Cl, l’Europa e il “nuovo inizio” di Carrón

carron_007[1]Pubblichiamo l’intervento di Massimo Borghesi su IlSussidiario.net, che riprender un recente testo di don Julián Carrón sulle imminenti elezioni europee. Attraverso e al di là della scadenza elettorale, come ricorda Borghesi stesso «si intuisce che il tema mira ad altro, ad indicare i punti d’urgenza per il cristianesimo nel mondo contemporaneo».

 

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IlSussidiario.net, venerdì 23 maggio, ELEZIONI/ Cl, l’Europa e il “nuovo inizio” di Carrón (Massimo Borghesi)

 

L’occasione di Europa 2014. È possibile un nuovo inizio?, ultimo testo di don Julián Carrón, sono le elezioni europee ma si intuisce che il tema mira ad altro, ad indicare i punti d’urgenza per il cristianesimo nel mondo contemporaneo. L’articolo di Carrón è importante perché, per la prima volta, vengono analizzati, in forma dettagliata, alcuni nodi cruciali: il giudizio sul moderno, la libertà religiosa, il Concilio Vaticano II, il confronto con il relativismo odierno, ecc. Questioni rimaste a lungo aperte, nella lunga storia di Cl, tanto da destare reiterate, e spesso ingiustificate, accuse di chiusura e di integrismo che trovano ora una risposta lucida e chiarificante.

Il testo di Carrón, va detto subito, si inscrive nello spirito di apertura che anima l’attuale pontificato senza, con ciò, rinnegare in nulla quello di Benedetto XVI il cui pensiero costituisce l’architrave dell’articolo. È proprio appoggiandosi alla riflessione di Ratzinger-Benedetto che Carrón delinea il quadro dell’Europa odierna.

Un’Europa che sorge dal modello illuminista pensato come risolutore, nel ‘700, della grave divisione religiosa che contrapponeva cattolici e protestanti, e che, al presente, appare come un modello in crisi profonda. Con il congedo da Kant e dall’idea dei diritti fondati su una ragione universale l’Occidente odierno fonda la libertà sul relativismo dei valori, sui diritti soggettivi, sul principio di non discriminazione. Rimane così il sogno moderno della libertà come autodeterminazione, svincolato, però, dalla ragione e da ogni riconoscimento di principi oggettivi, naturali o razionali che siano. È il quadro di oggi. L’interesse di Europa 2014, rispetto a tale deriva, che è anche una “deriva antropologica”, è dato dal fatto che la risposta non viene affidata alla “via breve”, meramente reattiva, ma alla “via lunga” che non rinnega l’esigenza della libertà ma la riconduce al rapporto con l’alterità.

Toglie la libertà dall’isolamento individualistico che, come una patologia, caratterizza il mondo senza legami, la società liquida in cui tutti siamo immersi.

Si tratta di un orientamento che, consapevolmente, si distingue dalla strada scelta da una parte del cattolicesimo italiano odierno, quella che ha trovato espressione nella Lettera a Papa Francesco riportata da Il Foglio l’11 febbraio. Una lettera che tirava palesemente per la giacca il Papa invitandolo a mutare rotta, a lasciar perdere con la misericordia ed il perdono e a tornare allo scontro diretto con il mondo per la difesa dei valori non negoziabili.

«Occorre reagire - scrivevano i firmatari - sposando l’energia interiore della fede alla capacità di realismo razionale ancora contenuta nel meglio della cultura universale».

Dal punto di vista ideologico siamo qui di fronte ad una sorta di “cristianesimo illuminista”, ad un razionalismo cattolico che recupera la ragione forte di una modernità perduta contrapponendola alla ragione debole dei post-modernisti. È l’orizzonte dell’occidentalismo teocon, trionfante dopo l’11 settembre 2001, che ha affilato di nuovo le sue armi in antitesi al volto “buonista” di papa Francesco.

Ciò che lo caratterizza è il primato della teologia politica, l’idea che il rinnovamento religioso del mondo passi attraverso il potere. Il cattolicesimo diviene parte, partito, lobby, sul modello dei gruppi di pressione americani caratterizzati da una mobilitazione permanente fatta di sit-in, marce, appelli, denuncie. La Chiesa, in quanto tale, diventa un movimento anti-aborto, anti-gay, anti-gender, ecc.

Rispetto a questo orientamento Carrón muove una serie di osservazioni. La prima è «la puntualizzazione che sta al centro della Evangelii Gaudium: la constatazione che, nel mondo cattolico, la battaglia per la difesa dei valori è divenuta nel tempo così prioritaria da risultare più importante rispetto alla comunicazione della novità di Cristo, alla testimonianza della sua umanità. Questo scambio tra antecedente e conseguente documenta la caduta “pelagiana” di tanto cristianesimo odierno, la promozione di un cristianesimo “cristianista” (Rémi Brague), privato della Grazia». È questa inversione, lamentata dal Papa, che spiega, ed è il secondo punto, come l’insistenza cada, unilateralmente, sulle strutture, sulle leggi, trascurando la dimensione dei mores, dei costumi, senza i quali anche le leggi migliori non resistono, in democrazia, al cambiamento legato alle variazioni della mentalità dominante.

Con ciò, ed è il terzo punto, non si tratta di ritirarsi in un comodo limbo - la fuga spiritualistica dal mondo -, né di «contrapporre la dimensione dell’avvenimento e la dimensione della legge», ma di comprendere che, nell’unità di una vocazione, siamo di fronte ad una distinzione di ambiti. «Chi è impegnato sulla scena pubblica, in campo culturale o politico, ha il dovere, da cristiano, di opporsi alla deriva antropologica odierna. Ma questo è un impegno che non può coinvolgere tutta la Chiesa in quanto tale, la quale ha l’obbligo, oggi, di incontrare tutti gli uomini, indipendentemente dalla loro ideologia o appartenenza politica, per testimoniare l’”attrattiva Gesù”».

Questa distinzione non significa che i cristiani, tutti i cristiani, non siano tenuti al Catechismo della Chiesa cattolica. Significa, però, che non si può presumere che dal (giusto) impegno pubblico volto a limitare gli effetti della rivoluzione antropologica possa sorgere l’Europa dei mores, né, tanto meno, espressioni significative di un popolo cristiano.

Come scrive Carrón: «L’impegno dei cristiani in politica e nelle sfere dove si decide del bene comune rimane necessario. Anzi, attraverso il modello della dottrina sociale della Chiesa, indica quelle formule di convivenza condivisa che l’esperienza cristiana ha verificato. Oggi più che mai è importante. Senza mai dimenticare che nelle circostanze attuali tale impegno assume, in senso paolino, più un certo valore katechontico, cioè critico e di contenimento, entro i limiti del possibile, degli effetti negativi delle pure procedure e della mentalità che ne è causa. Non può, però, presumere che dalla sua azione, per quanto meritoria, possa meccanicamente sorgere il rinnovamento ideale e spirituale della città degli uomini. Questo nasce da “ciò che viene prima”, che primerea, da un’umanità nuova generata dall’amore a Cristo, dall’amore di Cristo».

Questo “ciò che viene prima” è, secondo Carrón, il contributo che il movimento di Cl può, se rimane fedele alla sua vocazione, offrire, in totale umiltà, nell’assoluta consapevolezza dei suoi limiti. È il metodo educativo sperimentato da don Luigi Giussani, incentrato sull’incontro evangelico e non sulla mobilitazione permanente, nella consapevolezza che Cristo, oggi come duemila anni fa, è venuto innanzitutto per i malati, i peccatori, i pubblicani, le prostitute. Si tratta di una prospettiva che, all’origine, non è dialettica, non ha bisogno di “opporsi” per “porsi”. Un cristianesimo fondato sull’incontro è “positivo”, teso a far risaltare quanto di vivo permane nel cuore dell’uomo, a distinguere “criticamente”, come fa Carrón nel suo articolo, istanze giuste da formulazioni errate.

Sul piano europeo ciò significa due cose. La prima: l’incontro tra cristianesimo e modernità può avvenire oggi, come hanno visto Ratzinger e Jürgen Habermas nel loro celebre confronto del 2004, a partire da una duplice autocritica, quella del cristianesimo moderno e quella della stessa modernità. Una modernità “riflessiva”, consapevole dei suoi limiti, può incontrarsi con un cristianesimo sciolto dalle ambizioni teologico-politiche ereditate dal Medioevo e dall’era post-teodosiana. È per questo che in Carrón la critica dell’illuminismo kantianocristianista non porta ad una critica dell’illuminismo e della modernità. Al contrario, alla luce del Concilio Vaticano II la modernità e, in primis, il principio della libertà religiosa sancito dalla Dignitatis humanae vengono riconosciuti in tutta la loro importanza. Proprio questa libertà religiosa, patristico-moderna, ed è la seconda cosa rilevante, viene richiesta all’Europa e alle sue istituzioni come la condizione essenziale perché il cristianesimo possa essere comunicato ed incontrato, perché la libertà possa, nella relazione con l’alterità, farsi inclusiva, non più escludente come accade oggi. Per questo, scrive l’autore, «il nostro desiderio è che l’Europa diventi uno spazio di libertà per l’incontro tra i ricercatori della verità».

 


Educare alla libertà: famiglia e nuovi “diritti”

Primipassi_NW[1]La Fondazione Tempi propone venerdì 23 maggio 2014 alle 21.15 al cinema teatro Don Bosco di via san Camillo de Lellis, 4 Padova un incontro sul tema Educare alla libertà: famiglia e nuovi “diritti” - Di fronte ai problemi della vita occorre approfondire la natura del soggetto che li affronta.

Sono previsti gli interventi del giornalista del settimanale Tempi Pietro Piccinini, di Mauro Ronco, ordinario di Diritto penale all’Università di Padova e del presidente della Fondazione Irccs Ca’ Granda Ospedale Maggiore Milano Giancarlo Cesana. Il moderatore sarà Enrico Fiorini.

L’incontro prende spunto da un passo della recente lettera dei vescovi del Triveneto in occasione della 36ª Giornata per la vita: «Sottolineiamo il grave pericolo che deriva, per la nostra civiltà, dal disattendere o stravolgere i fondamentali fatti e principi di natura che riguardano i beni della vita, della famiglia e dell’educazione, confondendo gli elementi obiettivi con quelli soggettivi e veicolati da discutibili concezioni ideologiche della persona che non conducono al vero bene né dei singoli né della società. [...] Di fronte a quella che si configura come una vera “emergenza educativa”, noi Vescovi avvertiamo la responsabilità e il dovere di richiamare tutti alla delicatezza e all’importanza di una corretta formazione delle nuove generazioni - a partire da una visione dell’uomo che sia integrale e solidale - affinché possano orientarsi nella vita, discernere il bene dal male, acquisire criteri di giudizio e obiettivi forti attorno ai quali giocare al meglio la propria esistenza e perseguire la gioia e la felicità del compimento [...]».

 

Info www.fondazionetempi.org


Una mostra celebra Bernardo Colombo

060516 Colombo (43)Dal 13 maggio 2014 al 30 maggio 2014, con una mostra, il dipartimento di Scienze statistiche dell’Università di Padova ricorda Bernardo Colombo (1919-2012), figura  preminente nella storia della statistica a Padova. A lui si deve l’istituzione della Facoltà di Scienze statistiche nel 1968.

Il percorso scientifico di Bernardo Colombo si è svolto in un lunghissimo periodo, spaziando in diversi ambiti, dalla statistica all’organizzazione del sistema scolastico, dalle statistiche ufficiali alla demografia – specie con gli studi su nuzialità, fecondità, abortività – dalle politiche di popolazione alla biometria del ciclo femminile. Al rigore scientifico e metodologico univa la capacità di alimentare rapporti intensi con giovani studenti, ricercatori, colleghi di lavoro nella conduzione di collaborazioni nazionali e internazionali.

Del professor Colombo nel nostro sito abbiamo già pubblicato l’introduzione da lui tenuta per la nostra Associazione il 16 maggio 2006 nell’aula magna del Bo a Padova a un incontro nel quadro dei convegni sull’attualità di sant’Agostino, e il commento di don Giacomo Tantardini, che lo ringraziava di cuore «per il modo umanissimo con cui ha accennato all’umanità del Signore, di Gesù» e «per gli accenni al rapporto tra carità e verità».

 

La mostra sul professor Colombo si può visitare anche virtualmente sul sito http://mostra-colombo.stat.unipd.it/
Per informazioni sulla mostra: segrorg@stat.unipd.it

 

Dove: chiostro - dipartimento di Scienze statistiche - via Cesare Battisti, 241 - Padova
Quando: 13-30 maggio 2014


Europa 2014, è possibile un nuovo inizio?

140513 incontro Europa«Alla vigilia delle elezioni europee del 25 maggio l’opinione pubblica sembra divisa tra chi spinge per uscire dall’Unione europea e chi ritiene inutile andare a votare perché il voto, di fatto, non cambierà niente. Sebbene non manchino sostenitori dell’UE, si respira un prevalente senso di frustrazione: l’Europa non appare più come un centro, ma come una grande periferia del mondo globalizzato. Ma, nella scia di papa Francesco, proprio l’essere o il sentirsi ‘periferia’, se guardato nel profondo, non può costituire l’occasione per recuperare un atteggiamento positivo e darci l’opportunità di un cambiamento?».

Così recita la parte iniziale del testo del giudizio di Comunione e Liberazione in vista del voto per il rinnovo del Parlamento europeo. E proprio a partire da questi documento CL di Padova propone l’incontro

EUROPA 2014, È POSSIBILE UN NUOVO INIZIO?

martedì 13 maggio 2014, ore 21.00

aula magna Polo didattico Dieffe

via Risorgimento 29 - Noventa Padovana (PD)

con

Luca ANTONINI ordinario di Diritto costituzionale, Univ. Padova

Gilberto MURARO ordinario di Scienza delle finanze, Univ. Padova

a cura di Comunione e Liberazione

 

Scarica il volantino di CL: EUROPA 2014, È POSSIBILE UN NUOVO INIZIO?

Scarica la locandina dell'incontro

 

MATERIALI DI APPROFONDIMENTO (dal sito Tracce.it)

«È possibile un nuovo inizio?» - L'intervento di Julián Carrón all'incontro del 9 aprile a Milano

Il volantino di CL

Il video dell'incontro del 9 aprile a Milano

L'intervento di Riccardo Ribera d'Alcalá all'incontro di Milano

L'intervista integrale a Rowan Williams

L'intervista integrale a Laurent Lafforgue

L'intervista integrale a Gian Arturo Ferrari

L'intervista integrale a padre Mauro Giuseppe Lepori

L'intervista integrale a Constantin Sigov


Don Giovanni il dissoluto assolto

don gioSegnaliamo volentieri l'iniziativa di un gruppo di studenti universitari padovani: due date a Padova per l’opera teatrale del Nobel José Saramago con la Compagnia Teatrale Universitaria Beolco Ruzzante

 

Non si tratta certo di una buona giornata per Don Giovanni, nobile cavaliere di Siviglia e grande donnaiolo. Sebbene abbia avuto più di duemila donne, non è riuscito a conquistare le ultime due che aveva preso di mira: la contadina Zerlina, che stava per convolare a nozze con l’amato Masetto, e la nobile Donna Anna, che si è opposta alle seduzioni del libertino invocando l’aiuto di suo padre il Commendatore, poi ucciso in duello da Don Giovanni. Ma quel che è peggio, cosa di cui Don Giovanni è ancora ignaro, è che Donna Anna, aiutata dal promesso sposo Don Ottavio e da Donna Elvira, una vecchia vittima del seduttore, sta tramando vendetta per il tentato abuso e per la morte del padre. Il Commendatore, però, non aspetta che siano i vivi a vendicarlo, e si presenta lui stesso, sotto forma di statua, a casa di Don Giovanni…

 

La Compagnia Teatrale Universitaria Beolco Ruzzante

presenta

dal premio Nobel J. Saramago

Don Giovanni il Dissoluto Assolto

giovedi 8 maggio ore 21
sabato 17 maggio ore 21

Teatro don Bosco, via S. Camillo de Lellis, Padova

 

Entrata gratuita. Posti limitati.

Prenotazioni su: teatro-unipd.eventbrite.it

Personaggi e interpreti

Andrea Stefani (Psicologia)                   Don Giovanni

Gianluca Segato (Economia)                 Leporello

Filippo Carnovalini (Informatica)         Il Commendatore

Federica Volpato (Veterinaria)              Donna Elvira

Valentina Bolognesi (Beni Culturali)    Donna Anna

Elena Marzola (Psicologia)                   Zerlina

Nicola Stefani (Psicologia)                    Masetto

Andrea Artico (Statistica)                      Don Ottavio

Iniziativa studentesca finanziata con il contributo dell’Università di Padova sui fondi della Legge 3.8.1985 n. 429

La Compagnia Teatrale Universitaria Beolco Ruzzante è nata dalla passione per il teatro di alcuni studenti dell’ateneo patavino, desiderosi di poter coltivare la loro passione anche durante il periodo degli studi, e di far conoscere ai loro colleghi studenti una forma d’arte, quella teatrale, che non è più valorizzata come un tempo ma che può ancora dare moltissimo.

Questo “Don Giovanni” è la prima rappresentazione che la Compagnia riesce a mettere in scena, grazie all’aiuto dei fondi concessi dall’Università di Padova; tutti i membri della Compagnia si augurano che possa essere il primo di una lunga serie di spettacoli, che coinvolgano sempre più studenti sia tra il pubblico che all’interno della Compagnia stessa.

 


Bergoglio e don Gius, le affinità elettive

1960. Lezione di don Giussani durante la Settimana studenti a Varigotti.Il primato della Grazia, il rifiuto di un cristianesimo ridotto alle sue conseguenze etiche, il rischio della gnosi e del pelagianesimo. Per Massimo Borghesi, sono i fondamentali punti in comune della visione di don Luigi Giussani e del cardinale di Buenos Aires Jorge Mario Bergoglio, oggi papa Francesco. Il quotidiano Avvenire il 27 aprile 2014 con un articolo del caporedattore centrale Giorgio Paolucci dal titolo Bergoglio e don Gius, le affinità elettive” riprende le conclusioni di Borghesi, pubblicate a suo tempo su Terredamerica.com, in un articolo che vi proponiamo.

Per leggere l'articolo sul sito internet di Avvenire, cliccare qui.
"Da molti anni gli scritti di monsignor Giussa­ni hanno ispirato la mia riflessione. (...) Il senso religioso non è un libro ad uso esclusivo di coloro che fanno parte del movimento; neppure è solo per i cristiani o per i credenti. È un libro per tutti gli uomini che prendono sul se­rio la propria umanità. Oso dire che oggi la questione che dobbia­mo maggiormente af­frontare non è tanto il problema di Dio, l’esi­stenza di Dio, la cono­scenza di Dio, ma il problema dell’uomo, la conoscenza dell’uo­mo e il trovare nell’uo­mo stesso l’impronta che Dio vi ha lasciato per incontrarsi con Lui. (...) Non si può i­niziare un discorso su Dio se prima non ven­gono soffiate via le ce­neri che soffocano la brace ardente dei ’per­ché’ fondamentali. Il primo passo è creare il senso di tali domande che sono nascoste, sotterrate, forse soffe­renti, ma che esisto­no».

Correva l’anno 1999 quando l’arcive­scovo di Buenos Aires, Jorge Maria Bergoglio, pronunciava queste parole in occasione della presentazione di El sentido religioso , traduzione in lingua spagnola dell’opera fondamentale di Lui­gi Giussani, Il senso religioso. Le ragioni di una con­sonanza ideale tra i due, che non si sono mai incontrati diretta­mente, vengono sot­tolineate anche due anni più tardi in occa­sione della presenta­zione di un’altra ope­ra del leader di Comu­nione e liberazione, L’attrattiva Gesù: «La prima, più personale, è il bene che negli ul­timi dieci anni que­st’uomo ha fatto a me, alla mia vita di sacer­dote, attraverso la lettura dei suoi li­bri e dei suoi articoli - ebbe a dire l’ar­civescovo - . La seconda ragione è che sono convinto che il suo pensiero è profondamente umano e giunge fino al più intimo dell’anelito dell’uomo. Oserei dire che si tratta della fenome­nologia più profonda e, allo stesso tempo, più comprensibile della no­stalgia come fatto trascendentale».

L’attenzione alle esigenze elementa­ri della persona e la categoria dell’'incontro' come modalità che fa accendere la fede, sono i due 'focus' su cui si gioca, sia per Bergoglio sia per Giussani, la capacità del cristia­nesimo di fare presa sull’uomo con­temporaneo.
In un lungo e dettagliato articolo pub­blicato nei giorni scorsi sul sito wwww.terredamerica.com, il filosofo Massimo Borghesi, dopo avere evi­denziato la sintonia tra i due, ne sot­tolinea tre conseguenze rilevanti. La prima è che la Grazia è qualcosa che viene 'prima': presentando L’attrat­tiva Gesù, Bergoglio sottolinea che «sempre primerea la grazia, poi viene tutto il resto». La seconda conse­guenza è che se l’incontro è la moda­lità essenziale con cui la fede si co­munica, in un mondo tornato larga­mente pagano il cristianesimo deve declinarsi nella sua forma essenziale e non, primariamente, nelle sue con­seguenze etiche, la cui salvaguardia spetta ai cristiani impegnati nella so­cietà.

Come osserva papa Francesco nell’intervi­sta a padre Spadaro su 'Civiltà cattolica', «l’annuncio di tipo missionario si con­centra sull’essenziale, che è anche ciò che appassiona e attira di più, ciò che fa ardere il cuore, come ai disce­poli di Emmaus. Dob­biamo quindi trovare un nuovo equilibrio, altrimenti anche l’edi­ficio morale della Chiesa rischia di cade­re come un castello di carte, di perdere la fre­schezza e il profumo del Vangelo. La propo­sta del Vangelo deve essere più semplice, profonda, irradiante. È da questa proposta che poi vengono le conseguenze morali». L’«attrattiva Gesù», un termine ripreso nella Evangelii gaudium (39) precede quindi la dottrina morale. Una posizione, questa, che contribuisce a preve­nire il sorgere di forme di fondamentalismo cristiano, che in questi tempi sono tornate al­la ribalta.

La terza conseguenza è rintracciabile nelle due possibili derive che vanno evitate, la gnosi e il pelagianesi­mo, individuate espli­citamente anche nel­la Evangelii gaudium (94). Borghesi nota che «se il cristianesi­mo è un avvenimento che si rende manife­sto in un incontro sto­rico e sensibile, se es­so primerea rispetto a ogni nostra azione o intenzione, allora lo svuotamento spiritualistico del fatto cristiano, la negazione del suo esse­re carne, così come la pretesa mora­listica di poter costruire da sé il mon­do nuovo, appaiono le deviazioni da correggere».

Come affermava lo stesso Bergoglio nel 2011: «Questa concezione cristia­namente autentica della morale che Giussani presenta non ha niente a che vedere con il quietismo spiritualoide di cui sono pieni gli scaffali dei su­permercati religiosi oggigiorno. E nep­pure con il pelagianesimo così di mo­da nelle sue diverse e sofisticate ma­nifestazioni. Il pelagianesimo al fon­do è rieditare la Torre di Babele. I quie­tismi spiritualoidi sono sforzi di pre­ghiera o di spiritualità immanente che non escono mai da se stessi». In en­trambi i casi, siamo davanti a un pro­cesso di mondanizzazione della fede e, come avverte Papa Francesco nel­la Evangelii gaudium, «non è possibile immaginare che da queste forme ri­duttive di cristianesimo possa scatu­rire un autentico dinamismo evange­lizzatore».

 

Giorgio Paolucci

Se la politica assorbe la teologia

 

289[1]“Se la politica assorbe la teologia” è il titolo della recensione, in data 10 gennaio 2014 a firma di Michele Brignone, che oasiscenter.eu, il sito internet della Fondazione Oasis, dedica al testo di Massimo Borghesi Critica della teologia politica. Da Agostino a Peterson: la fine dell’era costantiniana, Marietti 1820, Genova-Milano 2013.

 

Per leggere la recensione sul sito di Oasis http://www.oasiscenter.eu/it/recensioni/2014/01/10/se-la-politica-assorbe-la-teologia

 

In un’epoca in cui le fedi si riaffacciano sulla scena pubblica, potrebbe toccare al Cristianesimo offrire la chiave per una corretta articolazione del rapporto tra politica e religione. Frutto di intricate vicende storiche e filosofiche, tale chiave si trova condensata in una preposizione. Nella sua concezione propria infatti, la posizione della fede cristiana rispetto alla politica «è una teologia della politica, non una teologia politica. Ciò significa che non raggiunge il politico direttamente ma attraverso la mediazione etico-giuridica. Non realizza l’identità con il politico. Lo impedisce la riserva escatologica, lo scarto tra grazia e natura. La teologia politica, al contrario, è “dialettica”. Per essa il momento teologico si realizza attraverso il politico e il politico tramite il teologico» (p. 13).

È quanto scrive Massimo Borghesi, professore di filosofia morale all’università di Perugia, nel suo Critica della teologia politica, che ripercorre in profondità e con un’erudizione mai fine a se stessa le grandi tappe del pensiero politico cristiano da Costantino fino all’era post-comunista. In questo stimolante itinerario Borghesi mette in evidenza il guadagno della Chiesa nel superamento del modello del Sacrum Imperium tramite il recupero di Agostino e la valorizzazione delle libertà moderne, culminati nell’insegnamento conciliare diDignitatis Humanae. I grandi protagonisti di questa stagione furono i tedeschi Peterson e Ratzinger e il francese Maritain, acuti critici della «trasposizione analogica dei concetti teologici in quelli politici» (p. 119) teorizzata negli anni ’30 del XX secolo da alcuni autori tedeschi, come Dempf, e soprattutto Carl Schmitt. Dopo Schmitt la teologia politica non si esaurì, ma cambiò segno, abbandonando la nostalgia per il modello imperiale medievale e diventando, con Metz, prima una «teologizzazione del modello illuminista» e poi una «teologia critica della società». Sia nelle sue varianti di “destra” che di “sinistra”, l’esito della teologizzazione del politico non cambia. Infatti, la riaffermazione del religioso attraverso il politico, che opera oggi a livello globale, non rischia soltanto di generare dosi massicce di intolleranza, ma «diviene una tappa ulteriore del processo di secolarizzazione. Per una singolare “eterogenesi dei fini” di vichiana memoria, il mondo iperreligioso, “saturo”, non può che generare la propria autodissoluzione. E questo sia per la dinamica immanente alla teologia politica, nella quale l’aggettivo assorbe il sostantivo; sia per il contraccolpo “laico” che la saturazione del religioso produce» (p. 281).

In questa luce, la preziosa ricostruzione di Borghesi non è solo un efficace antidoto contro letture deformate sia del Cristianesimo che della politica, ma può interrogare profondamente un mondo islamico ancora alla ricerca, dopo le Rivoluzioni arabe, di una configurazione istituzionale in cui religione e politica possano interloquire senza sovrapporsi, scontrarsi o annullarsi a vicenda. Che anche nell’Islam la teologia politica sia destinata a risolversi in un fallimento è confermato sul piano teorico da quanto Olivier Roy scriveva già 20 anni fa e su quello pratico dalla Repubblica islamica di Iran e dall’Egitto di Mursi. Tuttavia questo non basta a risolvere il nodo teologico su cui poggia la differenza tra teologia politica e teologia della politica e cioè la concezione agostiniana della grazia, che segna la distinzione delle due città, e quella del peccato, che «impone la distinzione tra teologia, etica, diritto, politica […] che il fondamentalismo teologico-politico non riconosce e che costituisce l’essenza della democrazia liberale moderna» (p. 301). Al di là dei tentativi di dimostrare che l’Islam è già laico, e di tutti gli accomodamenti tattici, dalla formulazione dello “Stato civile a riferimento religioso” alla distinzione tra principi e norme della sharî‘a, è anche con questo dato che gli sforzi di riforma dovrebbero confrontarsi. I riformisti affermano spesso che l’Islam aspetta ancora il suo Lutero. In realtà è di Agostino che avrebbe più bisogno.

 


Il papa e il filosofo

1538667_741904995850809_1788768161_n[1]Venerdì 21 marzo, alle ore 18,45, nella Sala Marconi della Radio Vaticana in piazza Pia a Roma, è stato presentato il libro-intervista di Alver Metalli «Il Papa e il filosofo», dedicato alla figura di Alberto Methol Ferré (con la prefazione di Guzmán Carriquiry Lecour, ed. Cantagalli, 232 pagine, 15,00 euro). Ferrè, scomparso nel 2009, è il filosofo uruguayano che ha conosciuto Jorge Mario Bergoglio, oggi Papa Francesco.

 

Nella foto, la presentazione del 21 marzo, di cui si può ascoltare il file audio aprendo questo link: https://www.youtube.com/watch?v=jimhrTILUfk. Sono presenti tre dei quattro intervenuti: Guzman Carriquiry (sta parlando al microfono), alla sua sinistra il teologo argentino Juan Carlos Scannone, a destra il filosofo Massimo Borghesi. Padre Federico Lombardi è in arrivo dall’incontro del Papa con i famigliari delle vittime di mafia

 

Alberto Methol Ferré auspicò e previde l’elezione di Benedetto XVI e intravide all’orizzonte quella di Papa Francesco. Nel 2005, il 6 aprile per l’esattezza, dunque 13 giorni prima della fumata bianca di martedì 19 che portò Ratzinger sulla cattedra di Pietro, da Montevideo dove viveva, Methol Ferré spezzò una lancia in suo favore. Interrogato dalla giornalista del quotidiano argentino «La Nación» che era andata ad intervistarlo dichiarò di essere «un grande sostenitore di Joseph Ratzinger».

 

Di più. «Penso – aggiunse – che sia l’uomo più indicato per essere Papa in questo momento della storia». Argomentò la sua convinzione così: «Perché è una delle ultime grandi espressioni di quella generazione che ha raggiunto uno splendore intellettuale equiparabile ai secoli XII e XIII del Medioevo, paragonabile anche alla migliore epoca della patristica greca e latina, quando ha inizio la gigantesca epopea dell’evangelizzazione dei popoli».

 

Ecco una breve dichiarazione in spagnolo di Massimo Borghesi sul tema

 

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Rileggendo Ratzinger: quelle «sorprese» su fede e politica

«Senza legami. Fede e politica nel mondo liquido: gli anni di Benedetto XVI», di Massimo Borghesi (edizioni Studium, pp. 220, 25 euro) raccoglie editoriali pubblicati negli anni del pontificato di Benedetto XVI. Ne emerge un'immagine inedita del Papa emerito. Proponiamo la recensione di Andrea Tornielli da La Stampa del 17 marzo 2014.

8553716127_8d3abb635c_c[1]Leggere «Senza legami. Fede e politica nel mondo liquido: gli anni di Benedetto XVI», l'ultimo libro di Massimo Borghesi (edizioni Studium, pp. 220, 25 euro) significa ripercorrere alcuni dei momenti salienti dell'ultimo pontificato. Con qualche sorpresa. Il volume, appena giunto nelle librerie, raccoglie articoli ed editoriali che il professore di Filosofia morale all'università di Perugia ha pubblicato sull'«Eco di Bergamo» tra il 2005 e il 2012, negli anni di Benedetto XVI. Proprio nell'immediatezza e nello stile diretto sta una delle principali qualità del libro, che ha il merito di restituirci un Ratzinger molto più attento alla modernità e molto più immerso in essa di quanto vorrebbero quei circoli intellettuali che per quasi otto anni si sono auto-proclamati interpreti del suo pontificato, schiacciandolo su artificiali cliché utili alle loro battaglie.

Già nell'introduzione, Borghesi ricorda l'opposizione di Ratzinger allo «scontro di civiltà» e alla corrente teocon. Presupposto del dialogo è per lui la distinzione tra la fede e la spada, religione e politica. «Una differenza che porta l'agostiniano Ratzinger a valorizzare il principio della libertà religiosa sancito dal Vaticano II - osserva Borghesi - come momento necessario dell'incontro tra il cristianesimo e la parte più autentica dell'illuminismo moderno».In effetti per Ratzinger il cristianesimo «in quanto religione dei perseguitati, in quanto religione universale, al di là dei diversi Stati e popoli, ha negato allo Stato il diritto di considerare la religione come una parte dell'ordinamento statale. Ha sempre definito gli uomini, tutti gli uomini senza distinzione, creature di Dio e immagine di Dio, proclamandone in termine di principio, seppure nei limiti imprescindibili degli ordinamenti sociali, la stessa dignità».«In questo senso - scriveva ancora Ratzinger nel 2005 - l'illuminismo è di origine cristiana ed è nato non a caso proprio ed esclusivamente nell'ambito della fede cristiana. Laddove il cristianesimo, contro la sua natura, era purtroppo diventato tradizione e religione di Stato (...) È stato merito dell'illuminismo aver riproposto questi valori originali del cristianesimo e aver ridato alla ragione la sua propria voce. Il Concilio Vaticano II, nella costituzione della Chiesa nel mondo contemporaneo, ha nuovamente evidenziato la corrispondenza tra cristianesimo e illuminismo, cercando di arrivare ad una vera riconciliazione tra Chiesa e modernità».

Da sottolineare quel «purtroppo era diventato religione di Stato». Affermazioni «di grande rilievo», sottolinea il professor Borghesi, «confermate a più riprese da Benedetto XVI, che mostrano quanto sia fuorviante l'immagine a lungo promossa dai mass media di un papato chiuso e conservatore. In realtà ciò che l'intellighenzia laica non gradiva, almeno in Italia, era proprio il volto "laico" del teologo Ratzinger, quel suo posizionarsi sul terreno moderno del confronto tra fede e ragione».

Borghesi ricorda l'umiltà di Benedetto, «quel suo stile evangelico di proporre il messaggio cristiano nella sua semplicità essenziale incentrato sulla misericordia (Deus caritas est) e non sulla condanna, sul rispetto della libertà e non sulla coercizione».

Alla vigilia del suo viaggio in Baviera, nel 2006, Papa Ratzinger disse in un'intervista con Radio Vaticana: «Il cattolicesimo non è un cumulo di proibizioni, ma una opzione positiva. Ed è molto importante che lo si veda nuovamente, poiché questa consapevolezza oggi è quasi completamente scomparsa. Si è sentito dire tanto su ciò che non è permesso, che ora bisogna dire: ma noi abbiamo un'idea positiva da proporre».

Parole che aiutano a leggere in modo più autentico e sereno il passaggio tra il pontificato ratzingeriano e quello di Francesco. Con buona pace di coloro che concepiscono il cristianesimo come l'essere perennemente in trincea a combattere contro qualcuno e confondono buona novella ed evangelizzazione con il mostrare i muscoli reiterando quotidianamente le condanne e i divieti.


Ratzinger e le radici cristiane dell’Illuminismo

Le-souper-des-philosophes[1]L’Associazione italiana Centri Culturali segnala per la sua attualità un testo di Joseph Ratzinger. Si tratta di alcuni passaggi dalla conferenza tenuta la sera di venerdì 1 aprile 2005 a Subiaco, al Monastero di Santa Scolastica. L’intervento è stato pubblicato poi integralmente da Cantagalli nel 2005 con il titolo L’Europa di Benedetto nella crisi delle culture.

 

«Il cristianesimo, in quanto religione dei perseguitati, in quanto religione universale, al di là dei diversi Stati e popoli, ha negato allo Stato il diritto di considerare la religione come una parte dell’ordinamento statale. Ha sempre definito gli uomini, tutti gli uomini senza distinzione, creature di Dio e immagine di Dio, proclamandone in termine di principio, seppure nei limiti imprescindibili degli ordinamenti sociali, la stessa dignità».

(…)

«In questo senso l’illuminismo è di origine cristiana ed è nato non a caso proprio ed esclusivamente nell’ambito della fede cristiana. Laddove il cristianesimo, contro la sua natura, era purtroppo diventato tradizione e religione di Stato (…) È stato merito dell’illuminismo aver riproposto questi valori originali del cristianesimo e aver ridato alla ragione la sua propria voce. Il Concilio Vaticano II, nella costituzione della Chiesa nel mondo contemporaneo, ha nuovamente evidenziato la corrispondenza tra cristianesimo e illuminismo, cercando di arrivare ad una vera riconciliazione tra Chiesa e modernità».

(…)

«Con tutto ciò bisogna che le due parti [cristianesimo e illuminismo] riflettano su se stesse e siano pronte a correggersi. Il cristianesimo deve ricordarsi sempre che è la religione del logos. Esso è fede nel Creator spiritus, nello spirito creatore dal quale proviene tutto il reale. Proprio questa dovrebbe essere oggi la sua forza filosofica, in quanto il problema è se il mondo provenga dall’irrazionale, e la ragione non sia dunque altro che un “sottoprodotto”, magari pure dannoso, del suo sviluppo o se il mondo provenga dalla ragione, ed essa sia di conseguenza il suo criterio e la sua meta. La fede cristiana propende per questa seconda tesi, avendo cosi, dal punto di vista puramente filosofico, davvero delle buone carte da giocare, nonostante sia la prima tesi ad essere considerata oggi da tanti la sola “razionale” e moderna. Ma una ragione scaturita dall’irrazionale, e che è, alla fin fine, essa stessa irrazionale, non costituisce una soluzione ai nostri problemi. Soltanto la ragione creatrice, e che nel Dio crocifisso si è manifestata con amore, può mostrarci la via. …

… Nell’epoca dell’illuminismo si è tentato di intendere e definire la norme morali essenziali dicendo che esse sarebbero valide etsi Deus non daretur, anche nel caso Dio non esistesse. Nella contrapposizioni delle confessioni e nella crisi incombente dell’immagine di Dio, si tentò di tenere i valori essenziali della morale fuori dalle contraddizioni e di cercare per loro un’ evidenza che li rendesse indipendenti dalle molteplici divisioni e incertezze delle varie filosofie e confessioni. Cosi si vollero assicurare le basi della convivenza e, più in generale, le basi dell’umanità. A quell’epoca sembrò possibile, in quanto le grandi convinzioni di fondo create dal cristianesimo in gran parte resistevano e sembravano innegabili. Ma non è più cosi. La ricerca di una tale rassicurante certezza, che potesse rimanere incontestata al di là di tutte le differenze è fallita. Neppure lo sforzo di Kant è stato in grado di creare la necessaria certezza condivisa. Kant aveva negato che Dio possa essere conoscibile nell’ambito della pura ragione ma nello stesso tempo aveva presentato Dio, la libertà e l’immoralità come postulati della ragione pratica, senza la quale, coerentemente, per lui non era possibile alcun agire morale. La situazione odierna del mondo non ci induce forse a pensare di nuovo che egli possa aver ragione? Vorrei dirlo con altre parole: il tentativo, portato all’estremo, di plasmare le cose umane facendo completamente a meno di Dio ci conduce sempre più sull’orlo dell’abisso, verso l’accantonamento totale dell’uomo. Dovremmo allora capovolgere l’assioma degli illuministi e dire: anche chi non riesce a trovare la via dell’accettazione di Dio dovrebbe comunque cercare di vivere e indirizzare la sua vita veluti si Deus daretur, come se Dio ci fosse. Questo è il consiglio che già Pascal dava agli amici non credenti; è il consiglio che vorremmo dare agli amici che non credono. Cosi nessuno viene limitato nella sua libertà, ma tutte le nostre cose trovano un sostegno e un criterio di cui hanno urgentemente bisogno. Ciò di cui abbiamo bisogno in questo momento nella storia sono uomini che attraverso una fede illuminata e vissuta, rendano credibile Dio in questo mondo.”