Su Il Foglio, di martedì 18 aprile, è stato pubblicato un ampio articolo a firma di Matteo Matzuzzi dal titolo “Il ruolo di laici e movimenti, Chiese vuote e pochi preti. È la crisi del modello religioso italiano”. Occorre «prendere atto della fine di un’epoca scandita dai rintocchi dei campanili», scrive Matzuzzi, «capire, insomma, che “L’Angelus” di Jean-François Millet, fotografa un tempo ormai andato». Sul tema intervengono vari esperti di altro livello, soprattutto sociologi: Luca Diotallevi, il direttore del Cesnur (Centro studi sulle nuove religioni) Massimo Introvigne, Franco Garelli, oltre a Massimo Borghesi, ordinario di Filosofia morale all’Università di Perugia. Riportiamo qui gli interventi di Borghesi.

 

“La secolarizzazione non è certo irreversibile”, dice al Foglio il professor Massimo Borghesi, professore ordinario di Filosofia morale all’Università di Perugia. “Tutto il periodo che va dal 1989 al 2001 è stato segnato dal trionfo della secolarizzazione che, peraltro, s’era già affermata negli anni Settanta. L’occidente considerava come dogma l’irreversibilità di questo fenomeno e, al contempo, la restrizione della cristianizzazione ad ambiti riservatissimi”. Poi è cambiato tutto: “Con l’11 settembre 2001, questo schema è entrato in crisi. La religione è stata riportata in primo piano, sia nella sua valorizzazione positiva sia nel suo aspetto più aberrante, come accade nel terrorismo religioso. Assistiamo da allora al ritorno del momento religioso come qualificante la modernità”. Insomma, “la dimensione religiosa non era morta: era semplicemente sopita”. Nelle ventisettemila parrocchie italiane, vedere questa rinascita è impresa spesso ardua. Spostandosi dal centro e andando in quelle periferie (anche geografiche) di cui tanto parla il Papa si vedono i segni del cambiamento, che è prima di tutto culturale: a messa, la domenica, ci va sempre meno gente, anche se è bene procedere con i piedi di piombo nell’elevare a dogma certe sensazioni. (…)

La domanda, a questo punto, dato il contesto profondamente mutato è se sia preferibile la situazione odierna, con pochi fedeli ma buoni, cioè convinti di quel che si celebra durante la messa o se fosse preferibile la situazione precedente: chiese affollate ma scarsa sensibilità per il Mistero. “Potenzialmente era meglio allora, nel senso che prima della celebre rivoluzione antropologica pasoliniana c’era un popolo cristiano”, spiega Borghesi. “Negli anni Cinquanta c’erano ancora un ethos, una sensibilità permeati dalla fede, anche quando questa non veniva esplicitamente professata. La sensibilità morale era quella e c’era una grande partecipazione popolare ai riti della tradizione cristiana”. Il “vero problema”, aggiunge, “è che la chiesa non si dimostrò all’altezza di quella partecipazione. A fronte di una società che stava cambiando a livello sociale e di mentalità, con l’introduzione della tv e del modello americano, la chiesa si limitò a un messaggio di tipo morale e – aggiungerei – a una morale di tipo moralista. Tralasciando, così, una proposta cristiana che arrivasse al cuore delle persone e che, soprattutto, potesse diventare proposta di vita capace di accompagnare i laici nella vita normale, non solo in quella domenicale”. Insomma, questo è stato il limite: “Si è persa una tradizione popolare e non si è stati all’altezza del momento storico. Da qui deriva il messaggio di Papa Francesco, così poco compreso, concernente la priorità dell’annuncio sulla dottrina morale”. (…)

Borghesi si richiama al Papa: “Francesco ci ha detto di stare attenti, avvertendoci che abbiamo sbagliato nell’educazione dei laici perché abbiamo preteso che i laici impegnati fossero solamente quelli che entravano nel consiglio pastorale. E così abbiamo formato un’élite laicale che è assolutamente clericale. Questa è la pretesa di utilizzare i laici secondo una logica clericale. Bisogna invece entrare in una logica che sostenga i laici nel vivere la fede nella normalità della vita quotidiana”. Quanto alle parrocchie, è vero che c’è una distribuzione diseguale, anche se in primo luogo essa è qualitativa: “Ce ne sono alcune che svolgono un compito notevole, in diversi campi. In altre, invece, si respira un clima stantio, vecchio. Un clima, per l’appunto, clericale”. (…)

Il professor Borghesi è convinto che la chiave di volta per invertire la rotta possa, in qualche modo, essere rappresentata da Francesco. Non c’entrano le disquisizioni sulla contabilità delle folle osannanti, ma “il carisma di questo Pontefice, che viene dall’esperienza del cristianesimo popolare latinoamericano e che sta indicando la possibilità di un nuovo incontro tra fede e realtà popolare. Lo fa puntando sulle persone semplici, su un messaggio evangelico che va direttamente al cuore dei vicini così come dei lontani. La gente in molti casi torna a messa”. Merito di Bergoglio? “Non dico dipenda solo dal Papa, sia chiaro. Ma qualcosa si è messo in moto. Poi, dipende molto dal parroco: la gente torna ad andare a messa la domenica se trova parroci che hanno umanità e cuore”. Spesso, le realtà parrocchiali “più vive” sono quelle guidate dai movimenti, anche se, commenta Borghesi, “pensare che le parrocchie rette da movimenti siano le uniche vive o destinate a sopravvivere, non è giusto. E’ necessario, certo, che il parroco sia aperto anche a queste esperienze, soprattutto (e in primo luogo) come provocazione a lui. Ancora una volta, bisogna uscire da se stessi e lasciarsi interrogare dai bisogni e da quanto di vivo è intorno a noi”. (…)