Il Programma del progetto "Migranti, La Sfida dell'Incontro"

Di seguito breve descrizione e programma degli eventi che costituiscono il progetto "Migranti, La Sfida dell'Incontro":

 

  • Primo Appuntamento:  Incontro testimonianza dal Titolo "Un istante prima dell'alba. Cronache di guerra e di speranza da Aleppo.” con Padre Ibrahim, padre francescano di Aleppo, che si terrà Lunedì 25 Settembre 2017 alle ore 21.00 presso l'Auditorium della Fondazione S. Pio X per la nuova evangelizzazione sito in via C. De Cristoforis 8, Padova.

 

  • Secondo Appuntamento: Incontro di Presentazione della mostra Domenica 22 Ottobre ore 18:00 presso Centro Culturale Altinate San Gaetano, in Via Altinate, 71 - Padova dove interverranno: Giorgio Paolucci, Curatore della Mostra; Michele Brignone, Segretario Scientifico della Fondazione Oasis; Carla Berto, insegnante presso l’Istituto Professionale Dieffe. Con questo si vuole aprire la settimana di esposizione toccando alcuni importanti temi. Innanzitutto introdurre al tema libico, raccontato dalla voce di chi è esperto del territorio e conoscendo cosa ha generato il secondo grande flusso migratorio europeo, che presenta altre dinamiche da quello siriano. Poi con un filone maggiormente esperienziale, in grado di incarnare il medesimo spirito della mostra, assistere alla testimonianza di chi è impegnato nell’accoglienza e nell’inserimento dei profughi nel nostro territorio in continuazione con l’accoglienza dei suoi stessi fratelli di Aleppo raccontata da Padre Ibrahim.

 

  • Terzo Appuntamento: Esposizione della mostra dal Titolo Migranti – La Sfida dell’Incontro” da Sabato 21 Ottobre a Domenica 29 Ottobre (per maggiori info clicca qui)  presso Centro Universitario in in via Zabarella 82, Padova. Gli eventi dell’iniziativa saranno accessibili gratuitamente al pubblico e la mostra sarà visitabile anche con un servizio di visite guidate tenute da volontari appositamente preparati e formati. Prenota subito la tua visita cliccando qui.

 

  • Quarto Appuntamento: Esecuzione di un piccolo momento di festa con un concerto (con cantanti locali e immigranti) che si esibiranno in un breve momento di condivisione attraverso la musica, quest’ultima la più alta espressione di esperienza umana di preghiera, di domanda e di dialogo frutto della ricerca di un significato vero per sé. A breve maggiori informazioni su data e luogo dell'appuntamento.

 

Il progetto della ROSMINI è patrocinato dal: Comune di Padova, Caritas della Chiesa di Padova e dal  MIUR - Ufficio Scolastico Regionale Per il Veneto – Ufficio V Ambito Territoriale di Padova e Rovigo e della . La mostra è invece patrocinata dalla Fondazione Migrantes Organismo Pastorale della CEI.

Si ringrazia per la collaborazione al progetto: Centro Universitario Padovano via Zabarella, Istituto Professionale DIEFFE, Polo Educativo Scuole Romano Bruni e Studio 7am.

Per maggiori informazioni o richieste contattaci all'indirizzo info@rosminipadova.it.


Cronache di guerra e di speranza da Aleppo: Testimonianza di Padre Ibrahim Alsabagh

Incontro Testimonianza dal titolo "Un istante prima dell'alba. Siria. Cronache di guerra e di speranza da Aleppo" con Padre Ibrahim Alsabagh, padre francescano di Aleppo (Siria), che si terrà Lunedì 25 Settembre 2017 alle ore 21.00 presso l'Auditorium della Fondazione S. Pio X per la nuova evangelizzazione - via C. De Cristoforis 8, Padova.

Padre Ibrahim, frate francescano e parroco di Aleppo, nell'incontro organizzato dalla Associazione Culturale Antonio Rosmini di Padova, racconterà attraverso le pagine del suo libro il conflitto siriano. Un diario struggente sul conflitto siriano e di come La chiesa parrocchiale latina di San Francesco d'Assisi e il convento dei francescani della Custodia di Terra Santa per molto tempo si sono trovati a ridosso della linea del fronte tra forze governative e milizie ribelli. Negli anni sono diventati un punto di riferimento e di salvezza per centinaia di famiglie. La distribuzione dell'acqua, dei viveri e delle medicine, la riparazione delle case danneggiate, le rette per gli studi universitari e quelle scolastiche per tanti bambini, la consolazione di vedove e orfani: tantissime storie di solidarietà che vedono come protagoniste le persone di Aleppo. La guerra non è ancora finita. Ma di sicuro non ha vinto.

Primo appuntamento del progetto “Migranti – la sfida dell’Incontro” organizzato dalla Associazione Culturale Antonio Rosmini che vuole essere un vero percorso costituito da momenti di dialogo e di approfondimento culturale attraverso i racconti di chi è coinvolto in prima persona. Vogliamo continuare a capire cos’è il “Potere dei senza potere” attraverso testimonianze di vita quotidiana ed in continuità con quanto iniziato con il venezuelano Alejandro Marius (incotro testimonianza organizzato dalla stessa Rosmini a maggio 2017 nella città di Padova). Si vuole intravedere quel potere che l’uomo “comune” scopre di possedere vivendo semplicemente la propria esperienza di vita quotidiana, piena della ricerca di un significato vero per sé; scoperta che permette di cambiare sé ed il mondo dando a tutto una dignità umana, anche a quello che ne sembra apparentemente privo come la guerra o la crisi economica.

Evento realizzato con il Patrocinio della Caritas di Padova e del MIUR - Ufficio Scolastico Regionale Per il Veneto – Ufficio V Ambito Territoriale di Padova e Rovigo.


Catalogna, quando l’appartenenza diventa una mistica politica

di Massimo Borghesi. «Nella Catalogna secolarizzata il nazionalismo riempie il vuoto lasciato dalla religione perduta». Giovedì 19 ottobre PáginasDigital.es, testata online spagnola, propone un’intervista di Juan Carlos Hernández e Fernando De Haro a Massimo Borghesi. La stessa intervista compare in italiano il giorno dopo sulla testata online IlSussidiario.net. Ecco come, secondo il filosofo dell’Università di Perugia, l’appartenenza tende a diventare una mistica politica. Proponiamo entrambe le interviste in ordine cronologico

 

PaginasDigital, giovedì 19 ottobre, ENTREVISTA A MASSIMO BORGHESI ‘En Cataluña han encontrado una nueva religión’ (Juan Carlos Hernández y Fernando de Haro) (link http://www.paginasdigital.es/v-portal/informacion/informacionver.asp?cod=8316&te=15&idage=15617&vap=0)

 

Vivimos una época de caída de las evidencias, también de aquellas evidencias que fundamentaron la democracia. Lo vemos en el auge de los populismos pero, ¿podría ser un ejemplo de esto el movimiento independentista en Cataluña?

El movimiento independentista catalán tiene un origen antiguo. Sus premisas están al comienzo de la era moderna cuando, con el descubrimiento de América, Cataluña tuvo que sufrir las dificultades económicas debidas al desplazamiento del comercio hacia las Américas, de cuyas rutas Cataluña quedaba excluida en favor de Castilla, y con la reducción de su margen de maniobras mercantiles en la cuenca mediterránea, a causa de la expansión otomana. En este contexto es donde maduran los sentimientos anticastellanos y separatistas que llevarán a la decisión política de apoyar a Francia contra Felipe IV. Si bien estas son las premisas más lejanas, hay que decir que el fenómeno del independentismo se ha radicalizado en los últimos diez años, paralelamente al estallido de la crisis económica interna en España y también internacional. La crisis económica funciona como detonador de antiguas rivalidades. El populismo catalán es distinto del italiano, alemán, austriaco, inglés. No tiene nada que ver con los fenómenos de la inmigración, la presencia musulmana, etc. El populismo catalán es un populismo nacional o, mejor dicho, nacionalista. Presenta analogías con el vasco y escocés. Los independentistas piden ser considerados como una auténtica nación. Por eso, en marzo de 2006, adoptaron una nueva versión del Estatuto catalán con la aprobación del entonces presidente José Luis Rodríguez Zapatero, donde se reforzaba a la comunidad autónoma. En el texto se definía a Cataluña como una “nación” dentro del Estado español y se establecía además “el derecho y el deber” de los ciudadanos catalanes de conocer y hablar el catalán y el castellano. Pero en julio de ese mismo año, el Partido Popular de Mariano Rajoy, por aquel entonces en la oposición, presentó un recurso ante el Tribunal Constitucional que, cuatro años después, en junio de 2010, anuló una parte del estatuto catalán, la que establecía la referencia a Cataluña como “nación”, porque no tenía “ningún valor jurídico”. El motivo de la anulación de una parte del estatuto está en el hecho de que la Constitución postfranquista de 1978, que convirtió al país en una monarquía parlamentaria, “no reconoce más que la nación española” y está pensada para una España “indisoluble”. Los principios sancionados constitucionalmente son por tanto superiores a cualquier decisión tomada en un parlamento autónomo.

En el origen del catalanismo está sin duda la obra del obispo Torras i Bages, que a finales del siglo XIX ve en el desarrollo de la identidad regional o nacional de Cataluña un modo de detener la secularización. Ese intento está reflejado en su famosa frase “Cataluña será cristiana o no será”. En la historia ha habido otras operaciones similares. ¿Qué consecuencias tiene una opción de este tipo?

En Europa, a lo largo del siglo XIX, surgieron muchos movimientos de independencia nacional de base religiosa, marcadamente cristiana. Es el caso de la independencia de Grecia del dominio otomano, de Polonia, Italia con el Risorgimento. La idea de nación “cristiana” es uno de los productos de la cultura romántica como reacción a la Ilustración secularizadora. Volviendo al presente, lo que me llama la atención es el silencio de la Iglesia, al menos en los medios, respecto a lo que está pasando. Se juzgue como se juzgue, el movimiento de secesión de España perseguido por los catalanes radicales es una tragedia. Cada vez que los pueblos se dividen es una derrota. En este caso, creo que se puede decir que es una tragedia también para la Iglesia, para la catalana y para toda la Iglesia española. En estos años la Iglesia no ha sido capaz de unir, de superar odios y rivalidades. Su voz no se ha oído en estos acontecimientos. Es verdad que en Cataluña, profundamente secularizada, esta voz es muy débil. Del mismo modo, me parece que ha faltado la función de unidad que represente la corona. El rey debía, debe, representar la unidad de la nación, es el símbolo en que todos se reconocen, más allá de las diferencias. Y no creo que esto haya sido así.

El fenómeno del nacionalismo, que se convierte en independentismo, ha sido explicado como una “transferencia de sacralidad”. Ya Orígenes criticaba la idolatría de la nación. Cataluña es, de hecho, una de las zonas más secularizadas de España ¿Esta transferencia de sacralidad es la consecuencia normal de toda “teología política”?

El Papa Francisco afirma en sus textos que para comprender a un pueblo hace falta una visión lógica y otra mítica. Sin la dimensión mítica, referida a los vínculos históricos, las tradiciones, los símbolos, las costumbres, etc., no se puede entender a un pueblo. Cuando esta dimensión mítica se vuelve “mística” se cae en la ideología, en la religión civil, en la teología política. El catalanismo, como movimiento identitario, se hace totalizante, unificador, religioso. Se convierte en un movimiento de liberación. La pregunta que debemos plantearnos es: ¿liberación de qué? ¿Acaso España es un Estado tirano, opresor, antidemocrático? Cataluña es una de las regiones europeas más ricas, con un nivel de autonomía que roza la independencia. ¿Qué le falta para ser ella misma? Nada más que la mitología de sí misma. En la Cataluña secularizada, el nacionalismo llena el vacío dejado por la religión perdida. Solo se comprende la mística de la revuelta catalana a partir del hecho de que finalmente los catalanes han encontrado una nueva fe, un mito unificador, una pasión civil, un enemigo a combatir. La mística no tiene en cuenta las contraindicaciones. Una Cataluña independiente no tendría el reconocimiento europeo, tendría que emitir una moneda propia, con las consecuencias que podemos imaginar, seguiría sufriendo la huida de empresas y bancos, el empeoramiento de sus cuentas económicas, probablemente el aumento del desempleo, la congelación de sus relaciones con España, la insignificancia política en el mundo global, etc. Los motivos negativos son evidentes. Sin embargo, para los radicales no existen. Tienen una “fe” y eso basta.

¿El nacionalismo que resurge en Europa en estos tiempos se puede entender como una fórmula de teología política? Llevando a la práctica el título de uno de sus libros más famosos, ¿cómo hacer una “Crítica a la teología política”, a las nuevas teologías políticas?

El nacionalismo resurge en Europa después del movimiento de nivelación impuesto por la burocracia de Bruselas. Cuanto más quiere Europa “unificar”, con tanta mayor fuerza estallan las diferencias. Europa no puede ni debe ser una nación. Si lo fuera se haría totalitaria. Europa solo puede continuar si mantiene el equilibrio entre unidad y diferencia, entre universalización y localización, entre organismos centrales y Estados nacionales. De otro modo resurgirán, ya están resurgiendo, las reacciones populistas. Estas obtienen sus apoyos del miedo y, al mismo tiempo, de los deseos insatisfechos. Miedo a la inmigración, a la presencia musulmana, a la pérdida de identidad, a la crisis económica. Frente a estos miedos, Europa ya no parece ser una defensa. Y no solo eso. Europa queda muy lejos frente al fenómeno de la soledad, del mundo sin vínculos que ha generado un neocapitalismo agresivo, una sociedad líquida fundada en un individualismo extremo. Donde emerge el deseo de formar parte de una patria, de una comunidad, el deseo de pertenecer. Los nacionalismos identitarios que afloran actualmente utilizan e instrumentalizan miedos y deseos que maduran en la crisis de la globalización, e imaginan soluciones mítico-místicas. Las teologías políticas siempre surgen en situaciones de “crisis”. Su fascinación consiste en descargar sobre un enemigo las propias frustraciones y miedos. Para la Cataluña de hoy, tener en España al enemigo, al chivo expiatorio de sus propios problemas, constituye, en el imaginario colectivo, una exaltadora promesa de liberación.

En una entrevista para este periódico usted afirmaba que “identidad significa autoconciencia de lo que uno ha encontrado. Para un cristiano esto deriva de la experiencia de la ‘gracia’, de algo que ha sucedido y no depende de nosotros, no es mérito nuestro. De otro modo, la identidad se convierte en una construcción ideológica que termina en la dialéctica amigo-enemigo”. ¿Estamos condenados a identidades conflictivas?

Cuando la conflictividad entre los pueblos se vuelve ideológica, maniquea, hacen falta grandes líderes capaces de indicar caminos, vías de reconciliación. Por el contrario, vemos políticos de perfil bajo que utilizan las pasiones de las masas para hacer carrera. Sin escrúpulos. En los momentos difíciles, estamos en manos de los mediocres. Igualmente, cuando el conflicto parece estar en un punto sin salida, la Iglesia, si constituye la tradición histórica de la nación, no puede dejar de trabajar por la unidad entre los pueblos cristianos que constituyen un Estado. La unidad, como dice siempre el Papa Francisco, es más fuerte que la diferencia. La unidad no debe abolir la diferencia, ni esta última debe destruir la concordia. En caso contrario, la identidad como factor de riqueza para todos, pasa de ser factor original a convertirse en ideología identitaria. El identitarismo nacional es una construcción intelectual de los historiadores, un producto del historicismo romántico. Marca el fin de la Europa “cristiana” de la “Santa Alianza”; es la premisa de las dos guerras mundiales que, en nombre del poder de las naciones, incendió el mundo entero. El hecho de que eso emerja ahora en Europa, al contrario de lo que pasó en la exYugoslavia, como un movimiento pacífico, no quita su naturaleza conflictiva, su necesidad de un eterno enemigo. De aquí no puede salir nada bueno.

 

IlSussidiario.net, venerdì 20 ottobre, CAOS CATALOGNA/ Indipendentismo o nuova religione? int. Massimo Borghesi (link http://www.ilsussidiario.net/News/Cultura/2017/10/20/CAOS-CATALOGNA-Indipendentismo-o-nuova-religione-/788299/)

 

“Nella Catalogna secolarizzata - spiega il filosofo Massimo Borghesi a Páginas Digital, da cui riprendiamo questa intervista - il nazionalismo riempie il vuoto lasciato dalla religione perduta. Non si comprende la mistica della rivolta catalana se non a partire dal fatto che finalmente i catalani hanno trovato una nuova fede, un mito unificante, una passione civile, un nemico da combattere. Ma la mistica non tiene conto delle controindicazioni”.

Viviamo in un’epoca di caduta delle evidenze, anche di quelle che sono state a fondamento della democrazia. Lo vediamo nella crescita dei populismi. Il movimento indipendentista in Catalogna potrebbe esserne un esempio?

Il movimento di indipendenza catalano ha origini antiche. Le premesse sono all’inizio dell’era moderna quando, con la scoperta europea delle Americhe, la Catalogna si trovò a soffrire le difficoltà economiche dovute allo spostarsi dei commerci verso le Americhe, dalle cui rotte la Catalogna era stata esclusa in favore della Castiglia, e il chiudersi degli spazi di manovra mercantili nel bacino mediterraneo, a causa dell’espansione ottomana. E’ in questo contesto che maturano i sentimenti anti-castigliani e separatisti che spinsero alla scelta politica di appoggiare la Francia contro Filippo IV di Spagna. Se queste sono le premesse lontane va detto che il fenomeno dell’indipendentismo si è radicalizzato nel corso degli ultimi 10 anni, in parallelo all’esplodere della crisi economica interna della Spagna ed internazionale. La crisi economica funziona da detonatore per rivalità antiche. Il populismo catalano è diverso da quello italiano, tedesco, austriaco, inglese. Non ha nulla a che fare con i fenomeni dell’immigrazione, della presenza musulmana, ecc. Il populismo catalano è un populismo nazionale o, meglio, nazionalistico. Presenta analogie con quello basco e scozzese. Gli indipendentisti chiedono di essere considerati come una vera e propria nazione. Per questo, nel marzo del 2006, è stata adottata una nuova versione dello “Statuto catalano”, con l’approvazione dell’allora premier José Luis Rodriguez Zapatero, in cui si rafforzava la Comunità autonoma. Nel testo si definiva la Catalogna come “una nazione” all’interno dello Stato spagnolo e si stabiliva inoltre “il diritto e il dovere” dei cittadini catalani di conoscere e parlare il catalano e il castigliano. Ma nel luglio dello stesso anno, il Partito Popolare di Mariano Rajoy, all’epoca all’opposizione, aveva presentato un ricorso davanti alla Corte Costituzionale che, quattro anni dopo, nel giugno del 2010, aveva annullato una parte dello statuto catalano, cioè quella che stabiliva il riferimento alla Catalogna come “nazione”, perché non aveva “nessun valore giuridico”. La motivazione per l’annullamento di una parte dello statuto sta nel fatto che la Costituzione post-franchista del 1978, che trasformò il Paese in una monarchia parlamentare, “non riconosce altro che la nazione spagnola” ed è stata pensata per una Spagna “indissolubile”. I principi sanciti costituzionalmente sono quindi superiori a qualsiasi decisione presa da un parlamento autonomo.

All’origine dell’indipendentismo catalano c’è senza dubbio l’opera del vescovo Torras i Bages che alla fine del XIX secolo vedeva nello sviluppo dell’identità regionale o nazionale della Catalogna un modo di contrastare la secolarizzazione. Questo tentativo è evidente nella sua famosa frase “la Catalogna sarà cristiana o non sarà”. Nella storia ci sono state altre operazioni simili. Che conseguenze ha un’opzione di questo tipo?

Nel corso dell’800, in Europa, molti movimenti di indipendenza nazionale sorgono a partire da una base religiosa, segnatamente cristiana. E’ il caso dell’indipendenza della Grecia dal dominio ottomano, della Polonia, dell’Italia all’inizio del movimento risorgimentale. L’idea della nazione “cristiana” è uno dei prodotti della cultura romantica in reazione all’illuminismo secolarizzante. Tornando al presente ciò che mi colpisce è il silenzio della Chiesa, almeno nei media, rispetto a quello che viene accadendo. Comunque lo si voglia giudicare il movimento di secessione dalla Spagna perseguito dagli indipendentisti catalani radicali è una tragedia. Ogni volta che i popoli si dividono è una sconfitta. In questo caso mi pare di poter dire che è una tragedia anche per la Chiesa, per quella catalana e per tutta la Chiesa spagnola. La Chiesa, in questi anni, non è stata capace di unire, di superare odi e rivalità. La sua voce negli avvenimenti presenti non si è sentita. Vero è che nella Catalogna, profondamente secolarizzata, la sua voce è molto debole. Allo stesso modo è mancata, mi sembra, la funzione di unità rappresentata dalla corona, dal re. Il re doveva, deve rappresentare l’unità della nazione, il simbolo in cui si riconoscono tutti al di là delle differenze. Non mi pare che questo sia accaduto.

Il fenomeno del nazionalismo, che si trasforma in indipendentismo, è stato spiegato come un “trasferimento di sacralità”. Già Origene criticava l’idolatria della nazione. La Catalogna è di fatto una delle zone più secolarizzate della Spagna. Questo trasferimento della sacralità è la conseguenza normale di ogni teologia politica?

Il papa Francesco afferma, nei suoi scritti, che per comprendere un popolo occorre una visione logica ed una mitica. Senza la dimensione mitica, che concerne i legami storici, le tradizioni, i simboli, i costumi ecc. non si capisce un popolo. Quando questa dimensione mitica diviene “mistica” si cade nell’ideologia, nella religione civile, nella teologia politica. Il catalanismo da movimento identitario diviene un moto totalizzante, unificante, religioso. Diviene un movimento di liberazione. La domanda che dobbiamo porci è: “liberazione da cosa”? Forse che la Spagna è uno Stato tirannico, illiberale, antidemocratico, oppressivo? La Catalogna è una delle regioni europee più ricche, con un livello di autonomia ai limiti dell’indipendenza. Cos’altro le manca per essere se stessa? Nulla se non la mitologia di se stessa. Nella Catalogna secolarizzata il nazionalismo riempie il vuoto lasciato dalla religione perduta. Non si comprende la mistica della rivolta catalana se non a partire dal fatto che finalmente i catalani hanno trovato una nuova fede, un mito unificante, una passione civile, un nemico da combattere. La mistica non tiene conto delle controindicazioni. Una Catalogna indipendente non avrebbe il riconoscimento europeo, dovrebbe coniare una moneta propria con le conseguenze valutarie che possiamo immaginare, vedrebbe la fuga di industrie e di banche, il peggioramento dei conti economici, il probabile aumento della disoccupazione, il congelamento dei rapporti con la Spagna, l’insignificanza politica nel mondo globale, ecc. I motivi negativi sono evidenti. E, tuttavia, per i radicali non esistono. Hanno una “fede” e questo basta.

Il nazionalismo che risorge in Europa con queste caratteristiche si può intendere come una forma di teologia politica? Come fare una critica della teologia politica a queste nuove teologie politiche?

Il nazionalismo risorge in Europa a seguito del movimento livellatore imposto dalle burocrazie di Bruxelles. Quanto più l’Europa vuole “unificare” tanto più scattano le differenze. L’Europa non può né deve essere una nazione. Se lo facesse diverrebbe totalitaria. L’Europa può reggere solo se mantiene l’equilibrio tra unità e differenza, tra universalizzazione e localizzazione, tra organismi centrali e Stati nazionali. Diversamente risorgeranno, stanno risorgendo, le reazioni populistiche. Queste affondano il loro consenso nella paura e, al contempo, in desideri non soddisfatti. La paura è quella dell’immigrazione, della presenza musulmana, della perdita di identità, della crisi economica. A fronte a queste paure l’Europa non appare una difesa. Non solo. L’Europa appare lontana anche di fronte al fenomeno della solitudine, del mondo senza legami prodotto da un neocapitalismo aggressivo, da una società liquida fondata sull’individualismo estremo. Donde il desiderio di far parte di una patria, di una comunità. Il desiderio di appartenere. I nazionalismi identitari che fioriscono oggi utilizzano, strumentalizzano paure e desideri che maturano nella crisi della globalizzazione e immaginano soluzioni mitico-mistiche. Le teologie politiche sorgono sempre in situazioni di “crisi”. Il loro fascino sta nello scaricare in un nemico le frustrazioni e le paure. Per la Catalogna di oggi avere nella Spagna un nemico, il capro espiatorio dei propri problemi, costituisce, nell’immaginario collettivo, una promessa esaltante di liberazione.

In una intervista a questo giornale lei affermava che identità significa autocoscienza di quello che uno ha incontrato. Per un cristiano questo deriva dall’esperienza della Grazia, di qualcosa che è accaduto e non dipende da noi, non è merito nostro. Diversamente, l’identità si trasforma in una costruzione ideologica che finisce nella dialettica amico-nemico”. Siamo condannati a identità conflittuali?

Quando la conflittualità tra i popoli diviene ideologica, manichea, occorrerebbero grandi leader capaci di delineare strade, percorsi di riconciliazione. Al contrario vediamo politici di basso profilo che utilizzano le passioni delle masse per costruire le proprie carriere. Senza scrupoli. Nei momenti difficili siamo in mano ai mediocri. Comunque quando il conflitto appare senza via d’uscita la Chiesa, se costituisce la tradizione storica della nazione, non può non adoperarsi per l’unità tra i popoli cristiani che costituiscono uno Stato. L’unità, come afferma sempre papa Francesco, è più forte della differenza. L’unità non deve abolire la differenza e quest’ultima non deve distruggere la concordia. In caso contrario l’identità da fattore di ricchezza per tutti, da fattore originale si trasforma nell’ideologia identitaria. L’identitarismo nazionale è una costruzione intellettuale degli storici, un prodotto dello storicismo romantico. Segna la fine dell’Europa “cristiana” della “Santa Alleanza”; è la premessa delle due guerre mondiali che, in nome della potenza delle nazioni, ha incendiato la terra. Il fatto che oggi esso appaia in Europa, diversamente dalla ex-Jugoslavia, come un movimento pacifico non toglie la sua anima conflittuale, il suo bisogno dell’eterno nemico. Da qui non può sorgere nulla di buono.

(Juan Carlos Hernández e Fernando De Haro)


“Milano 0” di William Congdon. Gesto, non anima effusa misticamente

di Mario Cancelli. “Milano 0” (1968) di William Congdon, grazie a un atto donativo della William Congdon Foundational al Museo del Novecento, è tornato là da dove idealmente era venuto, quella piazza Duomo sulla quale il museo affaccia le sue vetrate. Proprio il giudizio della commissione che ha accolto la donazione invita a un approccio critico che riconduca l’opera di Congdon alla storia milanese e italiana.

Il quadro potrebbe essere inteso come sfogo o testo apologetico di un personale “disagio della civiltà”, un saluto spiritoso ma imputante rivolto a chi viveva il vortice di quell’anno post boom. Di invettive, peraltro, non si trova nemmeno l’ombra, piuttosto si coglie un che di confidenziale nel convocare, su una scena che si è portati a identificare in piazza Duomo, i riconoscibili archetipi e miti di quegli anni. Un’onirica, partecipata condensazione trasforma in salotto una piazza colma di voci e di presenze: grattacieli come il Pirellone e la Torre Velasca, figure e corpi in abbandono di carni e pensieri, graffiti ante litteram, compongono un tenero e ironico commento dell’angoscia di tutti. Verrebbe da pensare alle “Tragedie da ridere” di Franca Valeri, quei monologhi cari a Giovanni Testori, in cui tutta la città è chiamata in causa.

Invano si cercherebbero in quest’opera insofferenza e irritazione, perché qui, nel gesto pittorico, Congdon si affeziona alle vite degli altri, ne condivide il dramma, si sente fra i suoi simili. Una narrazione rapida e gestuale proietta su un grattacielo, Taj Mahal senza più sacralità, una luce che scivola, portando con sé cenere e bitume, “resti” materici che non permettono più metafisiche accensioni; una materia che desacralizza è infatti l’esito di questo mischiare cenere ai colori ad olio, simbolo architettonico e palcoscenico.

Va poi detto che il titolo non allude certo al punto zero del linguaggio letterario, che pure imperversava in quegli anni, perché al contrario sono tanti i codici linguistici che l’opera parla . Che si tratti dello zero inteso come neorealismo testoriano, come messa a nudo che smaschera l’avanspettacolo della nostrana metropoli sui Navigli, quasi divertente per Congdon che aveva attraversato la Black City? Ed è proprio l’ironia (Congdon ha sempre giocato ottimi scherzi al “tragico”) se non addirittura un quasi fumetto, a tenere insieme i tanti codici, unificando divertito scandalo personale e giudizio storico: insomma ci troviamo più prossimi alla satira di Maccari che a nordici espressionismi.

I rosa, i gialli rossetto delle carni, immortalano le “Lollofrigide” dopo averle fatte scendere dai cartelloni pubblicitario, accompagnandole con grazia sulla ribalta; “Allegria” “morte, “Gina”, lampeggiano nell’arena coi toni coatti ed esclamativi della pubblicità. Congdon non sta certo lanciando vernice sulle pellicce delle signore alla prima della Scala, piuttosto il suo giudizio dice di sé, del suo non accettare il mondo: anche qui, come sempre in Congdon, a consentire la sortita dagli idoli e dalle censure, è l’atto creativo. In “Milano 0” ciò che è personale e privato trova il modo per divenire pubblico: non è questa la via di “Guernica”? Non si assisteva, in Picasso, a un deciso, elaborato virare da un fatto d’historia al “romanzo personale” o meglio, “familiare”? Da allora, come non ritrovare il campo di battaglia nel proprio atelier, come non sentirsi ogni giorno sotto le bombe? Già il “Quarto stato” di Pellizza da Volpedo aveva rappresentato il manifesto di una mobilitazione pubblica che si muta in un lutto privato, permettendo di assistere, proprio qui al Museo del Novecento, a un’ascesa (o a una discesa) dell’arte nei territori ormai indagati dell’io.

Una parte significativa dell’eredità di Congdon sta proprio nel non dimettere mai la consapevolezza della propria “scissione”, nel non annullarla mai in sublimi assoluti. Le “Basse”, frutto di una scelta spirituale radicatasi come scelta di vita in un territorio preciso, trasportano l’“action” dai romantici e consumati tralicci delle “City” newyorkesi a nuovi e coltivati campi, tralicci dove rifiorisce il seme, dove cioè il gesto può riaffermarsi.

Occorre però sottolineare che si tratta appunto di gesto e non di anima effusa misticamente sulla tela, come la critica ha spesso accreditato: basti osservare le ultime prove di questo poema benedettino, che riconducono ali di luce a materici solchi di un lavoro mai concluso e sempre da verificare. Colori a olio impastati a cenere, si è detto: non barocchismo sperimentale, ma partecipazione a un dramma di tutti in cui non manca mai il proprio. Solo così è dato “uscire” dal mito. E mito soprattutto era l’anno, il mitico ’68 , che azzerava tutto in nome di una immaginazione separata da “ogni” potere.

Quel che avvenne e si produsse attorno a quegli anni porta i segni, anche fascinosi, di quella scissione. Gli sforzi compiuti verso la sintesi in quegli anni cruciali rimangono pietre miliari nei rispettivi ambiti artistici: è lì che occorre guardare, alla letteratura e al cinema di quegli anni, per trovare i compagni di cordata di questo Congdon milanese. Nel Pasticciaccio di Gadda, il commissariato si trasferisce tour court nel salotto di Liliana Balducci: un mélange linguistico ineguagliato narra una poliziesca quête nella quale il commissario è al tempo colui che indaga e l’indagato (Liliana, donna o madre?). La cognizione del dolore, che dipana la matassa in chiave tutta psichica, non parte da qui? E Teorema di Pier Paolo Pasolini, non si sviluppa grazie a un teorema per il quale la schizofrenia del capitalismo si “compie nel totemico suicidio del padre, il denudato Massimo Girotti?

“Dì quel che pensi” (principio della clinica freudiana che può valere come metro di giudizio per qualsiasi poetica) si potrebbe dire, a conclusione di queste ipotesi di ragionamento. Dì quel che pensi e recupererai qualcosa di te e della storia degli altri.

 

“Milano 0”, anno 1968, olio e cenere su faesite

Museo del Novecento. Milano.

 

(Mario Cancelli)


Speciale Soul meeting#17, su Tv2000 Massimo Borghesi ospite di Monica Mondo

di Massimo Borghesi. Dal significato del fare filosofia oggi al titolo del Meeting di Rimini 2017 «Quello che tu erediti dai tuoi padri, riguadagnatelo, per possederlo». È un Borghesi a tutto campo quello che risponde nella trasmissione “Soul” di Tv2000 alle domande di Monica Mondo. Ecco il video della trasmissione, dal canale youtube di Tv2000.

https://youtu.be/Tt4Safz-H3o