La presenza dei cristiani in una società pluralista

«L’assoluta coincidenza tra la prospettiva di Guardini e quella di papa Francesco deve farci comprendere il punto: il nichilismo può essere vinto solo da un grande affetto; il che non significa che le conseguenze antiumane del nichilismo non debbano essere laicamente contrastate in sede politica».

Dal sito http://www.traccediesperienza.org/ proponiamo la trascrizione dell’incontro «La presenza dei cristiani in una società pluralista» con Massimo Borghesi, svolto a Catania (nella foto) il 4 novembre 2016, organizzato dal Centro Culturale di Catania.

Scarica il file pdf dell’incontro.


Dopo il viaggio in Egitto. Le critiche al Papa tra malafede e mistica

di Massimo Borghesi. «Non potendo denigrare il Papa per l’insieme a motivo del successo, non potendolo accusare di “eterodossia”, spostano l’attenzione sul “particolare». Dirottano l’attenzione, prelevano una singola frase fuori dal contesto, e presentano Francesco come uno sprovveduto, un pericoloso progressista, un pericolo per la Chiesa». Borghesi su Vaticaninsider.it risponde ai critici militanti dopo il viaggio di papa Francesco in Egitto.

 

Vaticaninsider, 30 aprile 2017, Dopo il viaggio in Egitto. Le critiche al Papa tra malafede e mistica (M. Borghesi)

 

Il viaggio del Papa in Egitto è stato, da qualsiasi angolo lo si voglia giudicare, un successo. Francesco ha intrapreso il suo viaggio, a tre settimane dalle stragi della Domenica delle Palme, a Tanta, a nord del Cairo, e ad Alessandria. Lo ha fatto perfettamente consapevole dei rischi per la sua incolumità. È stato ripagato da un’accoglienza calorosa, colma di gratitudine da parte dei cristiani copti ortodossi, cattolici, dagli stessi musulmani. L’incontro con il presidente Abdel Fattah al Sisi, il grande Imam di al Azhar Ahmed al Tayyib e il patriarca copto Tawadros, ha costituito un evento storico. Alla Conferenza internazionale sulla pace, promossa dall’Università islamica di Al-Azhar, il Papa ha parlato con forza contro la legittimazione della violenza da parte della religione. «Egli – ha affermato Francesco - è Dio di pace, Dio salam. Perciò solo la pace è santa e nessuna violenza può essere perpetrata in nome di Dio, perché profanerebbe il suo Nome. Insieme, da questa terra d’incontro tra Cielo e terra, di alleanze tra le genti e tra i credenti, ripetiamo un “no” forte e chiaro ad ogni forma di violenza, vendetta e odio commessi in nome della religione o in nome di Dio. Insieme affermiamo l’incompatibilità tra violenza e fede, tra credere e odiare. Insieme dichiariamo la sacralità di ogni vita umana contro qualsiasi forma di violenza fisica, sociale, educativa o psicologica».

Collocate in terra d’Egitto queste parole, dette da un Papa che ha sempre distinto tra l’Islam e le sue patologie, sono risuonate come un sostegno a tutti coloro che, nel mondo musulmano, non si riconoscono nella brutalità del terrorismo religioso. Un sostegno, innanzitutto, al presidente Al Sisi e all’imam Al Tayyib nel loro sforzo di purificare, anche sul terreno dell’educazione, l’Islam dalle sue deviazioni. Appena un mese fa l’Università di Al-Azhar ha pubblicato una Dichiarazione sulla cittadinanza e la coesistenza, un documento di grandissima importanza in cui si dissociano, per la prima volta, i diritti di cittadinanza, eguali per tutti, dall’appartenenza religiosa. Un documento che segue a quello, altrettanto importante, degli ulema del Marocco, sull’apostasia, nel quale viene riconosciuta la libertà di cambiare fede religiosa senza incorrere in pene di carattere civile.

Il mondo islamico, percosso dalla violenza del fondamentalismo islamista, è in movimento. Il viaggio del Papa in Egitto aveva certamente tra i suoi scopi quello di sostenere questo «movimento», di incoraggiarlo al fine di ritrovare il volto del Dio della misericordia, l’unico che consente l’incontro, il dialogo, il rispetto tra tutte le comunità religiose, senza alcun sincretismo. Allo stesso modo il Papa pellegrino ha voluto sostenere la Chiesa copto-ortodossa, vittima degli attacchi e delle persecuzioni. In modo particolare dopo la defenestrazione dei Fratelli musulmani dell’ex presidente Morsi. Il suo sostegno si colloca dentro l’«Ecumenismo del sangue» che, dopo secoli di distanze, viene ora abbattendo i muri di indifferenza che separavano i copti ortodossi dai cattolici. Come ha detto Francesco: «Quanti martiri in questa terra, fin dai primi secoli del Cristianesimo, hanno vissuto la fede eroicamente e fino in fondo versando il sangue piuttosto che rinnegare il Signore e cedere alle lusinghe del male o anche solo alla tentazione di rispondere con il male al male. Ben lo testimonia il venerabile Martirologio della Chiesa Copta. Ancora recentemente, purtroppo, il sangue innocente di fedeli inermi ci unisce».

Questa comunione spirituale ha ora raggiunto un traguardo di grandissima importanza. Francesco e Tawadros II hanno firmato una dichiarazione congiunta che riconosce un unico battesimo per le due Chiese e sopprime l’usanza, invalsa nella Chiesa copta dei tempi moderni, di ribattezzare coloro che provenivano dal cattolicesimo. La via dell’unione fraterna è così realmente tracciata. In tal modo il viaggio di Francesco ha aperto lo sguardo del mondo su un modello possibile di coesistenza amichevole tra musulmani e cristiani e sulla comunione tra cattolici ed ortodossi. Una sorta di miracolo che ha preso piede in una terra, l’Egitto, che rappresenta da sempre un faro di civiltà per il mondo islamico e un esempio, di fatto, di coesistenza tra musulmani e cristiani.

Di fronte a questo «miracolo» non può non sorprendere la chiusura e l’acrimonia di coloro che dentro la Chiesa, hanno fatto dell’opposizione a questo Papa una professione. Di fronte ad un viaggio, che essi pronosticavano come prova di cedevolezza di Bergoglio all’Islam, delusi dalle attese hanno ripiegato su altri argomenti per poter denigrare quello che, agli occhi di tutti, è apparso come un successo. Nella galleria delle accuse spicca l’uso della frase: «Meglio non essere credenti, piuttosto che cristiani ipocriti», fatta dal Papa nello stadio di fronte ai copti cattolici. Una frase che documenterebbe una banalità anticristiana, un’offesa a coloro che rischiano la vita per il nome i Cristo. I critici impagabili dimenticano qui di ricordarci che il cristiano «ipocrita» non rischierebbe certo la sua vita e che il grido contro i farisei «ipocriti» risuona costantemente nel Vangelo.

I critici impagabili non ricordano che dell’Ecumenismo del sangue, del sacrificio dei martiri cristiani, il Papa ha parlato a lungo di fronte al patriarca Tawadros. C’è poi chi ha rimproverato il Papa per le sue «banalità» sociologiche, per aver affermato che: «Per prevenire i conflitti ed edificare la pace è fondamentale adoperarsi per rimuovere le situazioni di povertà e di sfruttamento, dove gli estremismi più facilmente attecchiscono». Anche qui il critico di professione dimentica, o fa finta di dimenticare, una verità ovvia, e cioè che nelle banlieues, nelle situazioni di emarginazione, di ghetto etnico, maturano facilmente odio e risentimento, brodo di coltura di ogni follia, anche di quella religiosa. Tutte queste considerazioni sono, comunque, banali.

Ciò che colpisce nei critici impagabili, dopo un viaggio così rischioso e difficile da parte del Pontefice, è la cura del «dettaglio». Non potendo denigrare il Papa per l’insieme a motivo del successo, non potendolo accusare di «eterodossia», spostano l’attenzione sul «particolare». Dirottano l’attenzione, prelevano una singola frase fuori dal contesto, e presentano Francesco come uno sprovveduto, un pericoloso progressista, un pericolo per la Chiesa. Il Papa ha appena firmato un atto storico di riconciliazione con il patriarca Tawadros e loro presentano Bergoglio come una minaccia. Non una sola parola sul superamento del doppio battesimo, non una parola sull’Ecumenismo del sangue, non una parola sull’abbraccio, senza sincretismi, con l’iman Al Tayyib, non una sul rispetto e l’ammirazione di fronte ad un papa che ha detto apertamente, nella sede della Conferenza internazionale sulla pace: «Io sono cristiano».

Tutto ciò per i critici di professione non significa nulla. Di tutto ciò non bisogna parlare perché rischia di smentire l’immagine che propagandano del Papa. E allora ecco la strategia del «dettaglio»: portare in primo piano un frammento e nascondere l’intero. Questa operazione, senza scomodare Sartre, ha un nome: malafede. Chi opera, sistematicamente, in questo modo, chi non si lascia mai interrogare da ciò che accade realmente, è in malafede. Deve difendere, a priori, un punto di vista che non è in grado di riconoscere quanto lo Spirito opera oggi nella storia. La malafede è il pre-giudizio che blocca ogni ragion critica. La fonte di essa è duplice. Una, di ordine ideologica, è più scontata. Coloro che, sistematicamente, avversano il Papa lo fanno, per lo più, perché si collocano in un ambito politico reattivo che vorrebbe lo scontro aperto con l’Islam e che avversa la questione sociale in tutte le sue manifestazioni. Ogni richiamo a quest’ultima appare come una posizione filo-marxista. La Chiesa lamenta qui l’oblio della dottrina sociale che, dopo l’89, è stata riposta in soffitta.

L’altra fonte della critica sistematica è di ordine mistico. Rappresenta un mistero il fatto che taluni che si professano «cattolici» possano realmente pensare che il Pontefice sia una figura dell’Anticristo. Questa fede, sostenuta dai profeti di sventura, ha, nella sua origine, qualcosa di enigmatico. I professionisti della critica papale non sono solo dei radicalconservatori che vanno contro la tradizione. Sono anche dei mistici, fautori di una mistica negativa suggestionata da profetesse e da lampi su S. Pietro, per i quali le tenebre della notte sono calate sulla Chiesa e l’apocalisse è imminente. Mistici del negativo che non vedono né la grazia che accade, né le vere tragedie che incombono sul nostro tempo. Abituati alla malafede, ad usare il dettaglio per nascondere la verità dell’insieme, i critici sono travolti dal loro stesso metodo. Non hanno più occhi né per la grazia né per il peccato. Vedono il peccato là dove risplende la grazia di una testimonianza che sorprende il mondo e vedono la grazia in una critica negativa che dissolve la credibilità cristiana e la fiducia nella Chiesa. La loro ossessione è gettare fango, ogni giorno, sul successore di Pietro. Una malattia dell’anima, oltre che della mente.


Insieme per un Dio di misericordia, non di violenza

Come mai era avvenuto da secoli, l’incontro in Egitto tra papa Francesco e il papa copto Tawadros II ha un valore storico. Lo dice Massimo Borghesi in questo contributo video pubblicato sabato 29 aprile su IlSussidiario.net. E un valore altrettanto importante hanno avuto gli incontri con gli esponenti dell’Islam. Il “miracolo” di papa Francesco: unire leader di religioni diverse nella proclamazione di un Dio di misericordia.

Il primo giorno del viaggio apostolico di papa Francesco in Egitto conferma l’eccezionalità dell’evento, una data storica. L’incontro tra il pontefice romano e tre protagonisti della vita egiziana: il presidente Abdel Fattah al Sisi, il grande Imam di al Azhar Ahmed al Tayyib e il patriarca copto Tawadros, ne è la conferma. Tre protagonisti uniti da un vincolo ideale maturato nell’opposizione alla violenza religiosa che, in tempi recenti, ha trovato le sue facili vittime nei cristiani copti oggetto di attentati e di massacri.

Nel suo viaggio al Cairo, ad appena tre settimane dal massacro delle domenica delle Palme, sfidando ogni timore per la propria incolumità, il Papa è venuto a sostenere la testimonianza dei cristiani. Come ha detto nella sede del patriarcato ortodosso, nel cuore del Cairo, di fronte a Tawadros: “Quanti martiri in questa terra, fin dai primi secoli del cristianesimo, hanno vissuto la fede eroicamente e fino in fondo versando il sangue piuttosto che rinnegare il Signore e cedere alle lusinghe del male o anche solo alla tentazione di rispondere con il male al male. Ben lo testimonia il venerabile Martirologio della Chiesa Copta. Ancora recentemente, purtroppo, il sangue innocente di fedeli inermi è stato crudelmente versato. Le vostre sofferenze sono anche le nostre sofferenze, il loro sangue innocente ci unisce. Rinforzati dalla vostra testimonianza, adoperiamoci per opporci alla violenza predicando e seminando il bene, facendo crescere la concordia e mantenendo l’unità, pregando perché tanti sacrifici aprano la via a un avvenire di comunione piena tra noi e di pace per tutti”. E’ la via dell’ecumenismo del sangue che unisce oggi la Chiesa di Pietro e quella di Marco, come mai era avvenuto da secoli.

Oltre all’abbraccio con il patriarca copto c’è stato anche quello, forte ed intenso, con il grande imam al Tayyib. Anche qui, ricordando il gelo che era caduto tra al Azhar e san Pietro in anni recenti, si tratta di un evento. Il Papa pellegrino non ha portato il suo sostegno solo alla comunità cristiana colpita ma anche ai musulmani egiziani, volti ad isolare le correnti fondamentaliste che li insidiano dall’interno e sono responsabili delle violenze contro i cristiani. Francesco, riconosciuto come uomo di Dio, ha realizzato il miracolo di unire musulmani, cristiani copti ortodossi, copti cattolici, nella proclamazione di un Dio di misericordia, non violento.

L’ecumenismo del sangue non ha solo unito cattolici e copti, avviati più che mai ad un cammino di comunione, ma, altresì, copti ed islamici, sancendo il fallimento del terrorismo islamista il cui scopo è di dividere l’Egitto, di scatenare rancore e odio tra le sue componenti religiose. Un progetto nefasto che ha trovato un muro, quello della testimonianza offerta dalle vittime e dai parenti delle vittime la quale ha suscitato l’ammirazione dei credenti musulmani. Così alla Conferenza internazionale per la pace, promossa dall’università di al Azhar, le parole del Papa, volte a dissociare la religione dalla violenza, sono risuonate come quelle di un “ospite caro”, espressione ribadita ben tre volte dal presidente al Sisi. Francesco è “un ospite caro in Egitto”. Lo è per il presidente come per il grande imam al Tayyib il quale ha ringraziato il pontefice per aver difeso l’islam dall’accusa di essere una religione di terroristi. Tanto lui, quanto al Sisi hanno denunciato apertamente le “forze del male che pretendono di parlare a nome dell’islam”, impegnandosi per purificare l’immagine pubblica della religione da visioni errate.

A loro il Papa si è rivolto con paterna fermezza: “Dio, amante della vita, non cessa di amare l’uomo e per questo lo esorta a contrastare la via della violenza, quale presupposto fondamentale di ogni alleanza sulla terra. Ad attuare questo imperativo sono chiamate, anzitutto e oggi in particolare, le religioni perché, mentre ci troviamo nell’urgente bisogno dell’Assoluto, è imprescindibile escludere qualsiasi assolutizzazione che giustifichi forme di violenza. La violenza, infatti, è la negazione di ogni autentica religiosità. In quanto responsabili religiosi, siamo dunque chiamati a smascherare la violenza che si traveste di presunta sacralità, facendo leva sull’assolutizzazione degli egoismi anziché sull’autentica apertura all’Assoluto. Siamo tenuti a denunciare le violazioni contro la dignità umana e contro i diritti umani, a portare alla luce i tentativi di giustificare ogni forma di odio in nome della religione e a condannarli come falsificazione idolatrica di Dio: il suo nome è Santo, Egli è Dio di pace, Dio salam. Perciò solo la pace è santa e nessuna violenza può essere perpetrata in nome di Dio, perché profanerebbe il suo Nome. Insieme, da questa terra d’incontro tra Cielo e terra, di alleanze tra le genti e tra i credenti, ripetiamo un “no” forte e chiaro ad ogni forma di violenza, vendetta e odio commessi in nome della religione o in nome di Dio. Insieme affermiamo l’incompatibilità tra violenza e fede, tra credere e odiare. Insieme dichiariamo la sacralità di ogni vita umana contro qualsiasi forma di violenza fisica, sociale, educativa o psicologica. La fede che non nasce da un cuore sincero e da un amore autentico verso Dio Misericordioso è una forma di adesione convenzionale o sociale che non libera l’uomo ma lo schiaccia. Diciamo insieme: più si cresce nella fede in Dio più si cresce nell’amore al prossimo”.

Francesco, nel suo viaggio in Egitto, sta ripercorrendo le orme del suo omologo, san Francesco che, in tempi di guerra, osò dialogare apertamente con il Sultano Malik al Kamil. Allo stesso modo oggi, in un mondo che si muove pericolosamente di guerra in guerra, il Papa è l’uomo della pace, colui che sostiene il volto misericordioso di Dio contro l’idolatria diabolica del Dio violento, strumento del potere dell’uomo. “Oggi - ha dichiarato - c’è bisogno di costruttori di pace, non di armi; oggi c’è bisogno di costruttori di pace, non di provocatori di conflitti; di pompieri e non di incendiari; di predicatori di riconciliazione e non di banditori di distruzione”.

E’ un tempo pericoloso dove le religioni, sfruttate da ideologie aberranti, tendono a dividere. Per questo la critica alla teologia politica è il compito di ogni autentica posizione religiosa. L’unità tra musulmani, ortodossi, cattolici, confortata dalla presenza di Francesco è un segno che ha un valore storico. Lo è anche per la terra che ha ospitato l’evento. L’Egitto, per la sua storia millenaria di civiltà, è il faro del mondo arabo. La convivenza tra cristiani e musulmani che, tra alti e bassi, lo ha caratterizzato, rappresenta un esempio di coesistenza. Un esempio detestato dai fanatici islamisti che bramano una pulizia etnico-religiosa. Il dialogo, il rispetto, l’abbraccio fraterno, simbolizzati nella giornata odierna, lasciano sperare che l’esempio egiziano di coesistenza possa divenire, a breve, un vero e proprio modello a cui guardare. Questa, ne siamo certi, è la speranza e la preghiera del Papa.

 


Un video per ricordare don Giacomo

di Massimo Borghesi. A cinque anni dalla morte di don Giacomo Tantardini, ospitiamo un contributo video di Massimo Borghesi, filosofo, per ricordare la figura del sacerdote lombardo e presentiamo un articolo da lui scritto per Tracce.it e ripubblicato in questi giorni. Don Giacomo è una figura importante per la Rosmini. Fu Papa Francesco, quando era cardinale, a scrivere la prefazione de “Il tempo della Chiesa secondo Agostino”, il libro che raccoglie gli incontri dell’Associazione Rosmini sull’attualità di sant’Agostino che lo vedevano come relatore. Le lezioni si sono tenute nell’aula magna dell’Università di Padova, nel corso di tre anni accademici, dal 2005 al 2008. Il testo è stato editato da Città Nuova nel 2009 per la collana Studi Agostiniani e fa seguito all’analogo volume “Il cuore e la grazia in sant’Agostino”, che raccoglie gli anni accademici 2002-2005.

Don Giacomo: afferrato in Cristo

di Massimo Borghesi

19/04/2017 - L’amicizia di don Giussani. Gli anni del "Sabato" e di "30Giorni". E poi sant’Agostino, Péguy, santa Teresina... Un amico di lunga data ricorda il sacerdote scomparso il 19 aprile del 2012, che ha segnato la storia del movimento

È con commozione e somma gratitudine che ricordo colui che mi ha accompagnato per più di metà della mia vita e che è stato per me padre, fratello, amico. Commozione e gratitudine, due parole che gli erano care, che lo hanno segnato in particolare nel corso degli ultimi quindici anni. Moltissimi di coloro che lo hanno conosciuto ricordano la sua intensa comunicazione della fede capace di coinvolgere i giovani più lontani, l’appassionato promotore di opere e di iniziative sociali, l’acuto ed intelligente ispiratore de il Sabato nei caldi anni Ottanta e Novanta, il polemista, talvolta intransigente, la sua forte personalità. Una figura che ha lasciato un segno, profondo, nel cattolicesimo militante di allora. Tutto questo era don Giacomo. Eppure l’uomo e il sacerdote che era tornato a Roma, dopo il biennio trascorso a Salamanca nel 1997-98, era una persona diversa. L’“esilio” spagnolo, confortato dall’abbraccio e dall’amicizia di don Giussani, lo aveva cambiato. Non era più il militante e il combattente per la fede che ti sorprendevano, ma l’umiltà del sacerdote, l’intensità della preghiera, la tenerezza e la forza con cui ti abbracciava, il tempo vissuto senza ansia. Era mutata la prospettiva e il cuore si era allargato. In un articolo del 2001, “Ciò che conta è lo stupore”, dedicato a Péguy e pubblicato su 30Giorni, dirà che tre intuizioni non erano a lui evidenti negli anni Novanta. La prima era che il mondo prosperava anche senza Gesù. Ciò toglieva alla fede ogni risentimento. La seconda, che la scristianizzazione era opera dei chierici e non del mondo. La terza è che questa scristianizzazione, come diceva Péguy, nasceva da un errore di mistica, dal toglimento del mistero come operare della grazia. Commentando, don Giacomo affermava: «Non hanno mai incontrato la grazia, cioè l’attrattiva Gesù, non l’hanno mai incontrata nel sensibile».

L’attrattiva Gesù era il titolo dell’opera di don Giussani che, secondo lui, raccoglieva «forse le cose più belle che ha detto». Ricordava, in proposito, come Giussani gli avesse confessato: «Vedi, mi avevano proposto come titolo L’affezione a Cristo. Ma io ho suggerito L’attrattiva Gesù. E anche quella volta mi ha guardato e ci siamo guardati commossi e grati per la grazia di una “comunanza dello spirito” (Fil 2,1). “Comunanza di spirito” che ha voluto esprimere davanti a tutti con la frase: «L’entusiasmo della dedizione è imparagonabile all’entusiasmo della bellezza. Il nostro sì a Gesù nasce infatti dall’attrattiva che Lui è. E così è possibile dire sempre sì, perché il sì coincide con una domanda: “Vieni” (Ap 22,17). Come da bambini avevamo imparato a cantare alla Comunione: “Gesù caro, vieni a me, e il mio cuore unisci a Te…”». Era uno dei canti che aveva fatto imparare durante la messa del sabato sera a San Lorenzo al Verano a Roma. Da bambino aveva imparato che Gesù era “caro”, aveva imparato ad amarlo. Da grande aveva compreso che «per amare bisogna prima essere amati. Bisogna prima essere contenti di essere amati». Si può amare Cristo perché si fa esperienza dell’essere amati da Lui, la risposta precede la domanda, così che la fede sorge da un grande amore. Ricordava spesso sant’Agostino per il quale Pietro era più buono, ma Giovanni era più felice, perché amato di più da Gesù. Era, questo, il dono dei testimoni. In lui assumeva spesso il volto di una singolare tenerezza con i bambini, di un’attenzione ai bisognosi.

Testimonianza e tradizione. Nell’articolo su Péguy si domanderà: «Nel tempo dell’esilio che cosa viene donato? Tre cose questi anni hanno donato. Per usare le parole di Péguy, la prima: il catechismo della parrocchia natale, quello dei bambini piccoli». Per questo aveva fatto ripubblicare da 30Giorni i due volumetti della Dottrina Cristiana editi delle Edizioni Paoline del 1955, con le belle immagini a colori. «La prima cosa è che questa inermità rende care, care come non mai, le cose semplici della tradizione della Chiesa». Di qui, la commozione quando Giussani parlava del «mio seminario», quello di Venegono, lo stesso frequentato da lui, con gli stessi maestri. La seconda cosa donata, nel tempo dell’esilio, era la preghiera. «Se è un’attrattiva che accade, l’uomo può solo aspettare. La modalità per aspettare, la modalità sono le formule più semplici della preghiera cristiana». Il volumetto Chi prega si salva, con introduzione del cardinal Ratzinger, edito da 30Giorni in migliaia di copie in tutto il mondo, era l’espressione di questa esigenza. La terza cosa era che «la stagione dei militanti è definitivamente passata».

Personalmente, seguendo Péguy, si definiva come «un cristiano della parrocchia, che ama il catechismo che ha studiato da bambino, che recita le Ave Maria del Santo Rosario, perché il resto, tutto, accade per grazia».

L’ultimo periodo della sua vita lo ha visto, nel dolore e nella prova della malattia, presente fino all’ultimo alla messa vespertina del sabato a San Lorenzo, anche quando il venir meno delle forze e la tosse persistente gli impedivano di parlare. Domenica 15 aprile, in clinica, ha partecipato in silenzio alla santa messa. Alla fine ha guardato coloro che erano presenti, ad uno ad uno, con affetto indicibile, come chi guarda coloro che sono cari per un’ultima volta. Nella casa che lo ha ospitato negli ultimi mesi, negli scaffali, oltre ai testi di Giussani e all’Opera omnia di Agostino, l’autore amato a cui aveva dedicato tre volumi e le sue lezioni all’Università di Padova, c’erano innumerevoli immagini di santa Teresina a cui era molto affezionato. Rievocando a suo tempo la figura di Giussani aveva scritto: «Un giorno sorridendo mi disse: “Vedi, in Paradiso tu starai vicino a santa Teresa di Gesù Bambino”. E io, ridendo: “Se ci sarai anche tu vicino”».


Dagli attentati a Parigi al viaggio del papa in Egitto, l’intervento di Borghesi a Radio Vaticana

Rassegna stampa con ospiti esterni come consueto a Radio Vaticana. Venerdì 21 aprile alle 9 di mattina in studio Massimo Borghesi, docente di Filosofia morale all’Università di Perugia. Al centro dell’attenzione l’attentato degli Champs Elysees. Borghesi non crede alla “strategia dei lupi solitari” di cui parlano i giornali, ritenendoli piuttosto ispirati e teleguidati dall’esterno. Un attentato che può influire sui risultati delle elezioni, accrescendo i consensi alla destra lepeniana.

Ecco l’audio della conversazione.

«È come se i terroristi volessero favorire le forze ostili al mondo musulmano in modo da trovare respiro loro stessi nella loro lotta frontale all’occidente», afferma il filosofo. Quanto all’incontro tra Gentiloni e il presidente americano Trump, per Borghesi a parte la curiosità per l’interlocutore, Trump sa di parlare con un paese che ha buoni rapporti con il mondo arabo e con Putin, e che quindi può svolgere una funzione utile per gli stessi Stati Uniti. In realtà in questo momento sembra che la Casa Bianca «non abbia una strategia ben definita».

Tornando alla Francia, il paese transalpino, così come il Belgio si sono dimostrati «impreparati verso questa nuova stagione di terrorismo», in una situazione in cui viene a saltare il concetto di prima e seconda generazione. Quest’ultima, che avrebbe dovuto essere pienamente integrata, continua ad alimentare l’islamismo radicale. «Il problema non è l’Islam, ma l’islamismo radicale, un’ideologia che sfrutta l’Islam per affermarsi», dice Borghesi. Hollande in questo senso «si è rivelato un inetto, occorre stabilire un’alleanza forte con tutto l’Islam che rifiuta il terrorismo, isolando le connivenze». Se non si procede in questo senso si va verso una generale affermazione delle forze di destra e un possibile collasso dell’Unione europea.

Si passa poi a parlare dell’imminente viaggio di papa Francesco in Egitto, che si terrà il 28 e 29 aprile. «Un viaggio che ha un valore eccezionale proprio alla luce degli avvenimenti tragici che stiamo commentando», spiega Borghesi. «L’Egitto è il paese più importante del mondo arabo, quello in cui come il Libano c’è la maggiore coabitazione tra cristiani e musulmani, il viaggio del papa si iscrive in questa possibilità di modificare un quadro storico che guardiamo tutti con preoccupazione».

« Questo viaggio è un miracolo generato dall’ecumenismo del sangue», afferma il filosofo di Sansepolcro, «fino a pochi mesi fa che il papa, Tawadros II e Bartolomeo potessero incontrarsi in una situazione del genere era impensabile. Non so se la stampa abbia realizzato la novità di questo evento, certo frutto della testimonianza autorevole di papa Francesco. La vera alternativa in questo momento è se la religione è fonte di pace o di violenza e l’abbraccio tra i tre leader religiosi che si verificherà al Cairo è un fatto importantissimo in questo quadro».

«Che il papa dica che Gesù è vivo significa che la fede in Cristo è vita, non è morte». Come da una parte l’Isis è solidale al nichilismo contemporaneo, una vera versione diabolica del religioso, al contrario nella visione del papa la religione è fonte di vita. Se il cristianesimo è grazia, come ha detto più volte papa Francesco, non può essere imposto con la forza, non può coincidere con uno stato terreno.


Chiese vuote e pochi preti. È la crisi del modello religioso italiano?

Su Il Foglio, di martedì 18 aprile, è stato pubblicato un ampio articolo a firma di Matteo Matzuzzi dal titolo “Il ruolo di laici e movimenti, Chiese vuote e pochi preti. È la crisi del modello religioso italiano”. Occorre «prendere atto della fine di un’epoca scandita dai rintocchi dei campanili», scrive Matzuzzi, «capire, insomma, che “L’Angelus” di Jean-François Millet, fotografa un tempo ormai andato». Sul tema intervengono vari esperti di altro livello, soprattutto sociologi: Luca Diotallevi, il direttore del Cesnur (Centro studi sulle nuove religioni) Massimo Introvigne, Franco Garelli, oltre a Massimo Borghesi, ordinario di Filosofia morale all’Università di Perugia. Riportiamo qui gli interventi di Borghesi.

 

“La secolarizzazione non è certo irreversibile”, dice al Foglio il professor Massimo Borghesi, professore ordinario di Filosofia morale all’Università di Perugia. “Tutto il periodo che va dal 1989 al 2001 è stato segnato dal trionfo della secolarizzazione che, peraltro, s’era già affermata negli anni Settanta. L’occidente considerava come dogma l’irreversibilità di questo fenomeno e, al contempo, la restrizione della cristianizzazione ad ambiti riservatissimi”. Poi è cambiato tutto: “Con l’11 settembre 2001, questo schema è entrato in crisi. La religione è stata riportata in primo piano, sia nella sua valorizzazione positiva sia nel suo aspetto più aberrante, come accade nel terrorismo religioso. Assistiamo da allora al ritorno del momento religioso come qualificante la modernità”. Insomma, “la dimensione religiosa non era morta: era semplicemente sopita”. Nelle ventisettemila parrocchie italiane, vedere questa rinascita è impresa spesso ardua. Spostandosi dal centro e andando in quelle periferie (anche geografiche) di cui tanto parla il Papa si vedono i segni del cambiamento, che è prima di tutto culturale: a messa, la domenica, ci va sempre meno gente, anche se è bene procedere con i piedi di piombo nell’elevare a dogma certe sensazioni. (…)

La domanda, a questo punto, dato il contesto profondamente mutato è se sia preferibile la situazione odierna, con pochi fedeli ma buoni, cioè convinti di quel che si celebra durante la messa o se fosse preferibile la situazione precedente: chiese affollate ma scarsa sensibilità per il Mistero. “Potenzialmente era meglio allora, nel senso che prima della celebre rivoluzione antropologica pasoliniana c’era un popolo cristiano”, spiega Borghesi. “Negli anni Cinquanta c’erano ancora un ethos, una sensibilità permeati dalla fede, anche quando questa non veniva esplicitamente professata. La sensibilità morale era quella e c’era una grande partecipazione popolare ai riti della tradizione cristiana”. Il “vero problema”, aggiunge, “è che la chiesa non si dimostrò all’altezza di quella partecipazione. A fronte di una società che stava cambiando a livello sociale e di mentalità, con l’introduzione della tv e del modello americano, la chiesa si limitò a un messaggio di tipo morale e - aggiungerei - a una morale di tipo moralista. Tralasciando, così, una proposta cristiana che arrivasse al cuore delle persone e che, soprattutto, potesse diventare proposta di vita capace di accompagnare i laici nella vita normale, non solo in quella domenicale”. Insomma, questo è stato il limite: “Si è persa una tradizione popolare e non si è stati all’altezza del momento storico. Da qui deriva il messaggio di Papa Francesco, così poco compreso, concernente la priorità dell’annuncio sulla dottrina morale”. (…)

Borghesi si richiama al Papa: “Francesco ci ha detto di stare attenti, avvertendoci che abbiamo sbagliato nell’educazione dei laici perché abbiamo preteso che i laici impegnati fossero solamente quelli che entravano nel consiglio pastorale. E così abbiamo formato un’élite laicale che è assolutamente clericale. Questa è la pretesa di utilizzare i laici secondo una logica clericale. Bisogna invece entrare in una logica che sostenga i laici nel vivere la fede nella normalità della vita quotidiana”. Quanto alle parrocchie, è vero che c’è una distribuzione diseguale, anche se in primo luogo essa è qualitativa: “Ce ne sono alcune che svolgono un compito notevole, in diversi campi. In altre, invece, si respira un clima stantio, vecchio. Un clima, per l’appunto, clericale”. (…)

Il professor Borghesi è convinto che la chiave di volta per invertire la rotta possa, in qualche modo, essere rappresentata da Francesco. Non c’entrano le disquisizioni sulla contabilità delle folle osannanti, ma “il carisma di questo Pontefice, che viene dall’esperienza del cristianesimo popolare latinoamericano e che sta indicando la possibilità di un nuovo incontro tra fede e realtà popolare. Lo fa puntando sulle persone semplici, su un messaggio evangelico che va direttamente al cuore dei vicini così come dei lontani. La gente in molti casi torna a messa”. Merito di Bergoglio? “Non dico dipenda solo dal Papa, sia chiaro. Ma qualcosa si è messo in moto. Poi, dipende molto dal parroco: la gente torna ad andare a messa la domenica se trova parroci che hanno umanità e cuore”. Spesso, le realtà parrocchiali “più vive” sono quelle guidate dai movimenti, anche se, commenta Borghesi, “pensare che le parrocchie rette da movimenti siano le uniche vive o destinate a sopravvivere, non è giusto. E’ necessario, certo, che il parroco sia aperto anche a queste esperienze, soprattutto (e in primo luogo) come provocazione a lui. Ancora una volta, bisogna uscire da se stessi e lasciarsi interrogare dai bisogni e da quanto di vivo è intorno a noi”. (…)

 


Papa Francesco e la missione dell’arte

Sono molti i motivi per cui papa Francesco è noto e apprezzato nel mondo, l’attenzione agli ultimi, la centralità della misericordia, il desiderio di una Chiesa dalle porte aperte, l’attenzione alla tutela del creato e alla “conversione ecologica”. Meno noti sono il suo amore e il suo pensiero sull’arte.

Ne hanno parlato lo scorso 7 aprile a Roma, nella sede dell’Accademia urbana delle arti, Paolo Ondarza, storico dell’arte e giornalista della Radio Vaticana e il filosofo Massimo Borghesi in occasione della presentazione del volume di Rodolfo Papa Papa Francesco e la missione dell’arte - Il coraggio di trovare nuova carne per la trasmissione della parola, pubblicato da Cantagalli.

Vi proponiamo il video dell’incontro.

https://www.youtube.com/watch?v=KWepVzHqo38&feature=youtu.be&a

Il libro di Rodolfo Papa nasce da un’attenta riflessione dell’autore sull’arte e in particolare sull’arte sacra, in tutte le sue dimensioni; nasce dal suo lavoro ordinario di docente universitario, dalle riflessioni con gli studenti, dalle discussioni con i colleghi, nasce dalla lettura di testi e dalla continua visione di opere, e nasce anche dalla straordinaria partecipazione al XIII Sinodo dei Vescovi come esperto.

Il libro si pone in continuità con l’altro volume - Discorsi sull’arte sacra - pubblicato dallo stesso autore e tuttavia se ne distanzia perché esso vuole essere un contributo più agile, nelle note e nei riferimenti. Il libro vuole anche essere un umile omaggio a Papa Francesco evidenziando l’enorme ricchezza del suo magistero che ha importanti implicazioni nel campo artistico. I primi tre capitoli sono infatti dedicati agli effetti che le parole di Papa Francesco hanno in ambito artistico ed etico.

Rodolfo Papa è pittore, scultore, teorico, storico e filosofo dell’arte. Esperto della XIII Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi. Docente di Storia delle teorie estetiche (Istituto Superiore di Scienze Religiose Sant’Apollinare, Roma; Master II Livello di Arte e Architettura Sacra della Università Europea, Roma; Istituto Superiore di Scienze Religiose di Santa Maria di Monte Berico, Vicenza; Pontificia Università Urbaniana, Roma). Accademico Ordinario della Pontificia Insigne Accademia di Belle Arti e Lettere dei Virtuosi al Pantheon. Presidente della Accademia Urbana delle Arti. Tra i suoi scritti si contano circa venti monografie e alcune centinaia di articoli (“Arte Cristiana”; “Euntes Docete”; “ArteDossier”; “La vita in Cristo e nella Chiesa”; “Via, Verità e Vita”, “Frontiere”, “Studi cattolici”; “Zenit.org”, “Aleteia.org”; …).

Come pittore ha realizzato interi cicli pittorici per basiliche, cattedrali, chiese e conventi (Basilica di San Crisogono, Roma; Basilica dei SS. Fabiano e Venanzio, Roma; Antica Cattedrale di Bojano, Campobasso; Cattedrale Nostra Signora di Fatima a Karaganda, Kazakistan; Eremo di Santa Maria, Campobasso; Cattedrale di San Panfilo, Sulmona …)


Trump e la delusione dei cattolici trumpiani

Il bombardamento in Siria ha affondato i paladini entusiasti dell’imperatore contro il Papa accusato di essere “obamiano”. Un articolo di Massimo Borghesi su Terredamerica.com, la testata di news e analisi dall’America Latina diretta da Alver Metalli.

 
Il bombardamento della base aerea di Shayrat, in Siria, da parte dei missili americani non ha solo distrutto l’aeroporto di Assad. Ha anche mandato a fondo le speranze e le simpatie di molti cattolici neoconservative che, orfani dell’era Bush, vedevano nel presidente americano l’inizio di una nuova stagione, dopo quella “fallimentare” di Barack Obama. Una stagione segnata dalla restaurazione dei valori “forti”, dall’alleanza con il russo Putin nella lotta contro la minaccia islamica, da una leadership capace di opporsi al nuovo corso del cattolicesimo, troppo aperto e “buonista”, rappresentato, per i cattolici filo-Trump, da Papa Bergoglio. Con la sua decisione di bombardare la base siriana il Presidente Usa ha deluso le aspettative, ha posto un serio ostacolo alla distensione con Mosca, ha colpito Assad invece di attaccare lo Stato islamico. La delusione, tra i cattolici trumpiani, è palpabile. Fino ad una settimana fa erano paladini entusiasti dell’imperatore contro il Papa accusato di essere “obamiano”. Ora anche Trump appare “obamiano”. La spiegazione, circolante nei blog che lo sostenevano, è che ha ceduto all’”Apparato” militare-industriale-neocon. Non è stato all’altezza.

Si tratta di una spiegazione debole che, a rigore potrebbe servire a giustificare anche il comportamento dell’avversario Obama il quale, anche lui, potrebbe aver ceduto all’”Apparato”, incarnato, in questo caso, da Hillary Clinton. Qual è, però, è il caso di chiedersi, la diversità tra Trump ed Obama se è l’”Apparato” a decidere tutto? L’ Apparato, beninteso, esiste ma la capacità di un presidente sta nel manovrarlo e non farsi manovrare. Alla luce dei fatti, emerge la ragionevolezza di Mons. Pietro Parolin il quale, a nome del Papa, aveva dichiarato, riguardo a Trump, di attendere gli atti prima di giudicare. Questa posizione era stata criticata da quei cattolici per i quali la svolta mondiale inaugurata dalla presidenza Trump rappresentava la certezza di un mondo nuovo, la fine del “political correct”, la ripresa di un’identità forte da parte dell’Occidente minacciato dall’Islam e dalla Cina. Accordandosi con Putin, in una sorta di Santa Alleanza tra America e Russia, il mondo poteva ritrovare il suo “ordine” nella restaurazione dei valori etici e religiosi dimenticati. Letto in questa prospettiva, immaginata a tavolino dai cristiani neoconservatori, il tempo di Francesco era scaduto. Il Papa “argentino”, consegnato all’universo obamiano, era, idealmente, già finito. Una brutta parentesi nel cammino di restaurazione dei valori identitari portati avanti oggi in Europa da tutti coloro che sognano il ritorno alle piccole patrie.

Di fronte a questo scenario, dipinto tutto in discesa, i missili di Trump rappresentano una battuta d’arresto. I cattolici che tanto irridevano il Papa, considerato un relitto dell’era della globalizzazione, avranno ora da riflettere. Ciò che difetta è una capacità critica verso i poteri del mondo. Tanto entusiasmo per gli imperatori, in odio al Papa, è davvero imbarazzante per chi si fa tutore dell’ortodossia “ecclesiale”. La storia della Chiesa dovrebbe, qui, insegnare qualcosa.

Queste semplici osservazioni valgono anche per coloro che, pur avendo sostenuto lealmente Francesco da tutti i vergognosi attacchi cui è stato oggetto, hanno avallato, però, la scelta di Trump sulla Siria. Costoro dovrebbero ricordare che fu il Papa, con la sua veglia di preghiera a Piazza S. Pietro del 7 settembre 2013, a fornire l’assist a Putin per farsi mediatore nel momento stesso in cui Obama, dopo aver detto che la linea rossa era stata passata, era quasi “obbligato” alla guerra. Una guerra dagli esiti catastrofici. Il Papa era allora contro Obama. Non si vede perché oggi, diversamente dal 2013, dovrebbe essere a favore di Trump.


“Il diario di Papa Francesco” sulla visita a Carpi

Il 3 aprile 2017 puntata speciale su Tv2000 de “Il diario di Papa Francesco” sulla visita a Carpi, condotta da Gennaro Ferrara e Marco Burini. Ospiti in studio: Gilberto Borghi, insegnante di religione, Brunetto Salvarani, teologo e il filosofo Massimo Borghesi. Ecco il video della puntata

https://youtu.be/wiFc09LzK4Y


Papa Francesco

La bellezza disarmata è la via della misericordia

«Identità significa autocoscienza di ciò che si è incontrato. Per un cristiano questa deriva dall’esperienza di grazia, da qualcosa di accaduto che non dipende da noi, non è merito nostro. Diversamente l’identità diventa una costruzione ideologica finalizzata alla dialettica tra amico e nemico». L’intervista a Massimo Borghesi da cui è tratta questa citazione è uscita in Spagna, sul sito internet Páginas Digital a cura di Juan Carlos Hernandez, ma bene ha fatto IlSussidiario.net a riprenderla, perché rappresenta una sintesi molto lucida sul tema della presenza del cristiano nel mondo secolarizzato.

 

IlSussidiario.net, sabato 11 marzo, int. Massimo Borghesi, FRANCESCO E CARRÓN/ La bellezza disarmata è la via della misericordia (J.C. Hernandez)

 

 

La secolarizzazione, la difesa dei valori cristiani, l’identità cristiana, il primato della grazia, la politica: l’intervista a MASSIMO BORGHESI apparsa su "Páginas Digital"

 

Pubblichiamo l’intervista a Massimo Borghesi di Juan Carlos Hernandez uscita su Páginas Digital e dedicata all’ultimo libro di Julián Carrón, La bellezza disarmata (Rizzoli, 2016).

Una delle tesi principali del libro è che l’Illuminismo afferma acquisizioni fondamentali originate dal cristianesimo, come il concetto di persona o di libertà, prescindendo però dall’esperienza che aveva permesso loro di emergere pienamente. Che cosa ne pensa di questa affermazione? Se le cose stanno così, in che modo questo cambiamento di mentalità riguarda anche il popolo cristiano?

L’"autonomia" del valori cristiani rispetto alla fede era uno dei postulati della cultura illuministica. Il processo di secolarizzazione era inteso, dalla cultura europea, come appropriazione dell’umanesimo cristiano separato da Cristo. Il gioco ha funzionato finché la realtà popolare era ancora cristiana, dopodiché si è rivelato impossibile. I valori cristiani vivono nel rapporto con Cristo; separati da Lui muoiono. Era quanto scriveva con assoluta lucidità Romano Guardini negli anni del nazionalsocialismo. Nel contesto odierno il diffondersi, dopo l’89, dell’agnosticismo positivistico-libertino, tecnico-gaudente, ha portato alla scomparsa degli ultimi residui dell’etica cristiana a favore di un modello di vita fortemente selettivo. Per esso una vita è degna solo se è pienamente felice, appagata, ovvero se corrisponde ai parametri della sanità (bio-psichica), della giovinezza, del successo, della ricchezza. Fuori rimangono coloro che papa Francesco chiama gli "scarti", i deboli che non hanno diritto di cittadinanza. Il fallimento del progetto illuminista consacra l’attualità di Nietzsche: solo i "migliori" hanno diritto di esistere. È il trionfo del modello tecnocratico asservito al principio del piacere. Questa equazione tra vita-potenza-felicità, una equazione che ricorda il pensiero di Spinoza, è, in realtà, una confessione di "im-potenza". I nostri contemporanei, privi di speranza, come documenta l’agnosticismo radicale, sono indifesi di fronte alle tragedie e ai drammi della vita. È come se la capacità di sopportare il male e il dolore fosse scomparsa. L’Eden promesso è un palcoscenico di cartone che cade al primo rumore di vento. Di fronte a questo processo molti cristiani restano fermi all’idea di una "cristianità" che non esiste più, sono sgomenti dall’avanzare di una deriva antropologica che non riconosce alcuna sacralità alla vita. Donde un atteggiamento "reattivo" che punta tutto nella difesa di determinati valori, a livello pubblico, continuamente rimossi dalla cultura dominante.

Di fronte a quanto affermato da Ratzinger, "Ciò che in riferimento alle fondamentali questioni antropologiche sia la cosa giusta e possa diventare diritto vigente, oggi non è affatto evidente di per sé" e in un contesto di crollo delle evidenze quale lavoro devono affrontare i cattolici per costruire la vita comune? Qual è il modo più intelligente per farlo? 

Il volume di don Julián Carrón, La bellezza disarmata, indica, già nel titolo, la strada da percorrere. Essa coincide con la "via della Misericordia" proposta da papa Francesco per il tempo presente. Il cristiano, in un mondo segnato dal nichilismo e dal venir meno delle evidenze, è chiamato a rendere manifesta una modalità di esistere diversa, una modalità che si fonda sulla grazia e non sulla techne, sull’ideale utilitaristico-tecnocratico. Il cristiano è colui che rappresenta l’"eccedenza", un di più che la società odierna ha dimenticato, che non conosce. Hans Urs von Balthasar, il più grande teologo del ‘900, affermava che dopo la via teo-cosmologica degli antichi e quella antropologica dei moderni, oggi Solo l’amore è credibile, titolo di un suo volume del 1963Romano Guardini, nelle pagine finali de La fine dell’epoca moderna, indicava nella "carità" l’elemento ignoto, il punto di diversità del cristiano dopo il generale fallimento dei valori secolarizzati derivato dall’illuminismo. Per Carrón solo l’esperienza del Fatto cristiano, l’esperienza e non l’adesione formale ai dogmi o alla tradizione, può generare uomini in cui la fede si esprime come umanità nuova. Non cristiani "reattivi", risentiti, amareggiati, in guerra con il mondo, ma personalità libere, appassionate ai frammenti di bene che pure sono presenti. Punti luminosi di fraternità, di compassione, di tenerezza. Medici e infermieri di quell’ospedale da campo che è, e deve essere, la Chiesa del XXI secolo.

A proposito di cattolici impegnati in ambito pubblico e politico, nel libro si parla di un compresso "critico e di contenimento, nel limite del possibile, degli effetti negativi dei semplici regolamenti e della mentalità che è alla loro origine". Anche in politica? È utile il metodo della testimonianza? In cosa si concretizza questo lavoro "critico e di contenimento"?

La testimonianza è ecclesiale, sociale, culturale e politica. È una e pluriforme, secondo le modalità diverse suggerite dagli ambienti. L’errore dei cristiani "reattivi", i cristianisti, non sta nella difesa (giusta) di certi valori, bensì nel credere che dalla loro presenza dipenda la "rinascita" cristiana oggi. In realtà la tutela della vita, nascente o morente, è un fattore di grande importanza e i cristiani debbono battersi, in sede pubblica, per la tutela di questi valori. Da essi dipende il livello di civiltà di un popolo. E, tuttavia, la civiltà non indica la rinascita della fede. Questa dipende da altro. Come afferma papa Benedetto, in Deus caritas est (1), ripreso da Papa Francesco in Evangelii gaudium (7): "All’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva". È la testimonianza, una testimonianza di misericordia, che rende possibile l’incontro con una Presenza che consente, oggi, una nuova modalità di esistenza non più asservita al paradigma tecnocratico.

Le leggi anti-aborto non sono sufficienti per mantenere viva la convinzione che la vita è un bene. Bisognerebbe dare la priorità alla conversione del cuore umano più che allo sforzo nobile di cambiare le leggi?

L’opposizione all’aborto, unitamente all’impegno per rendere possibile la condizione di una maternità sostenibile, sono due momenti di un impegno nobile. È importante anche se non è sufficiente. Il punto è che queste leggi passano perché la vita, quella "fragile", non è più avvertita come importante. La cultura della vita passa attraverso la testimonianza di qualcosa che "eccede" la vita. Per questo la testimonianza della fede è ciò che oggi primerea. Da qui l’invito del Papa, raccolto da Carrón, sul valore prioritario del kerygma rispetto alla dottrina morale. Prioritario non significa escludente. Non si tratta di favorire un disimpegno spiritualistico o di teorizzare la Chiesa delle catacombe, bensì di comprendere che l’impegno pubblico assume il suo senso solo all’interno di un impegno di testimonianza, personale e comunitaria, della Chiesa in generale. Mente il lavoro nelle istituzioni non concerne direttamente la Chiesa ma il laicato impegnato, il lavoro della testimonianza riguarda la totalità della Chiesa. In un mondo neopagano, postcristiano, la novità della fede può tornare secondo modalità semplici, essenziali, non gravate dal peso della tradizione e della storia. Da incontro personale ad incontro personale: come duemila anni fa.

In che misura una chiara identità di sé aiuta l’incontro con l’altro che la pensa diversamente?

"Identità" significa autocoscienza di ciò che si è incontrato. Per un cristiano questa deriva dall’esperienza di "grazia", da qualcosa di accaduto che non dipende da noi, non è merito nostro. Diversamente l’"identità" diventa una costruzione ideologica finalizzata alla dialettica tra amico e nemico. La parola "cristiano" significa essere-di-Cristo, appartenere a Lui. Questa appartenenza non chiude ma apre al mondo, alle ferite del mondo, alla sua sete di felicità, di bene, di verità. L’incontro è semplice, umano, non pretende nulla, nemmeno che l’altro divenga cristiano perché questo è opera di Dio e non dell’uomo. L’incontro è la Misericordia di Dio che abbraccia l’umano che non crede più alla possibilità di ricominciare, di iniziare di nuovo.

 

(Juan Carlos Hernandez)