“Un approccio originale rispetto a tutta la letteratura su Francesco”

Di Massimo Borghesi. Avvocato, giornalista e accademico uruguaiano, Guzmán Carriquiry Lecour è considerato una persona particolarmente vicina a papa Francesco. Dal 2014 è segretario incaricato della vicepresidenza della Pontificia commissione per l’America Latina.Proprio Carriquiry ha firmato l’introduzione all’ultimo volume di Massimo Borghesi, “JORGE MARIO BERGOGLIO. Una biografia intellettuale. Dialettica e mistica”, pubblicato per Jaca Book, uscito il 9 novembre nelle librerie. Ora Terredamerica.com, la testata online diretta da Alver Metalli, pubblica integralmente l’introduzione sia in italiano (la trovate riportata qui sotto), sia in spagnolo (http://bit.ly/Carriquiry_spagnolo).

L’introduzione dell’intellettuale uruguaiano è stata pubblicata in forma più sintetica anche sull’Osservatore Romano del 6 novembre (http://www.osservatoreromano.va/it/news/tra-semplicita-e-complessita).

 

Terredamerica.com, mercoledì 8 novembre, DA DOVE VIENE IL PAPA. In libreria la prima biografia intellettuale. “Un approccio originale rispetto a tutta la letteratura su Francesco”, scrive nell’introduzione un uomo a lui vicino

Nei quattro anni trascorsi dall’elezione di papa Francesco è davvero impressionante il numero di libri e articoli pubblicati, in diverse lingue, sul suo pontificato: alcuni biografici, altri basati sul lavoro pastorale del vescovo Jorge Mario Bergoglio a Buenos Aires. Molti testi sono dedicati alla sua riforma della Chiesa, della Curia Romana in particolare, alla sua opzione per i poveri, allo stile di comunicazione, all’azione di Francesco nell’attuale contesto internazionale. Tale abbondanza di pubblicazioni è segno di un tempo ricco di sorprese, di una diffusa empatia e interesse suscitato dalla testimonianza e dalla intensa attività esplicata dal Santo Padre. Ciò dimostra indubbiamente la curiosità di un vasto pubblico di lettori, che trascende l’ambito ecclesiastico ed abbraccia persone molto lontane dalla Chiesa di Roma. L’argomento “Francesco” entra nelle conversazioni della gente comune e delle élites del mondo.

In questo panorama il libro di Massimo Borghesi non viene a confondersi nel mare editoriale dedicato al pontificato. Si tratta, infatti, di uno studio molto importante che prende in esame un aspetto essenziale, decisamente trascurato, per la comprensione dell’attuale pontefice: quello della genesi e dello sviluppo del suo “pensiero”. In questo libro, dal titolo “Jorge Mario Bergoglio. Una biografia intellettuale. Dialettica e mistica”, l’autore manifesta un approccio originale rispetto a tutta la letteratura su Francesco. Attraverso una straordinaria capacità di raccolta di fonti e di ricerca, il testo offre un sistematico approfondimento dell’entroterra culturale e degli influssi intellettuali che hanno contribuito a formare la personalità e il “pensiero” di Jorge Mario Bergoglio. Si tratta di un contributo indispensabile per conoscere meglio la personalità complessa di papa Francesco, nella quale si coniugano la sua esperienza pastorale, l’esperienza mistica e quella intellettuale.

La scarsità di riferimenti relativi alla sua biografia intellettuale, è dovuta, in primo luogo, allo stesso papa Francesco, che non ama ostentare le proprie doti e qualità al riguardo e, certamente, non gradirebbe la qualifica di “intellettuale”. Bergoglio, com’è noto, detesta gli intellettualismi astratti, tentati sempre da una deriva ideologica, muri che chiudono e distraggono dal rapporto con Dio e con il suo popolo. Per di più, in ogni omelia, catechesi o messaggio, non ama includere sviluppi teologici che non siano brevi, adeguati e comunicati in maniera semplice. Vuole privilegiare sempre quella “grammatica della semplicità” – che non è mai semplicismo – nel suo modo diretto e autentico di esprimersi, di comunicare, per rivolgersi a tutti e a ciascuno, e raggiungere il cuore di tutti coloro che sono in ascolto, ovunque si trovino e qualunque sia il loro livello di istruzione e di formazione cristiana. Perciò il suo linguaggio vuole essere comprensibile a tutti, accompagnato da immagini che sono come “istantanee” della realtà quotidiana e da gesti simbolici. Papa Bergoglio parla semplicemente perché vuole parlare così! Non è un caso se il Papa definisce il potere della comunicazione come “potere della prossimità”, piena di tenerezza e di compassione, propria del Pastore guidato dal realismo dell’incarnazione. Anche Gesù ringraziava il Padre per avere «nascosto queste cose ai grandi e ai sapienti» e averle «rivelate ai piccoli» (Mt 11,25). E Pascal, nei suoi Pensieri, diceva di Gesù: «Ha detto le cose grandi così semplicemente che sembra non averle pensate», ma «si vede che le aveva pensate!». Per papa Francesco questa è la modalità essenziale di approccio con gli uomini e le donne del nostro tempo, con coloro che sono lontani dalla Chiesa e non possiedono una istruzione cristiana. Occorre concentrarsi sull’essenziale, «su ciò che è più bello, più grande, più attraente e allo stesso tempo più necessario. La proposta si semplifica, senza perdere per questo profondità e verità, e così diventa più convincente e radiosa» (Evangelii gaudium, 35). Questa è la “piccola via” della fede oggi. La simplicitas rappresenta in papa Bergoglio, come afferma Massimo Borghesi, un «punto di arrivo che presuppone la complessità di un pensiero profondo e originale». Questa complessità può sfuggire a chi, abituato al gusto letterario, estetico e teologico che suscitava la lettura dei testi e delle allocuzioni di papa Benedetto, il maggior teologo vivente, si confronta ora con un linguaggio più “diretto”, parlato, volto alle moltitudini della gente comune più che a minoranze intellettualmente preparate.

Alle perplessità di taluni, che non si ritrovano nello stile di comunicazione del nuovo Papa, si aggiunge la diffidenza di alcuni ambienti ecclesiastici e intellettuali verso un papa “latinoamericano”, “argentino”, “populista”, considerato non all’altezza dei parametri culturali europei. Questi critici dimostrano di rimanere insensibili di fronte all’abbraccio universale e ai richiami schiettamente evangelici del Papa. Rimangono rinchiusi in una vecchia Europa, dove ardono ancora le braci del grande fuoco che fu quello della sua migliore tradizione, ma che tuttavia oggi non genera nulla: né figli – siamo in pieno inverno demografico –, né nuove correnti intellettuali, movimenti, orizzonti politici che aprano la strada a un destino di speranza. Sono come quei “dottori della Legge” che si chiedevano se potesse mai venire qualcosa di buono da Nazareth, da un “figlio di falegname”. In questo caso Nazareth indica il Cono Sud del mondo. Rispetto a questo quadro, il pregio del volume è di collocare Bergoglio all’interno di una ricca tradizione intellettuale che trova le sue radici in Argentina e la sua fecondità nel dialogo stretto, che sa impostare, con le correnti più feconde del cattolicesimo europeo.

Lo stereotipo del papa “argentino” ha certamente una sua verità. Non va però, come documenta il testo che presentiamo, assolutizzato. Bergoglio è argentino e, al contempo, per gli autori della sua formazione e per le sue letture di riferimento, profondamente europeo. Come indica la sua dialettica polare, precisata nell’incontro ideale con Romano Guardini, egli stesso è “ponte” tra due continenti. Donde l’utilità del libro di Massimo Borghesi, il quale offre un quadro di straordinaria ricchezza, mostrando i diversi filoni culturali e intellettuali che s’intrecciano nella personalità del futuro Papa e che costituiscono il sostrato illuminante del suo magistero e della sua azione pastorale. Il lettore avrà così modo di comprendere la vera genesi del pensiero di Jorge Mario Bergoglio, rimasta, finora, celata ai vari interpreti. Questa è data da una concezione dialettica, “polare”, della realtà che il giovane studente di filosofia e teologia del Colegio San Miguel matura grazie al rinnovamento della concezione ignaziana portata avanti dal suo professore Miguel Àngel Fiorito e dalla lettura che degli Esercizi spirituali davano intellettuali gesuiti quali Gaston Fessard e Karl-Heinz Crumbach. Da qui muove la riscoperta della mistica gesuitica e l’apprezzamento per la figura di Pierre Favre, letto attraverso Michel de Certeau. La visione dialettica si rivelerà preziosa quando Bergoglio, da giovane Provinciale dei gesuiti argentini, negli infuocati anni ’70, si impegnerà in una visione sintetica della Compagnia di Gesù, della Chiesa, della società, in modo da sottrarsi alla contraddizione, dilacerante, tra i seguaci della dittatura militare e i rivoluzionari filo-marxisti. È la medesima visione dialettica che lo porta a incontrarsi con Amelia Podetti, la più acuta “filosofa” argentina degli anni ‘70, e con Alberto Methol Ferré, il più importante intellettuale cattolico latino-americano della seconda metà del xx secolo. La riflessione di Bergoglio, come mostra bene Borghesi, deve molto a una tradizione propria del pensiero gesuitico. Una tradizione che, muovendo da Adam Möhler, intende la Chiesa come coincidentia oppositorum, una visione, questa, che ritroviamo in Erich Przywara, Henri de Lubac, Gaston Fessard. L’orientamento spiega perché Bergoglio scelga come argomento della sua tesi di dottorato, nel 1986 in Germania, l’“opposizione polare” di Romano Guardini. Borghesi traccia, in tal modo, un filo rosso del pensiero di Bergoglio la cui presenza non era stata avvertita dagli studiosi. Il che spiega, in larga misura, anche le accuse di coloro che, ostili alla linea del pontificato, non hanno esitato ad accusare Francesco di scarsa preparazione in sede teologico-filosofica.

Merito del volume di Borghesi è di calare la visione ideale di Bergoglio all’interno dello scenario storico, ecclesiale e politico dell’Argentina degli anni ’70-’80. Possiamo così comprendere il suo peculiare giudizio sul “peronismo”, la sua critica alla teologia politica a partire da un orizzonte squisitamente agostiniano. Viene altresì illuminata la sua simpatia per la “Teologia del popolo”, la corrente della Teologia della liberazione elaborata dalla scuola del Rio de la Plata per la quale l’opzione preferenziale per i poveri, affermata nel Documento di Puebla (1979) della Chiesa latinoamericana, si univa a una ferma opposizione verso il marxismo. Questa scuola, che vedeva come protagonisti Lucio Gera, Rafael Tello, Justino O’Farrell, Juan Carlos Scannone, Carlos Galli, lascerà il suo segno nei documenti di Puebla e di Aparecida (2007). Ad essa si deve la riscoperta della religiosità popolare, tema molto caro a Bergoglio, il quale non per questo è meno attento alla dimensione propria dell’“incontro” caratterizzante la testimonianza cristiana nell’orizzonte secolarizzato proprio delle grandi metropoli. Donde lo sviluppo che ha, nella riflessione degli ultimi anni, la categoria della “bellezza” nella sua unità con il bene e il vero. Una riflessione che deve molto alla lettura del grande teologo Hans Urs von Balthasar.

Del papa Francesco è stato sottolineato il pensiero “aperto”, con il vento in poppa, vulnerabile al Mistero sempre più grande, sempre inafferrabile. Per questo, il volume di Massimo Borghesi non ha certo la pretesa di chiudere quanto di aprire la strada verso ulteriori approfondimenti concernenti la biografia intellettuale di Jorge Mario Bergoglio/papa Francesco. I due grossi volumi di Scritti teologico-pastorali di Lucio Gera, recentemente pubblicati, offrono nuovo materiale d’indagine di un autore chiave. Il pensiero di Lucio Gera, padre e maestro di una generazione di sacerdoti argentini, sepolto per volere dell’arcivescovo Bergoglio nella cattedrale di Buenos Aires, ha avuto profonda eco nelle ultime Conferenze Generali dell’Episcopato Latinoamericano.

Nella “biografia intellettuale” di Bergoglio, che è stato professore di filosofia, teologia, letteratura, merita uno spazio anche la sua passione letteraria. È riuscito a capire meglio la realtà del suo popolo passando dalla poesia nativa, gauchesca, del Martín Fierro, ai contemporanei metafisici, ma molto diversi, come Jorge Luis Borges e Leopoldo Marechal. Ha letto più volte I promessi sposi di Alessandro Manzoni, con tutte le sue implicazioni di religiosità popolare, e ha amato la lettura di Dostoevskij nell’intreccio dell’animo umano tra peccato, colpa, castigo, perdono e redenzione. Ha anche apprezzato i paradossi di Chesterton, e non a caso “paradosso dei paradossi” è definito il mistero dell’incarnazione dai Padri della Chiesa. È lettore di León Bloy, questo convertito iracondo, “politicamente scorretto”, che si sarebbe divertito nel vedersi citato nella prima omelia di papa Francesco: «Chi non prega il Signore, prega il diavolo». Bloy è stato importante per la conversione di Charles Péguy, le cui pagine il Papa ama scorrere, nel poco tempo che gli lascia la sua fitta agenda di impegni, quando trova uno dei suoi libri nel mucchio che si accumula sulla scrivania nella Domus Sanctae Marthae. Anche Bernanos, con il suo Diario di un parroco di campagna, è stato citato dal papa Francesco nel ritiro con i sacerdoti durante l’Anno giubilare della Misericordia.

Queste letture non costituiscono un genere minore per una biografia intellettuale. Come scriveva Hans Urs von Balthasar, riferendosi alla grande letteratura francese della prima metà del xx secolo: «Potrebbe darsi che nei grandi letterati cattolici ci fosse una maggiore vita intellettuale originale, grande e capace di crescere all’aria libera, che nella nostra odierna teologia, di corto respiro, e che si accontenta di poco» (Le Chrétien Bernanos, Seuil, Paris 1956).

Se la formazione intellettuale e l’esperienza sacerdotale e pastorale procedono insieme, esse, nella biografia di Jorge Mario Bergoglio, sono contrassegnate, come rileva Borghesi nel sottotitolo del volume, dalla esperienza mistica, di discernimento orante, che accompagna le sue giornate. In compagnia dei santi – dirà sempre von Balthasar – si avverte una “esistenza teologica”, in quanto la loro vita dimostra, in forma esistenziale, una dottrina viva, donata dallo Spirito Santo per il bene di tutta la Chiesa. Ogni azione pastorale e ogni riflessione teologica hanno inizio “in ginocchio”, ripete il papa Francesco. Dunque, la sua biografia intellettuale è indubbiamente inseparabile dalle vie sulle quali la Provvidenza lo ha portato verso un radicalismo evangelico, nell’incontro con il Signore, per il bene di tutta la Chiesa nell’attuale momento storico.

*Vicepresidente della Pontificia Commissione per l’America Latina

Introduzione a: Massimo Borghesi, “JORGE MARIO BERGOGLIO. Una biografia intellettuale. Dialettica e mistica”. Jaca Book, Milano 2017


I media vaticani su “Jorge Mario Bergoglio. Una biografia intellettuale”

Di Massimo Borghesi. Notevole l’attenzione dei media vaticani per l’uscita dell’ultimo volume di Massimo Borghesi “Jorge Mario Bergoglio. Una biografia intellettuale. Dialettica e mistica”, editrice Jaca Book. Pubblichiamo una presentazione dello stesso Borghesi uscita lunedì 6 novembre sull’Osservatore Romano e un’intervista concessa nello stesso giorno dall’autore a Fabio Colagrande di Radio Vaticana.

Ascolta l’intervista di Massimo Borghesi a Radio Vaticana.

 

L’Osservatore Romano, lunedì 6 novembre, La formazione di Jorge Mario Bergoglio (M. Borghesi)

 

L’ idea di scrivere un libro sulla formazione intellettuale di Jorge Mario Bergoglio è nata da due motivi.

Il primo è dato dallo spettacolo dei critici di professione, i teologi dell’ultima ora, per i quali il Papa sudamericano non avrebbe la preparazione teologico-filosofica per esercitare il ministero come successore di Pietro. Lo snobismo si mescola, in questi casi, a dosi cospicue di arroganza e di ignoranza.

Il secondo motivo era dato dalla scoperta di un nucleo concettuale forte presente nel pensiero del futuro Pontefice: quello di una concezione della vita fondata su una tensione degli opposti, sulla dialettica antinomica dei contrari che a me, studioso di Romano Guardini, ricordava da vicino quella guardiniana. Leggendo la Evangelii gaudium, con il suo modello sociale imperniato sulle tre coppie polari (pienezza-limite, idearealtà, globalizzazione-localizzazione), nonché le lezioni tenute nella seconda metà degli anni settanta dal giovane provinciale dei gesuiti argentini, era evidente che Bergoglio applicava al travagliato contesto del suo paese, diviso tra dittatura militare e guerriglia rivoluzionaria, il modello di una polarità divenuta, in questo caso, patologica, incapace di soluzione. Una contraddizione che chiamava in causa la Chiesa e la Compagnia di Gesù, anch’esse divise al loro interno. Da dove gli proveniva questo modello dialettico? Non da Guardini, la cui dottrina filosofica diverrà importante per lui solo nel 1986, al momento di svolgere la sua tesi di dottorato a Francoforte, mai portata a termine. Da quale autore Bergoglio traeva la sua idea fondamentale delle opposizioni autentiche, non disgiuntive, che regolano la vita personale, sociale, ecclesiale? La lettura dei suoi testi e delle biografie non permetteva di dirimere la questione.

Non rimaneva che chiedere a lui, al Papa. Grazie a Guzmán Carriquiry ho potuto inviare al Pontefice una serie di domande sul suo pensiero, sui suoi maestri, sulla sua formazione. Alle domande avevo unito il mio libro Romano Guardini. Dialettica e antropologia perché immaginavo che potesse incontrare il suo interesse. Non era detto che Francesco rispondesse. Non solo per il tempo e per gli impegni ma anche per la sua diffidenza verso quella parte del mondo intellettuale che ama giocare nell’astratto, nel limbo delle idee disancorate dalla realtà e dalla storia. E invece ha risposto. In quattro documenti audio, tra gennaio e marzo, il Papa, con somma cortesia, ha offerto delucidazioni fondamentali sul suo pensiero e sulla sua formazione intellettuale. La prima e fondamentale è la confessione dell’importanza della lettura degli anni sessanta, più volte ripetuta, del libro La dialectique des “Exercices spirituels” de saint Ignace de Loyola di Gaston Fessard. Il nome di Fessard, uno dei più grandi intellettuali gesuiti della seconda metà del Novecento, amico di Henri de Lubac e protagonista con lui della Scuola di Lione, mi ha aperto lo sguardo sull’intera riflessione di Bergoglio. Era come trovare il filo rosso, l’unità di un pensiero poliedrico. Fessard, ispirato da Maurice Blondel, offre una lettura dialettica, antinomica, della spiritualità ignaziana tesa tra grazia e libertà, tra l’infinitamente grande e l’infinitamente piccolo. Profila l’idea del cattolicesimo come coincidentia oppositorum, sintesi vitale delle polarità opposte. È la stessa idea del grande ecclesiologo di Tubinga, Adam Möhler, ripresa dai gesuiti Erich Przywara e de Lubac. È l’idea della vita come tensione polare che ritroviamo in Romano Guardini, e questo spiega l’argomento scelto da Bergoglio per la tesi di dottorato. Guardini non è all’inizio della riflessione di Bergoglio; ne rappresenta, però, un’importante conferma e un ampliamento di orizzonti.

La riflessione del futuro Papa si colloca, pertanto, nel quadro di un preciso filone del pensiero cattolico tra Ottocento e Novecento: quello derivante da Möhler, Guardini, Przywara, de Lubac, Fessard. Un filone che intende la Chiesa come lo strumento attraverso cui il mistero di Dio unisce quanto, sul piano della natura, appare non componibile. Un’unità che mantiene le differenze senza la pretesa di annullarle.

Nell’Argentina degli anni settanta non era il solo a professare tale visione. La condivideva con il geniale intellettuale uruguayano Alberto Methol Ferré, il pensatore cattolico latinoamericano più rilevante della seconda metà del Novecento. Methol esprimeva un tomismo dialettico, dipendente, anche nel suo caso, da Gaston Fessard. Methol Ferré e Bergoglio, i cui destini si incrociano nel 1979 a partire dalla conferenza di Puebla, condividono prospettive ideali e speranze sul rinnovamento ecclesiale latinoamericano. Sono entrambi fautori della teología del pueblo, la versione argentina della teologia della liberazione che univa l’opzione preferenziale per i poveri e la riscoperta della fede popolare al rifiuto netto dell’ideologia marxista. Ambedue auspicano la patria grande dell’America latina in una tensione costruttiva con gli stati nazionali. Bergoglio stimava molto la geopolitica ecclesiale dell’amico, come pure il cuore del suo pensiero, così simile al suo. Methol Ferré diviene, dopo Fessard, il suo filosofo. Con lui condivide non solo il modello dialettico ma anche l’opzione per l’estetica teologica di Hans Urs von Balthasar, per l’unità dei trascendentali (bello-bene-vero) nell’affermazione dell’essere e per il primato accordato al bello, alla testimonianza, nella comunicazione della verità. Donde l’unione polare di misericordia e verità, la loro tensione unitiva, ineliminabile, incompresa sia dai tradizionalisti che dai modernisti.

La “biografia intellettuale” di Jorge Mario Bergoglio consente, in tal modo, di entrare nel laboratorio ideale di Francesco, e chiarisce, indirettamente, la logica ecclesiale che presiede al suo pontificato. Una logica della totalità che non va colta soffermandosi solo su aspetti particolari, come usano fare i critici, ma nella prospettiva dell’insieme. È questa a chiarire come il Papa sia, ad esempio, fortemente sensibile a una testimonianza sociale a fronte dei problemi della povertà, della guerra, del clima. E come, al contempo, il Pontefice sia anche, seguendo sant’Ignazio, un mistico, un cristiano consapevole del primerear della grazia su ogni operare dell’uomo, del “Dio sempre più grande”. Seguendo Pierre Favre, l’amico e discepolo di Ignazio caro a Bergoglio, il cristiano è il contemplativo nell’azione, è la vivente unità degli opposti. La vita cristiana si muove tra cielo e terra, una tensione che non trova soluzione in un sistema, ma solo nel Mistero che guida la storia.


Alla scoperta del pensiero di papa Francesco

Di Massimo Borghesi. Quante volte sui social media, ma anche su testate giornalistiche, si accenna, si allude, o anche si afferma apertamente, che il papa venuto dalla fine del mondo ha magari sì portato una ventata d’aria fresca con le sue espressioni colorite e la sua carismatica irruenza, ma gli si nega di fatto un pensiero autonomo ed originale. Ora Massimo Borghesi, con un volume in libreria dal 9 novembre per l’editrice Jaca Book, ribalta questi luoghi comuni grazie a un’indagine approfondita, arricchita da contributi audio inviati dallo stesso pontefice, identificando con chiarezza gli autori di riferimento di papa Francesco, da De Lubac a Fessard, da Guardini a Methol Ferré, da Giussani a von Balthasar e soprattutto una precisa linea di pensiero entro la quale il pensiero di Jorge Mario Bergoglio si colloca.

Pubblichiamo l’intervista rilasciata ad Alver Metalli su Terre d’America. Qui anche la versione spagnola della stessa intervista

 

http://www.tierrasdeamerica.com/2017/11/03/descubriendo-el-pensamiento-del-papa-bergoglio-aparece-la-primera-biografia-intelectual-de-bergoglio-con-sorpresas-y-desmentidas-entrevista-al-autor-massimo-borghesi/

 

e la ripresa su Vaticaninsider.com

 

http://www.lastampa.it/2017/11/03/vaticaninsider/ita/inchieste-e-interviste/alla-scoperta-del-pensiero-di-papa-bergoglio-in-uscita-la-prima-biografia-intellettuale-Xd0Di7vQebpC6rjW1VyUxJ/pagina.html

 

Terredamerica.com, 3 novembre 2017, ALLA SCOPERTA DEL PENSIERO DI PAPA FRANCESCO. In uscita la prima biografia intellettuale di Bergoglio. Con sorprese e smentite. Intervista all’autore, Massimo Borghesi (Alver Metalli)

 

Borghesi, filosofo italiano con anni di cattedra, studio e pubblicazioni, sta per far conoscere al pubblico il risultato di un lavoro che mancava. E la cui assenza era foriera di approssimazioni e misconoscimenti. Un full immersion nelle fonti prime che hanno alimentato nel tempo il modo di vedere e ragionare di chi oggi occupa la suprema cattedra della Chiesa cattolica. Nel condurre la sua ricerca Borghesi ha avuto un aiuto decisivo, proprio quello del soggetto investigato che ha collaborato alla sua fatica con quattro registrazioni audio. “Attraverso il comune amico Guzmán Carriquiry, vicepresidente della Commissione Pontificia per l’America Latina, ho potuto approfittare della cortesia di papa Francesco e fargli pervenire alcune domande” rivela l’autore. Il risultato del lavoro potrà essere letto a giorni, per i tipi della casa editrice Jaca Book che lo manderà in libreria con il titolo “JORGE MARIO BERGOGLIO. Una biografia intellettuale. Dialettica e mistica”. Quelle che seguono sono alcune anticipazioni, ottenute da Borghesi con la complicità dell’amicizia.

 

Cosa ti ha mosso ad iniziare questo lavoro sul pensiero del Papa?

 

Il pregiudizio che, particolarmente nell’ambiente intellettuale ed accademico, continua a pesare nell’immagine del pontificato. Papa Francesco si è trovato sulle spalle la difficile eredità di Benedetto XVI, uno dei grandi teologi del ‘900. Venendo dopo un pontificato fortemente marcato sul piano intellettuale lo stile pastorale di Bergoglio è apparso a molti come troppo “semplice”, non adeguato alle grandi sfide del mondo metropolitano, secolarizzato. Al Papa venuto dall’altro capo del mondo si rimprovera, in Europa e negli Stati Uniti, di non essere “occidentale”, europeo, culturalmente preparato.

 

Quando hai capito che non era così?

 

Personalmente, avevo letto alcuni testi di Bergoglio che mi avevano molto colpito. Tra questi alcuni discorsi della seconda metà degli anni ’70 allorché Bergoglio era giovane Provinciale dei gesuiti argentini. Ne avevo tratto una forte impressione. Ciò che mi aveva colpito era il “pensiero” che sorreggeva le sue argomentazioni. Bergoglio si rivolgeva ai suoi confratelli che soffrivano la dilacerazione di una situazione drammatica. L’Argentina di allora era retta dalla giunta militare che gestiva, con mani lorde di sangue, la repressione del fronte rivoluzionario dei Montoneros. Di fronte a questo conflitto la Chiesa era profondamente divisa tra fautori del governo e quelli schierati con la rivoluzione. Per Bergoglio questa dilacerazione della società era uno scacco anche per la Chiesa, che si era dimostrata incapace di unire il popolo. Il suo ideale era quello del cattolicesimo come coincidentia oppositorum, come superamento di quelle opposizioni che, radicalizzate, si trasformano in insanabili contraddizioni. Questo ideale era espresso da Bergoglio attraverso una sua filosofia, una concezione per la quale la legge che governa l’unità della Chiesa, così come quella sociale e politica, è una legge basata su una dialettica “polare”, su un pensiero “agonico” che tiene uniti gli opposti senza cancellarli e ridurli forzatamente all’Uno. Molteplicità ed unità costituivano i due poli di una tensione ineliminabile. Una tensione la cui soluzione era affidata, di volta in volta, alla potenza del Mistero divino che agisce nella storia. Questa prospettiva, che emergeva tra le righe dei discorsi del giovane Bergoglio, mi ha colpito molto. Associata alle coppie polari che il Papa richiamava nella Evangelii gaudium delineava una vera e propria “filosofia”, un pensiero originale. Avendo studiato a lungo la dialettica di Hegel e, soprattutto, la concezione della polarità in Romano Guardini questa prospettiva mi ha interessato da subito. Era evidente che Bergoglio aveva una concezione originale, un punto di vista teologico-filosofico che, singolarmente, non ha attirato l’attenzione degli studiosi.

 

Il Papa è intervenuto di persona durante il tuo lavoro di ricerca con degli audio che ti ha inviato. Cosa ti hanno permesso di stabilire?

 

Attraverso il comune amico Guzmán Carriquiry, vicepresidente della Commissione Pontificia per l’America Latina, ho potuto approfittare della cortesia di papa Francesco e fargli pervenire alcune domande. Dopo la lettura dei suoi testi mi rimaneva, infatti, l’interrogativo sulla genesi della sua dialettica polare. Si trattava di una lettura originalissima della realtà che trovava analogie con il tomismo ilemorfico e dialettico di Alberto Methol Ferré, il più grande intellettuale cattolico latinoamericano della seconda metà del ‘900. Methol Ferrè non era, però all’inizio del pensiero di Bergoglio. I due intrecciano le loro strade solo alla fine degli anni ’70, in occasione della preparazione del grande Convegno di Puebla della Chiesa latinoamericana. Da dove allora Bergoglio trae la sua idea della tensione polare come legge dell’Essere? Su questo punto, nodale, gli articoli e i volumi non offrivano alcuna traccia. É come se Bergoglio avesse voluto conservare il segreto sulla fonte del suo pensare. É qui che le risposte del Papa si sono rivelate fondamentali. Da esse ho potuto comprendere come l’inizio del suo pensiero sia da collocare negli anni di studentato, presso il Colegio San Miguel, allorché Bergoglio riflette sulla teologia di S. Ignazio attraverso il modello della “Teologia del come se”, e, soprattutto, attraverso la lettura, determinante, del primo volume de La dialectique des “Exercices spirituels” de saint Ignace de Loyola di Gaston Fessard. La lettura “tensionante”, dialettica, che Fessard dava di sant’Ignazio è all’origine del pensiero di Bergoglio. Per me è stata una vera scoperta.

 

Le influenze europee sul Papa, quelle forti che ha assimilato e di cui c’è traccia nella struttura del suo pensare, quali sono?

 

Uno dei risultati del mio volume è proprio la grande influenza che hanno avuto su Bergoglio autori europei, gesuiti in particolare. Viene meno con ciò la leggenda del Papa latinoamericano che non sarebbe in grado di misurarsi con il pensiero europeo. L’autore chiave è certamente Gaston Fessard, gesuita, tra i più geniali intellettuali francesi del ‘900. C’è poi Henri de Lubac con la sua concezione del rapporto tra Chiesa e società espressa in Catholicisme. Les aspects sociaux du dogme. Fessard e de Lubac sono protagonisti della “Scuola di Lione”. Seguendo loro Bergoglio è, in qualche modo, un discepolo di questa scuola. Entrambi, Fessard e de Lubac, sono fautori di una concezione dialettica, ereditata da Adam Möhler, il grande iniziatore della Scuola di Tubinga, per la quale la Chiesa è coincidentia oppositorum, unità soprannaturale di ciò che sul piano del mondo rimane inconciliabile. É la stessa concezione di Bergoglio. Oltre ai due autori gesuiti ora ricordati ve n’è poi un terzo, anche lui francese, che ha esercitato una sua influenza su Bergoglio: Michel de Certeau. Anche lui protagonista della scena intellettuale, particolarmente negli anni ’70. Il de Certeau che interessa Bergoglio è, però, quello degli anni ’60, lo studioso della mistica moderna, da Surin a Favre. La sua prefazione al Memorial di Pierre Favre, il grande amico di sant’Ignazio, è un testo chiave nella formazione di Bergoglio. Il suo ideale gesuitico della vita cristiana, del contemplativo in azione, guarda a Pierre Favre.

 

Oltre agli autori francesi, decisivi per la sua formazione, ce ne sono altri?

 

Un ruolo chiave lo assume, dal 1986, l’italo-tedesco Romano Guardini. In quell’anno Bergoglio si reca a Francoforte, in Germania per una tesi di dottorato su Guardini. Come argomento sceglie non opere teologiche o di carattere religioso bensì l’unico lavoro integralmente filosofico guardiniano: L’opposizione polare. Tentativi per una filosofia del concreto vivente. Si tratta di una decisione singolare. Perché occuparsi del Guardini filosofo e non di quello teologico? La risposta diviene comprensibile alla luce del mio studio. L’antropologia “polare” di Guardini appare a Bergoglio come una conferma della sua visione dialettica, antinomica, compresa attraverso Fessard e de Lubac. L’autorità di Guardini conferisce un valore particolare al modello di pensiero che Bergoglio applica in sede ecclesiale e in quella politico-sociale. Al tempo stesso il modello guardiniano amplia quello bergogliano, consente inediti approfondimenti. Guardini diviene, dagli anni ’90, un autore di riferimento. Lo troviamo più volte citato nella Evangelii gaudium e in Laudato si’. Oltre a Guardini un altro autore chiave è il grande teologo svizzero-tedesco Hans Urs von Balthasar. Questa è stata una scoperta. A partire dagli anni ’90 Bergoglio da vescovo, e poi da cardinale, si avvicina alla grande estetica teologica di von Balthasar, ne condivide l’impianto, il primato accordato al bello onde poter comunicare il bene e il vero. L’unità dei trascendentali dell’essere diviene un punto fermo del pensiero teologico-filosofico bergogliano. Da Balthasar, Bergoglio riprende anche le categorie per opporsi allo gnosticismo, allo svuotamento della carne di Cristo nei vari “idealismi” spiritualistici. Il saggio su Ireneo, contenuto in Gloria, ha colpito molto Bergoglio. Un’ultima influenza voglio ricordare: quella dell’opera di Mons. Luigi Giussani. Bergoglio era lettore, e in taluni casi presentatore a Buenos Aires, dei volumi di Giussani tradotti in spagnolo. Nella sua prospettiva le principali categorie del metodo educativo di Giussani – l’incontro, lo stupore, l’esperienza, ecc. – vengono associate al darsi glorioso della “forma” (Gestalt) così come insegna von Balthasar. Il tutto finalizzato ad una posizione missionaria, evangelizzatrice, che pone il cristiano nell’orizzonte della Chiesa dei primi secoli: come 2000 anni fa.

 

Le fonti latinoamericane che peso hanno nel suo pensiero? Un posto di riguardo nel tuo lavoro lo occupa Methol Ferré, storico e filosofo nato in Uruguay…

 

Tra le fonti latinoamericane metterei certamente, in prima fila, Lucio Gera con la sua “Teología del pueblo”, la riformulazione della teologia della liberazione da parte della Scuola del Rio de la Plata con la sua critica del marxismo e la sua opzione preferenziale per i poveri. É un aspetto noto e studiato del pensiero di Bergoglio. Alla “Teologia del popolo” va il merito della riscoperta del valore della religiosità popolare latinoamericana, simbolizzata dal culto della Madonna di Guadalupe, al di là dei pregiudizi della cultura illuministica. Oltre a Gera e ai teologi a lui vicini ci sono, però, anche altri autori che sono decisivi per la riflessione di Bergoglio. Tra essi Miguel Angel Fiorito, il suo professore di filosofia. É Fiorito che lo introduce ad una riscoperta degli Esercizi di sant’Ignazio attraverso la lettura dello studio ignaziano di Gaston Fessard. Poi l’incontro con Amelia Podetti, la più illustre “filosofa” argentina degli anni ’70. Studiosa di Hegel la Podetti sviluppa una riflessione sulla inculturazione della fede, sul rapporto tra centro e periferia, sul ruolo dell’America Latina nel nuovo contesto mondiale, che interesserà molto Bergoglio. Oltre a questi c’è poi l’autore per eccellenza: Alberto Methol Ferré. Con lui, che condivide l’esperienza del Celam dal 1979 al 1992 ed è l’intellettuale cattolico più lucido in America Latina, Bergoglio ha piena sintonia. Il mio volume analizza il pensiero di Methol Ferré, il suo tomismo dialettico, e questo dopo la tua intervista a Methol, consegnata nel volume Il Papa e il filosofo, è una novità nel panorama culturale italiano. Methol Ferré e Bergoglio si incrociano, condividono una stessa prospettiva sulla Chiesa e sulla società, hanno gli stessi autori di riferimento. Uno, fondamentale. Ambedue dipendono dalla visione polare, dialettica, di Gaston Fessard. Questa fonte comune spiega anche la loro vicinanza ideale, filosofica, la loro sintonia nell’affrontare le sfide della Chiesa latino-americana a partire dagli anni ’70. Bergoglio apprezza moltissimo l’“amico” Methol, legge i suoi articoli su “Vispera”, su “Nexo”, è colpito dalla sua geopolitica ecclesiale, condivide il suo ideale della “Patria grande”.

 

Ci sono delle acquisizioni finali del tuo studio, di sintesi, che correggono quello che è stato scritto sino ad ora su Bergoglio Papa?

 

Le acquisizioni sono molte. Innanzitutto, come abbiamo detto, viene chiarita la genesi ed il filo rosso del pensiero di Jorge Mario Bergoglio. E questo è la prima volta che avviene. Con ciò viene smentita l’opinione di quanti, per pregiudizio o mancanza di documentazione, continuano a ripetere che Francesco non avrebbe i titoli per esercitare il ministero petrino. Bergoglio è portatore di un pensiero originale, dipendente da una tradizione del pensiero “cattolico” tra ‘800 e ‘900, quella di Adam Möhler, Erich Przywara, Romano Guardini, Gaston Fessard, Henri de Lubac. Alcuni di questi autori sono gesuiti, altri no. Si tratta di una tradizione illustre che proprio il magistero di Francesco consente oggi di riscoprire e di valorizzare. Una tradizione che si oppone a coloro – penso soprattutto alle critiche su Amoris laetitia – che vorrebbero addebitare al Papa una teologia prassistica, relativistica, permissiva. Nella concezione “polare” di Bergoglio la Verità e la Misericordia non possono essere separate, così come il bello-bene-vero alla luce dell’unità dei trascendentali. Chi critica Francesco per un suo preteso soggettivismo e modernismo dimostra di non conoscere il suo pensiero. Così come non conoscono il suo pensiero coloro che lo accusano di ridurre la fede alla questione sociale, di dimenticare il primato del kerygma. Al contrario Francesco – come afferma esplicitamente nella Evangelii gaudium - vuole ripristinare il primato del kerygma sulla deriva etica della Chiesa degli ultimi decenni e, al contempo, vuole un forte impegno dei cattolici nel sociale. Non opera alcuna riduzione: sono due poli di una tensione che caratterizza il cattolico. Rispetto all’impegno politico la trascendenza, il primerea della fede e della grazia su ogni declinazione storica, è il punto fermo. Quella del Papa è una posizione “mistica” che conserva l’apertura del pensiero rispetto ad ogni chiusura ideologica e sistematica, e questo in funzione dell’operare del “Dio sempre più grande”.

 

Cosa rimane delle critiche a Bergoglio di essere “populista-peronista”?

 

Chi le formula evidentemente non lo conosce a fondo o lo fa sapendo che non colgono nel segno. Il Papa è un critico dell’assolutizzazione dell’economia capitalistica, svincolata da ogni legge etica, così come si è imposta nell’era della globalizzazione. Non è però un “populista”. Le sue simpatie per il peronismo, per la sua attenzione alla questione sociale, non vanno confuse con le idee salvifiche proprie di una politica ideologica. É interessante, da questo punto di vista, la valorizzazione che il Bergoglio degli anni ’90 fa del De civitate Dei di Agostino.  Agostino viene richiamato come modello attuale per criticare i modelli teologico-politici che compromettono la Chiesa con il potere, di destra o di sinistra che siano. Su questo punto la posizione bergogliana e totalmente in sintonia con la rilettura di Agostino operata da Ratzinger. Il volume chiarisce, in tal modo, molti punti della riflessione di Bergoglio che, per il pubblico europeo, sono rimasti finora in ombra così da diventare fonte di controversie. In questo risiede, spero, la sua utilità.

 

Massimo Borghesi, “JORGE MARIO BERGOGLIO. Una biografia intellettuale. Dialettica e mistica”. Introduzione di Guzmán Carriquiry Lecour. Jaca Book, Milano 2017


Junior Fritz e le Muse del wc

di Giovanni Scarpa. È una innegabile constatazione quella che vede l’ispirazione artistica subire le conseguenze e le stratificazioni storiche del processo evolutivo sociale: se l’uomo dell’antichità invocava infatti le muse rifugiandosi in luoghi boschivi e solitari, ora il contemporaneo potrà trovarle al cesso. Tutte e nove riunite in un solo luogo, per così dire, balneare: le tubature hanno sostituito i ruscelli, le maioliche e la vasca da bagno le nebulose aree termali, la tavoletta un muschiato declivio.

Lo strano harem oramai avvezzo alle frequenti ondate mefitiche, pare elargire copiose illuminazioni artistico-culturali proprio durante i massimi sforzi defecali, trasformati così, assurti a necessari apparati meditativi.

C’è allora chi, come Hemingway, immette nella location una apposita biblioteca, chi attrezza il bagno con musiche e rumori concilianti, chi, come Junior Fritz Jacquet, ne fa la fucina delle proprie creazioni.

A lui infatti, e alle Muse del wc, va attribuito il sommo merito di aver trasformato una tragedia assoluta in una occasione espressiva. Immaginiamo per qualche istante il sig. Fritz: Fritz è stanco, il lavoro non è andato bene, la pausa in bagno però, è liberatoria, evasiva, evacuante. Lo sguardo si volge a destra, a sinistra, si palesa il dramma: un odiabile rotolo di cartone, vuoto, inespressivo, l’immagine della rovina e della morte (si fa per dire) lo guarda muto, non c’è carta. Ma l’amico Fritz non si lascia distrarre dall’odio e dall’ansia di vivere. Lui fissa il rotolo, lo interroga e il rotolo per la primissima volta nella storia mondiale... risponde.

Sono nate certamente così le sue famose creazioni che potremmo senz’altro definire “facce da culo” (senza offesa ma in piena coscienza post-funzionale). Volti che evocano buffi mostri litici, dal sentore antico e fantaghiróghiano. Lui, giovane francese “scultore di carta”, ama la difficile arte dell’origami (molte sue opere sono esposte all’Origami Gallery di Tokyo e al Mingei International Museum di San Diego), lavora la cellulosa con le mani attente di chi conosce la materia: gesti rituali, attenti, decisi e docili al contempo. I volti “carta-igenici” lo rendono famoso in tutto il mondo, lo rendono testimone di un piccolo miracolo, promotore di una tacita rivoluzione: non c’è trauma senza opportunità, letame senza letizia!

Non abbiate paura allora, cari espletatori, se alla fine di un disumano sforzo (metaforico e non) troverete ad aspettarvi solo un rotolo vuoto, un misero, odioso rullo senza volto, pensate a Fritz, invocate le Muse del wc e, mi raccomando... tirate lo sciacquone.