I media vaticani su “Jorge Mario Bergoglio. Una biografia intellettuale”

Di Massimo Borghesi. Notevole l’attenzione dei media vaticani per l’uscita dell’ultimo volume di Massimo Borghesi “Jorge Mario Bergoglio. Una biografia intellettuale. Dialettica e mistica”, editrice Jaca Book. Pubblichiamo una presentazione dello stesso Borghesi uscita lunedì 6 novembre sull’Osservatore Romano e un’intervista concessa nello stesso giorno dall’autore a Fabio Colagrande di Radio Vaticana.

Ascolta l’intervista di Massimo Borghesi a Radio Vaticana.

 

L’Osservatore Romano, lunedì 6 novembre, La formazione di Jorge Mario Bergoglio (M. Borghesi)

 

L’ idea di scrivere un libro sulla formazione intellettuale di Jorge Mario Bergoglio è nata da due motivi.

Il primo è dato dallo spettacolo dei critici di professione, i teologi dell’ultima ora, per i quali il Papa sudamericano non avrebbe la preparazione teologico-filosofica per esercitare il ministero come successore di Pietro. Lo snobismo si mescola, in questi casi, a dosi cospicue di arroganza e di ignoranza.

Il secondo motivo era dato dalla scoperta di un nucleo concettuale forte presente nel pensiero del futuro Pontefice: quello di una concezione della vita fondata su una tensione degli opposti, sulla dialettica antinomica dei contrari che a me, studioso di Romano Guardini, ricordava da vicino quella guardiniana. Leggendo la Evangelii gaudium, con il suo modello sociale imperniato sulle tre coppie polari (pienezza-limite, idearealtà, globalizzazione-localizzazione), nonché le lezioni tenute nella seconda metà degli anni settanta dal giovane provinciale dei gesuiti argentini, era evidente che Bergoglio applicava al travagliato contesto del suo paese, diviso tra dittatura militare e guerriglia rivoluzionaria, il modello di una polarità divenuta, in questo caso, patologica, incapace di soluzione. Una contraddizione che chiamava in causa la Chiesa e la Compagnia di Gesù, anch’esse divise al loro interno. Da dove gli proveniva questo modello dialettico? Non da Guardini, la cui dottrina filosofica diverrà importante per lui solo nel 1986, al momento di svolgere la sua tesi di dottorato a Francoforte, mai portata a termine. Da quale autore Bergoglio traeva la sua idea fondamentale delle opposizioni autentiche, non disgiuntive, che regolano la vita personale, sociale, ecclesiale? La lettura dei suoi testi e delle biografie non permetteva di dirimere la questione.

Non rimaneva che chiedere a lui, al Papa. Grazie a Guzmán Carriquiry ho potuto inviare al Pontefice una serie di domande sul suo pensiero, sui suoi maestri, sulla sua formazione. Alle domande avevo unito il mio libro Romano Guardini. Dialettica e antropologia perché immaginavo che potesse incontrare il suo interesse. Non era detto che Francesco rispondesse. Non solo per il tempo e per gli impegni ma anche per la sua diffidenza verso quella parte del mondo intellettuale che ama giocare nell’astratto, nel limbo delle idee disancorate dalla realtà e dalla storia. E invece ha risposto. In quattro documenti audio, tra gennaio e marzo, il Papa, con somma cortesia, ha offerto delucidazioni fondamentali sul suo pensiero e sulla sua formazione intellettuale. La prima e fondamentale è la confessione dell’importanza della lettura degli anni sessanta, più volte ripetuta, del libro La dialectique des “Exercices spirituels” de saint Ignace de Loyola di Gaston Fessard. Il nome di Fessard, uno dei più grandi intellettuali gesuiti della seconda metà del Novecento, amico di Henri de Lubac e protagonista con lui della Scuola di Lione, mi ha aperto lo sguardo sull’intera riflessione di Bergoglio. Era come trovare il filo rosso, l’unità di un pensiero poliedrico. Fessard, ispirato da Maurice Blondel, offre una lettura dialettica, antinomica, della spiritualità ignaziana tesa tra grazia e libertà, tra l’infinitamente grande e l’infinitamente piccolo. Profila l’idea del cattolicesimo come coincidentia oppositorum, sintesi vitale delle polarità opposte. È la stessa idea del grande ecclesiologo di Tubinga, Adam Möhler, ripresa dai gesuiti Erich Przywara e de Lubac. È l’idea della vita come tensione polare che ritroviamo in Romano Guardini, e questo spiega l’argomento scelto da Bergoglio per la tesi di dottorato. Guardini non è all’inizio della riflessione di Bergoglio; ne rappresenta, però, un’importante conferma e un ampliamento di orizzonti.

La riflessione del futuro Papa si colloca, pertanto, nel quadro di un preciso filone del pensiero cattolico tra Ottocento e Novecento: quello derivante da Möhler, Guardini, Przywara, de Lubac, Fessard. Un filone che intende la Chiesa come lo strumento attraverso cui il mistero di Dio unisce quanto, sul piano della natura, appare non componibile. Un’unità che mantiene le differenze senza la pretesa di annullarle.

Nell’Argentina degli anni settanta non era il solo a professare tale visione. La condivideva con il geniale intellettuale uruguayano Alberto Methol Ferré, il pensatore cattolico latinoamericano più rilevante della seconda metà del Novecento. Methol esprimeva un tomismo dialettico, dipendente, anche nel suo caso, da Gaston Fessard. Methol Ferré e Bergoglio, i cui destini si incrociano nel 1979 a partire dalla conferenza di Puebla, condividono prospettive ideali e speranze sul rinnovamento ecclesiale latinoamericano. Sono entrambi fautori della teología del pueblo, la versione argentina della teologia della liberazione che univa l’opzione preferenziale per i poveri e la riscoperta della fede popolare al rifiuto netto dell’ideologia marxista. Ambedue auspicano la patria grande dell’America latina in una tensione costruttiva con gli stati nazionali. Bergoglio stimava molto la geopolitica ecclesiale dell’amico, come pure il cuore del suo pensiero, così simile al suo. Methol Ferré diviene, dopo Fessard, il suo filosofo. Con lui condivide non solo il modello dialettico ma anche l’opzione per l’estetica teologica di Hans Urs von Balthasar, per l’unità dei trascendentali (bello-bene-vero) nell’affermazione dell’essere e per il primato accordato al bello, alla testimonianza, nella comunicazione della verità. Donde l’unione polare di misericordia e verità, la loro tensione unitiva, ineliminabile, incompresa sia dai tradizionalisti che dai modernisti.

La “biografia intellettuale” di Jorge Mario Bergoglio consente, in tal modo, di entrare nel laboratorio ideale di Francesco, e chiarisce, indirettamente, la logica ecclesiale che presiede al suo pontificato. Una logica della totalità che non va colta soffermandosi solo su aspetti particolari, come usano fare i critici, ma nella prospettiva dell’insieme. È questa a chiarire come il Papa sia, ad esempio, fortemente sensibile a una testimonianza sociale a fronte dei problemi della povertà, della guerra, del clima. E come, al contempo, il Pontefice sia anche, seguendo sant’Ignazio, un mistico, un cristiano consapevole del primerear della grazia su ogni operare dell’uomo, del “Dio sempre più grande”. Seguendo Pierre Favre, l’amico e discepolo di Ignazio caro a Bergoglio, il cristiano è il contemplativo nell’azione, è la vivente unità degli opposti. La vita cristiana si muove tra cielo e terra, una tensione che non trova soluzione in un sistema, ma solo nel Mistero che guida la storia.

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