Le radici filosofiche (e teologiche) dell’economia politica moderna

di Massimo Borghesi. Dalla somma degli egoismi individuali proviene un bene per tutti? L’idea ottimista del progresso che sta alla base dell’economia politica moderna, esemplificata in Adam Smith (nell’immagine), è in realtà un’idea non sufficientemente problematizzata, che rivela ben precisi presupposti filosofici e addirittura teologici.

È questo il pensiero di Massimo Borghesi, intervistato dagli studenti della “Summer School in Etica, economia e beni relazionali: crescita delle imprese e realizzazione personale”, coordinata dal professor Massimiliano Marianelli, che si è tenuta a Perugia dal 22 al 27 maggio 2017.

https://www.youtube.com/watch?v=3q-V2NvPhq0&feature=youtu.be

La Summer School è stata promossa dal Dipartimento di Filosofia, Scienze sociali, umane e della Formazione dell’Università di Perugia, in collaborazione con l’associazione culturale Stromata, con la partecipazione di docenti italiani e stranieri.

Originale l’intento dell’iniziativa formativa: fornire orientamenti per quanti intendono proporsi autonomamente come imprenditori “civili” attenti alla persona, alla sua motivazione e realizzazione, a fornire le basi culturali necessarie per comprendere il ruolo delle dinamiche intersoggettive nei processi economici, a conoscere le principali questioni nell’attuale dibattito etico-economico nonché ad acquisire conoscenze e capacità teorico-pratiche che prevedono l’approfondimento della dimensione etica con particolare riguardo alla responsabilità sociale.


Salvatore Oliva: la tigre bianca del fumetto

Trovarsi inadeguati a parlare di una persona, quando parlare direttamente con la stessa non è mai stata una cosa difficile, credo sia uno dei sintomi più interessanti della scoperta di un maestro.

Quando cioè, la relazione, l’esperienza, sta tranquilla come un vecchio con la pipa nel salotto dell’innominabile, nell’anonimia, allora s’intravede l’evento che è stato quell’incontro, il dipinto sopra il camino fiammeggiante con su scritto: “Non mi dimenticherai mai”.

Ecco, chi per mestiere, per fortuna o per svago, abbia avuto occasione di conoscere Salvatore Oliva, saprà di che cosa sto parlando. Agli altri consegno le mie scarne parole: tentativi di catturare un animale schivo e inafferrabile, come può esserlo una tigre bianca del fumetto.

Salva, così si firmava e voleva essere chiamato, l’ho conosciuto cinque anni fa durante le mie ricerche su Hugo Pratt (era l’argomento della mia tesi di laurea triennale). E l’invito cordiale e affabile che mi arrivò repentino, d’andare a casa sua, dopo nemmeno due telefonate, non mi fece nemmeno sospettare di potermi trovare di fronte ad uno dei più grandi (forse il più grande) conoscitore dell’opera di Pratt di tutta Italia.

Il primo incontro, devo dirlo, fu simpatico: mi fece una specie di test, per vedere quanto davvero ne sapessi del suo ambito. Mi mise di fronte una tavola originale (chissà poi da quale opera secondaria di Pratt, me lo domando ancora), e mi chiese di commentarla. Fu divertente, ci mettemmo a ridere nel suo piccolissimo ufficio bianco, stracolmo di libri ma ben ordinato. Aveva gusto, ecco. Sul salotto erano affisse serigrafie minimal di Corto Maltese. Si vedeva subito che non era uno di quei tipi confusi ed arruffati, nei quali la passione supera la misura. Non capii né che mestiere facesse, né chi fosse.

Quel pomeriggio però ci scambiammo idee, contatti, mi consigliò di andare da un suo amico a Senigallia, da un altro a Vicenza. Facemmo amicizia, insomma. Non ebbe timore di dirmi che era malato, ma lo fece con tatto, come fosse una cosa dolorosa, sì, ma secondaria; parlammo di Stefano Babini. Ci tenemmo in contatto telefonico, e da quel giorno cominciò a spedirmi anche cartoline, inviti a convegni, e soprattutto delle bizzarre buste gialle contenenti libri illustrati e vecchi fumetti. Una cosa d’altri tempi, devo dirlo, splendidamente anacronistica: francobolli, timbri, buste. E che buste: sul fronte spiccavano bricolage di stampe, illustrazioni, disegni, schizzi a biro, definiti e decorati coi pennarelli. Vere opere d’arte postale. Faceva così con gli amici, spediva a tutti buste su buste, tutte decorate singolarmente, che si potrebbe quasi pensare di farne una mostra.

La seconda volta a casa sua gli portai la mia tesi, il libro su Giorgio De Gaspari, ci presentammo le rispettive mogli, bevemmo un thè. Bello, semplice. Continuavano intanto ad arrivare le solite, attese, buste gialle. Ci sentivamo la domenica: chiamate inaspettate, brevi, sempre su Hugo e su quelle che lui continuava a chiamare le mie “strane ricerche”. Sembrava che un pivello come me gli piacesse: ci credeva, voleva che ci credessi anch’io. E alla fine ce l’ha fatta, mi pare.

Questo è quello che so sulla tigre bianca del fumetto: poco, niente.

Quando se n’è andato pochi giorni fa, il 18 luglio 2017, a 58 anni, mi sono venute subito in mente quelle buste, come una cosa dell’altro mondo: piccoli gesti reali di compagnia, un lascito postale. Mi sono anche accorto che non sapevo minimamente con che grande personaggio avevo avuto a che fare: consulente per grandi case editrici, reporter ad Angouleme, fondatore di festival fumettistici, saggista, critico acuto, promotore silenzioso. Avevo conosciuto il volto discreto di uno dei più grandi “gentiluomini di fortuna” che siano mai esistiti. E come me forse si dovevano sentire quei poveretti che la notte incontravano il principe Harun al Rashid, mentre passeggiava per i viottoli della sua città travestito da accattone.

Perché a volte le tigri ti passano accanto e ti fissano un poco, prima di sparire di nuovo nel verde.


IlSussidiario.net sul botta e risposta Borghesi-Scalfari

Anche IlSussidiario.net, sito internet di informazione tra i più cliccati del nostro Paese, venerdì 21 luglio dedica un spazio agli articoli di Massimo Borghesi su La Stampa/Vaticaninsider.it e, in risposta, di Eugenio Scalfati su Repubblica. «Un botta e risposta di alta classe», commenta l’autore Paolo Vites, «come solo menti libere e aperte al dialogo possono fare». Vi proponiamo l’articolo.

 

IlSussidiario.net, venerdì 21 luglio 2017, Borghesi su Scalfari: “Le sue lacrime valgono più di 30 trattati di teologia” (P. Vites)

 

La risposta di Eugenio L’ex direttore di Repubblica Eugenio Scalfari risponde a Massimo Borghesi a proposito della sua amicizia con papa Francesco. Il riconoscimento di un Io comune

Botta e risposta tra il filosofo Massimo Borghesi e il fondatore di Repubblica Eugenio Scalfari. Un botta e risposta di alta classe, come solo menti libere e aperte al dialogo possono fare. Nei giorni scorsi Borghesi aveva scritto su La Stampa un articolo in cui analizzava il nuovo incontro-intervista tra papa Francesco e il giornalista, che come già successo in precedenti occasioni analoghe in certi ambienti cattolici aveva destato fastidio. Borghesi aveva sottolineato la sorprendente amicizia che lega due persone così apparentemente diverse, un uomo di sinistra e un pontefice. Borghesi è rimasto colpito dalla comozione di Scalfari davanti a Francesco: “Le sue lacrime valgono più di 30 trattati di teologia”.

Così Scalfari ha risposto a Borghesi con un lungo articolo su Repubblica, dal titolo “La mia amicizia con Francesco la consapevolezza dell’Io e i falsi assilli dell’anima”. Nel suo scritto l’ex direttore di Repubblica riconosce l’apertura del filosofo nei suoi confronti, citando l’ultima parte del suo articolo dove Borghesi dice che questa amicizia tra i due è “un riconoscimento pericoloso. Tanto agli occhi dei laici integralisti, quanto a quelli degli antipapalini, fermi, al pari dei laici “ortodossi”, alla ideologia. (…) Al di là di questi opposti, alleati nella loro lotta, si situa lo spazio dell’incontro tra un Pontefice ed un intellettuale laico assillato, nonostante tutto, dal mistero della vita”.

Scalfari scrive di non sentirsi “assillato”, ma di riconoscere da tempo che “la vita della nostra specie, a differenza degli altri esseri viventi vegetali o animali, è dominata dall’esistenza dell’Io. Noi abbiamo e siamo dominati dalla consapevolezza del nostro Io che lo rende duplice: l’Io che opera e vive e l’Io che lo guida da fuori e lo giudica. L’Io umano è duplice, nel senso che mentre vive, parla, combatte, si rassegna, è allegro, è insoddisfatto, è disperato, è triste, ama, odia, ha coraggio, ha paura, nel frattempo si guarda da fuori e si giudica.

Spesso questo giudizio è negativo e non sempre ma molte volte è giusto, tuttavia nel sottofondo di ciascuno di noi c’è ed è questo vedersi da fuori mentre si opera e si vive”. Scalfari ricorda come già vent’anni fa scrisse un libro intitolato “Incontro con Io” dove il protagonista è Odisseo, “l’eroe moderno che impersona consapevolmente l’Io”: “Sono consapevole che ogni nostra attività, dalla più banale alla più significativa, è dominata dall’Io anche se non sempre lo sappiamo e/o ce ne accorgiamo.

Di solito le moltitudini non sanno neppure che il problema dell’Io esiste. Seguono i loro istinti, le loro pulsioni, la loro timidezza, la loro paura o il loro coraggio e la loro audacia, ma questo l’ho già detto, quello che più di tutto sfugge loro è la profonda diversità delle varie forme della natura umana” aggiunge. Scalfari cita i suoi poeti preferiti (Rainer Maria Rilke, John Keats, Edgar Allan Poe, Aleksandr Blok, Dante, Leopardi): “Nella loro diversità l’uno dall’altro, la loro capacità d’esprimere l’anima, di farsi guidare da lei, d’avere il cuore e la mente dominati dall’Io è egualmente moderna”. Concludendo che lungi da sentirsi un genio, è una persona qualunque che ha avuto una vita lunga e ricca e che adesso può anche vantarsi dell’amicizia con papa Francesco, “non certo perché un papa, ma per l’uomo eccezionale che è”.


Dagli Usa a Ratisbona, la rassegna stampa di Radio Vaticana con Massimo Borghesi

Venerdì 21 luglio Massimo Borghesi alla rassegna stampa mattutina di Radio Vaticana commenta il recente articolo di padre Antonio Spadaro, direttore de La Civiltà Cattolica, dal titolo “In God we trust”. Il filosofo si sofferma poi sulle drammatiche notizie che giungono dal Venezuela (nella foto) e da Ratisbona, con lo scandalo degli abusi nello storico coro di voci bianche Regensburger Domspatzen, tra i più quotati ed antichi d’Europa, diretto per anni dal fratello del papa emerito, monsignor Georg Ratzinger. Segue un approfondimento su Mafia capitale (oramai più propriamente definibile “Corruzione capitale”) e un commento sull’articolo di Eugenio Scalfari in risposta allo stesso Borghesi su Repubblica di giovedì 20 luglio. Un articolo che Borghesi commenta positivamente, così come il dialogo al di là degli steccati ideologici tra Scalfari e papa Francesco.

 


Scalfari: il mondo, l’uomo e la modernità della poesia

Nei giorni scorsi abbiamo pubblicato un articolo di Massimo Borghesi uscito su Vaticaninsider.it il 17 luglio, dal titolo Scalfari e Francesco, la commozione di un illuminista inappagato. Tre giorni dopo, su Repubblica, Scalfari stesso a sorpresa risponde al filosofo di Sansepolcro ringraziandolo, e facendo alcuni appunti, soprattutto su un passaggio dell’articolo di Borghesi: «In un incontro profondo, dettato da una corrispondenza dell’anima», scriveva il filosofo su Vaticaninsider.it, «quest’uomo navigato, scettico, disilluso nel suo razionalismo, riconosce, al di là di ogni ideologia, la testimonianza umanissima del Successore di Pietro. Un riconoscimento pericoloso. Tanto agli occhi dei laici intransigenti, come documenta il recente volume di Gian Enrico Rusconi, “La teologia narrativa di Papa Francesco”, appena edito da Laterza. Quanto a quelli degli antipapalini, fermi, al pari dei laici “ortodossi”, alla ideologia». Pubblichiamo la risposta di Eugenio Scalfari

 

Repubblica, giovedì 20 luglio, p. 1, Il mondo, l’uomo e la modernità della poesia (E. Scalfari)

 

NON ho il piacere di conoscere Massimo Borghesi, che ha scritto lunedì scorso un lungo articolo su di me, parlando del mio ultimo incontro con papa Francesco il 6 luglio e concludendo il suo ampio scritto sulla mia consueta rubrica domenicale che quella volta si è interessata pochissimo di politica e molto invece di cultura moderna e della poetica di Eugenio Montale che in qualche modo la rappresenta.

Debbo ringraziare Borghesi per la sua attenzione nei miei confronti e la frase finale del suo articolo. Eugenio Scalfari risponde a Massimo Borghesi che ha definito l’incontro del fondatore di “Repubblica” con il Papa “un riconoscimento pericoloso” per gli anticlericali integralisti, per la sinistra laica e per la destra cattolica

Così conclude Borghesi: «In un incontro profondo, dettato dalla corrispondenza dell’anima, quest’uomo navigato, scettico, disilluso nel suo razionalismo, riconosce al di là di ogni teologia, la testimonianza umanissima del Successore di Pietro. Un riconoscimento pericoloso. Tanto agli occhi dei laici integralisti, quanto a quelli degli antipapalini, fermi, al pari dei laici “ortodossi”, alla ideologia. Che un uomo, in un incontro, possa trovare respiro per la ferita che lo abita è un’ipotesi che va al di là dell’immaginazione della sinistra laica come della destra cattolica. Al di là di questi opposti, alleati nella loro lotta, si situa lo spazio dell’incontro tra un Pontefice ed un intellettuale laico assillato, nonostante tutto, dal mistero della vita».

Un bel finale, gentile Massimo Borghesi, ma desidero rassicurarla: io non sono “assillato”. Riconosco da tempo che la vita della nostra specie, a differenza degli altri esseri viventi vegetali o animali, è dominata dall’esistenza dell’Io. Noi abbiamo e siamo dominati dalla consapevolezza del nostro Io che lo rende duplice: l’Io che opera e vive e l’Io che lo guida da fuori e lo giudica. L’Io umano è duplice, nel senso che mentre vive, parla, combatte, si rassegna, è allegro, è insoddisfatto, è disperato, è triste, ama, odia, ha coraggio, ha paura, nel frattempo si guarda da fuori e si giudica.

Spesso questo giudizio è negativo e non sempre ma molte volte è giusto, tuttavia nel sottofondo di ciascuno di noi c’è ed è questo vedersi da fuori mentre si opera e si vive. Da questo punto di vista siamo profondamente diversi dalle scimmie e dallo scimpanzé dal quale probabilmente deriviamo.

Ho cominciato ad esser consapevole delle contraddizioni intime che ci distinguono dalle altre specie quando avevo una trentina d’anni, poi, col passar del tempo e delle molte esperienze che ho avuto, quella consapevolezza è cresciuta fino al punto che esattamente vent’anni fa ho scritto un libro intitolato Incontro con Io.

Non so se lei, gentile Borghesi, l’ha letto. Le accenno soltanto che il protagonista è Odisseo che a mio avviso è l’eroe moderno che impersona consapevolmente l’Io. E quello che meglio ne scopre la natura è Dante che lo incontra nell’Inferno, lo fa parlare e racconta la trasformazione che la sua vita, il suo cuore, la sua anima subisce: «Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza ».

Non dico con questo d’aver superato i misteri della vita, ben altri mi hanno preceduto di secoli e di millenni e non è affatto detto che abbiano superato tutto. Ma non sono assillato. Sono consapevole che ogni nostra attività, dalle più banale alla più significativa, è dominata dall’Io anche se non sempre lo sappiamo e/o ce ne accorgiamo. Di solito le moltitudini non sanno neppure che il problema dell’Io esiste. Seguono i loro istinti, le loro pulsioni, la loro timidezza, la loro paura o il loro coraggio e la loro audacia, ma questo l’ho già detto, quello che più di tutto sfugge loro è la profonda diversità delle varie forme della natura umana.

Prendiamo alcune di queste forme, per esempio la poesia. A me piace molto, si esprime in vari modi: parole, note musicali, colori e pennello ed altri strumenti ancora. Perfino la scienza molte volte sconfina nella poesia e il nostro Leonardo da Vinci ne è uno degli esempi. Einstein un altro. La casa dei doganieri di Montale un altro ancora, ma forse lei, gentile Borghesi, non sa che tra le opere poetiche che considero più alte ci sono il Poema paradisiaco e le Laudi di Gabriele D’Annunzio: sono folgoranti esempi di poesia. In particolare il terzo libro delle Laudi, l’Alcyone, e uno dei suoi componimenti che si intitola L’oleandro.

D’Annunzio aveva un pessimo carattere, era dominato dai vizi peggiori, ma fu un grandissimo poeta, come lo furono nella medesima epoca Rainer Maria Rilke, John Keats, Edgar Allan Poe, Aleksandr Blok e moltissimi altri. La vita ovviamente la vedono in diversissimi modi. E il loro Io? In alcuni ha la caratteristica di essere molto vigile. Per esempio in Rilke, specie nel suo Quaderni di Malte Laurids Brigge. In altri l’Io è estremamente contraddittorio. Per esempio in D’Annunzio, come ho già detto.

Ma andiamo più indietro nei secoli o addirittura nei millenni: troviamo le poesie di Alceo e di Saffo d’una modernità senza pari ed egualmente, in un’epoca distante più di un millennio Guido Cavalcanti, e poi Dante e poi Tasso e infine Leopardi. Nella loro diversità l’uno dall’altro, la loro capacità d’esprimere l’anima, di farsi guidare da lei, d’avere il cuore e la mente dominati dall’Io è egualmente moderna.

Gentile Borghesi, altro non dico. Ma mi piaceva che lei mi conoscesse meglio. Non sono affatto un genio; sono una persona estremamente qualunque, ma ho avuto una vita ricca e lunga. Ora posso anche vantarmi dell’amicizia con papa Francesco, non certo perché è un Papa, ma per l’uomo eccezionale che è.


Scalfari e Francesco, la commozione di un illuminista inappagato

di Massimo Borghesi. In un incontro profondo, dettato da una corrispondenza dell’anima, un uomo navigato, scettico, disilluso nel suo razionalismo, riconosce, al di là di ogni ideologia, la testimonianza umanissima del Successore di Pietro. Intervento su Vaticaninsider.it del 17 luglio 2017.

Vaticaninsider.it, lunedì 17 luglio 2017, Scalfari e Francesco, la commozione di un illuminista inappagato (M. Borghesi)

 

La relazione di Eugenio Scalfari con Papa Francesco, le sue interviste più o meno attendibili, sono state al centro, com’è noto, di attacchi e critiche da parte del settore dei cattolici che non amano questo pontificato. Le simpatie verso Bergoglio dell’ex direttore di Repubblica, per anni punta di diamante dell’anticleralicalismo e del laicismo, sono la conferma, per gli antipapalini, della “svendita” al secolo di Francesco, simbolo evidente del suo inginocchiamento al mondo. Il modernismo di Bergoglio avrebbe la sua controprova nell’apprezzamento da parte di Scalfari. Come può un Papa essere fedele alla tradizione – questo l’interrogativo - se risulta essere tanto simpatico ad un personaggio che, nel passato, si è dimostrato così ostile alla Chiesa?

 Ciò che i critici non hanno preso in considerazione è la complessità della figura di Scalfari, così come, sotto un certo aspetto, la sua “evoluzione”. In un recente incontro nella sede de “La Civiltà Cattolica”, il 20 maggio passato, padre Antonio Spadaro ha detto che Francesco è sensibile alle «fratture» del pensiero unico. Questo, aggiungiamo noi, vale non solo per gli scenari internazionali me anche nelle relazioni con le persone. È innegabile che tra Bergoglio e Scalfari vi sia una forte simpatia umana, così come è innegabile che Francesco non abbia alcun fine di proselitismo. E, tuttavia, è evidente che entrambi comunicano attraverso una “fessura”, uno spiraglio, che, in qualche modo, li unisce. Questa “fessura” non è solo una evidenza che contraddistingue il vecchio Scalfari, la necessaria inquietudine che accompagna l’appuntamento con la morte. La fessura è in lui una “frattura” che lo segna da lungo tempo.

Nel suo volume del 1995, “Alla ricerca della morale perduta”, Scalfari mostrava già di optare per Pascal in un confronto a distanza con il «suo» Voltaire. «Non stupisca dunque – scriveva – se l’ateo che io sono si sente più vicino […] al solitario di Port-Royal che non al principe degli illuministi. La morale di Voltaire è un succedaneo della felicità individuale, quella di Pascal punta dritta al fondamento della questione […] per Pascal è la grazia che rende possibile l’identificazione con Cristo, con la carità e quindi con l’umanità tutta intera superando la peccatrice finitezza del se stesso». Certo Cristo rimane per Scalfari solo uno straordinario personaggio storico, «divino» solo per il suo esempio, distante dal dogma della Chiesa. Il razionalismo illuministico è l’eredità che lo «blocca». E, tuttavia, è innegabile che nel giornalista viva, da tempo, una tensione, un dissidio, tra la ragione “laica” e l’anima “religiosa”.

In un articolo del 16 luglio, “La politica e il lascito perduto della modernità”, l’anima “religiosa” di Scalfari viene alla luce con piena evidenza. Qui, dopo aver trattato frettolosamente del quadro politico, Scalfari ricorda un suo volume del 2010, “Per l’alto mare aperto”, il cui tema è la parabola del moderno. Dopo aver trattato degli “eroi” del pensiero moderno – Voltaire, Diderot, Rousseau, d’Holbach, ecc. -, l’autore terminava il suo libro parlando di Italo Calvino e di Eugenio Montale.

Montale è qui il poeta della malinconia, di una tensione religiosa, di una domanda di senso inappagata che trascende le pseudo certezze del razionalismo moderno. «Montale è stato il poeta di una generazione, la mia, la nostra, l’ultima generazione dei moderni. Bisogna scavare dentro i suoi versi, dentro di lui e di noi per capire le ragioni di questa identificazione. La malinconia soprattutto. Malinconia per le occasioni mancate, rimpianti, gli “Eldoradi” sognati ma non raggiunti, le comete e la galassia, “fascia d’ogni tormento”, le “isole dell’aria migrabonde”. E una preghiera commovente in cerca di tenerezza:

 

Il vento che nasce e muore

nell’ora che lenta s’annera

suonasse te pure stasera

scordato strumento,

cuore.

 

La nostra fu una generazione malinconica, abbastanza consapevole dei propri doveri e poco sensibile ai diritti; una generazione condizionata da complessi di colpa esistenziali dei quali non ci rendevamo ragione, che ci facevano sentire debitori di debiti immaginari e tuttavia pesanti da sopportare».

Per Scalfari, «in Montale la malinconia è la linea di uno stato d’animo, una sonorità di fondo che non registra intervalli e si esprime sempre sul filo della memoria, del gocciolio del tempo, schegge di ricordo, Adios muchachos, companeros de mi vidas, Dora Markus, Avrei voluto sentirmi scabro ed essenziale. Ecco un altro motivo di identificazione, scabro ed essenziale. Come l’osso di seppia disseccato sulla sabbia, corroso dall’acqua salina sulla battigia. Noi eravamo saturi di dannunzianesimo, di pose eroiche, di cuore da lanciare oltre l’ostacolo. La reazione inconscia a tutto questo fu la poesia di Montale. La malinconia, la memoria delle occasioni mancate, l’asciuttezza dello stile, una metrica e un linguaggio innovativi pur nell’ambito del canone poetico tradizionale».

Secondo l’autore: «Si è data un’interpretazione politica a questa scissura tra i pensieri e la vita di Montale ma non credo sia stato questo oppure non soltanto questo. Furono le scelte dell’anima e d’amore, il destino e il caso, la necessità e la libertà di scontrarsi tra loro costituendo il dramma di quella generazione che la voce e il canto del poeta interpretò con drammatica pienezza e maestria di linguaggio. Da questo punto di vista sono i versi composti tra il 1928 e il 1939 e poi raccolti sotto il titolo di “Occasioni” a raggiungere il culmine di quel “La casa dei doganieri”: ventidue versi divisi in quattro stanze dove autobiografia, memoria, malinconia, straniamento, paesaggio, raggiungono una fusione che richiama i canti più ispirati del Leopardi».

Tra questi versi Scalfari ricorda i seguenti:

Oh 

l’orizzonte in fuga, dove s’accende

rara la luce della petroliera!

Il varco è qui? Ripullula il frangente

ancora sulla balza che scoscende…

Tu non ricordi la casa di questa

mia sera. Ed io non so chi va e chi resta.

 

«Il varco è qui?», il punto estremo della religiosità di Montale, un altro “laico” la cui anima era divisa tra razionalismo e religiosità, è condiviso da Scalfari. Qui è la “fessura”, la “frattura” del pensiero unico che consente a Scalfari e a Bergoglio di incontrarsi, di confrontarsi, di stimarsi. Ciò che ha colpito Scalfari è il trovarsi di fronte ad un Papa che non lo giudica, che l’accoglie per come è, si preoccupa della sua salute, non pretende nulla. Una modalità di essere spiazzante. Com’egli racconta a conclusione della sua ultima “intervista” al Papa, dell’ 8 luglio, che poi è nient’altro che un resoconto improvvisato: «Si è fatto tardi. Francesco ha portato con sé due libri che raccontano la sua storia in Argentina fino al Conclave e contengono anche i suoi scritti che sono moltissimi, un volume di centinaia di pagine. Ci abbracciamo nuovamente. I libri pesano e li vuole portare lui. Arriviamo con l’ascensore al portone di Santa Marta, presidiato dalle Guardie svizzere e dai suoi più stretti collaboratori. La mia automobile è davanti al portico. Il mio autista scende per salutare il Papa (si stringono la mano) e cerca d’aiutarmi a entrare in automobile. Il Papa lo invita a rimettersi alla guida e ad accendere il motore. “L’aiuto io” dice Francesco. E accade una cosa che secondo me non è mai accaduta: il Papa mi sostiene e mi aiuta a entrare in macchina tenendo lo sportello aperto. Quando sono dentro mi domanda se mi sono messo comodo. Rispondo di sì, lui chiude la portiera e fa un passo indietro aspettando che la macchina parta, salutandomi fino all’ultimo agitando il braccio e la mano mentre io - lo confesso - ho il viso bagnato di lacrime di commozione».

Le lacrime di commozione di Scalfari valgono più di trenta trattati di teologia. In un incontro profondo, dettato da una corrispondenza dell’anima, quest’uomo navigato, scettico, disilluso nel suo razionalismo, riconosce, al di là di ogni ideologia, la testimonianza umanissima del Successore di Pietro. Un riconoscimento pericoloso. Tanto agli occhi dei laici intransigenti, come documenta il recente volume di Gian Enrico Rusconi, “La teologia narrativa di Papa Francesco”, appena edito da Laterza. Quanto a quelli degli antipapalini, fermi, al pari dei laici “ortodossi”, alla ideologia. Che un uomo, in un incontro, possa trovare respiro per la ferita che lo abita, è una ipotesi che va al di là dell’immaginazione della sinistra laica come della destra cattolica. Al di là di questi opposti, alleati nella loro lotta, si situa lo spazio dell’incontro tra un Pontefice e un intellettuale laico assillato, nonostante tutto, dal mistero della vita.


Radici cristiane: non è tempo per nuove catacombe

di Massimo Borghesi. Un’Unione Europea irriconoscibile, rispetto a quella dei padri fondatori (nella foto, De Gasperi, Schuman e Adenauer). Stretta nelle morse della tecnocrazia, del laicismo e del populismo, l’Europa di oggi potrebbe, tuttavia, riscoprire le proprie radici cristiane proprio nell’incontro, in forma positiva e aperta, con identità diverse, a partire da quelle dei sempre più numerosi migranti afro-asiatici. Lo sostiene il professor Massimo Borghesi, ordinario di filosofia morale all’Università di Perugia. Intervistato da Frammenti di pace, Borghesi ha anche espresso il proprio pensiero sull’Europa vista da papa Francesco del cui pontificato il filosofo toscano è uno dei più attenti osservatori.

1957-2017: 60 anni dopo, cosa è rimasto di quell’ideale portato avanti da De Gasperi, Schuman e Adenauer?

Il mondo è molto cambiato e l’Europa della CEE ha assunto una forma e un’estensione impensabili nel 1957. Sessant’anni fa la spinta all’integrazione europea vedeva l’incontro tra Francia, Germania, Italia, Belgio, Olanda e Lussemburgo. Era l’incontro tra le nazioni che si erano combattute nella seconda guerra mondiale, una carneficina senza pari. L’Europa è nata come un progetto di pace tra paesi che si sono sfidati nelle due guerre mondiali: in questo risiede il suo valore inestimabile. Non è nata, semplicemente, per un impeto autonomo dei padri fondatori. L’America ha contribuito al suo sorgere per motivi di strategia e di geopolitica. Negli anni ‘50, il mondo era diviso tra Est e Ovest, Unione Sovietica comunista e Occidente. Gli USA hanno certamente favorito il sorgere di un blocco europeo la cui alleanza militare trovava espressione nella NATO. Nondimeno il risultato dell’Unione è stato decisamente positivo. L’unità europea ha garantito ai suoi popoli settant’anni di pace e, nonostante tutto, di prosperità. Il punto critico inizia con il 1989, quando l’impero sovietico comincia a disgregarsi per poi collassare nel 1991. Privata del nemico, l’Europa dell’Ovest ha proceduto a un’annessione indiscriminata dei paesi dell’ex blocco sovietico. Questo ha portato l’UE a 28 membri, un pachiderma burocratico difficile da gestire. Inoltre, è venuta meno la necessità di una legittimazione morale dell’Europa libera rispetto all’avversario comunista. Sposando il modello della globalizzazione, l’UE ha diluito e disperso, con l’eccezione della Germania, il suo ricco patrimonio di welfare, cedendo ai programmi di privatizzazione e di riduzione della spesa sociale. In terzo luogo, la nuova Europa, priva di ragioni ideali divenute desuete, si è affidata a progetti di carattere tecnocratico, meramente economico, per favorire i processi di integrazione. Da qui sorge l’euro, con la sua annessa mitologia per cui l’unificazione economica avrebbe portato, come conseguenza, l’unità politica e ideale. In realtà la moneta comune funziona, in tempi di crisi, come fattore di disaggregazione, non di unità. Questi tre fattori − un’Europa troppo grande, legata al modello della globalizzazione e disattenta alla questione sociale, prigioniera di modelli tecnocratici che non hanno respiro ideale − sono alla radice della crisi presente.

Si può ancora difendere il sogno europeo, anche in un’epoca in cui, oggettivamente, il potere economico e bancario domina?

Lo si può, introducendo dei correttivi che si impongono per necessità. Uno è dato da una concezione elastica, che prevede un’Europa a più velocità. Si tratta di ripensare il modello di unificazione, che non può essere uniformante ma integrante. L’Europa universale non può dissolvere la particolarità dei Paesi membri. Per questo il legame deve essere elastico, rispettoso delle legittime autonomie nazionali. L’Europa del futuro dovrà, per sopravvivere, postulare piani diversi di integrazione. Coloro che affermano che la crisi europea può essere risolta con una maggiore verticalizzazione e centralizzazione dei poteri, mostrano di non comprendere come proprio in questa centralizzazione risieda la causa della crisi. La centralizzazione è la causa della reazione dei populismi e dei movimenti xenofobi e nazionalistici che stanno prendendo luogo ovunque sul suolo europeo. Questi movimenti vanno contrastati restituendo valore alla politica. Gli Stati devono avere gli strumenti per fronteggiare le crisi e provvedere al bene comune. In ciò l’Europa deve essere alleata degli Stati membri, non loro nemica.

Radici cristiane”: come si declina nel 2017 questo concetto elaborato dai papi del recente passato, in particolare San Giovanni Paolo II e Benedetto XVI?

La formulazione delle radici cristiane dell’Europa ha incontrato, com’è noto, l’opposizione di taluni Stati, in primis la Francia. Taluni tenevano a questa definizione, storicamente corretta (come si può pensare che l’Europa, che fino all’era moderna non era ancora divisa in Stati nazionali, non abbia la sua genesi nel cristianesimo?), contro l’ingresso della Turchia in Europa. Costoro oggi non hanno problemi. Dopo il recente referendum imposto da Erdogan la Turchia difficilmente potrà entrare nell’UE nei prossimi anni. Riguardo alle “radici cristiane” occorre dire che le radici sono importanti, dal punto di vista storico, ma lo è di più l’albero e, con esso, le foglie. Le foglie sono verdi? Il cristianesimo è oggi attuale in Europa o ha i caratteri senili di una creatura che va morendo? Nel Nord Europa, con la parziale eccezione della Germania, la fede cristiana è un ricordo del passato. Le Chiese divengono pub, sale per esposizioni, discoteche. Questo è il vero problema. All’Europa allora occorre chiedere il rispetto dei diritti della coscienza religiosa, la libertà di espressione pubblica e privata, il rispetto delle tradizioni religiose dei popoli. Di fronte a un totalitarismo tecnocratico, omologante, la Chiesa dovrebbe chiedere alle istituzioni europee la tutela della libertà religiosa, come cardine fondamentale delle libertà civili.

Ha senso parlare ancora di “radici cristiane” in un tempo di avanzante multiculturalismo e di sempre più incalzanti migrazioni?

Ha senso sul piano storico. Sul piano effettivo il problema è che le nostre città, così ricche di chiese e di monumenti che ci ricordano la presenza cristiana, costituiscono, spesso, un museo all’aperto. Abbiamo conventi, monasteri, scuole che si svuotano perché gli istituti religiosi vengono meno. Il cristianesimo è chiamato a ripensare la sua presenza sul suolo europeo. Questo non significa un ritorno alle catacombe o all’idea elitaria delle piccole comunità che resistono durante la tempesta. Non si tratta di resistere ma di incontrare, in forma positiva e aperta, gli uomini di oggi: gli europei divenuti “pagani” e i non pagani che provengono da fuori. Al contempo la proposta cristiana non può non ridare vita e vigore a quella religiosità popolare che ancora sopravvive in molta parte del suolo europeo. È quanto sta facendo papa Francesco con la sua testimonianza, capace di dare speranza ai vicini e ai lontani. Il Papa è oggi l’unica vera autorità morale in Europa.

I pronunciamenti (in particolare quello del 24 marzo scorso ai capi di stato e di governo riuniti a Roma per il 60° del Trattato) di Francesco, primo papa non europeo, segnano, a suo avviso, una continuità o una discontinuità con i suoi predecessori?

La prospettiva di Francesco si colloca in perfetta identità con quella di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI, papi che hanno vissuto sulla loro pelle la divisione tragica dell’Europa. Bergoglio, da provinciale gesuita e da cardinale di Buenos Aires, ha sempre appoggiato l’idea della “Patria Grande” latinoamericana, cioè di una confederazione degli Stati dell’America Latina. Così, da papa, ha, in più occasioni, invitato l’Europa a uscire dal torpore e dalla crisi che l’attanaglia attualmente. Nel discorso ai capi di Stato e di governo che lei ricordava, il Pontefice ha sottolineato in particolare come l’Unione Europea sia nata «come unità delle differenze e unità nelle differenze», sottolineando anche il carattere di «comunità» e di «solidarietà», da lui visto come «il più efficace antidoto ai moderni populismi».

Andando a ritroso nel tempo: è pertinente azzardare un parallelo tra l’Unione Europea contemporanea e il Sacro Romano Impero medioevale? Quali i tratti in comune e quali le differenze?

Questa analogia poteva avere un senso per l’Europa “carolingia” del 1957, non certamente per quella attuale. Anche in quel caso si trattava, però, di un’analogia geografica. Il cristianesimo dell’era carolingia univa romani e barbari. L’Europa odierna viene dopo le guerre di religione, dopo la divisione dell’Europa cristiana. Ha un suo significato “ecumenico”, facilita la ricucitura di quelle divisioni e di quei muri che hanno diviso la modernità europea nelle barriere degli Stati nazionali, barriere degenerate in nazionalismi apportatori di guerra. Cattolici, ortodossi, luterani, anglicani si sono ritrovati per la prima volta uniti dopo secoli di contrapposizioni. La distensione politica ha certamente favorito anche quella religiosa. È un peccato, da questo punto di vista, che l’Inghilterra anglicana abbia deciso di andarsene. Il processo ecumenico è, però, ormai irreversibile e trascende le distanze politiche.


Quello che tu erediti dai tuoi padri, riguadagnatelo, per possederlo

Quel che abbiamo ricevuto suscita ancora interesse in noi? Come può tornare ad essere attraente? È il tema del Meeting di Rimini di quest’anno.

Quando Faust, il protagonista del capolavoro di Goethe, osserva la sua stanza degli esperimenti, nota amaramente: «Vecchio alambicco che non ho mai usato, sei qui solo perché ti ha usato mio padre; vecchio rotolo, ti sei annerito mentre fioca la lampada fumava sul leggio. Quel poco che possiedo l’avessi scialacquato, invece di sudare sotto il suo peso».

E infine conclude: «Quel che non giova, è un carico pesante».

Quel che abbiamo non dura solo grazie all’inerzia. Non è una questione religiosa. La nostra vita, gli affetti, le nostre stesse libertà possono svanire. Ce lo rammentano le insicurezze che stiamo attraversando, che penetrano nelle nostre vite gettando un ombra su quanto abbiamo dato per scontato, su quel che i nostri predecessori hanno costruito.

A meno che tutto ciò che già teniamo nelle nostre mani non ridiventi nostro. Che lo afferriamo nuovamente, con le nostre energie e la nostra fatica. Nelle parole di Goethe, «Ciò che hai ereditato dai tuoi padri, riguadagnatelo per possederlo». È dunque una questione di libertà: sia per chi offre un tale tesoro, sia per chi lo accoglie. In altre parole, è una questione di educazione.

L’Associazione culturale Rosmini, proprio in un tempo di incertezza come il nostro, vuole discutere della sfida che riguarda tutti: trasmettere il meglio di sé e di ciò che abbiamo incontrato, in un modo interessante e attuale, al passo con le circostanze che attraversiamo.

Affronteremo il tema con chi se ne occupa, per lavoro e per passione, ma innanzitutto lo vive sulla pelle: rav Aharon Adolfo Locci è il rabbino della comunità di Padova; il musulmano egiziano Wael Farouq vive e insegna all’Università Cattolica di Milano; Michele Visentin dirige l’istituto scolastico Maria Ausiliatrice di Padova. E infine ne parleremo nel luogo più simbolico: il museo della Padova ebraica - l’antica sinagoga della città, riguadagnata - appunto - alla città dopo essere stata distrutta negli orrori del secondo conflitto mondiale.

L’appuntamento è per domenica 9 luglio alle 18.30, in via delle Piazze 26.

Scarica la locandina dell’incontro.