perugiaPubblichiamo uno scritto di Alessandra Di Pilla, comparso a dicembre 2016 sul sito centriculturali.org, espressione dell’Associazione Italiana Centri Culturali, nella rubrica “La questione” (gli editoriali del sito). L’autrice sintetizza un dibattito sul tema “Religione e libertà” tenuto nei giorni immediatamente precedenti a Perugia con Ambrogio Santambrogio e Massimo Borghesi.

 

Religione e libertà possono stare insieme? Il dramma della ricerca di un senso per la vita, il rischio di un’ipotesi o la scoperta di una strada da percorrere, hanno cittadinanza nella nostra società? Sono una risorsa per tutti o un pericolo per l’esistenza delle differenze? La religiosità potenzia o mortifica la ragione?

Queste domande hanno animato a Perugia un dibattito sul tema “Religione e libertà”, nato dalla collaborazione tra il Centro Culturale Maestà delle Volte e la Fondazione Ranieri di Sorbello e Morlacchi Editore, in occasione della presentazione della rivista “Passaggi. L’Umbria nel futuro” che ha dedicato a tale argomento la Sezione cultura del numero 1.2016. Sono intervenuti il prof. Ambrogio Santambrogio (ordinario di Sociologia generale) e il prof. Massimo Borghesi (ordinario di Filosofia morale), entrambi docenti all’Università di Perugia. A moderare, Antonio Allegra (Passaggi) e Alessandra Di Pilla (Maestà delle Volte).

Il prof. Santambrogio, parlando da laico, ha posto l’accento sulla differenza tra ricerca e possesso. Religione e laicità cercano entrambe una verità, un senso del vivere, ma è necessario che non si relazionino alla verità e al senso in termini di possesso, perché verità e senso non possono essere imposti. La società odierna ha bisogno di una religione e di una laicità non dogmatiche: non della fine della laicità, come vorrebbero i nuovi fondamentalismi religiosi, né della fine della religione, come vorrebbero una concezione radicale della secolarizzazione e un’idea ‘laicista’ della laicità. Il cristianesimo è l’unica religione che ha svincolato la sfera della fede da quella della politica, permettendo in Occidente la nascita dello spazio della laicità. Sarebbe importante considerare la secolarizzazione nelle sue conquiste positive, come la differenziazione e il pluralismo, che non sono affatto scontate e vanno difese. Il pluralismo implica che la religione non scompaia; la differenziazione implica una nozione di sfera pubblica laica, neutra dal punto di vista religioso, basata sui valori dell’individualismo e dell’universalismo, che l’Occidente deve al cristianesimo e poi all’illuminismo e che oggi si esprimono nella concezione dei diritti umani. La laicità non è uno spazio vuoto e ideologicamente neutrale: è popolata di valori e si nutre anch’essa di valori, quelli in particolare dei diritti individuali.

Massimo Borghesi ha offerto un’analisi dell’idea moderna secondo cui la religione è contraria alla libertà. Tale concezione è figlia delle guerre di religione che scuotono l’Europa nel XVI secolo. Esse sorgono perché non è possibile separare il cittadino e il credente: se i diritti religiosi coincidono con i diritti civili, è inevitabile che si vada al conflitto, anche sanguinoso. Ecco che religione e fede si connotano come fattori di divisione, ai quali vengono contrapposti, come fattori di unità, lo Stato e la ragione. Nasce qui l’illuminismo con la sua polemica contro la religione, nasce lo Stato moderno che è contro la Chiesa, nasce il laicismo moderno. In questo senso l’illuminismo è di origine cristiana, è potuto nascere solo nell’ambito della fede cristiana. Borghesi ha ricordato l’acuta valorizzazione dell’illuminismo operata da Joseph Ratzinger: laddove il cristianesimo, contro la sua natura, era diventato tradizione e religione di Stato, l’illuminismo ha avuto il merito di riproporne i valori originali e di ridare voce alla ragione.

Questo illuminismo non è però il laicismo, che ha poi pensato di sostituirsi alla religione ed è diventato esso stesso una religione civile. Le premesse di una fede cristiana che diviene elemento di esclusione, contrapposizione e disgregazione risalgono al periodo di Teodosio, quando il cristianesimo diventa la religione dell’Impero e nasce la teologia politica. Il cristianesimo dei primi secoli non conosce questa posizione. Il principio stesso della libertà religiosa, infatti, nasce con il cristianesimo, che è fondato sul comandamento di un amore che si propone, ma non si impone. Il cristianesimo ha negato da sempre allo Stato il diritto di considerare la religione come una parte dell’ordinamento statale: Gesù davanti a Pilato proclama la fondamentale distinzione dei due regni (“il mio regno non è di questo mondo”).

La critica della teologia politica e, con essa, l’affermazione del principio della libertà religiosa, fondamento di ogni altra libertà, hanno trovato piena valorizzazione nel Concilio Vaticano II. Il Concilio ha ricucito lo strappo con la modernità: non ha tagliato i ponti con la tradizione, ma ha relativizzato una parte di essa e ne ha riattualizza un’altra, più originale, quella dei primi quattro secoli dell’era cristiana, in cui i cristiani hanno chiesto libertà religiosa non solo per se stessi ma per tutti.

Borghesi ha citato in proposito un passo dell’Apologeticum di Tertulliano (circa 197 d.C.): “Sia dunque lecito che uno onori Dio, un altro Giove; uno tenda le mani supplici verso il cielo, un altro verso l’altare della Fede; altri, se voi credete che sia così, vada contando mentre prega le nuvole del cielo, altri le travi del soffitto; altri consacri al proprio Dio la propria anima, altri quella di un caprone. Badate, infatti, che proprio questo non concorra ad accusarvi del delitto di irreligiosità: il sopprimere la libertà di religione e interdire la scelta della divinità, così che non mi sia lecito prestare culto a chi voglio, ma sia costretto a prestarlo a chi non voglio. Nessuno, neppure un uomo, desidera omaggi forzati.”

Questa posizione è il contrario del fondamentalismo (un’adesione al vero senza libertà). Cristo non si impone in nessun modo. L’adesione religiosa non è il possesso della verità. Il dibattito, ricco di consonanze, ha aperto tante domande, e si sarebbe voluto rimanere ancora a lungo a parlare. Tutti desideriamo che la vita personale e sociale sia illuminata da valori; tutti comprendiamo che è un bene poter vivere insieme nelle differenze, rischiando ciascuno la propria ipotesi senza imporla all’altro: allo stesso tempo, è innegabile constatare che nella nostra epoca si è spenta la forza generativa di ogni tradizione e che i valori di umanesimo a cui ci si appella non sono più l’orizzonte in cui viviamo. Sospettiamo dell’altro, è difficile non chiudersi. Non è questione di ottimismo o di pessimismo, ma che nell’uomo del nostro tempo resti desta l’attesa di incontrare una sorgente di misericordia e di felicità da cui lasciarsi amare senza paura.

 

(Alessandra Di Pilla, Perugia)