti”, il Dio “irato” cifra del nuovo disordine mondiale.

NOTE
1 E. Galli Della Loggia, Il diapason dei cattolici, in Corriere della Sera, 7 gennaio 2003; La pace ha due volti anche per la Chiesa, in Corriere della Sera, 13 gennaio 2003; Europa e America, il grande freddo in Corriere della Sera, 23 febbraio 2003.
2 No alla guerra “preventiva” contro l’Iraq, in La Civiltà Cattolica, 3662,18 gennaio 2003, pp.107-117.
3 La democrazia si può esportare?, in Sette, settimanale del Corriere della Sera, 9, 27 febbraio 2003, p. 31.

Strage di Dacca

Le parole di papa Francesco sulla strage di Dacca. Radio Vaticana intervista Borghesi

Strage di Daccadi Massimo Borghesi. «Dio converta i cuori dei violenti», ha detto papa Francesco all’Angelus di domenica 3 luglio 2016 in riferimento alle stragi di Dacca e Baghdad. C’è chi sui giornali italiani ha criticato queste sue parole, dicendo che il papa non ha il coraggio di parlare di stragi di cristiani e di fondamentalismo islamico. Le cose stanno proprio così? Radio Vaticana nella rubrica “Edicola” di lunedì 4 luglio ne ha parlato con Massimo Borghesi, affrontando anche altri temi presenti nelle prime pagine di quel giorno, come le accuse di peronismo che alcuni editorialisti rivolgono a papa Bergoglio in riferimento al suo atteggiamento nei confronti dell’attuale governo argentino.

 

Ascolta l’intervista di Massimo Borghesi a Radio Vaticana.

 


Oltrecortina. In libreria il volume di Annalia Guglielmi, memoriale di incontri nell’Europa dell’Est

Oltrecortina-Guglielmi(1)[1]di Massimo Borghesi. Un libro di memorie, “Oltrecortina” di Annalia Guglielmi, nato quasi per caso. Un vero e proprio memoriale degli incontri fatti nell’Europa dell’Est segnata dalla cortina di ferro, nel periodo cruciale 1973-1989. Il risultato è notevole, al punto che non si può non essere grati all’autrice per la sua testimonianza e il suo racconto di quanto, in Occidente, era allora ignoto o pesantemente filtrato. Il libro è particolarmente utile oggi, in un’epoca in cui si rincorre il presente, per fare memoria del passato di un’Europa in cui, come testimonia la cronaca, la tentazione di erigere muri è sempre alta. Il volume si divide in due parti: la prima è il “diario di un viaggio” che attraversa un ventennio e tre grandi Paesi del centro Europa: Ungheria, Polonia, Cecoslovacchia; la seconda, invece, è una vera e propria preziosa “antologia di personaggi”, che l’autrice ha incontrato e intervistato nel corso degli anni. Pubblichiamo l’introduzione di Massimo Borghesi.

 

Oltrecortina
Annalia Guglielmi
Euno Edizioni
p. 272
€ 25.00
ISBN: 9788868590819
Introduzione di Massimo Borghesi - Postfazione di Claudio Saita
http://www.eunoedizioni.it/content/oltrecortina
Un profilo di Annalia Guglielmi.

 

L’introduzione di Massimo Borghesi.

Oltre i muri dell’Europa

 

Un libro di memorie, quello di Annalia Guglielmi, nato quasi per caso. Molti dei capitoli, con il titolo Note di viaggio, sono stati anticipati nel sito www.gariwo.net,  dedicato a “La Foresta dei Giusti”, curato da Gabriele Nissim. Al termine delle Note di viaggio è sorta l’idea del libro, un memoriale degli incontri fatti nell’Europa dell’Est segnata dalla cortina di ferro nel periodo cruciale 1973-1989. Il risultato e notevole, al punto che non possiamo non essere grati all’Autrice per la sua testimonianza e il suo racconto di quanto, in Occidente, era allora ignoto o pesantemente filtrato. Una gratitudine particolare, a più di 25 anni dalla caduta del Muro di Berlino, nel 1989, quando l’oblio per gli avvenimenti e i personaggi di allora è divenuto pressoché totale. Non del tutto, però, come documenta il bel libro di Valentina Parisi dedicato al Samizdat, Il lettore intelligente, edito da Il Mulino. La Guglielmi, da parte sua, dedica il suo lavoro ai giovani di oggi, a coloro che nulla sanno della nuova Europa, dei sacrifici e dei lutti vissuti da uomini che hanno lottato per ottenere la libertà nei Paesi dell’Est. Un’ignoranza letale che, a fronte delle miserie di un’Europa divisa dagli interessi economici, porta oggi al disprezzo delle forme democratiche e al riproporsi di nuovi modelli autoritari. Per questo il libro della Guglielmi non è solamente un testo sul passato. Esso è volto al presente; costituisce un messaggio per l’oggi, per non dimenticare.

Come tale Oltrecortina rientra nella categoria della memorialistica, di chi si è trovato, per caso o per scelta, al centro di eventi che hanno segnato la storia e che, a distanza di anni, avverte l’esigenza che fatti e volti, legati indissolubilmente alla propria persona, non abbiano a scomparire, a sprofondare nell’oblio.

Nel caso della Guglielmi la rischiosa avventura di una universitaria di 20 anni, che da Bologna si trasferisce a Budapest, inizia con l’incontro con don Francesco Ricci (1930-1990), un sacerdote di Forlì, grande tessitore di una trama di relazioni che spaziava dall’Europa dell’Est all’America latina. Don Ricci è un personaggio straordinario, collaboratore della prima ora di don Luigi Giussani nell’esperienza educativa di Gioventù studentesca, è, nel senso migliore del termine, un intellettuale cattolico animato da una fede forte e intensa. A lui si deve, nel 1966, la fondazione di CSEO, Centro Studi Europa Orientale, che dal 1968 diverrà un bollettino mensile cui si affiancherà, nel 1978, anche una casa editrice. CSEO chiuderà i suoi battenti, per problemi di natura finanziaria, nel 1984. I 190 numeri editati, da cui sono tratti molti dei saggi riportati qui nella parte antologica, costituiscono una documentazione unica su quanto è accaduto nell’Est Europa nel ventennio ’70-’80. Molti di questi testi sono stati portati in Italia, nella sede forlivese del mensile, proprio da Annalia Guglielmi. Con coraggio e rischio, nascosti nel bagaglio delle auto, nelle valigie, negli indumenti, per superare le ferree barriere di allora, dominate da mitra spianati e dall’abbaiare dei cani, in un mondo recintato da torrette e da fili spinati. Cosi la prima edizione de Il potere dei senza potere di Václav Havel, riflessione teorica sull’esperienza di Charta ’77, arriverà nascosta dentro una confezione di formaggini. Era il mondo segnato dalla divisione di Yalta. Ḗ quel mondo che don Francesco Ricci vuole idealmente superare. Yalta annullava, agli occhi dell’Est e dell’Ovest, l’Europa centrale, la sradicava dai suoi legami storico ideali. Si trattava di ricreare il “ponte”, di ritrovare i nessi perduti. Non al modo, però, di una prospettiva dominata innanzitutto dall’idea del nemico, come accadeva in pressoché tutti gli organi di informazione di impostazione “occidentale” il cui unico scopo era la lotta al comunismo. In CSEO la critica al marxismo sovietico era indissolubilmente congiunta alla riscoperta di una positività che veniva prima: quella dell’umanità di testimonianze, esistenziali e intellettuali, che avevano da dire qualcosa di inedito all’Occidente. Per don Ricci non si trattava appena di commuovere o di riempire di orrore l’Ovest ma di evidenziare un positivo nell’Est dissidente che poteva cambiare anche l’Europa “libera”. Il sacerdote forlivese partecipava, in tal modo, di quella corrente del pensiero cristiano che vedeva, tra gli altri, la figura di P. Romano Scalfi promotore della rivista “Russia cristiana” che poi diverrà “L’altra Europa”. Una corrente, per la quale valeva il motto “Ex Oriente lux, una speranza che sembrerà avverarsi dopo l’elezione del cardinale polacco Karol Wojtyła al soglio pontificio, nel 1978.

Per Annalia Guglielmi l’avventura dell’Est inizierà, come si è detto, nel 1973. Attraversa, in un ventennio, i tre grandi Paesi del centro Europa: Ungheria, Polonia, Cecoslovacchia. Preziosa la descrizione di Budapest del ’73. Una città colma ancora delle ferite lasciate dall’insurrezione del 1956, contrassegnata dal grigiore degli edifici e della gente. I giovani sono agnostici, dediti all’alcool; il tasso dei suicidi è molto elevato. La situazione ecclesiale viene realisticamente fotografata a partire da un doppio fallimento: quello inaugurato dal duro confronto con lo Stato comunista ad opera del cardinal Mindszenty, che si autoreclude nell’ambasciata americana di Budapest dal 1956 al 1971, e quello dettato dall’approccio troppo morbido e accondiscendente della Ostpolitik vaticana disposta a tutto concedere pur di salvare l’apparato istituzionale della Chiesa. Qui la Guglielmi scopre i membri della comunità “Bukor” (Cespuglio), qui conosce e fa conoscere in Italia la poesia di János Pilinsky, uno dei massimi poeti ungheresi. Nel 1978 l’autrice passa in Polonia dove usufruisce di un incarico di insegnamento presso l’Università cattolica di Lublino. L’attraversamento della frontiera cecoslovacca per arrivare in Polonia evoca i colori cupi di un film. A Varsavia, distrutta nella seconda guerra mondiale, con la piazza centrale fedelmente ricostruita, i negozi sono desolatamente vuoti, le code interminabili, negli autobus l’odore di vodka è insopportabile. Non è facile per una giovane “occidentale” non ancora trentenne adattarsi a questo mondo. Nella vita quotidiana e in Università, a Lublino, deve imparare a diffidare, ad usare un linguaggio cifrato, a dissimulare. Dopo l’89 scoprirà, con dolore, che taluni “amici” di allora erano spie del regime. Conosce i principali protagonisti di quella che sarà poi la primavera polacca segnata da Solidarność. Nei locali del KIK, in via Kopernika a Varsavia, incontra gli intellettuali Tadeusz Mazowiecki, Jacek Kuroń, Bronisław Geremek. La tensione ideale, l’opposizione a un regime di menzogna, viene pagata con restrizioni, preclusione delle carriere accademiche, blocco di ammissione all’università per i propri figli. La galleria degli incontri non si ferma qui. Rilevante è quello con il cardinal Wyszyńsky, il grande defensor fidei della Polonia, il primate che affida la sua nazione alla protezione della Madonna di Częstochowa. A Cracovia, la più bella città polacca risparmiata dalla distruzione della guerra dal governatore tedesco Hans Frank, la Guglielmi conosce il dinamico e giovanile cardinale Wojtyła, il qual nel 1978 diviene Giovanni Paolo II. Ḗ la svolta, l’avvenimento che segna il destino dell’Est Europa. In pochi mesi tutto cambia. Viene meno il tedio e la rassegnazione; tutti ripetono il «Non abbiate paura!», la celebre espressione del discorso di inizio Pontificato. Nasce Solidarność, nel 1980, il sindacato operaio guidato da Lech Wałęsa attorno alla colossale croce negli stabilimenti navali di Danzica. Ancora una volta, documenta la Guglielmi, non e l’odio per il nemico a muovere ma il desiderio di realizzare una posizione nuova, positiva, non violenta. Che fa, comunque, paura a un regime che scricchiola e che sente il fiato sul collo degli altri Paesi dell’URSS intimoriti da quanto accade in Polonia. A fine 1981, il 13 dicembre, viene proclamato lo stato di guerra. I carri armati solcano al mattino le strade ghiacciate, spettrali, deserte.

Il viaggio “Oltrecortina” di Annalia Guglielmi non si chiude sui cingolati. Prosegue nella cupa Cecoslovacchia, il Paese più chiuso del blocco sovietico. Qui, dopo la dura repressione dei moti di Praga, nel 1968, una luce appare con Václav Havel e l’esperienza di Charta ’77, i cui atti verranno pubblicati da CSEO nel secondo volume dei suoi “Outprints”. L’autrice incontra clandestinamente Havel a Praga. Non sarà l’unico meeting praghese. Josef Zvěřina, l’indomito sacerdote internato prima dai tedeschi nel lager e poi dallo Stato comunista nei campi di lavoro, è un altro testimone della verità, membro di Charta ’77, che viene qui ricordato. Così, a più di 25 anni dal crollo del comunismo e dell’URSS, un insieme di personaggi, in parte ripagati dalla storia successiva con importanti ruoli pubblici, ritrovano nelle pagine del volume la loro umanità, lo spessore di allora quando i loro nomi erano noti solo in una piccola cerchia. Non si tratta di microstoria ma di una grande storia, maturata nel silenzio e nelle privazioni, che a un certo momento è stata in grado di diventare Evento. Il memoriale della Guglielmi è, innanzitutto, un omaggio reso a loro, ai nomi noti e a quelli che, non godendo di fama, sono stati però significativi nel restituire ai loro popoli l’onore perduto e alla fede l’attualità di Cristo nella storia, anche in quella più oscura. Il volume è altresì un omaggio a don Francesco Ricci, il grande pontiere nei rapporti tra i cristiani dell’Est, cattolici e ortodossi, e quelli dell’Ovest. Un omaggio che abbraccia anche il lavoro editoriale di CSEO, al punto che risulterebbero auspicabili ricerche e studi in grado di riproporre, dal ricco archivio dell’editrice, documenti e saggi di sicuro interesse così come il volume che presentiamo documenta. Il Centro Studi Europa Orientale ha chiuso la sua attività nel 1984, cinque anni prima della caduta del Muro. Anch’esso, non c’è dubbio, ha contribuito allo sgretolarsi di quella barriera che ha, a lungo, diviso città, popoli, nazioni. Una lezione fondamentale per l’oggi, un tempo in cui l’Europa dimentica del proprio passato, tende a ricreare, sotto mutate spoglie, nuove divisioni.