La bancarotta del sistema

di Massimo Borghesi. Il magazine del Movimento dei Focolari Città Nuova ha pubblicato nel mese di marzo uno speciale curato da Carlo Cefaloni intitolato “Denaro, povertà, futuro. Francesco, l’Economia di Comunione e il capitalismo”. Dalle pagine 20-23 dello speciale vi proponiamo l’intervista a Massimo Borghesi dal titolo “La bancarotta del sistema”.

 

Capitalismo, politica e poteri idolatrici sono i temi comuni nella lettura del nostro tempo operata, in diversi testi, dal filosofo Massimo Borghesi, ordinario di Filosofia morale all’Università di Perugia. Abbiamo cercato di leggere anche con questo pensatore, molto attento all’insegnamento del papa, il discorso rivolto da Francesco all’Economia di Comunione. Siamo davanti ad una critica radicale del liberismo.

Lo scontro non è con il capitalismo rapace a favore di quello compassionevole, ma del sistema in sé che può condurre alla possibile autodistruzione del mondo (cfr Laudato si’). Non è più tempo di terze vie ipotetiche. Di fronte a cosa ci troviamo?

I limiti della globalizzazione neocapitalistica, dominante dagli anni ’80 in avanti, non possono, dopo il fallimento di Lehman Brothers nel 2008 e il rischio di una bancarotta mondiale, essere taciuti. Non si tratta di limiti accidentali ma strutturali. È il modello che va ripensato nel suo insieme. Era la stessa Caritas in veritate che osservava come «l’abbassamento del livello di tutela dei diritti dei lavoratori o la rinuncia a meccanismi di ridistribuzione del reddito per far acquisire al Paese maggiore competitività internazionale impediscono l’affermarsi di uno sviluppo di lunga durata. Vanno, allora, attentamente valutate le conseguenze sulle persone delle tendenze attuali verso un’economia del breve, talvolta brevissimo termine. Ciò richiede una nuova e approfondita riflessione sul senso dell’economia e dei suoi fini, nonché una revisione profonda e lungimirante del modello di sviluppo, per correggerne le disfunzioni e le distorsioni». (Caritas in veritate, p. 32). Secondo Benedetto XVI «dopo il crollo dei sistemi economici e politici dei Paesi comunisti dell’Europa orientale e la fine dei cosiddetti “blocchi contrapposti”, sarebbe stato necessario un complessivo ripensamento dello sviluppo» (Caritas in veritate, p. 23).

Non sembra che tale messaggio sia stato inteso...

Infatti non c’è stato alcun ripensamento. Si è invece imposto, come un dogma, un unico modello di sviluppo che non trovando più avversari – il blocco dell’Est sovietico – non ha più bisogno di legittimarsi mediante il Welfare e la lotta alla povertà. Risparmio ed efficienza diventano valori assoluti favoriti ed imposti dalla rivoluzione elettronica da un lato e dall’apertura ai mercati asiatici dall’altro. Il risultato è la riduzione del lavoro umano, l’aumento sensibile della disoccupazione, di quella giovanile in particolare, il divario impressionante delle retribuzioni tra l’elite e il resto della popolazione, la proletarizzazione della classe media, la diffusione di ampie fasce di nuove povertà, la riduzione drastica dei servizi offerti dallo Stato sociale. Di fronte a questo processo, che eleva la antropologia hobbesiana-darwiniana a paradigma, la denuncia della Evangelii gaudium è diretta. È un «no a un’economia dell’esclusione e della inequità. Questa economia uccide. Non è possibile che non faccia notizia il fatto che muoia assiderato un anziano ridotto a vivere per strada, mentre lo sia il ribasso di due punti in borsa. Questo è esclusione. Non si può più tollerare il fatto che si getti cibo, quando c’è gente che soffre la fame. Questo è inequità. Oggi tutto entra nel gioco della competitività e della legge del più forte, dove il potente mangia il più debole. Come conseguenza di questa situazione, grandi masse di popolazione si vedono escluse ed emarginate: senza lavoro, senza prospettive, senza vie d’uscita. Si considera l’essere umano in se stesso come bene di consumo, che si può usare e poi gettare. Abbiamo dato inizio alla cultura dello “scarto” che, addirittura, viene promossa. Non si tratta più semplicemente del fenomeno dello sfruttamento e dell’oppressione, ma di qualcosa di nuovo: con l’esclusione resta colpita, nella sua stessa radice, l’appartenenza alla società in cui si vive, dal momento che in essa non si sta nei bassifondi, nella periferia, o senza potere, bensì si sta fuori. Gli esclusi non sono “sfruttati” ma rifiuti, “avanzi”» (Evangelii gaudium, p. 53).

Certamente l’accusa diretta di Francesco alla teoria del trickle-down ha generato una decisa opposizione verso il papa...

La teoria della ricaduta favorevole, messa sotto accusa nella Evangelli gaudium, è stata quella che ha subìto più accuse da parte dell’area “liberal”. È la dottrina del trickle-down che è al centro del modello liberista. Come scrive il papa nella sua Lettera: «In questo contesto, alcuni ancora difendono le teorie della “ricaduta favorevole”, che presuppongono che ogni crescita economica, favorita dal libero mercato, riesce a produrre di per sé una maggiore equità e inclusione sociale nel mondo. Questa opinione, che non è mai stata confermata dai fatti, esprime una fiducia grossolana e ingenua nella bontà di coloro che detengono il potere economico e nei meccanismi sacralizzati del sistema economico imperante. Nel frattempo, gli esclusi continuano ad aspettare. Per poter sostenere uno stile di vita che esclude gli altri, o per potersi entusiasmare con questo ideale egoistico, si è sviluppata una globalizzazione dell’indifferenza» (Evangelii gaudium, p.54). Una critica che non è piaciuta a Michael Novak, il teologo del cattocapitalismo Usa, recentemente scomparso.

Qual è l’accusa più ricorrente verso Francesco?

Novak ha criticato Francesco con il rilievo che il papa “argentino”, figlio della terra di Peron e del populismo, non sarebbe in grado di intendere i meccanismi del capitalismo liberale. La critica di Novak, cioè del più illustre catto­capitalista negli Usa, dimostra, nel suo nervosismo, come la Evangelii gaudium abbia colpito nel segno. Al punto che lo stesso pontefice, in una intervista ad Andrea Tornielli per La Stampa, ha tenuto a puntualizzare il punto controverso sollevato da Novak: «Nell’esortazione non c’è nulla che non si ritrovi nella Dottrina sociale della Chiesa. Non ho parlato da un punto di vista tecnico, ho cercato di presentare una fotografia di quanto accade. L’unica citazione specifica è stata per le teorie della “ricaduta favorevole”, secondo le quali ogni crescita economica, favorita dal libero mercato, riesce a produrre di per sé una maggiore equità e inclusione sociale nel mondo. C’era la promessa che quando il bicchiere fosse stato pieno, sarebbe trasbordato e i poveri ne avrebbero beneficiato. Accade invece che quando è colmo, il bicchiere magicamente s’ingrandisce, e così non esce mai niente per i poveri. Questo è stato l’unico riferimento a una teoria specifica. Ripeto, non ho parlato da tecnico, ma secondo la Dottrina sociale della Chiesa. E questo non significa essere marxista» (Mai avere paura della tenerezza, intervista ad A. Tornielli, La Stampa, 15/12/13).

Siamo al paradosso di un papa che deve puntualizzare di non essere comunista...

Infatti è la sua precisazione finale che colpisce. Abituati, dopo l’89, ad una legittimazione, senza se e senza ma, della globalizzazione capitalista, celebrata come “fine della storia” e come panacea di tutti i mali, ogni critica ad essa assume il senso di una posizione cripto-comunista. La Evangelii gaudium rompe il muro dell’omertà e lancia un sasso, potente, nello stagno delle idee. Ci aveva provato anche Benedetto XVI, nella sua Caritas in veritate, una enciclica che conteneva grandi novità, ottimi spunti critici. Rispetto ad essa l’Esortazione apostolica appare più risoluta, prende il toro per le corna e non teme di gridare al mondo i limiti, evidenti dopo la debacle finanziaria del 2008, di un modello economico che, affidato a sé stesso, rischia di travolgere il mondo intero. Limiti strutturali e non periferici.

Di limiti del capitalismo parlano tutti...

Anche Novak concede che i potenziali effetti disumanizzanti del capitalismo possano essere mitigati, ai margini del sistema, dall’attività caritativa ed assistenziale propria del cristianesimo. Non ammette, però, che la carità possa tradursi in politica in modo da affrontare quelle cause “strutturali” che, secondo papa Bergoglio, minano oggi la concordia interna ed esterna dei popoli, la pace. La critica al sistema capitalistico-finanziario impostosi dopo l’89 è una critica ad un sistema “asociale”, fondato sull’esclusione. Esclusione dei senza lavoro, dei giovani, dei poveri, degli invisibili. Esclusione dell’etica e della politica. «Quante parole sono diventate scomode per questo sistema! Dà fastidio che si parli di etica, dà fastidio che si parli di solidarietà mondiale, dà fastidio che si parli di distribuzione dei beni, dà fastidio che si parli di difendere i posti di lavoro, dà fastidio che si parli della dignità dei deboli, dà fastidio che si parli di un Dio che esige un impegno per la giustizia» (Evangelii gaudium, p. 203). Per papa Francesco il punto è chiaro: «Non possiamo più confidare nelle forze cieche e nella mano invisibile del mercato» (E.G. p. 204). Occorre intervenire attivamente per promuovere un’equità che non coincide con la mera crescita economica. «Lungi da me – scrive il papa – il proporre un populismo irresponsabile, ma l’economia non può più ricorrere a rimedi che sono un nuovo veleno, come quando si pretende di aumentare la redditività riducendo il mercato del lavoro e creando in tal modo nuovi esclusi» (Ibidem). La sfera economica non può rivendicare una autonomia assoluta, né, tanto meno, una priorità su quella politica. Occorre un ritorno al primato della politica, tale, però, che essa abbia come orizzonte il bene comune sociale.


L’educazione secondo Francesco: conta la vita, non le formule

di Massimo Borghesi. “Nella formazione siamo abituati alle formule, ai bianchi e ai neri, ma non ai grigi della vita. E ciò che conta è la vita, non le formule. Dobbiamo crescere nel discernimento. La logica del bianco e nero può portare all’astrazione casuistica. Invece il discernimento è andare avanti nel grigio della vita secondo la volontà di Dio”. Papa Francesco ha concesso un’intervista a “Civiltà Cattolica” in occasione del n. 4000. Negli spunti sull’educazione religiosa dei giovani, la sfida della fede oggi.

IlSussidiario.net, 10 febbraio 2017, Papa/ L'educazione secondo Francesco: conta la vita, non le formule (M. Borghesi)  (link http://www.ilsussidiario.net/News/Cronaca/2017/2/10/PAPA-L-educazione-secondo-Francesco-conta-la-vita-non-le-formule/747617/)

L’ultimo numero de La Civiltà Cattolica, il n. 4000, rappresenta un traguardo straordinario della gloriosa rivista dei Gesuiti sorta più di 100 anni fa, il 5 aprile 1850. Il numero speciale, in una sgargiante copertina rossa, pubblica il lungo colloquio di papa Francesco con i superiori degli ordini religiosi trascritto da p. Antonio Spadaro. In anteprima ampi stralci dell’intervista sono stati pubblicati nel Corriere della Sera di ieri. Tra le varie osservazioni de Papa due cose ci colpiscono. Riguardano l’educazione religiosa dei giovani, il loro cammino vocazionale, e la vita di fede in seno agli ordini religiosi.

Riguardo al primo aspetto Francesco torna ad insistere su un tema a lui molto caro: la critica ad una educazione intellettualistica, formale, astratta. L’educazione cristiana è formativa se risponde alle esigenze autentiche della vita, se dà loro soddisfazione, se non comprime l’umano ma lo fa crescere. Ciò è possibile se l’educazione cristiana non si risolve nell’apprendimento di una dottrina, a cui la vita deve adeguarsi, ma diviene un’esperienza capace di riscattare, di giudicare e di valorizzare la totalità del vissuto, senza censurare nulla. Questa prospettiva assume il suo senso critico in relazione ad un tempo, il nostro, che reso fluido dal crollo di tutte le certezze brama, comprensibilmente, punti fermi cadendo però, per questo, in semplificazioni e pretese.

La prima delle quali è credere che la fede rinasca da parole forti, da valori assoluti, da confini netti. Si ripete una situazione analoga a quella degli anni Venti del secolo passato. Vale per essa la lezione di Romano Guardini, il quale di fronte allo slogan di Carl Sonnenschein, assistente spirituale dei giovani nella Berlino degli anni Venti — “Siamo in una città assediata; perciò non ci sono problemi, bensì soltanto parole d’ordine” — osservava: “Questo motto può fare impressione, ma è sbagliato. Non si possono congedare i problemi; chi li avverte, deve applicarvisi, specialmente se è responsabile sul piano intellettuale e spirituale. La prassi autentica, cioè l’agire giusto, deriva dalla verità, e per essa bisogna lottare […] in ogni caso io mi applicavo all’interrogare e non potevo lasciarmi aggiogare alla sua prassi. So che mi ha giudicato in modo molto aspro; mi vedeva come un uomo che suscita inquietudine. In verità temo che fosse proprio così, che egli non sopportasse alcun interrogativo”. In modo analogo il Papa, ripreso spesso perché il suo parlare susciterebbe “inquietudine” e non certezze, afferma:

Nella formazione siamo abituati alle formule, ai bianchi e ai neri, ma non ai grigi della vita. E ciò che conta è la vita, non le formule. Dobbiamo crescere nel discernimento. La logica del bianco e nero può portare all’astrazione casuistica. Invece il discernimento è andare avanti nel grigio della vita secondo la volontà di Dio. E la volontà di Dio si cerca secondo la vera dottrina del Vangelo e non nel fissismo di una dottrina astratta. … La Chiesa deve accompagnare i giovani nel loro cammino verso la maturità, e solo con il discernimento e non con le astrazioni i giovani possono scoprire il loro progetto di vita e vivere una vita davvero aperta a Dio e al mondo… Questo comunque è il punto chiave: il discernimento, che è sempre dinamico, come la vita. Le cose statiche non vanno. Soprattutto con i giovani. Quando io ero giovane, la moda era fare riunioni. Oggi le cose statiche come le riunioni non vanno bene. Si deve lavorare con i giovani facendo cose, lavorando, con le missioni popolari, il lavoro sociale, con l’andare ogni settimana a dar da mangiare ai senzatetto. I giovani trovano il Signore nell’azione. Poi, dopo l’azione si deve fare una riflessione. Ma la riflessione da sola non aiuta: sono idee… solo idee”. 

Il secondo giudizio che merita attenzione è quello della vita negli istituti religiosi. La visione del Papa, qui come sempre, è realistica.

La diminuzione della vita religiosa in Occidente mi preoccupa. Ma mi preoccupa anche un’altra cosa: il sorgere di alcuni nuovi Istituti religiosi che sollevano alcune preoccupazioni. Non dico che non debbano esserci nuovi Istituti religiosi! Assolutamente no. Ma in alcuni casi mi interrogo su che cosa stia accadendo oggi. Alcuni di essi sembrano una grande novità, sembrano esprimere una grande forza apostolica, trascinano tanti e poi… falliscono. A volte si scopre persino che dietro c’erano cose scandalose… Ci sono piccole fondazioni nuove che sono davvero buone e che fanno sul serio. Vedo che dietro queste buone fondazioni ci sono a volte anche gruppi di vescovi che accompagnano e garantiscono la loro crescita. Però ce ne sono altre che nascono non da un carisma dello Spirito Santo, ma da un carisma umano, da una persona carismatica che attira per le sue doti umane di fascinazione. Alcune sono, potrei dire, ‘restaurazioniste’: esse sembrano dare sicurezza e invece danno solo rigidità. Quando mi dicono che c’è una Congregazione che attira tante vocazioni, lo confesso, io mi preoccupo. Lo Spirito non funziona con la logica del successo umano: ha un altro modo. Ma mi dicono: ci sono tanti giovani decisi a tutto, che pregano tanto, che sono fedelissimi. E io mi dico: ‘Benissimo: vedremo se è il Signore!’. Alcuni poi sono pelagiani: vogliono tornare all’ascesi, fanno penitenze, sembrano soldati pronti a tutto per la difesa della fede e di buoni costumi… e poi scoppia lo scandalo del fondatore o della fondatrice… Noi sappiamo, vero?”.

La valutazione, com’era prevedibile, ha suscitato le consuete, malevole critiche dei tradizionalisti che hanno rimproverato Francesco per questa “smobilitazione”, per la sua diffidenza verso gli Istituti che garantiscono vocazioni numerose. Il problema dei critici è che hanno la memoria corta, o, meglio, selettiva. Dimenticano, per esempio, che uno degli ordini religiosi più fiorenti, nella Chiesa cattolica degli anni Novanta-inizi del duemila, furono i Legionari di Cristo fondati da p. Marcial Maciel Degollado. Severi, intransigenti nella custodia della tradizione, i Legionari, che godevano di alte protezioni in Vaticano, erano guidati da un uomo che, come si sarebbe scoperto, era degno di una storia di Dan Brown. Papa Benedetto XVI, che lo priverà di ogni ministero pubblico obbligandolo al silenzio, definirà Maciel “un falso profeta” che ha condotto una vita “al di là di ciò che è morale: un’esistenza avventurosa, sprecata, distorta”.

Si tratta di un esempio clamoroso, che probabilmente non ha precedenti nell’intera storia della Chiesa, ma che fa capire come le preoccupazioni del Papa siano l’esito di un discernimento. La forza dei Legionari, in mezzo ai quali vi erano ottimi sacerdoti, il loro fascino, sorgeva, in larga misura, dalla reazione ad un tempo di incertezze, di relativismo etico. Da qui la massa delle vocazioni, il desiderio di trovare un porto sicuro nel marasma generale.

Una posizione analoga portò, nel caos della Chiesa postconciliare, i seguaci di mons. Lefebvre a distaccarsi da Paolo VI, giudicato incerto, amletico, modernista. Anch’essi bramavano certezze, una tradizione solidificata, una Chiesa chiusa e perimetrata nella sua fortezza. Le situazioni si ripetono nel ritorno di condizioni storiche analoghe. Il mondo cattolico vive oggi, come tutti, la crisi della globalizzazione e il passaggio d’epoca. Il Papa vuole che gli Istituti religiosi siano un luogo di educazione cristiana autentica, che valutino le vocazioni con discernimento, non che ingrossino le proprie fila per il timore di scomparire o, più semplicemente, per prestigio e vanagloria.


Amici di Trump, non di Francesco

di Massimo Borghesi. Cattolici e Trump, gli atteggiamenti sono i più diversi. Il Vaticano, con papa Francesco e il segretario di Stato Pietro Parolin, ha espresso un giudizio di prudente apertura, dichiarando la propria disponibilità alla collaborazione, alcuni settori cattolici invece hanno sposato toto corde le battaglie del presidente americano. Al punto, in alcuni casi estremi, di criticare il papa che nella recente intervista a El Pais, avrebbe a loro dire paragonato Trump nientemeno che a Hitler. La Stampa di venerdì 27 gennaio ha chiesto un commento a Massimo Borghesi.

 

La Stampa, venerdì 27 gennaio 2017, Amici di Trump, non di Francesco (Massimo Borghesi) (link http://bit.ly/2kxntbf)

 

L’intervista rilasciata dal Papa al quotidiano spagnolo El Pais, domenica 22 gennaio, ha suscitato non poche polemiche tra coloro che, affascinati dal nuovo presidente americano, non ricambiano di altrettanto amore papa Francesco.

Nell’intervista il Pontefice esprimeva due diverse valutazioni rispondendo a due distinte domande. Nella prima, rispondendo al quesito sull’attuale inquilino alla Casa bianca, il Papa affermava: «Vedremo che succede. Ma spaventarsi o gioire per ciò che potrebbe succedere credo che significherebbe cadere in una grande imprudenza. Nell’essere profeti o di calamità o di benessere che poi non si verificano, né l’una né l’altro. Si vedrà. Vedremo che fa e allora si valuterà. Sempre il concreto. Il cristianesimo o è concreto, o non è cristianesimo...».

Si tratta di una valutazione realistica che documenta come il Vaticano scelga di stare alla finestra, attendendo, con prudenza, atti e scelte del nuovo presidente prima di dare valutazioni. È nota la distanza che separa Donald Trump da Papa Bergoglio e i due, nei mesi passati, non lo hanno nascosto. Tra i programmi della nuova amministrazione rientrano la lotta ai migranti, la messa in discussione del trattato con l’Iran, la liquidazione della questione palestinese a favore di Israele, punti su cui il Vaticano non può essere d’accordo. Viceversa sul processo di distensione con la Russia di Putin, fortemente compromesso dalla politica di Obama, con le sue ricadute positive per la pacificazione della Siria e la guerra all’Isis, il giudizio della Santa Sede è certamente positivo.

Donde la posizione di realpolitik testimoniata dal Papa. Questa valutazione è stata però «ignorata» dai novelli trumpiani a favore di un’altra, contenuta nell’intervista a El Pais, nella quale il Papa criticava i populismi di ritorno che caratterizzano il momento presente, anche a seguito dei disastri provocati dal processo di globalizzazione. Affermava Francesco: «Le crisi provocano paura, apprensioni. Per me l’esempio più tipico dei populismi nel senso europeo della parola è l’anno 1933 tedesco. Dopo Hindenburg, la crisi del ’30, la Germania strozzata cerca di risollevarsi, cerca la sua identità, cerca un leader, qualcuno che le restituisca l’identità e c’è un ragazzotto che si chiama Adolf Hitler che dice: “Io posso, io posso”. E tutta la Germania vota Hitler. Hitler non ha rubato il potere, è stato votato dal suo popolo, e dopo ha distrutto il suo popolo. Questo è il pericolo. Nei momenti di crisi non funziona il discernimento... Cerchiamo un salvatore che ci restituisca l’identità e ci difendiamo con muri, con fili di ferro, con qualunque cosa, dagli altri popoli che ci potrebbero togliere l’identità. Questo è molto grave. Perciò io sempre cerco di dire: dialogate tra voi, dialogate tra voi».

La seconda risposta era data a una seconda domanda, chiaramente distinta, nell’intervista, da quella concernente il presidente Trump. Ciò non è bastato ai critici di Francesco oltremodo lieti di poter associare populismo-Hitler-Trump come un unico obiettivo, un unico avversario stigmatizzato dal Papa. Un Pontefice imprudente, trascinato dalle sue simpatie «obamiane», si sarebbe lasciato andare a un giudizio grave, anzi gravissimo: Trump eguale al dittatore germanico, carico del sangue della storia. Un’occasione ghiotta, insomma, per gettare fango su Francesco, inadeguato a misurarsi, da Pontefice, con la svolta storica inaugurata dalla Brexit, da Trump, dalla crisi della globalizzazione. Saremmo così di fronte a un pontificato al tramonto, con i suoi sogni buonisti travolti dalla storia.

Di fronte a una tale mistificazione non si può che registrare la crisi profonda di una parte del mondo cattolico che preferisce, ogni volta, i signori del mondo al successore di Pietro. È stato così con Giovanni Paolo II, durante le due guerre contro l’Iraq promosse dai due Bush, padre e figlio, allorché una gran parte dei cattolici si schierò per la guerra americana contro il volere del Papa. È così oggi allorché l’autorità di Donald Trump viene sventolata contro Francesco. I novelli costantiniani sono orfani di uomini forti, dei defensores fidei; amano gli imperatori non il Papa. Sono gli integralisti imperiali, una nuova razza che, ossessionata dal pericolo relativista, vuole la «Verità» sul filo della spada.

Non riescono ad arrivare a un giudizio «laico», a una capacità «critica» di distinguere tra positivo e negativo, alla valutazione realistica di cui parla il Papa.

No, tutto deve essere bianco o nero: Obama pessimo, Trump ottimo, o viceversa. La stessa cosa vale per Putin. Questo manicheismo travolge anche il Papa, il giudizio su di lui. Così gli stessi che non si stancano di criticare Francesco per il suo «populismo» ora non si peritano di usare le sue critiche al populismo come pericolose. Quelle critiche, in realtà, non riguardano una persona ma un fenomeno collettivo che sta prendendo piede ovunque in Occidente. Come in un pendolo, alla oscillazione verso una globalizzazione astratta corrisponde ora quella verso il particolarismo; alla sinistra postmoderna, libertina e neocapitalistica, segue la nuova destra fondata sui timori e il risentimento. Una destra che richiede uomini forti, decisi, capaci di sfidare il politicamente corretto.

Una destra ostile alle idee, ai ragionamenti, che fa leva sugli istinti e usa della dimensione religiosa solo come strumento per confermare identità conflittuali, in lotta tra di loro. Trump è, nel bene e nel male, l’espressione del vento nuovo, dei nuovi poteri che lottano contro un establishment che resiste con forza. In questa lotta tra poteri la Chiesa non è chiamata a prendere parte, a farsi «partito». Deve, piuttosto, chiedere libertà per sé e per tutti, e conservare una libertà di giudizio senza inginocchiarsi ai potenti di turno, nemmeno a quelli più compiacenti. Fa sorridere lo scandalo dei cattolici anti-bergogliani, diventati ora «trumpiani, contro Francesco». Un tempo seguivano Giuliano Ferrara, quando era ancora direttore del Foglio e bacchettava papa Francesco. Ormai non lo leggono più. Se lo avessero letto avrebbero visto che Ferrara già da tempo, e in modo certo più duro del Papa, aveva già criticato la «destra trumpoide». In suo articolo sul Foglio, del 12 novembre 2016, «Mi spiace, ma non capisco certo trumpismo», Ferrara scriveva che: «Tra Scruton e la Trump University o la Trump steaks ci sono differenze incolmabili. (…) Quello tra Trump e Hillary fu scontro tra due relativismi imbarazzanti, due, dico due, perché The Donald si presenta come un cristiano da reality show». Per l’ex Direttore «la destra berlusconide, leghista e un tantino fascista, che ha sempre scambiato la scorrettezza politica con il magna magna delle idee urlate e sbagliate, una destra in cui si riconoscevano molti lettori del Foglio da rintuzzare e educare con amore e comprensione dall’alto, sí, dall’alto di una posizione colta, di ricerca e trasversale, berlusconiana e non berlusconide, conservatrice liberale e non trumpoide, ha tutto il diritto di fare l’ennesima corsa nullista, ma noi che c’entriamo?».

Se Ferrara può permettersi, con la libertà che in certi momenti non gli è mancata, di criticare il nuovo Presidente americano che tanto piace alla destra cattolica anti-papalina, non è questo un segno che dovrebbe far riflettere? Nella sua intervista a El Pais il Papa non ha certo identificato Trump con Hitler. Sarebbe stato un irresponsabile, e per di più ignaro delle ideologie e dei processi storici, se lo avesse fatto. Ha invitato, al contrario, a evitare pregiudizi, a valutare a partire dagli atti concreti e non solo dalle parole pronunciate in campagna elettorale.

Anche da Donald Trump potrebbero venire decisioni apprezzabili e opportune. Si vedrà.


Trump e Hitler: il paragone che non c’è

Vi sembra possibile che un papa paragoni un presidente americano ad Hitler? No, naturalmente. Ma gli ipercritici militanti di papa Francesco non si fermano di fronte a nulla. E così se ieri criticavano il pontefice, accusandolo di essere populista per il suo “peronismo”, ora passano alla sponda opposta criticandolo proprio per aver condannato i populismi. A mettere un po’ di ordine nella vicenda, intervistato da Fabio Colagrande di Radio Vaticana, è Massimo Borghesi.

 

Radio Vaticana, mercoledì gennaio 2016, Trump e Hitler: il paragone che non c’è (link http://it.radiovaticana.va/news/2017/01/25/trump_e_hitler_il_paragone_che_non_c’è/1288236)

Critiche pretestuose

“Mi sembrano critiche del tutto pretestuose quelle rivolte a Papa Francesco, per una sua presunta equiparazione fra Trump ed Hitler, espressa nell’intervista al quotidiano spagnolo El Paìs”. Ad affermarlo è Massimo Borghesi, docente di filosofia morale all’Università di Perugia. “Il Papa, in quell’intervista non ha per nulla voluto identificare il presidente americano con Adolf Hitler, sarebbe stata una follia”. “Fa riflettere, piuttosto, che Francesco, spesso accusato di essere populista, per il suo peronismo, sia ora criticato proprio per aver condannato i populismi”.

Cristianesimo concreto

“Nell’intervista a El Paìs – spiega lo studioso - il Papa ha detto chiaramente che ‘spaventarsi o gioire’ per quello che potrebbe accadere con l’Amministrazione Trump sarebbe una ‘grande imprudenza’. Francesco ha invitato esplicitamente a giudicare il presidente Usa dalle sue azioni politiche, evitando ogni critica o applauso preventivo. Mi pare un atteggiamento estremamente realista, concreto, che corrisponde a un cristianesimo concreto, che o è tale o non è cristianesimo”.

La Santa Sede è alla finestra

“Sono parole in perfetta sintonia con quelle usate tempo fa dal cardinale Parolin, Segretario di Stato vaticano. La Santa Sede sta, per così dire, alla finestra, per valutare le azioni politiche del presidente americano, ma non grida alla catastrofe, come si dovrebbe fare se il tycoon di New York fosse un dittatore sanguinario”.

Su Putin, sintonia fra Santa Sede e Usa?

“Poi è vero che, a mio modesto parere – continua Borghesi - tra il Papa e Trump ci siano molti punti di disaccordo: sulla questione dei migranti; sulla questione palestinese; sull’accordo nucleare con l’Iran. Ma c’è, per fare un esempio, una certa sintonia sul processo di distensione con la Russia di Putin che sarebbe stato gravemente minacciato dalla presidenza di Hillary Clinton. Su quel punto c’è una forte consonanza. Entrambe le parti la considerano una scelta distensiva di realpolitik”.

(Fabio Colagrande)

 


Religione e libertà possono stare insieme?

perugiaPubblichiamo uno scritto di Alessandra Di Pilla, comparso a dicembre 2016 sul sito centriculturali.org, espressione dell’Associazione Italiana Centri Culturali, nella rubrica “La questione” (gli editoriali del sito). L’autrice sintetizza un dibattito sul tema “Religione e libertà” tenuto nei giorni immediatamente precedenti a Perugia con Ambrogio Santambrogio e Massimo Borghesi.

 

Religione e libertà possono stare insieme? Il dramma della ricerca di un senso per la vita, il rischio di un’ipotesi o la scoperta di una strada da percorrere, hanno cittadinanza nella nostra società? Sono una risorsa per tutti o un pericolo per l’esistenza delle differenze? La religiosità potenzia o mortifica la ragione?

Queste domande hanno animato a Perugia un dibattito sul tema “Religione e libertà”, nato dalla collaborazione tra il Centro Culturale Maestà delle Volte e la Fondazione Ranieri di Sorbello e Morlacchi Editore, in occasione della presentazione della rivista “Passaggi. L’Umbria nel futuro” che ha dedicato a tale argomento la Sezione cultura del numero 1.2016. Sono intervenuti il prof. Ambrogio Santambrogio (ordinario di Sociologia generale) e il prof. Massimo Borghesi (ordinario di Filosofia morale), entrambi docenti all’Università di Perugia. A moderare, Antonio Allegra (Passaggi) e Alessandra Di Pilla (Maestà delle Volte).

Il prof. Santambrogio, parlando da laico, ha posto l’accento sulla differenza tra ricerca e possesso. Religione e laicità cercano entrambe una verità, un senso del vivere, ma è necessario che non si relazionino alla verità e al senso in termini di possesso, perché verità e senso non possono essere imposti. La società odierna ha bisogno di una religione e di una laicità non dogmatiche: non della fine della laicità, come vorrebbero i nuovi fondamentalismi religiosi, né della fine della religione, come vorrebbero una concezione radicale della secolarizzazione e un’idea ‘laicista’ della laicità. Il cristianesimo è l’unica religione che ha svincolato la sfera della fede da quella della politica, permettendo in Occidente la nascita dello spazio della laicità. Sarebbe importante considerare la secolarizzazione nelle sue conquiste positive, come la differenziazione e il pluralismo, che non sono affatto scontate e vanno difese. Il pluralismo implica che la religione non scompaia; la differenziazione implica una nozione di sfera pubblica laica, neutra dal punto di vista religioso, basata sui valori dell’individualismo e dell’universalismo, che l’Occidente deve al cristianesimo e poi all’illuminismo e che oggi si esprimono nella concezione dei diritti umani. La laicità non è uno spazio vuoto e ideologicamente neutrale: è popolata di valori e si nutre anch’essa di valori, quelli in particolare dei diritti individuali.

Massimo Borghesi ha offerto un’analisi dell’idea moderna secondo cui la religione è contraria alla libertà. Tale concezione è figlia delle guerre di religione che scuotono l’Europa nel XVI secolo. Esse sorgono perché non è possibile separare il cittadino e il credente: se i diritti religiosi coincidono con i diritti civili, è inevitabile che si vada al conflitto, anche sanguinoso. Ecco che religione e fede si connotano come fattori di divisione, ai quali vengono contrapposti, come fattori di unità, lo Stato e la ragione. Nasce qui l’illuminismo con la sua polemica contro la religione, nasce lo Stato moderno che è contro la Chiesa, nasce il laicismo moderno. In questo senso l’illuminismo è di origine cristiana, è potuto nascere solo nell’ambito della fede cristiana. Borghesi ha ricordato l’acuta valorizzazione dell’illuminismo operata da Joseph Ratzinger: laddove il cristianesimo, contro la sua natura, era diventato tradizione e religione di Stato, l’illuminismo ha avuto il merito di riproporne i valori originali e di ridare voce alla ragione.

Questo illuminismo non è però il laicismo, che ha poi pensato di sostituirsi alla religione ed è diventato esso stesso una religione civile. Le premesse di una fede cristiana che diviene elemento di esclusione, contrapposizione e disgregazione risalgono al periodo di Teodosio, quando il cristianesimo diventa la religione dell’Impero e nasce la teologia politica. Il cristianesimo dei primi secoli non conosce questa posizione. Il principio stesso della libertà religiosa, infatti, nasce con il cristianesimo, che è fondato sul comandamento di un amore che si propone, ma non si impone. Il cristianesimo ha negato da sempre allo Stato il diritto di considerare la religione come una parte dell’ordinamento statale: Gesù davanti a Pilato proclama la fondamentale distinzione dei due regni (“il mio regno non è di questo mondo”).

La critica della teologia politica e, con essa, l’affermazione del principio della libertà religiosa, fondamento di ogni altra libertà, hanno trovato piena valorizzazione nel Concilio Vaticano II. Il Concilio ha ricucito lo strappo con la modernità: non ha tagliato i ponti con la tradizione, ma ha relativizzato una parte di essa e ne ha riattualizza un’altra, più originale, quella dei primi quattro secoli dell’era cristiana, in cui i cristiani hanno chiesto libertà religiosa non solo per se stessi ma per tutti.

Borghesi ha citato in proposito un passo dell’Apologeticum di Tertulliano (circa 197 d.C.): “Sia dunque lecito che uno onori Dio, un altro Giove; uno tenda le mani supplici verso il cielo, un altro verso l’altare della Fede; altri, se voi credete che sia così, vada contando mentre prega le nuvole del cielo, altri le travi del soffitto; altri consacri al proprio Dio la propria anima, altri quella di un caprone. Badate, infatti, che proprio questo non concorra ad accusarvi del delitto di irreligiosità: il sopprimere la libertà di religione e interdire la scelta della divinità, così che non mi sia lecito prestare culto a chi voglio, ma sia costretto a prestarlo a chi non voglio. Nessuno, neppure un uomo, desidera omaggi forzati.”

Questa posizione è il contrario del fondamentalismo (un’adesione al vero senza libertà). Cristo non si impone in nessun modo. L’adesione religiosa non è il possesso della verità. Il dibattito, ricco di consonanze, ha aperto tante domande, e si sarebbe voluto rimanere ancora a lungo a parlare. Tutti desideriamo che la vita personale e sociale sia illuminata da valori; tutti comprendiamo che è un bene poter vivere insieme nelle differenze, rischiando ciascuno la propria ipotesi senza imporla all’altro: allo stesso tempo, è innegabile constatare che nella nostra epoca si è spenta la forza generativa di ogni tradizione e che i valori di umanesimo a cui ci si appella non sono più l’orizzonte in cui viviamo. Sospettiamo dell’altro, è difficile non chiudersi. Non è questione di ottimismo o di pessimismo, ma che nell’uomo del nostro tempo resti desta l’attesa di incontrare una sorgente di misericordia e di felicità da cui lasciarsi amare senza paura.

 

(Alessandra Di Pilla, Perugia)


Ideologia del “misericordismo”? No, giudizio drammatico sul presente

akg1481401di Massimo Borghesi. Dire la misericordia significa dare un giudizio sul nostro tempo. L’esatto contrario dell’“ideologia del misericordismo” di cui è accusato papa Francesco. Anzitutto perché il tema della misericordia è legato a doppia mandata con quello del peccato (nell’immagine, Cristo e l’adultera di Tiziano). E poi perché la visione globale di papa Francesco è tutt’altro che irenistica. Se n’è parlato scorso 22 novembre a Radio Vaticana durante la rassegna stampa del mattino, con Fabio Colagrande in studio a dialogare con il docente di Filosofia morale dell’Università di Perugia Massimo Borghesi.

«Anche a conclusione del Giubileo la porta della misericordia è più che spalancata», spiega Borghesi. E non solo come effetto-scia di un evento che ha portato a Roma oltre 21 milioni di pellegrini, dimostrando che era nel torto chi parlava del Giubileo come di un flop annunciato. Ma piuttosto perché, ha osservato il filosofo, «la misericordia è la modalità con cui la fede si pone oggi, è l’essenza della fede». Un’impostazione che ha un valore dirompente in un panorama in cui la religione si associa troppo spesso alla violenza. Molti, troppi, anche in Occidente intendono Dio come Dio degli eserciti.

«Puntare sulla misericordia invece è il contrario del buonismo», precisa Borghesi, «è l’espressione di un pensiero drammatico sull’era contemporanea com’è quello di papa Francesco. In questo contesto il fatto di dire la misericordia ha un valore dirompente, riformula i connotati di una parola che sembrava consumata e devozionale».

Significativo che nella Misera et Misericordia il papa citi l’adultera, una peccatrice che per la legge ebraica doveva soccombere e invece incontra lo sguardo carico di affetto di Gesù, e poi la donna che lava con le sue lacrime ed asciuga con i suoi capelli i piedi di Gesù ospite nella casa del fariseo. Il papa nel recente libro-intervista con Andrea Tornielli racconta l’esperienza vissuta da lui in prima persona dell’incontro con due prostitute accolte e perdonate. «La misericordia ha senso in relazione al peccato», è il commento di Borghesi. «Oggi siamo talmente immersi nel peccato che non abbiamo più speranza di uscirne. Solo incontrando un affetto gratuito si ha speranza di uscirne».

 

Ascolta la rassegna stampa di Radio Vaticana del 22 novembre con Massimo Borghesi


La prossimità per Papa Francesco indica il modo con cui il cristianesimo si rapporta all’umano

papa-francesco-bambino-21«La prossimità in Francesco non è una categoria vuota, ma la sua concezione precisa di come il cristianesimo si rapporta all’umano. Ha un valore anche fisico: il papa insiste nel guardarsi negli occhi ma anche sul tatto, sull’abbraccio. La ragione deve unirsi al cuore, altrimenti resta ideologia e dottrina astratta».

Affermazioni di Massimo Borghesi, presente a Radio Vaticana il primo dicembre per la quotidiana rassegna stampa, che verteva appunto su papa Francesco uomo del dialogo, e dell’incontro, anche nelle sue dimensioni ecumeniche. «Lo si è visto nell’incontro con i fratelli ortodossi e il patriarca Kirill a Cuba, ha aggiunto un abbraccio atteso mille anni e poi l’incontro in Svezia con i luterani, passo molto significativo. Francesco è l’uomo dei gesti, che anticipa e permette di superare diffidenze e pregiudizi.

C’è poi spazio anche per un approfondimento sul referendum costituzionale del 4 dicembre, a cui si è arrivati, secondo docente di Filosofia morale dell’Università di Perugia, «in un clima caratterizzato da una situazione dialettica, da eccessive semplificazioni, in cui i problemi veri non emergono». Borghesi parla di referendum “divisivo”: «Una costituzione non si sottopone all’approvazione con referendum. Ciò implica che c’è una precedente divisione del Parlamento, profondamente discorde anche sulle scelte essenziali della convivenza civile, il che significa andare contro lo spirito della costituzione e non saper interpretare le esigenze più pressanti del popolo italiano».

Ascolta la Rassegna stampa del 1 dicembre su Radio Vaticana con Massimo Borghesi


Misera et Misericordia, toccare con mano il perdono di Dio

07-la-samaritana-al-pozzo1Dal sito IlSussidiario.net, un commento di Massimo Borghesi sulla Misera et Misericordia, la Lettera apostolica di papa Francesco che chiude l’anno Santo della Misericordia. Ma in realtà il verbo chiudere è inadeguato, perché il papa, annota Borghesi, con la misericordia «indica la strada per la Chiesa di oggi e di domani». Come dimostra l’estensione a tutti il sacerdoti del potere di assolvere da un peccato molto grave quale l’aborto. (Nell’immagine, Maddalena al pozzo, mosaici di Sant’Apollinare Nuovo a Ravenna).

 

martedì 22 novembre, Aborto e misericordia/ Toccare con mano il perdono di Dio (M. Borghesi) (link http://www.ilsussidiario.net/News/Cronaca/2016/11/22/ABORTO-E-MISERICORDIA-Toccare-con-mano-il-perdono-di-Dio/734224/)

 

E’ uscita ieri la Lettera Apostolica Misericordia et misera che papa Francesco ha pubblicato a conclusione del Giubileo. Il titolo, mutuato da sant’Agostino, era stato, in qualche modo, anticipato nell’intervista che Francesco aveva rilasciato ad Andrea Tornielli: Il nome di Dio è Misericordia (Piemme 2016). Il Pontefice affermava allora che “Nel suo Pensiero alla morte il beato Paolo VI rivelava il fondamento della sua vita spirituale, nella sintesi proposta da sant’Agostino: miseria e misericordia” (p. 22). Nella Lettera Apostolica il Papa scrive: “Misericordia et misera sono le due parole che sant’Agostino utilizza per raccontare l’incontro tra Gesù e l’adultera (cfr Gv 8,1-11). Non poteva trovare espressione più bella e coerente di questa per far comprendere il mistero dell’amore di Dio quando viene incontro al peccatore: ‘Rimasero soltanto loro due: la misera e la misericordia’”.

Questo episodio viene affiancato, nella Lettera, ad un altro narrato da Luca, quello della peccatrice che lava con le sue lacrime ed asciuga con i suoi capelli i piedi di Gesù ospite nella casa del fariseo. Due donne, forse ambedue prostitute al pari delle due le cui vicende sono raccontate dal Papa nell’intervista a Tornielli. Due esempi della misericordia di Dio, del perdono e dell’amore di Gesù per i peccatori.

Per Francesco questi esempi mostrano il volto di Dio, il volto che la Chiesa deve guardare oggi più che mai per testimoniarLo in un mondo congelato, dominato da una mentalità tecnico-utilitaristica che non conosce gratuità. Un mondo violento dove l’amore è confuso con l’eros ed il possesso.

Contrariamente a quello che affermano i suoi critici Francesco non è un “buonista”, un ingenuo adulatore del mondo odierno. Al contrario ha una visione drammatica dell’ora presente: quella di un mondo senza legami contrassegnato da una terza guerra mondiale a pezzetti. Personalmente Jorge Mario Bergoglio non si concepisce come “buono” ma come un povero peccatore a cui Dio ha guardato con misericordia. E’ la definizione di sé che ha offerto a Padre Antonio Spadaro nell’intervista per La Civiltà Cattolica. Per questo gli è cara la “Conversione di Matteo” del Caravaggio. Per questo ogni volta che incontra i carcerati si chiede: “Perché non io?”.

Ne Il nome di Dio è Misericordia il Papa afferma: “La centralità della Misericordia, che per me rappresenta il messaggio più importante di Gesù, posso dire che è cresciuta piano piano nella mia vita sacerdotale, come la conseguenza della mia esperienza di confessore, delle tante storie positive e belle che ho conosciuto” (p. 21). Si riferisce, probabilmente, alla sua esperienza maturata nel suo “esilio” di Cordoba, la città argentina in cui ha risieduto dal giugno 1990 al maggio 1992. Qui, privato di ogni incarico, lui che a 36 anni era stato Provinciale dei gesuiti in Argentina, trascorre un periodo di dura prova.

Come narra il suo biografo Austen Ivereigh: “Il suo principale compito quotidiano era quello di confessore. Passava ore e ore ad ascoltare le sofferenze e i sensi di colpa degli studenti e dei professori dell’università, ma anche della gente dei barrios che arrivava nel centro della città perché i preti dei quartieri poveri la domenica erano troppo impegnati a dire messa per ascoltarne le confessioni. Bergoglio non aveva mai dedicato così tanto tempo a farsi strumento e veicolo del perdono e della misericordia. Questo lo ammorbidì, lo tenne vicino al pueblo fiel e lo aiutò a considerare i propri problemi da una prospettiva migliore” (Tempo di Misericordia. Vita di Jorge Mario Bergoglio, Mondadori 2014, pp.239-240).

Bergoglio è divenuto il Papa della misericordia anche perché, in un momento delicato della sua vita, ha vissuto l’esperienza della confessione. Ha toccato con mano come il perdono di Dio fosse in grado di sanare e di risollevare vite calate nella disperazione, chiuse nel proprio male, schiave di un passato che non tramontava.

Questa esperienza fa comprendere la centralità che ha il sacramento del perdono nell’ottica del Pontefice, una centralità che è stata al centro del Giubileo e che ora, con la Lettera Apostolica, prosegue oltre. Per questo uno dei punti cardine della Lettera è l’estensione ai sacerdoti, e non semplicemente al vescovo, del permesso di assolvere coloro che hanno praticato l’aborto, le donne al pari del personale medico coinvolto. “In forza di questa esigenza, perché nessun ostacolo si interponga tra la richiesta di riconciliazione e il perdono di Dio, concedo d’ora innanzi a tutti i sacerdoti - scrive il Papa -, in forza del loro ministero, la facoltà di assolvere quanti hanno procurato peccato di aborto. Quanto avevo concesso limitatamente al periodo giubilare viene ora esteso nel tempo, nonostante qualsiasi cosa in contrario. Vorrei ribadire con tutte le mie forze che l’aborto è un grave peccato, perché pone fine a una vita innocente. Con altrettanta forza, tuttavia, posso e devo affermare che non esiste alcun peccato che la misericordia di Dio non possa raggiungere e distruggere quando trova un cuore pentito che chiede di riconciliarsi con il Padre. Ogni sacerdote, pertanto, si faccia guida, sostegno e conforto nell’accompagnare i penitenti in questo cammino di speciale riconciliazione”.

La dichiarazione della Lettera Apostolica farà discutere. I critici del Papa rilanceranno la loro litania su un Pontefice troppo permissivo, su una Misericordia che trascura la legge, su un perdono che sminuisce il rilievo grave del peccato. In realtà il Papa non ha fatto altro che estendere a tutti il sacerdoti quel potere di assolvere da un peccato grave, quale l’aborto è, un privilegio che il vescovo poteva già accordare a taluni presbiteri. Ora questo privilegio è esteso a tutti. Con ciò non si favorisce il permissivismo - l’aborto, al pari di ogni omicidio, richiede un reale pentimento - bensì si rende manifesto, in forma ancora più evidente, il volto misericordioso di Dio che non arretra di fronte ad alcun peccato. E’ la strada che Francesco ha indicato per la Chiesa di oggi e di domani.


La chiusura del Giubileo della Misericordia

Vi proponiamo il video, dal canale youtube di Tv2000, de “Il diario di Papa Francesco - Speciale chiusura Giubileo della Misericordia” di domenica 20 novembre 2016 condotto da Gennaro Ferrara. Ospiti in studio: Massimo Borghesi - Filosofo, Loredana Moretti - Assistente Comunità ”Il Chicco”, Don Francesco Fiorino – Missionario Della Misericordia, Eraldo Affinati - Scrittore.


La verità senza misericordia diventa ideologia

papa-francesco101-1000x6001di Massimo Borghesi. Papa Francesco è un buonista, pecca di ottimismo irenico, cedendo agli avversari della fede? È l’accusa, più o meno velata, che alcuni settori del mondo cattolico rivolgono all’attuale pontefice. In realtà però, precisa Massimo Borghesi su Zenit.org, Francesco non abbandona il primato della verità in favore di una misericordia senza contenuti. La dissociazione tra verità e misericordia è contro il pensiero del Papa.

 

Zenit.org, 20 novembre 2016, La verità senza misericordia, diventa ideologia (Massimo Borghesi)

 

Nelle critiche, insistenti, che settori minoritari ma molto agguerriti del mondo cattolico muovono al Pontefice tornano costantemente le accuse di “buonismo”, di ottimismo irenico, di cedimento agli avversari della fede, di smobilitazione del dogma e della verità a favore della prassi e della testimonianza. Il tutto condito dal rilievo critico sul “pauperismo populistico” di un Papa che si porterebbe dietro ideologie terzomondistiche e liberazionistiche. Insomma Francesco sarebbe l’ultima espressione della teologia politica progressistica del post-’68 latinoamericano.

Donde la “reazione” dei cattolici veri, degli autentici custodi dell’ortodossia, che, a fronte del grave pericolo che incomberebbe nella Chiesa, trovano oggi in Donald Trump e Vladimir Putin i veri “defensores fidei”, i novelli Costantini dell’ora presente. Ciò che colpisce in questi critici del romano Pontefice è la totale ignoranza della sua vita.  Come ha scritto Austen Ivereigh, in quella che è forse la miglior biografia del Papa:

Il radicalismo di Francesco non va confuso con la dottrina o l’ideologia progressiste. E’ un atteggiamento radicale perché è missionario e mistico. Francesco è istintivamente e visceralmente contrario ai “partiti” nella Chiesa, ed è convinto che il papato affondi le sue radici nel cattolicesimo tradizionale del santo popolo fedele di Dio, e in particolare nei poveri.

Non scenderà mai a compromessi sulle questioni scottanti che dividono la Chiesa dall’Occidente laico, un divario che i progressisti amerebbero colmare modernizzando la dottrina. Tuttavia egli non è nemmeno, come risulta altrettanto evidente, un papa della destra cattolica: non userà il pontificato per combattere battaglie politiche e culturali che ritiene debbano essere combattute a livello diocesano, ma se ne servirà per attirare e insegnare; né ritiene necessario ripetere all’infinito ciò che è già noto, anzi desidera porre l’accento su quanto è stato in parte dimenticato: la paterna bontà e la clemenza misericordiosa di Dio.

E mentre i cattolici conservatori vorrebbero parlare più di temi etici che di temi sociali, è felice di fare proprio l’opposto, ossia recuperare un cattolicesimo come “indumento senza cuciture”(Tempo di misericordia. Vita di Jorge Mario Bergoglio, Mondadori 2014, p. 439)..

L’“inversione” che Francesco opera nella Evangelii gaudium tra l’essenziale dell’Annuncio rispetto alle conseguenze dei valori etici non significa, allora, l’abbandono del primato della Verità in favore di una Misericordia senza contenuti. La dissociazione tra Verità e Misericordia è contro il pensiero del Papa.

Nel testo del 2011 Noi come cittadini noi come popolo il cardinal Bergoglio scriveva: «La riflessione astratta corre il rischio di perdersi in elucubrazioni su oggetti astratti o avulsi, impegnata in una ricerca asettica della verità, dimenticando che l’obiettivo di ogni riflessione umana è l’essere reale in quanto tale e, pertanto, uno, da cui non possono disgiungersi le tre categorie fondamentali dell’essere che i filosofi chiamano i trascendentali: la verità, la bontà, la bellezza. Sono inseparabili» (Jaca Book, p. 49).

Ogni accusa al Papa, da parte dei novelli defensores fidei, di contrapporre la Misericordia alla Verità è, pertanto, fuori luogo. Non si tratta di contrapporre ma di manifestare la Verità come Misericordia. E questo non in una formula astratta ma a partire da un giudizio storico sul momento presente. Nell’intervista ad Andrea Tornielli Il nome di Dio è misericordia Francesco afferma: «Sì, io credo che questo sia il tempo della misericordia. La Chiesa mostra il suo volto materno, il suo volto di mamma, all’umanità ferita. Non aspetta che i feriti bussino alla porta, li va a cercare per strada, li raccoglie, li abbraccia, li cura, li fa sentire amati. Dissi allora [nel 2013] che questo sia un kairós, la nostra epoca è un kairós di misericordia, un tempo opportuno» (Piemme, p. 22).

Questa valutazione non sorge dal buonismo di un Papa inguaribilmente ottimista ma, al contrario, da un giudizio che si nutre di un quadro drammatico, riflesso della odierna condizione umana. Come afferma nella conversazione con Tornielli: “Perché è un’umanità ferita, un’umanità che porta ferite profonde. Non sa come curarle o crede che non sia proprio possibile curarle. E non ci sono soltanto le malattie sociali e le persone ferite dalla povertà, dall’esclusione sociale, dalle tante schiavitù del terzo millennio.

Anche il relativismo ferisce tanto le persone: tutto sembra uguale, tutto sembra lo stesso. Questa umanità ha bisogno di misericordia. Pio XII, più di mezzo secolo fa, aveva detto che il dramma della nostra epoca era l’aver smarrito il senso del peccato, la coscienza del peccato. A questo si aggiunge oggi anche il dramma di considerare il nostro male, il nostro peccato, come incurabile, come qualcosa che non può essere guarito e perdonato. Manca l’esperienza concreta della misericordia. La fragilità dei tempi in cui viviamo è anche questa: credere che non esista la possibilità di riscatto, una mano che ti rialza, un abbraccio che ti salva, ti perdona, ti risolleva” (pp. 30-31).

E’ in questo quadro che si precisa la visione del Papa. Ad un’umanità ferita, peccatrice, immersa nella palude nichilistica, solo l’esperienza della Misericordia può restituire la speranza, il desiderio di vivere.

Che una parte minoritaria del cattolicesimo contemporaneo non comprenda ciò, che non comprenda il Primerea, il primato della Grazia sulla Legge, è l’indice del congelamento della fede in una ideologia cattolica.

La divisione che solca il cattolicesimo odierno è tra chi è ossessionato dalla perdita degli “spazi” di influenza e chi, invece, confida in una libera testimonianza dettata dai “tempi” di Dio. Il processo di ideologizzazione è qui esattamente inverso a quello degli anni ’70 del ‘900. Allora l’ideologia della fede riguardava la sinistra cattolica affascinata dal marxismo. Oggi il processo di congelamento riguarda la destra “cristianista”.

Dobbiamo il termine alla penna del filosofo Remi Brague il quale nel suo volume Europe, la voie romaine scriveva, a proposito di coloro che volevano salvare l’Occidente cristiano, che «La civiltà dell’Europa cristiana è stata costruita da gente il cui scopo non era affatto quello di costruire una “civiltà cristiana”, ma di spingere al massimo le conseguenze della loro fede in Cristo. La dobbiamo a persone che credevano in Cristo, non a persone che credevano nel cristianesimo. Queste persone erano dei Cristiani, e non, come potremmo definirli, dei “cristianisti”» (Il futuro dell’Occidente, Rusconi 1998, p. 148).

La distinzione di Brague, tra cristiani e cristianisti, coglie perfettamente la situazione odierna. Il “cristianismo” è la malattia senile del cristianesimo. E’ il clericalismo che ammorba il cattolicesimo odierno. Il nuovo “clericus” è ossessionato dal mondo secolarizzato, incapace di sostenere la sfida si chiude e chiude tutte le porte. Per questo diffida di un Papa che chiede di uscire dal recinto; lo vede come un fattore di destabilizzazione che aumenta l’insicurezza in un tempo di crisi. Il nuovo chierico non vuole uscire, vuole chiudere le porte. Non si tratta di “incontrare” i pagani nel mare aperto del mondo ma di procedere a ranghi serrati, come una falange, con ordine e disciplina. Ciò che costoro vogliono sono parole definitive che chiariscano in modo indubitabile la contrapposizione tra “noi” e “loro”.

Così dalla crisi di un cattolicesimo impaurito, che vede il Papa come l’alieno di un altro mondo, sorge un’ideologia rassicurante, del tutto analoga all’Action française di Charlea Maurras che infiammò, fino alla condanna di Pio XI, il cattolicesimo francese degli anni ’20 del ‘900. Anche allora un blocco d’ordine, guidato da un leader laico, si raccolse attorno ad alcuni “valori” cristiani nella difesa della Tradizione. Criticando idealmente questa prospettiva uno dei grandi educatori italiani contemporanei, don Luigi Giussani, scriveva: «Anche l’Action française nazionalistica di Charles Maurras, agli inizi del secolo, voleva riformare il mondo in nome dei valori cristiani, ma non era fede. La fede è solo questo: l’apertura energica ad una presenza, alla presenza di Cristo» (Un avvenimento di vita, cioè una storia, Il Sabato 1993, p. 171).

A conferma di ciò aggiungeva: “Fino a quando il cristianesimo è sostenere dialetticamente e anche praticamente valori cristiani, esso trova spazio ed accoglienza ovunque. Ma quando il cristianesimo è annunciare nella realtà quotidiana, sociale, storica, la presenza permanente di Dio diventato uno tra noi – Gesù Cristo presente nella sua Chiesa – oggetto di esperienza come la presenza di un amico, di un padre, di una madre, orizzonte totale che plasma la vita, ultimo amore, centro del modo di vedere, di concepire e di affrontare la realtà tutta, senso e scaturigine di ogni azione, allora esso non ha patria” (p. 169).

Non è difficile cogliere nella seconda posizione – un cristianesimo “senza patria” – la posizione odierna del Papa, così come nella prima i duri paladini dei “valori cristiani”.

E’ una dialettica, tra un cattolicesimo “cristianista” e un cristianesimo “cattolico”, da cui la Chiesa dovrà uscire se non vuol avvitarsi in una contrapposizione sterile quanto dannosa.