Amici di Trump, non di Francesco

di Massimo Borghesi. Cattolici e Trump, gli atteggiamenti sono i più diversi. Il Vaticano, con papa Francesco e il segretario di Stato Pietro Parolin, ha espresso un giudizio di prudente apertura, dichiarando la propria disponibilità alla collaborazione, alcuni settori cattolici invece hanno sposato toto corde le battaglie del presidente americano. Al punto, in alcuni casi estremi, di criticare il papa che nella recente intervista a El Pais, avrebbe a loro dire paragonato Trump nientemeno che a Hitler. La Stampa di venerdì 27 gennaio ha chiesto un commento a Massimo Borghesi.

 

La Stampa, venerdì 27 gennaio 2017, Amici di Trump, non di Francesco (Massimo Borghesi) (link http://bit.ly/2kxntbf)

 

L’intervista rilasciata dal Papa al quotidiano spagnolo El Pais, domenica 22 gennaio, ha suscitato non poche polemiche tra coloro che, affascinati dal nuovo presidente americano, non ricambiano di altrettanto amore papa Francesco.

Nell’intervista il Pontefice esprimeva due diverse valutazioni rispondendo a due distinte domande. Nella prima, rispondendo al quesito sull’attuale inquilino alla Casa bianca, il Papa affermava: «Vedremo che succede. Ma spaventarsi o gioire per ciò che potrebbe succedere credo che significherebbe cadere in una grande imprudenza. Nell’essere profeti o di calamità o di benessere che poi non si verificano, né l’una né l’altro. Si vedrà. Vedremo che fa e allora si valuterà. Sempre il concreto. Il cristianesimo o è concreto, o non è cristianesimo...».

Si tratta di una valutazione realistica che documenta come il Vaticano scelga di stare alla finestra, attendendo, con prudenza, atti e scelte del nuovo presidente prima di dare valutazioni. È nota la distanza che separa Donald Trump da Papa Bergoglio e i due, nei mesi passati, non lo hanno nascosto. Tra i programmi della nuova amministrazione rientrano la lotta ai migranti, la messa in discussione del trattato con l’Iran, la liquidazione della questione palestinese a favore di Israele, punti su cui il Vaticano non può essere d’accordo. Viceversa sul processo di distensione con la Russia di Putin, fortemente compromesso dalla politica di Obama, con le sue ricadute positive per la pacificazione della Siria e la guerra all’Isis, il giudizio della Santa Sede è certamente positivo.

Donde la posizione di realpolitik testimoniata dal Papa. Questa valutazione è stata però «ignorata» dai novelli trumpiani a favore di un’altra, contenuta nell’intervista a El Pais, nella quale il Papa criticava i populismi di ritorno che caratterizzano il momento presente, anche a seguito dei disastri provocati dal processo di globalizzazione. Affermava Francesco: «Le crisi provocano paura, apprensioni. Per me l’esempio più tipico dei populismi nel senso europeo della parola è l’anno 1933 tedesco. Dopo Hindenburg, la crisi del ’30, la Germania strozzata cerca di risollevarsi, cerca la sua identità, cerca un leader, qualcuno che le restituisca l’identità e c’è un ragazzotto che si chiama Adolf Hitler che dice: “Io posso, io posso”. E tutta la Germania vota Hitler. Hitler non ha rubato il potere, è stato votato dal suo popolo, e dopo ha distrutto il suo popolo. Questo è il pericolo. Nei momenti di crisi non funziona il discernimento... Cerchiamo un salvatore che ci restituisca l’identità e ci difendiamo con muri, con fili di ferro, con qualunque cosa, dagli altri popoli che ci potrebbero togliere l’identità. Questo è molto grave. Perciò io sempre cerco di dire: dialogate tra voi, dialogate tra voi».

La seconda risposta era data a una seconda domanda, chiaramente distinta, nell’intervista, da quella concernente il presidente Trump. Ciò non è bastato ai critici di Francesco oltremodo lieti di poter associare populismo-Hitler-Trump come un unico obiettivo, un unico avversario stigmatizzato dal Papa. Un Pontefice imprudente, trascinato dalle sue simpatie «obamiane», si sarebbe lasciato andare a un giudizio grave, anzi gravissimo: Trump eguale al dittatore germanico, carico del sangue della storia. Un’occasione ghiotta, insomma, per gettare fango su Francesco, inadeguato a misurarsi, da Pontefice, con la svolta storica inaugurata dalla Brexit, da Trump, dalla crisi della globalizzazione. Saremmo così di fronte a un pontificato al tramonto, con i suoi sogni buonisti travolti dalla storia.

Di fronte a una tale mistificazione non si può che registrare la crisi profonda di una parte del mondo cattolico che preferisce, ogni volta, i signori del mondo al successore di Pietro. È stato così con Giovanni Paolo II, durante le due guerre contro l’Iraq promosse dai due Bush, padre e figlio, allorché una gran parte dei cattolici si schierò per la guerra americana contro il volere del Papa. È così oggi allorché l’autorità di Donald Trump viene sventolata contro Francesco. I novelli costantiniani sono orfani di uomini forti, dei defensores fidei; amano gli imperatori non il Papa. Sono gli integralisti imperiali, una nuova razza che, ossessionata dal pericolo relativista, vuole la «Verità» sul filo della spada.

Non riescono ad arrivare a un giudizio «laico», a una capacità «critica» di distinguere tra positivo e negativo, alla valutazione realistica di cui parla il Papa.

No, tutto deve essere bianco o nero: Obama pessimo, Trump ottimo, o viceversa. La stessa cosa vale per Putin. Questo manicheismo travolge anche il Papa, il giudizio su di lui. Così gli stessi che non si stancano di criticare Francesco per il suo «populismo» ora non si peritano di usare le sue critiche al populismo come pericolose. Quelle critiche, in realtà, non riguardano una persona ma un fenomeno collettivo che sta prendendo piede ovunque in Occidente. Come in un pendolo, alla oscillazione verso una globalizzazione astratta corrisponde ora quella verso il particolarismo; alla sinistra postmoderna, libertina e neocapitalistica, segue la nuova destra fondata sui timori e il risentimento. Una destra che richiede uomini forti, decisi, capaci di sfidare il politicamente corretto.

Una destra ostile alle idee, ai ragionamenti, che fa leva sugli istinti e usa della dimensione religiosa solo come strumento per confermare identità conflittuali, in lotta tra di loro. Trump è, nel bene e nel male, l’espressione del vento nuovo, dei nuovi poteri che lottano contro un establishment che resiste con forza. In questa lotta tra poteri la Chiesa non è chiamata a prendere parte, a farsi «partito». Deve, piuttosto, chiedere libertà per sé e per tutti, e conservare una libertà di giudizio senza inginocchiarsi ai potenti di turno, nemmeno a quelli più compiacenti. Fa sorridere lo scandalo dei cattolici anti-bergogliani, diventati ora «trumpiani, contro Francesco». Un tempo seguivano Giuliano Ferrara, quando era ancora direttore del Foglio e bacchettava papa Francesco. Ormai non lo leggono più. Se lo avessero letto avrebbero visto che Ferrara già da tempo, e in modo certo più duro del Papa, aveva già criticato la «destra trumpoide». In suo articolo sul Foglio, del 12 novembre 2016, «Mi spiace, ma non capisco certo trumpismo», Ferrara scriveva che: «Tra Scruton e la Trump University o la Trump steaks ci sono differenze incolmabili. (…) Quello tra Trump e Hillary fu scontro tra due relativismi imbarazzanti, due, dico due, perché The Donald si presenta come un cristiano da reality show». Per l’ex Direttore «la destra berlusconide, leghista e un tantino fascista, che ha sempre scambiato la scorrettezza politica con il magna magna delle idee urlate e sbagliate, una destra in cui si riconoscevano molti lettori del Foglio da rintuzzare e educare con amore e comprensione dall’alto, sí, dall’alto di una posizione colta, di ricerca e trasversale, berlusconiana e non berlusconide, conservatrice liberale e non trumpoide, ha tutto il diritto di fare l’ennesima corsa nullista, ma noi che c’entriamo?».

Se Ferrara può permettersi, con la libertà che in certi momenti non gli è mancata, di criticare il nuovo Presidente americano che tanto piace alla destra cattolica anti-papalina, non è questo un segno che dovrebbe far riflettere? Nella sua intervista a El Pais il Papa non ha certo identificato Trump con Hitler. Sarebbe stato un irresponsabile, e per di più ignaro delle ideologie e dei processi storici, se lo avesse fatto. Ha invitato, al contrario, a evitare pregiudizi, a valutare a partire dagli atti concreti e non solo dalle parole pronunciate in campagna elettorale.

Anche da Donald Trump potrebbero venire decisioni apprezzabili e opportune. Si vedrà.


Trump e Hitler: il paragone che non c’è

Vi sembra possibile che un papa paragoni un presidente americano ad Hitler? No, naturalmente. Ma gli ipercritici militanti di papa Francesco non si fermano di fronte a nulla. E così se ieri criticavano il pontefice, accusandolo di essere populista per il suo “peronismo”, ora passano alla sponda opposta criticandolo proprio per aver condannato i populismi. A mettere un po’ di ordine nella vicenda, intervistato da Fabio Colagrande di Radio Vaticana, è Massimo Borghesi.

 

Radio Vaticana, mercoledì gennaio 2016, Trump e Hitler: il paragone che non c’è (link http://it.radiovaticana.va/news/2017/01/25/trump_e_hitler_il_paragone_che_non_c’è/1288236)

Critiche pretestuose

“Mi sembrano critiche del tutto pretestuose quelle rivolte a Papa Francesco, per una sua presunta equiparazione fra Trump ed Hitler, espressa nell’intervista al quotidiano spagnolo El Paìs”. Ad affermarlo è Massimo Borghesi, docente di filosofia morale all’Università di Perugia. “Il Papa, in quell’intervista non ha per nulla voluto identificare il presidente americano con Adolf Hitler, sarebbe stata una follia”. “Fa riflettere, piuttosto, che Francesco, spesso accusato di essere populista, per il suo peronismo, sia ora criticato proprio per aver condannato i populismi”.

Cristianesimo concreto

“Nell’intervista a El Paìs – spiega lo studioso - il Papa ha detto chiaramente che ‘spaventarsi o gioire’ per quello che potrebbe accadere con l’Amministrazione Trump sarebbe una ‘grande imprudenza’. Francesco ha invitato esplicitamente a giudicare il presidente Usa dalle sue azioni politiche, evitando ogni critica o applauso preventivo. Mi pare un atteggiamento estremamente realista, concreto, che corrisponde a un cristianesimo concreto, che o è tale o non è cristianesimo”.

La Santa Sede è alla finestra

“Sono parole in perfetta sintonia con quelle usate tempo fa dal cardinale Parolin, Segretario di Stato vaticano. La Santa Sede sta, per così dire, alla finestra, per valutare le azioni politiche del presidente americano, ma non grida alla catastrofe, come si dovrebbe fare se il tycoon di New York fosse un dittatore sanguinario”.

Su Putin, sintonia fra Santa Sede e Usa?

“Poi è vero che, a mio modesto parere – continua Borghesi - tra il Papa e Trump ci siano molti punti di disaccordo: sulla questione dei migranti; sulla questione palestinese; sull’accordo nucleare con l’Iran. Ma c’è, per fare un esempio, una certa sintonia sul processo di distensione con la Russia di Putin che sarebbe stato gravemente minacciato dalla presidenza di Hillary Clinton. Su quel punto c’è una forte consonanza. Entrambe le parti la considerano una scelta distensiva di realpolitik”.

(Fabio Colagrande)

 


Religione e libertà possono stare insieme?

perugiaPubblichiamo uno scritto di Alessandra Di Pilla, comparso a dicembre 2016 sul sito centriculturali.org, espressione dell’Associazione Italiana Centri Culturali, nella rubrica “La questione” (gli editoriali del sito). L’autrice sintetizza un dibattito sul tema “Religione e libertà” tenuto nei giorni immediatamente precedenti a Perugia con Ambrogio Santambrogio e Massimo Borghesi.

 

Religione e libertà possono stare insieme? Il dramma della ricerca di un senso per la vita, il rischio di un’ipotesi o la scoperta di una strada da percorrere, hanno cittadinanza nella nostra società? Sono una risorsa per tutti o un pericolo per l’esistenza delle differenze? La religiosità potenzia o mortifica la ragione?

Queste domande hanno animato a Perugia un dibattito sul tema “Religione e libertà”, nato dalla collaborazione tra il Centro Culturale Maestà delle Volte e la Fondazione Ranieri di Sorbello e Morlacchi Editore, in occasione della presentazione della rivista “Passaggi. L’Umbria nel futuro” che ha dedicato a tale argomento la Sezione cultura del numero 1.2016. Sono intervenuti il prof. Ambrogio Santambrogio (ordinario di Sociologia generale) e il prof. Massimo Borghesi (ordinario di Filosofia morale), entrambi docenti all’Università di Perugia. A moderare, Antonio Allegra (Passaggi) e Alessandra Di Pilla (Maestà delle Volte).

Il prof. Santambrogio, parlando da laico, ha posto l’accento sulla differenza tra ricerca e possesso. Religione e laicità cercano entrambe una verità, un senso del vivere, ma è necessario che non si relazionino alla verità e al senso in termini di possesso, perché verità e senso non possono essere imposti. La società odierna ha bisogno di una religione e di una laicità non dogmatiche: non della fine della laicità, come vorrebbero i nuovi fondamentalismi religiosi, né della fine della religione, come vorrebbero una concezione radicale della secolarizzazione e un’idea ‘laicista’ della laicità. Il cristianesimo è l’unica religione che ha svincolato la sfera della fede da quella della politica, permettendo in Occidente la nascita dello spazio della laicità. Sarebbe importante considerare la secolarizzazione nelle sue conquiste positive, come la differenziazione e il pluralismo, che non sono affatto scontate e vanno difese. Il pluralismo implica che la religione non scompaia; la differenziazione implica una nozione di sfera pubblica laica, neutra dal punto di vista religioso, basata sui valori dell’individualismo e dell’universalismo, che l’Occidente deve al cristianesimo e poi all’illuminismo e che oggi si esprimono nella concezione dei diritti umani. La laicità non è uno spazio vuoto e ideologicamente neutrale: è popolata di valori e si nutre anch’essa di valori, quelli in particolare dei diritti individuali.

Massimo Borghesi ha offerto un’analisi dell’idea moderna secondo cui la religione è contraria alla libertà. Tale concezione è figlia delle guerre di religione che scuotono l’Europa nel XVI secolo. Esse sorgono perché non è possibile separare il cittadino e il credente: se i diritti religiosi coincidono con i diritti civili, è inevitabile che si vada al conflitto, anche sanguinoso. Ecco che religione e fede si connotano come fattori di divisione, ai quali vengono contrapposti, come fattori di unità, lo Stato e la ragione. Nasce qui l’illuminismo con la sua polemica contro la religione, nasce lo Stato moderno che è contro la Chiesa, nasce il laicismo moderno. In questo senso l’illuminismo è di origine cristiana, è potuto nascere solo nell’ambito della fede cristiana. Borghesi ha ricordato l’acuta valorizzazione dell’illuminismo operata da Joseph Ratzinger: laddove il cristianesimo, contro la sua natura, era diventato tradizione e religione di Stato, l’illuminismo ha avuto il merito di riproporne i valori originali e di ridare voce alla ragione.

Questo illuminismo non è però il laicismo, che ha poi pensato di sostituirsi alla religione ed è diventato esso stesso una religione civile. Le premesse di una fede cristiana che diviene elemento di esclusione, contrapposizione e disgregazione risalgono al periodo di Teodosio, quando il cristianesimo diventa la religione dell’Impero e nasce la teologia politica. Il cristianesimo dei primi secoli non conosce questa posizione. Il principio stesso della libertà religiosa, infatti, nasce con il cristianesimo, che è fondato sul comandamento di un amore che si propone, ma non si impone. Il cristianesimo ha negato da sempre allo Stato il diritto di considerare la religione come una parte dell’ordinamento statale: Gesù davanti a Pilato proclama la fondamentale distinzione dei due regni (“il mio regno non è di questo mondo”).

La critica della teologia politica e, con essa, l’affermazione del principio della libertà religiosa, fondamento di ogni altra libertà, hanno trovato piena valorizzazione nel Concilio Vaticano II. Il Concilio ha ricucito lo strappo con la modernità: non ha tagliato i ponti con la tradizione, ma ha relativizzato una parte di essa e ne ha riattualizza un’altra, più originale, quella dei primi quattro secoli dell’era cristiana, in cui i cristiani hanno chiesto libertà religiosa non solo per se stessi ma per tutti.

Borghesi ha citato in proposito un passo dell’Apologeticum di Tertulliano (circa 197 d.C.): “Sia dunque lecito che uno onori Dio, un altro Giove; uno tenda le mani supplici verso il cielo, un altro verso l’altare della Fede; altri, se voi credete che sia così, vada contando mentre prega le nuvole del cielo, altri le travi del soffitto; altri consacri al proprio Dio la propria anima, altri quella di un caprone. Badate, infatti, che proprio questo non concorra ad accusarvi del delitto di irreligiosità: il sopprimere la libertà di religione e interdire la scelta della divinità, così che non mi sia lecito prestare culto a chi voglio, ma sia costretto a prestarlo a chi non voglio. Nessuno, neppure un uomo, desidera omaggi forzati.”

Questa posizione è il contrario del fondamentalismo (un’adesione al vero senza libertà). Cristo non si impone in nessun modo. L’adesione religiosa non è il possesso della verità. Il dibattito, ricco di consonanze, ha aperto tante domande, e si sarebbe voluto rimanere ancora a lungo a parlare. Tutti desideriamo che la vita personale e sociale sia illuminata da valori; tutti comprendiamo che è un bene poter vivere insieme nelle differenze, rischiando ciascuno la propria ipotesi senza imporla all’altro: allo stesso tempo, è innegabile constatare che nella nostra epoca si è spenta la forza generativa di ogni tradizione e che i valori di umanesimo a cui ci si appella non sono più l’orizzonte in cui viviamo. Sospettiamo dell’altro, è difficile non chiudersi. Non è questione di ottimismo o di pessimismo, ma che nell’uomo del nostro tempo resti desta l’attesa di incontrare una sorgente di misericordia e di felicità da cui lasciarsi amare senza paura.

 

(Alessandra Di Pilla, Perugia)


Impressioni Sistine

michelangelo_giudizio_universale_dettagli_261di Giovanni Scarpa. Mi sembrava lecito, nonché doveroso, inaugurare questo 2017 con una massiccia dose di ignoranza.

E sì, perché per la prima volta mi ritrovo a scrivere di un argomento su cui non ho la minima preparazione bibliografica. Un argomento tra l’altro, come la Cappella Sistina, sul quale esiste una vastità fenomenale di riferimenti e interpretazioni. Ecco insomma, per entrare nel merito, succede che il mese scorso vado a Roma e tra le altre cose vedo la Cappella. Ma con occhi incredibilmente vergini, poiché nulla come l’ignoranza preserva la castità oculare. La grandiosa fama del luogo era ed è direttamente proporzionale all’insipienza del sottoscritto. E ho pure riflettuto a lungo su questo punto, e quasi cedevo alla tentazione di informarmi. Ho pensato ecco che questa cosa della “veduta ignorante” ha anche un suo perché storico-critico: la sfilza di splendidi dipinti impressionisti, da Monet a Renoir, non fa altro che inseguire l’apparenza delle cose nel tentativo stacanovista di aver cura della propria superficialità. Per questa ragione prima di compiere il tremendo abominio di informarmi ho deciso di scrivere le mie “prime impressioni”.

michelangelo_giudizio_universale_dettagli_101Questo capolavoro michelangiolesco l’ho trovato esuberante, diciamo, eccessivo per l’occhio umano: i muscoli del mio nervo ottico hanno di certo rischiato un crampo. E non parlo di sindrome di Stendhal o di elevazione spirituale, ma proprio di fatica fisica, pragmatica, calorica. E la cosa che più di tutte mi ha turbato è proprio la quantità. Ancor prima della qualità del lavoro. Insomma ci saranno migliaia di corpi nudi dipinti ovunque, censurati dai pudibondi ecclesiastici dei tempi andati. Un’orgia di corpi muscolosi che si protrae imperterrita nel caos ordinato del progetto sistino. Non vi nascondo di aver pensato, diabolicamente, ad una sorta di monumentale palestra anatomica nella quale l’artista si è allenato a scolpire col pennello bicipiti e pettorali e deltoidi e via dicendo, inebriato dal suo genio femminino. La carnalità della sistina ha colpito i miei bulbi oculari con la brutalità di Schwarzenegger così profondamente che persino la Vergine giudizio_universale_cristo_giudice_e_maria1(indubitabilmente per questioni di “modello”) sembrava appena uscita da una palestra. Pareva incredibile che la stessa persona avesse scolpito le delicate parvenze della Deposizione. Perché tutto vi era nella sistina tranne che la grazia femminile. Giudizio crudele si dirà, e sprovveduto certo, eppure queste ingiuriose premesse mi hanno ricordato quella frase del Terzo Uomo di Orson Welles quando dice: “In Italia sotto i Borgia, per trent’anni, hanno avuto assassinii, guerre, terrore e massacri, ma hanno prodotto Michelangelo, Leonardo Da Vinci e il Rinascimento. In Svizzera hanno avuto amore fraterno, cinquecento anni di pace e democrazia, e che cos’hanno prodotto? Gli orologi a cucù”.

blog%20chiuso%206%20mi1Ecco, pensavo, forse quest’ammasso laocoontiano di corpi rappresenta lo spettro umano dell’Italia. Forse anzi, si può delineare nella storia dei soffitti delle chiese l’intero ciclo storico del popolo italiano: il rigido e splendente simbolismo medievale nei cieli stellati di Galla Placidia e degli Scrovegni, gli intrighi e quel ritorno al corpo tipici dell’umanesimo rinascimentale, il decorativismo vacuo nei barocchi soffitti a cassettoni, il decadentismo secolare nei soffitti ridipinti, negli affreschi rimbiancati delle chiese parrocchiali, il contemporaneo rinverdirsi della fede nei mosaici di Rupnik.

genesi_diluvio_dettaglio_051È stata una visita romana per certi versi inquietante, e allo stesso tempo gloriosa. Pensare al lavoro di quest’uomo solo, dal pennello consunto, dalle vesti imbrattate. Ecco insomma, l’unica cosa certa è che non ho capito un cavolo, ma ho guardato molto in un luogo in cui c’è troppo da guardare e troppo da capire.

Mi sa che dovrò leggere qualcosa, mi sa. E tornarci, tornarci ancora.