Misera et Misericordia, toccare con mano il perdono di Dio

07-la-samaritana-al-pozzo1Dal sito IlSussidiario.net, un commento di Massimo Borghesi sulla Misera et Misericordia, la Lettera apostolica di papa Francesco che chiude l’anno Santo della Misericordia. Ma in realtà il verbo chiudere è inadeguato, perché il papa, annota Borghesi, con la misericordia «indica la strada per la Chiesa di oggi e di domani». Come dimostra l’estensione a tutti il sacerdoti del potere di assolvere da un peccato molto grave quale l’aborto. (Nell’immagine, Maddalena al pozzo, mosaici di Sant’Apollinare Nuovo a Ravenna).

 

martedì 22 novembre, Aborto e misericordia/ Toccare con mano il perdono di Dio (M. Borghesi) (link http://www.ilsussidiario.net/News/Cronaca/2016/11/22/ABORTO-E-MISERICORDIA-Toccare-con-mano-il-perdono-di-Dio/734224/)

 

E’ uscita ieri la Lettera Apostolica Misericordia et misera che papa Francesco ha pubblicato a conclusione del Giubileo. Il titolo, mutuato da sant’Agostino, era stato, in qualche modo, anticipato nell’intervista che Francesco aveva rilasciato ad Andrea Tornielli: Il nome di Dio è Misericordia (Piemme 2016). Il Pontefice affermava allora che “Nel suo Pensiero alla morte il beato Paolo VI rivelava il fondamento della sua vita spirituale, nella sintesi proposta da sant’Agostino: miseria e misericordia” (p. 22). Nella Lettera Apostolica il Papa scrive: “Misericordia et misera sono le due parole che sant’Agostino utilizza per raccontare l’incontro tra Gesù e l’adultera (cfr Gv 8,1-11). Non poteva trovare espressione più bella e coerente di questa per far comprendere il mistero dell’amore di Dio quando viene incontro al peccatore: ‘Rimasero soltanto loro due: la misera e la misericordia’”.

Questo episodio viene affiancato, nella Lettera, ad un altro narrato da Luca, quello della peccatrice che lava con le sue lacrime ed asciuga con i suoi capelli i piedi di Gesù ospite nella casa del fariseo. Due donne, forse ambedue prostitute al pari delle due le cui vicende sono raccontate dal Papa nell’intervista a Tornielli. Due esempi della misericordia di Dio, del perdono e dell’amore di Gesù per i peccatori.

Per Francesco questi esempi mostrano il volto di Dio, il volto che la Chiesa deve guardare oggi più che mai per testimoniarLo in un mondo congelato, dominato da una mentalità tecnico-utilitaristica che non conosce gratuità. Un mondo violento dove l’amore è confuso con l’eros ed il possesso.

Contrariamente a quello che affermano i suoi critici Francesco non è un “buonista”, un ingenuo adulatore del mondo odierno. Al contrario ha una visione drammatica dell’ora presente: quella di un mondo senza legami contrassegnato da una terza guerra mondiale a pezzetti. Personalmente Jorge Mario Bergoglio non si concepisce come “buono” ma come un povero peccatore a cui Dio ha guardato con misericordia. E’ la definizione di sé che ha offerto a Padre Antonio Spadaro nell’intervista per La Civiltà Cattolica. Per questo gli è cara la “Conversione di Matteo” del Caravaggio. Per questo ogni volta che incontra i carcerati si chiede: “Perché non io?”.

Ne Il nome di Dio è Misericordia il Papa afferma: “La centralità della Misericordia, che per me rappresenta il messaggio più importante di Gesù, posso dire che è cresciuta piano piano nella mia vita sacerdotale, come la conseguenza della mia esperienza di confessore, delle tante storie positive e belle che ho conosciuto” (p. 21). Si riferisce, probabilmente, alla sua esperienza maturata nel suo “esilio” di Cordoba, la città argentina in cui ha risieduto dal giugno 1990 al maggio 1992. Qui, privato di ogni incarico, lui che a 36 anni era stato Provinciale dei gesuiti in Argentina, trascorre un periodo di dura prova.

Come narra il suo biografo Austen Ivereigh: “Il suo principale compito quotidiano era quello di confessore. Passava ore e ore ad ascoltare le sofferenze e i sensi di colpa degli studenti e dei professori dell’università, ma anche della gente dei barrios che arrivava nel centro della città perché i preti dei quartieri poveri la domenica erano troppo impegnati a dire messa per ascoltarne le confessioni. Bergoglio non aveva mai dedicato così tanto tempo a farsi strumento e veicolo del perdono e della misericordia. Questo lo ammorbidì, lo tenne vicino al pueblo fiel e lo aiutò a considerare i propri problemi da una prospettiva migliore” (Tempo di Misericordia. Vita di Jorge Mario Bergoglio, Mondadori 2014, pp.239-240).

Bergoglio è divenuto il Papa della misericordia anche perché, in un momento delicato della sua vita, ha vissuto l’esperienza della confessione. Ha toccato con mano come il perdono di Dio fosse in grado di sanare e di risollevare vite calate nella disperazione, chiuse nel proprio male, schiave di un passato che non tramontava.

Questa esperienza fa comprendere la centralità che ha il sacramento del perdono nell’ottica del Pontefice, una centralità che è stata al centro del Giubileo e che ora, con la Lettera Apostolica, prosegue oltre. Per questo uno dei punti cardine della Lettera è l’estensione ai sacerdoti, e non semplicemente al vescovo, del permesso di assolvere coloro che hanno praticato l’aborto, le donne al pari del personale medico coinvolto. “In forza di questa esigenza, perché nessun ostacolo si interponga tra la richiesta di riconciliazione e il perdono di Dio, concedo d’ora innanzi a tutti i sacerdoti - scrive il Papa -, in forza del loro ministero, la facoltà di assolvere quanti hanno procurato peccato di aborto. Quanto avevo concesso limitatamente al periodo giubilare viene ora esteso nel tempo, nonostante qualsiasi cosa in contrario. Vorrei ribadire con tutte le mie forze che l’aborto è un grave peccato, perché pone fine a una vita innocente. Con altrettanta forza, tuttavia, posso e devo affermare che non esiste alcun peccato che la misericordia di Dio non possa raggiungere e distruggere quando trova un cuore pentito che chiede di riconciliarsi con il Padre. Ogni sacerdote, pertanto, si faccia guida, sostegno e conforto nell’accompagnare i penitenti in questo cammino di speciale riconciliazione”.

La dichiarazione della Lettera Apostolica farà discutere. I critici del Papa rilanceranno la loro litania su un Pontefice troppo permissivo, su una Misericordia che trascura la legge, su un perdono che sminuisce il rilievo grave del peccato. In realtà il Papa non ha fatto altro che estendere a tutti il sacerdoti quel potere di assolvere da un peccato grave, quale l’aborto è, un privilegio che il vescovo poteva già accordare a taluni presbiteri. Ora questo privilegio è esteso a tutti. Con ciò non si favorisce il permissivismo - l’aborto, al pari di ogni omicidio, richiede un reale pentimento - bensì si rende manifesto, in forma ancora più evidente, il volto misericordioso di Dio che non arretra di fronte ad alcun peccato. E’ la strada che Francesco ha indicato per la Chiesa di oggi e di domani.


La chiusura del Giubileo della Misericordia

Vi proponiamo il video, dal canale youtube di Tv2000, de “Il diario di Papa Francesco - Speciale chiusura Giubileo della Misericordia” di domenica 20 novembre 2016 condotto da Gennaro Ferrara. Ospiti in studio: Massimo Borghesi - Filosofo, Loredana Moretti - Assistente Comunità ”Il Chicco”, Don Francesco Fiorino – Missionario Della Misericordia, Eraldo Affinati - Scrittore.


La verità senza misericordia diventa ideologia

papa-francesco101-1000x6001di Massimo Borghesi. Papa Francesco è un buonista, pecca di ottimismo irenico, cedendo agli avversari della fede? È l’accusa, più o meno velata, che alcuni settori del mondo cattolico rivolgono all’attuale pontefice. In realtà però, precisa Massimo Borghesi su Zenit.org, Francesco non abbandona il primato della verità in favore di una misericordia senza contenuti. La dissociazione tra verità e misericordia è contro il pensiero del Papa.

 

Zenit.org, 20 novembre 2016, La verità senza misericordia, diventa ideologia (Massimo Borghesi)

 

Nelle critiche, insistenti, che settori minoritari ma molto agguerriti del mondo cattolico muovono al Pontefice tornano costantemente le accuse di “buonismo”, di ottimismo irenico, di cedimento agli avversari della fede, di smobilitazione del dogma e della verità a favore della prassi e della testimonianza. Il tutto condito dal rilievo critico sul “pauperismo populistico” di un Papa che si porterebbe dietro ideologie terzomondistiche e liberazionistiche. Insomma Francesco sarebbe l’ultima espressione della teologia politica progressistica del post-’68 latinoamericano.

Donde la “reazione” dei cattolici veri, degli autentici custodi dell’ortodossia, che, a fronte del grave pericolo che incomberebbe nella Chiesa, trovano oggi in Donald Trump e Vladimir Putin i veri “defensores fidei”, i novelli Costantini dell’ora presente. Ciò che colpisce in questi critici del romano Pontefice è la totale ignoranza della sua vita.  Come ha scritto Austen Ivereigh, in quella che è forse la miglior biografia del Papa:

Il radicalismo di Francesco non va confuso con la dottrina o l’ideologia progressiste. E’ un atteggiamento radicale perché è missionario e mistico. Francesco è istintivamente e visceralmente contrario ai “partiti” nella Chiesa, ed è convinto che il papato affondi le sue radici nel cattolicesimo tradizionale del santo popolo fedele di Dio, e in particolare nei poveri.

Non scenderà mai a compromessi sulle questioni scottanti che dividono la Chiesa dall’Occidente laico, un divario che i progressisti amerebbero colmare modernizzando la dottrina. Tuttavia egli non è nemmeno, come risulta altrettanto evidente, un papa della destra cattolica: non userà il pontificato per combattere battaglie politiche e culturali che ritiene debbano essere combattute a livello diocesano, ma se ne servirà per attirare e insegnare; né ritiene necessario ripetere all’infinito ciò che è già noto, anzi desidera porre l’accento su quanto è stato in parte dimenticato: la paterna bontà e la clemenza misericordiosa di Dio.

E mentre i cattolici conservatori vorrebbero parlare più di temi etici che di temi sociali, è felice di fare proprio l’opposto, ossia recuperare un cattolicesimo come “indumento senza cuciture”(Tempo di misericordia. Vita di Jorge Mario Bergoglio, Mondadori 2014, p. 439)..

L’“inversione” che Francesco opera nella Evangelii gaudium tra l’essenziale dell’Annuncio rispetto alle conseguenze dei valori etici non significa, allora, l’abbandono del primato della Verità in favore di una Misericordia senza contenuti. La dissociazione tra Verità e Misericordia è contro il pensiero del Papa.

Nel testo del 2011 Noi come cittadini noi come popolo il cardinal Bergoglio scriveva: «La riflessione astratta corre il rischio di perdersi in elucubrazioni su oggetti astratti o avulsi, impegnata in una ricerca asettica della verità, dimenticando che l’obiettivo di ogni riflessione umana è l’essere reale in quanto tale e, pertanto, uno, da cui non possono disgiungersi le tre categorie fondamentali dell’essere che i filosofi chiamano i trascendentali: la verità, la bontà, la bellezza. Sono inseparabili» (Jaca Book, p. 49).

Ogni accusa al Papa, da parte dei novelli defensores fidei, di contrapporre la Misericordia alla Verità è, pertanto, fuori luogo. Non si tratta di contrapporre ma di manifestare la Verità come Misericordia. E questo non in una formula astratta ma a partire da un giudizio storico sul momento presente. Nell’intervista ad Andrea Tornielli Il nome di Dio è misericordia Francesco afferma: «Sì, io credo che questo sia il tempo della misericordia. La Chiesa mostra il suo volto materno, il suo volto di mamma, all’umanità ferita. Non aspetta che i feriti bussino alla porta, li va a cercare per strada, li raccoglie, li abbraccia, li cura, li fa sentire amati. Dissi allora [nel 2013] che questo sia un kairós, la nostra epoca è un kairós di misericordia, un tempo opportuno» (Piemme, p. 22).

Questa valutazione non sorge dal buonismo di un Papa inguaribilmente ottimista ma, al contrario, da un giudizio che si nutre di un quadro drammatico, riflesso della odierna condizione umana. Come afferma nella conversazione con Tornielli: “Perché è un’umanità ferita, un’umanità che porta ferite profonde. Non sa come curarle o crede che non sia proprio possibile curarle. E non ci sono soltanto le malattie sociali e le persone ferite dalla povertà, dall’esclusione sociale, dalle tante schiavitù del terzo millennio.

Anche il relativismo ferisce tanto le persone: tutto sembra uguale, tutto sembra lo stesso. Questa umanità ha bisogno di misericordia. Pio XII, più di mezzo secolo fa, aveva detto che il dramma della nostra epoca era l’aver smarrito il senso del peccato, la coscienza del peccato. A questo si aggiunge oggi anche il dramma di considerare il nostro male, il nostro peccato, come incurabile, come qualcosa che non può essere guarito e perdonato. Manca l’esperienza concreta della misericordia. La fragilità dei tempi in cui viviamo è anche questa: credere che non esista la possibilità di riscatto, una mano che ti rialza, un abbraccio che ti salva, ti perdona, ti risolleva” (pp. 30-31).

E’ in questo quadro che si precisa la visione del Papa. Ad un’umanità ferita, peccatrice, immersa nella palude nichilistica, solo l’esperienza della Misericordia può restituire la speranza, il desiderio di vivere.

Che una parte minoritaria del cattolicesimo contemporaneo non comprenda ciò, che non comprenda il Primerea, il primato della Grazia sulla Legge, è l’indice del congelamento della fede in una ideologia cattolica.

La divisione che solca il cattolicesimo odierno è tra chi è ossessionato dalla perdita degli “spazi” di influenza e chi, invece, confida in una libera testimonianza dettata dai “tempi” di Dio. Il processo di ideologizzazione è qui esattamente inverso a quello degli anni ’70 del ‘900. Allora l’ideologia della fede riguardava la sinistra cattolica affascinata dal marxismo. Oggi il processo di congelamento riguarda la destra “cristianista”.

Dobbiamo il termine alla penna del filosofo Remi Brague il quale nel suo volume Europe, la voie romaine scriveva, a proposito di coloro che volevano salvare l’Occidente cristiano, che «La civiltà dell’Europa cristiana è stata costruita da gente il cui scopo non era affatto quello di costruire una “civiltà cristiana”, ma di spingere al massimo le conseguenze della loro fede in Cristo. La dobbiamo a persone che credevano in Cristo, non a persone che credevano nel cristianesimo. Queste persone erano dei Cristiani, e non, come potremmo definirli, dei “cristianisti”» (Il futuro dell’Occidente, Rusconi 1998, p. 148).

La distinzione di Brague, tra cristiani e cristianisti, coglie perfettamente la situazione odierna. Il “cristianismo” è la malattia senile del cristianesimo. E’ il clericalismo che ammorba il cattolicesimo odierno. Il nuovo “clericus” è ossessionato dal mondo secolarizzato, incapace di sostenere la sfida si chiude e chiude tutte le porte. Per questo diffida di un Papa che chiede di uscire dal recinto; lo vede come un fattore di destabilizzazione che aumenta l’insicurezza in un tempo di crisi. Il nuovo chierico non vuole uscire, vuole chiudere le porte. Non si tratta di “incontrare” i pagani nel mare aperto del mondo ma di procedere a ranghi serrati, come una falange, con ordine e disciplina. Ciò che costoro vogliono sono parole definitive che chiariscano in modo indubitabile la contrapposizione tra “noi” e “loro”.

Così dalla crisi di un cattolicesimo impaurito, che vede il Papa come l’alieno di un altro mondo, sorge un’ideologia rassicurante, del tutto analoga all’Action française di Charlea Maurras che infiammò, fino alla condanna di Pio XI, il cattolicesimo francese degli anni ’20 del ‘900. Anche allora un blocco d’ordine, guidato da un leader laico, si raccolse attorno ad alcuni “valori” cristiani nella difesa della Tradizione. Criticando idealmente questa prospettiva uno dei grandi educatori italiani contemporanei, don Luigi Giussani, scriveva: «Anche l’Action française nazionalistica di Charles Maurras, agli inizi del secolo, voleva riformare il mondo in nome dei valori cristiani, ma non era fede. La fede è solo questo: l’apertura energica ad una presenza, alla presenza di Cristo» (Un avvenimento di vita, cioè una storia, Il Sabato 1993, p. 171).

A conferma di ciò aggiungeva: “Fino a quando il cristianesimo è sostenere dialetticamente e anche praticamente valori cristiani, esso trova spazio ed accoglienza ovunque. Ma quando il cristianesimo è annunciare nella realtà quotidiana, sociale, storica, la presenza permanente di Dio diventato uno tra noi – Gesù Cristo presente nella sua Chiesa – oggetto di esperienza come la presenza di un amico, di un padre, di una madre, orizzonte totale che plasma la vita, ultimo amore, centro del modo di vedere, di concepire e di affrontare la realtà tutta, senso e scaturigine di ogni azione, allora esso non ha patria” (p. 169).

Non è difficile cogliere nella seconda posizione – un cristianesimo “senza patria” – la posizione odierna del Papa, così come nella prima i duri paladini dei “valori cristiani”.

E’ una dialettica, tra un cattolicesimo “cristianista” e un cristianesimo “cattolico”, da cui la Chiesa dovrà uscire se non vuol avvitarsi in una contrapposizione sterile quanto dannosa.

 

 


Per un Dio non violento. Papa Francesco e l’orizzonte storico-politico-religioso contemporaneo

mb2di Massimo Borghesi. A Perugia in occasione dei 50 anni della Residenza universitaria Casa Monteripido è stata tenuta una lectio magistralis da Massimo Borghesi, docente di Filosofia Morale presso il Dipartimento di Filosofia, Scienze sociali umane e delle Formazione dell’Università degli Studi di Perugia. La prolusione aveva come titolo Per un Dio non violento. Papa Francesco e l’orizzonte storico-politico-religioso contemporaneo. Il testo completo si trova al link http://www.assisiofm.it/per-un-dio-non-violento-72686-1.html

mb3L’associazione tra religione e violenza, che caratterizza il nostro tempo, rappresenta una connessione singolare sia dalla prospettiva religiosa che da quella culturale. Il post-modernismo, per il quale verità e violenza si identificano, era sembrato vincitore. La religione non poteva essere violenta. Per l’ideologia della globalizzazione, la secolarizzazione delle ideologie e delle religioni, dopo l’89, era irreversibile. Ma quello che è accaduto l’11 settembre del 2001 sconfessa questa prospettiva. Non solo la religione torna sulla scena moderna, ma si presenta in modo violento.

mb1È in questo sfondo che comprendiamo il significato del Pontificato di Francesco e della sua visione di Dio, come emerge nell’intervista rilasciata a Tornielli e pubblicata con il titolo Il nome di Dio è misericordia. Oggi il nome di Dio, nello scenario mondiale, non è misericordia. È guerra, conflitto. Il Dio dell’Isis taglia le teste. Il dio dell’occidente, dal 2001, è un dio di potenza, di reazione. Rimane solo il cristianesimo, solo la Chiesa, solo il Papa a professare la fede nel Dio di misericordia. Non solo questo Papa, ma anche i precedenti: Giovanni Paolo II scrisse l’enciclica Dives in Misericordia e istituì la festa della Divina Misericordia. Benedetto XVI, poi, diede inizio al suo magistero con la Deus caritas est. Affermare oggi che Il nome di Dio è misericordia è rivelare il nome di Dio oltre l’islamismo radicale, per una riscoperta del Dio misericordioso presente nel Corano, e anche oltre il nichilismo occidentale, chiuso nella ribellione. “Resterà solo la carità” affermò profeticamente Romano Guardini. La nostra epoca, afferma papa Francesco, è un kairos di misericordia, perché questa è un’umanità ferita, che non significa necessariamente corrotta. La corruzione è il peccato elevato a sistema, a modello. Corrotti sono coloro che conducono una doppia vita, quelle persone che Gesù accusa di ipocrisia e che papa Francesco rimprovera aspramente (Cf. Papa Francesco, Meditazione mattutina dell’11 novembre 2013, Peccatori sì corrotti no). Il peccato non è la corruzione, ma la condizione normale dell’uomo. Al peccatore si volge la misericordia, perché Gesù viene per i malati, ma anche perché la misericordia consente al peccatore di sentirsi tale. Riconoscersi peccatori non è affatto immediato, è una Grazia. Nell’intervista rilasciata a Spadaro – imprescindibile per comprendere papa Francesco – alla domanda Chi è lei?, Bergoglio risponde “Io sono uno che è un peccatore e a cui Dio ha guardato con misericordia”. Una risposta sconcertante, che evoca lo stupore dell’evangelista Matteo, così come rappresentato dal Caravaggio nella tela di S. Luigi dei Francesi, mentre si scopre peccatore proprio perché guardato con misericordia. La coscienza del peccato è dolore verso qualcuno che si ama. È tristezza. Tristezza, magari, di non sentirsi peccatore. Qui l’operaio dell’ultima ora riceve la stessa mercede dell’operaio della prima ora. La misericordia vìola la giustizia. Non la sopprime, ma impedisce alla giustizia di chiudersi nel fariseismo. La misericordia fa saltare la burocrazia ecclesiastica, quella che oggi accusa di buonismo papa Francesco, mossa dalla stessa coscienza del figlio maggiore della parabola di Lc 15. Il figlio maggiore è davvero giusto, mentre quello minore è nel torto. Però è tornato dal Padre. Questo, è solo questo che conta per essere abbracciati. Il figlio maggiore segue la legge, ma si autoesclude dall’abbraccio del Padre. È risentito e non sa essere felice per la felicità del fratello. La misericordia è l’opportunità di un nuovo inizio e la Chiesa, per papa Francesco, non può che essere un “ospedale da campo”.

mb4Come è possibile oggi dimostrare che Dio non è violento? Solo mediante gli effetti, ciò che Lui produce. Se l’effetto è una vita buona, non violenta, la causa lo deve essere parimenti. Questo effetto, però, non è dottrina. È gesto, è vita. Come tale può essere solo narrato. La narrazione degli effetti è la risposta al Dio violento, all’ideologia di potenza, alla morale del risentimento. Ciò significa che oggi, nel tempo del nichilismo e del fondamentalismo religioso, la testimonianza (di chi è Dio) è l’essenziale. La testimonianza è misericordia della miseria del mondo, dei miseri e dei miserabili. La misericordia introduce un nuovo volto di Dio e, con questo, una tensione con la giustizia del mondo, che è il vero elemento nuovo della storia. Anche di quella presente.

 


Alle origini delle Tartarughe Ninja

tmntdi Giovanni Scarpa. Sarà forse per quel loro improbabile eclettismo nippo-italo-americano, per quella lor natura underground teenageriale che le TMNT hanno saputo ergersi a classico dell’immaginario giovanile. Ma parliamone: tartarughe, americane, ninja, con nomi di pittori italiani del rinascimento; insomma, chi tra noi avrebbe potuto anche solo vagamente concepire un minestrone concettuale del genere? Per fortuna ci hanno pensato due artisti alle prime armi come Kevin Eastman e Peter Laird.

È una sera fredda di novembre del 1983 quando nel salotto di una piccola casa di Dover nel New Hampshire “durante una specie di ispirata follia” i due danno vita ai quattro fratelli più famosi del mondo!

Inizialmente è tutto un gioco di parodie, una burla al glorioso lavoro di Miller: un camion contenente materiale radioattivo che rovescia il suo contenuto, una società segreta giapponese, ambientazioni cittadine notturne, tutta farina di Daredevil, si capisce (il nome di Splinter deriva da un dettaglio del cappello di Stick, il Clun del Piede da quello de La Mano).

Eppure qualcosa scatta, e mentre i due creatori pensando già di dover bruciare le future copie invendute del primo numero, esplode la bomba culturale: vendite da record, richieste di sequel e, finalmente, nel 1987 il progetto di un cartone animato.

tmnt-mirageÈ a quest’ultimo, e in particolare alle fondamentali novità introdotte dallo sceneggiatore David Wise, che dobbiamo il definitivo consolidarsi di un preciso immaginario tartarughaningesco.

Finalmente le quattro Testudo hermanni cominciano a definire il proprio peculiare status indossando le celebri maschere colorate (nel fumetto, infatti, tutte sfoggiavano la stessa fascia rossa!) e si assiste alla loro prima differenziazione caratteriale: a Leonardo il ruolo del leader, a Donatello il compito di incarnare l’ideale del nerd, a Raffaello quello del rebel (unico personaggio, tra l’altro, che mantiene in nuce la natura originale del fumetto) e a Michelangelo, infine, quello di rappresentare in maniera più limpida la turbinosa juinesse del pubblico.

Così, se nel fumetto tratti scuri suggerivano plumbee atmosfere da catabasi e le tartarughe mutanti parevano esseri schifidi e poco rassicuranti, ora le fogne diventano un immenso parco giochi e i quattro guerrieri degli indefessi estimatori della pizza tonda. L’affascinante April O’Neil, che nel fumetto si presentava ancora sotto le spoglie di un’aiutante di laboratorio, diviene finalmente la reporter d’assalto che conosciamo, splendida nemesi della più timida Lois Lane.

Tutto procede, e anche se ora sofisticate pellicole (niente da dire su Megan Fox) provano a suggerire le primordiali atmosfere fumettistiche, per me l’apice rimarrà sempre il bizzarro film del 1990 (Tartarughe Ninja alla riscossa) con la bella Judith Hoag.

prime-tartarugheA noi non rimane altro da fare che tornare in quel salotto caldo, nel novembre del 1983, per contemplare ancora una volta quella inaspettata e sconvolgente scintilla creativa, goderne liberamente e a fondo con la gioia dei bambini, perché “quella prima uscita delle TMNT” ricorda Laird “fu una cosa fatta per divertimento, un modo per toglierci di dosso il fastidio che in quel periodo ci dava fare fumetti. Non abbiamo conservato ricordi precisi del processo che ci ha portato alla loro creazione, perché non credevamo sarebbe stata una cosa così incredibilmente vitale per le nostre carriere future. Come ho già detto lo abbiamo fatto prima di tutto per divertimento”.

A volte basta solo divertirsi con un buon amico per cambiare irrimediabilmente il mondo (e non solo quello del fumetto).

 

Le citazioni e molte delle informazioni sono tratte dal libro fondamentale, purtroppo non ancora tradotto in italiano, di Andrew Fargo, Teenage MutantNinja Turtles the ultimate visual history, edito da Insight Editions.


Quale presenza sociale per i cattolici nell’epoca di papa Francesco?

giorgio-la-pira-uomo-di-pace-dialogo1di Massimo Borghesi. Giovedì 10 novembre il quotidiano La Sicilia ha pubblicato un’interessante intervista a Massimo Borghesi sul tema della presenza sociale e politica dei cattolici nell’epoca di papa Francesco, in cui il filosofo auspica un nuovo Codice di Camaldoli, il documento programmatico di politica economica che i cattolici elaborarono nel 1943 in vista di un impegno futuro (nella foto, Giorgio La Pira). Trovate a questo link l’articolo di Andrea Gagliarducci intitolato “Dopo la Dc e la linea Ruini cattolici alla sfida della povertà”, mentre sotto riportiamo, per una completezza ancora maggiore, le risposte inviate dal docente dell’Università di Perugia alle domande del giornalista.

 

  1. Quale può essere la presenza dei cristiani oggi in una società pluralista? E soprattutto, quale può essere la presenza cattolica oggi?

Nell’attuale contesto politico italiano la presenza politica dei cristiani è “disseminata”, presente in pressoché tutte le forze politiche e sociali. Questo di per sé non è un fattore negativo. Non lo è se i cristiani rappresentano una matura coscienza critica delle ideologie e degli assetti di potere che governano il mondo attuale. Diversamente il loro essere cristiani si limita ad una pratica liturgica domenicale, priva di rilevanza sul terreno pubblico. Ciò che unisce una società è la dimensione del bene comune. È questa che deve improntare la politica, dal parlamento, al governo, al sindacato, alle associazioni no profit, al mondo dell’industria. I cristiani, al pari degli altri, sono chiamati a dare il loro contributo al bene comune. Lo devono fare “laicamente”, e tuttavia con un timbro proprio. Questo contributo oggi è sensibile su taluni temi (aborto, famiglia, eutanasia, ecc.), meno su altri. In un tempo in cui milioni di persone versano in povertà e la disoccupazione giovanile è al massimo ci si aspetta un contributo più significativo, di pensiero e di azione, a questo livello. Si avverte l’esigenza di un nuovo Codice di Camaldoli, il documento programmatico di politica economica che i cattolici elaborarono nel 1943 in vista di un impegno futuro. Un documento animato da un grande impeto ideale di trasformazione e di solidarietà sociale. Oggi, nel clima di rassegnazione che tutto domina, non si vede nulla di simile all’orizzonte. Eppure sarebbe sufficiente leggere le pagine della Evangelii gaudium dedicate alla questione sociale per avere un chiaro orientamento sul momento presente.

  1. Terminata la fase del “partito cristiano”, e terminata anche l'era dei “valori non negoziabili”, si assiste forse ad una nuova fase. Come si può definire questa fase? E i cattolici possono avere un peso nel formare politiche e coscienze?

La fase presente del cattolicesimo italiano vede due istanze che non riescono, al momento, a saldarsi. Da un lato c’è l’eredità della Chiesa “extraparlamentare”, quella che dopo la fine della Democrazia cristiana ha gestito direttamente con il potere, senza intermediari, lo spazio pubblico. È la Chiesa che concentra la sua attenzione su un gruppo di “valori non negoziabili” chiamando i laici alla loro difesa. Il limite qui non è nella difesa di taluni valori, che meritano certamente di essere salvaguardati, ma nel loro numero “ristretto” che emargina quelli tipicamente “sociali”. E, in secondo luogo, il limite è stato anche quello di trascurare la formazione di una coscienza laicale matura e responsabile. Donde un inevitabile clericalismo che ha caratterizzato la stagione ecclesiale passata.

Dall’altro lato abbiamo l’istanza portata dal pontificato di Francesco, quella di un Chiesa missionaria a tutto campo, che si colloca non sugli spalti della fortezza ma “fuori”, in partibus infidelium. Una Chiesa che annuncia il Dio della misericordia e non rinuncia alla promozione umana. Sono due prospettive che, al momento, faticano ad integrarsi. L’una volta a conservare, l’altra a creare. È auspicabile che possano dialogare ed incontrarsi. Un cattolicesimo diviso non aiuta né la dimensione civile né quella missionaria.

  1. In questa nuova fase, si nota quasi un duopolio: da una parte coloro che insistono sui valori non negoziabili, come vita e famiglia, e quanti si confrontano più sul tema sociale. Ci sarà secondo lei un momento in cui questi due punti di vista convergeranno? E come?

È quello che stavamo dicendo. La soluzione sta nel magistero del Papa. Per Francesco, in ciò degno erede di Paolo VI, evangelizzazione e promozione umana si implicano a vicenda. La priorità dell’annuncio e della testimonianza cristiana nel mondo secolarizzato non esclude l’impegno per il bene comune. Si tratta solo di porre in luce una priorità: l’incontro cristiano viene prima, la Grazia primerea. Poi, secondo la vocazione specifica di ciascuno, si ha l’impegno sociale e civile nel mondo: per i poveri, per il bene comune, per la pace. Chiarito l’ordine dei fattori, e delle vocazioni, il quadro si semplifica e la sintesi delle due prospettive diviene possibile.

  1. In vista del prossimo referendum, i cattolici “pro-family” (chiamiamogli così) hanno preso una posizione molto netta in favore del no al referendum, mentre gli altri sembrano in qualche modo tiepidi nel dibattito. Ma, parlando in astratto, quale dovrebbe essere la posizione dei cattolici in questo momento? E in che modo dovrebbe essere presente?

Il quesito del referendum, che verte sull’abolizione o meno del Senato, è reso complicato dalla presenza di una legge elettorale di tipo maggioritario per la quale la vittoria è ottenuta attraverso una percentuale fortemente bassa. In tal modo, venendo a scomparire il bicameralismo, la tentazione da parte del partito vincitore di occupare ogni spazio di potere senza trovare più contrappesi è decisamente forte. Se la legge elettorale fosse modificata in senso maggiormente proporzionale non ci sarebbero problemi nella soppressione del Senato. La posizione dei cattolici, e non solo di loro, dovrebbero essere attenta a conservare il giusto equilibrio che è la forma della democrazia.

  1. Sembra che la Dottrina Sociale della Chiesa non sia più un tema all'interno del dibattito politico. Perché? 

La dottrina sociale non è più al centro della riflessione dei cattolici da molto tempo. Nella stagione della Chiesa “extraparlamentare” ha avuto una visibilità minima. Oggi con il pontificato di Francesco dovrebbe tornare al centro come antidotto della cultura dello “scarto” che domina l’attuale concezione tecnocratica ed economicistica della realtà. Una cultura che taglia i poli “inattivi”: i malati, i vecchi, gli handicappati. Una cultura che favorendo i processi di disoccupazione scarta non solo gli anziani ma anche i giovani. E così le due ali della società, quella che conserva la memoria del passato e quella che guarda con speranza al futuro sono abbandonate al loro destino con il risultato che la società, schiacciata sul presente, è senza domani. La dottrina sociale è l’utopia che vive della memoria passata di un popolo. Suo fine è consentire l’unità sociale e la vita integra di un popolo.

  1. Quale è il futuro dell'impegno cattolico in politica? Ci sarà un nuovo partito, un nuovo movimento culturale o cosa? E cosa auspica? 

Ciò che auspico io ha poco valore. Certamente finora all’orizzonte si vede solo la grande figura di un Papa. Una figura che desta ammirazione e speranze in tanti che magari sono molto distanti dalla Chiesa. Non mi pare, però, che la testimonianza di Francesco sia accompagnata da un movimento ecclesiale, di idee e di azione. Lo stesso episcopato italiano si dimostra, in larga misura, “passivo”. Come se non fosse in grado di tradurre, in parole e gesti, la rivoluzione, di stile innanzitutto, del pontificato. Questo con le dovute eccezioni, naturalmente. Sto qui parlando di un movimento, di un moto ideale, non di un partito dei cattolici, il quale, in questo momento storico, non avrebbe alcuna utilità e sarebbe certamente controproducente proprio per una presenza dei cattolici nel sociale.


Venerdì 18 novembre “Verso il referendum”, con Morrone e Antonini

morrone-antoniniIl 4 dicembre saremo chiamati a pronunciarci con un referendum sulla riforma della Costituzione approvata dal Parlamento. Il dibattito sulla riforma però in questi mesi è stato appesantito da forzature e strumentalizzazioni, che hanno condotto le formazioni politiche a una forte polarizzazione e a trasformare il referendum in un test sull’attuale governo e sul premier in particolare. A questo si aggiunga la sempre crescente disaffezione, carica di sfiducia e risentimento, alla partecipazione politica.

È possibile, in questo contesto, approssimarsi alla data del 4 dicembre evitando sia la logica di schieramento sia l’indifferenza? Due posizioni che ci appaiono umanamente e politicamente aride e improduttive, se non addirittura dannose, anche per chi le sostiene.

Per rispondere a questa domanda l’Associazione culturale Antonio Rosmini propone l’incontro

161118-locandina-referendumVERSO IL REFERENDUM
Il nostro contributo al bene comune

venerdì 18 novembre, ore 21.00
cinema Rex - Padova

via Sant’Osvaldo, 2

Intervengono:

Luca ANTONINI
ordinario di Diritto costituzionale - Università di Padova

Andrea MORRONE
ordinario di Diritto costituzionale - Università di Bologna

 

Scarica la locandina dell’incontro.

 

«Il modo in cui l’Associazione Rosmini intende intervenire su questa vicenda», è il commento del presidente dell’Associazione Andrea Pin, «vuole innanzitutto preservare e trasmettere un’evidenza: il bene stesso del vivere insieme e di accettare l’altro. Un referendum è una straordinaria opportunità di dialogo ma cova anche un rischio: pone le persone di fronte a un Sì o un No. Istituisce un’alternativa secca, favorendo lo scontro e la contrapposizione su argomenti che hanno a che fare con la natura stessa della convivenza sociale».

Per questo la Rosmini ha scelto di invitare due costituzionalisti con una caratteristica particolare: «sono profondamente amici e tra loro vige una particolare stima», spiega Pin, «ciascuno di essi ha preso posizione, ma non ha rinunciato al legame con l’altro; entrambi hanno deciso di esporsi in prima persona, senza rinunciare ad ascoltarsi e a scorgere nell’altro un contributo per il bene di tutti».

Non sarà una serata con due protagonisti soltanto. Proponiamo a chiunque lo desideri di inviarci una domanda o una riflessione da sottoporre ai due esperti quella sera, scrivendo all’indirizzo mail info@rosminipadova.it. L’Associazione raccoglierà le sollecitazioni e tenterà di farne sintesi per sottoporle ai relatori in anticipo.

Luca Antonini è professore ordinario di Diritto costituzionale presso l’Università degli Studi di Padova. È avvocato e patrocinatore in Cassazione. È uno dei principali estensori della legge delega in materia di federalismo fiscale (L. n. 42/2009) e dei suoi decreti di attuazione e dal 2009 è presidente della Commissione tecnica paritetica per l’attuazione del federalismo fiscale (COPAFF). Nel 2004 è stato chiamato a valutare come esperto costituzionalista la bozza di riforma costituzionale e nominato componente della Commissione per il riordino della legislazione in materia ambientale. È presidente dell’International Center for Subsidiarity and Development e membro dell’Agenzia per le Onlus.

Andrea Morrone, già presidente del Comitato referendario contro il Porcellum, è nato a Ronciglione (VT) il 31 maggio 1970, è professore ordinario di Diritto costituzionale nella Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Bologna, Direttore del Dottorato di ricerca in “Stato, persona e servizi negli ordinamenti europeo e internazionale” istituito presso la medesima Università, è socio dell’Associazione italiana dei costituzionalisti.

Leggi l’intervento sul referendum del presidente dell’Associazione Rosmini Andrea Pin

Scarica il documento di Comunione e Liberazione sul referendum “Per recuperare il senso del vivere insieme”

 

Ufficio stampa: Eugenio Andreatta 329-9540695 eugenio.andreatta@gmail.com


Il referendum? Una straordinaria opportunità di dialogo

andrea-pinReferendum costituzionale del 4 dicembre: una straordinaria opportunità di dialogo. E d’altra parte, anche un rischio: porre le persone di fronte a un Sì o un No, un’alternativa secca, favorendo lo scontro e la contrapposizione su argomenti che hanno a che fare con la natura stessa della convivenza sociale. Pubblichiamo un intervento del nostro presidente Andrea Pin.

 

Il 4 dicembre. Se c’è una cosa su cui i sostenitori del Sì e del No al referendum sono d’accordo, è che ciò su cui gli italiani si esprimeranno quel giorno ha a che fare con preoccupazioni fondamentali per il Paese e per il significato stesso della convivenza umana. È qualcosa che tocca il cuore delle istituzioni e impone una riflessione sui loro fondamenti: sulla loro democraticità, sull’efficacia della loro azione, sul rispetto della sussidiarietà. È naturale che l’Associazione Rosmini si coinvolga direttamente, avendo dedicato tanto della propria storia ad approfondire e valorizzare ciascuno di questi aspetti.

Il modo in cui l’Associazione intende farlo non è un particolare, ma esprime il nucleo stesso della Rosmini e il significato della sua azione. Nelle tante e ammirevoli iniziative di dibattito, che mostrano la vitalità, non solo della passione politica, ma la stoffa stessa della società italiana e la serietà con la quale è capace di mettersi in gioco, all’Associazione preme innanzitutto preservare e trasmettere un’evidenza: il bene stesso del vivere insieme e di accettare l’altro. Un referendum è una straordinaria opportunità di dialogo ma cova anche un rischio: pone le persone di fronte a un Sì o un No. Istituisce un’alternativa secca, favorendo lo scontro e la contrapposizione su argomenti che hanno a che fare con la natura stessa della convivenza sociale.

Per questo l’Associazione ha organizzato per il 18 novembre alle 21.00, un evento che vuole estirpare questa logica. Abbiamo invitato due docenti di diritto costituzionale chiaramente collocati: il prof. Andrea Morrone (ordinario nell’Università di Bologna) è a favore della riforma; il prof. Luca Antonini (ordinario nell’Università di Padova) è contrario. Li abbiamo scelti per un particolare non irrilevante: essi sono profondamente amici e tra loro vige una particolare stima.

Ciascuno di essi ha preso posizione, ma non ha rinunciato al legame con l’altro; anzi, proprio per una tensione all’altro entrambi hanno deciso di esporsi in prima persona, ma senza rinunciare ad ascoltarsi e a scorgere nell’altro un contributo per il bene di tutti. E il 5 dicembre, a urne chiuse, sarà possibile ripartire solo con la consapevolezza di un bene comune, di cui nessuno ha il monopolio e che trascende la dialettica politica.

Desideriamo incontrarli per farci contagiare dalla loro reciproca simpatia. Per questo non chiederemo loro semplicemente di esporre le ragioni del Sì o del No. Li interrogheremo invece innanzitutto sul rapporto che essi intravedono tra la riforma e quei tre principi fondamentali di democrazia, efficacia e sussidiarietà di cui abbiamo tanta cura e che cosa ciascuno di essi scorga di buono nella posizione dell’altro. Che vincano i Sì o i No, il 5 novembre democrazia, efficienza e sussidiarietà rimarranno vitali per il nostro Paese, così come la disponibilità ad imparare dall’altro e a mettersi in discussione.

Non sarà una serata con due protagonisti soltanto. Desideriamo che ciascuno abbia la possibilità di mettersi in gioco. Per questo proponiamo a chiunque lo desideri di inviarci una domanda o una riflessione da sottoporre ai due esperti quella sera, scrivendo all’indirizzo mail info@rosminipadova.it entro l’11 novembre. L’Associazione raccoglierà le sollecitazioni e tenterà di farne sintesi per sottoporle ai relatori in anticipo.

Nel frattempo, suggeriamo a tutti l’approfondimento sulla riforma costituzionale curato dalla Fondazione per la sussidiarietà, cui hanno partecipato esperti di diversa estrazione e opinione.

 

Andrea Pin, presidente Associazione culturale Rosmini


Dopo gli ortodossi, i luterani: Francesco ritrova l’unità del primo millennio

sfo0852_1-740x4931“L’incontro di Lund non sorge dal nulla. È il frutto maturo del Concilio Vaticano II. Le fila degli incontri e del dialogo, germogliate con il Concilio, trovano in Papa Francesco il testimone di una Chiesa che ritrova l’unità del primo millennio”. Lo ha detto in un’intervista a ZENIT Massimo Borghesi, professore ordinario di Filosofia Morale all’Università di Perugia, considerato uno dei più illustri intellettuali cattolici italiani. Borghesi è stato dal 1992 al 1996 professore di Storia della Filosofia Morale presso la Facoltà di Magistero dell’Università di Lecce. Ha insegnato, dal 1981 al 2007, Estetica, Etica, Teologia filosofica, presso la Pontificia Università S. Bonaventura in Roma e, dal 2000 al 2002 è stato direttore della “Cattedra Bonaventuriana”. Dal 2008 è docente di Filosofia e religione presso la Pontificia Università Urbaniana. È membro del consiglio scientifico e del comitato editoriale di editrici e riviste (Studium, Atlantide, Humanitas, Revista de antropología y cultura cristianas). È stato membro, dal 1993 al 2002, del comitato di redazione della rivista trimestrale Il Nuovo Areopago e collaboratore, dal 1984 al 2012, della rivista internazionale 30Giorni.

 

Zenit.it, giovedì 3 novembre, int. a M. Borghesi Dopo gli ortodossi, i luterani: Francesco ritrova l’unità del primo millennio (A. Gaspari)

 

Proprio nel 500° anniversario dalle pubblicazioni delle tesi che segnarono il più grande scisma all’interno della Chiesa cattolica, il Papa di Roma e il presidente della Federazione Luterana Mondiale hanno sottoscritto un documento comune. Che cosa significa questo per i cristiani nel mondo?

Si tratta, certamente, di un evento di portata storica. Non a caso criticato fortemente dai settori tradizionalisti che paventavano compromessi e cedimenti dottrinali, tali da portare alla fine del cattolicesimo. Non una parola è venuta da questi settori ad incontro concluso. Forse non è stato così negativo! Si tratta di critiche che ricordano quelle contro Giovanni Paolo II in occasione dello storico incontro sulla pace, ad Assisi il 28 ottobre 1986, con i rappresentanti delle religioni del mondo. Anche allora il tradizionalismo cattolico fece sentire la sua voce stridula criticando apertamente il Papa per il suo irenismo, eclettismo, mescolanza indebita di fede e religiosità. Anche allora si ebbe un inutile polverone.

Venendo all’incontro di Lund, si tratta di una svolta grande nelle relazioni tra cattolici e luterani. L’Europa moderna è il risultato delle guerre di religione che hanno insanguinato il suo suolo dopo la Riforma. Non si comprende nulla dei processi che hanno segnato la modernità se non si parte dalla tragedia di una fede che, dopo aver unito i popoli, li ha tragicamente divisi. La secolarizzazione sorge da qui. Una secolarizzazione che, oggi, ha reso in larga misura obsolete le antiche divisioni che, partite sul terreno religioso, sono state poi “pilotate” da interessi politici ed economici. Questo non significa che l’aspetto dottrinale sia divenuto irrilevante. Esso pesa, certamente. Ma, a fronte di un mondo per il quale la figura di Cristo appare consegnata ad un passato lontano, i cristiani hanno il dovere di riscoprire ciò che li unisce per offrire una testimonianza credibile al mondo. Hanno il compito di mettere in comune la storia di santità e di misericordia, quella del passato e quella del presente. Va detto che l’incontro di Lund non sorge dal nulla. È il frutto maturo del Concilio Vaticano II. Lo spirito di dialogo ha reso possibile la Dichiarazione congiunta sulla Dottrina della giustificazione, pubblicata ad Augusta il 31 ottobre 1989, vera premessa di quanto papa Francesco ha detto in Svezia. Inoltre Lund viene dopo i viaggi di Benedetto XVI ad Erfurt, in Germania, il 23 settembre 2011 con i rappresentanti della Chiesa evangelica tedesca, e quello del 2010 in Inghilterra, la prima visita ufficiale di un pontefice nel Regno Unito. In quell’occasione le immagini di Papa Benedetto XVI e dell’arcivescovo Rowan Williams in piedi, vicini, nell’Abbazia di Westminster, furono una dimostrazione di una vicinanza tra Roma e Canterbury impensabile 20 anni fa.

Lei citava prima Benedetto XVI. Sappiamo come taluni contrappongano l’“ortodossia” di Benedetto al magistero di Francesco. Questa dialettica è stata riproposta anche in occasione del viaggio svedese del Pontefice. Ma cosa ha detto Benedetto a Erfurt?

In realtà papa Benedetto ha testimoniato allora la stessa apertura nei confronti del dialogo con i luterani che oggi ha espresso papa Francesco. Nella consapevolezza che sul piano dottrinale rimangono i nodi anche lui si è speso per il riconoscimento dell’unità fondamentale nella fede “in questo momento storico”. «Quando ho accettato l’invito a questo viaggio – affermò Benedetto nel convento di Lutero – era per me evidente che l’ecumenismo con i nostri amici evangelici dovesse essere un punto forte, un punto centrale di questo viaggio. Noi viviamo in un tempo di secolarismo, come già detto, dove i cristiani insieme hanno la missione di rendere presente il messaggio di Dio, il messaggio di Cristo, di rendere possibile credere, andare avanti con queste grandi idee, verità. E perciò il mettersi insieme, tra cattolici ed evangelici, è un elemento fondamentale per il nostro tempo, anche se istituzionalmente non siamo perfettamente uniti, anche se rimangono problemi, anche grandi problemi, nel fondamento della fede in Cristo, in Dio trinitario e nell’uomo come immagine di Dio, siamo uniti, e questo mostrare al mondo e approfondire questa unità è essenziale in questo momento storico. Perciò sono molto grato ai nostri amici, fratelli e sorelle protestanti, che hanno reso possibile un segno molto significativo: l’incontro nel monastero dove Lutero ha iniziato il suo cammino teologico, la preghiera nella chiesa dove è stato ordinato sacerdote e il parlare insieme sulla nostra responsabilità di cristiani in questo tempo. Sono molto felice di poter mostrare così questa unità fondamentale, che siamo fratelli e sorelle e lavoriamo insieme per il bene dell’umanità, annunciando il lieto messaggio di Cristo, del Dio che ha un volto umano e che parla con noi». Così parlava Benedetto XVI. Non mi pare molto diverso da ciò che ha detto Francesco.

Quali sono le implicazioni religiose e politiche dell’incontro di Lund?

Si tratta di un’altra pagina storica che chiude, idealmente, la seconda scissione che ha caratterizzato la Chiesa nel secondo millennio. La prima, quella con l’Ortodossia, inaugurata dallo scisma di Costantinopoli, nel 1054, che segna la spaccatura tra l’Occidente e l’Oriente cristiano, si chiude, sul piano ideale, con lo storico abbraccio a Cuba tra Francesco e il patriarca russo Kirill. La seconda, iniziata nel 1517 con le tesi di Lutero, che realizza la divisione tra Nord Europa, protestante, e Sud cattolico, si chiude idealmente adesso. Le fila degli incontri e del dialogo, germogliate con il Concilio, trovano oggi in Francesco il testimone dell’unità di una Chiesa che ritrova l’unità del primo millennio. Si tratta di un evento di portata storica che sorge da una concezione che antepone la testimonianza della fede e della carità alla dialettica, nella consapevolezza che ai gesti seguiranno, se Dio lo vuole, iniziative comuni e caduta dei pregiudizi. Sul piano ideale e religioso è come se tramontasse la “modernità”, una modernità europea segnata dal conflitto teologico-politico cattolico-protestante. La categoria di “postmoderno” assume ora il suo significato più proprio. Occorre “ripensare” la storia moderna dell’Europa riconoscendo le colpe e i limiti da ambedue le parti. Occorre una memoria storica che consenta di valorizzare coloro che si sono battuti per l’unità della fede, non per le divisioni e le guerre. Nel momento stesso in cui il sogno dell’Europa unita rivela fratture e rotture questo ripensamento diventa un contributo fondamentale per l’unità del vecchio continente. A Lund il Papa ha detto: «Si deve riconoscere con la stessa onestà e amore che la nostra divisione si allontanava dalla intuizione originaria del popolo di Dio, che aspira naturalmente a rimanere unito, ed è stata storicamente perpetuata da uomini di potere di questo mondo più che per la volontà del popolo fedele, che sempre e in ogni luogo ha bisogno di essere guidato con sicurezza e tenerezza dal suo Buon Pastore». Una fede che torna libera dall’ambizione del potere e dell’egemonia, una fede che non ha bisogno del “nemico” per esistere, può unire gli uomini. La strada dell’incontro è quella indicata da Francesco con il “Primerea”. Seguendo la Dichiarazione congiunta sulla Giustificazione la Chiesa ha riconosciuto nel “primato della Grazia” il punto d’incontro con i luterani. A questo primato della Grazia si è costantemente richiamato Francesco a Lund.

Cattolici e luterani si sono uniti per portare la pace, accogliere i migranti e assistere i poveri ed i bisognosi. Quanto l’alleanza tra cattolici e luterani può incidere sulla situazione delle popolazione e dei governi?

L’incontro sulla Misericordia, a partire dalle opere della Misericordia, è il “luogo teologico” che porta all’unità. Suona significativo questo invito se si considera che il “sola fide” di Lutero sembra privare di ogni valore salvifico la dimensione delle “opere”. In realtà il primato della Grazia, adeguatamente pensato, consente di salvare tutto. Le opere della Carità sono il luogo d’incontro tra cristiani divisi. Il volto del povero, come ha detto più volte Francesco, è memoria del Cristo umiliato. La theologia crucis di Ignazio incontra e trasvaluta quella di Lutero. Quanto al possibile cambiamento degli scenari futuri vale quello che si è detto. Certamente l’incontro di Lund apparirà come una tappa storica del riavvicinamento tra cattolici e protestanti. Poiché stiamo parlando della Federazione Luterana Mondiale questa vicinanza si estende a tutto il mondo anglofono, un mondo che, a seguito dei processi di immigrazione, vede già al proprio interno una presenza pressoché equivalente tra cattolici e protestanti. Il venir meno di storici pregiudizi, che hanno alimentato ostilità profonde, avrà senz’altro una ricaduta positiva nei rapporti tra i popoli e le nazioni segnati dalla fede cristiana.

 


Nel cuore dell’America, venerdì 4 novembre incontro con Riro Maniscalco

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Maurizio “Riro” Maniscalco è in Italia in queste settimane per presentare il suo libro “God Bless America” (SEF, 2016). Il libro è una raccolta di articoli, pensieri e riflessioni di 22 anni di vita americana pubblicati sul giornale on line “IlSussidiario.net” da parte di un acuto osservatore che legge tutto partendo dalla sua esperienza personale, l’esperienza di un immigrato che con la sua famiglia vuole farsi americano con gli americani “vagliando tutto” e trattenendo il valore di ciò che nel tempo è andato scoprendo.

La testimonianza di Riro, a pochi giorni dalle più insolite e anche preoccupanti elezioni presidenziali Usa, è una grande occasione di riflessione sull’attuale momento storico insieme ad un testimone d’eccezione che ha scelto di vivere e raccontare l’America.

161104-god-bless-america-page-001L’Associazione culturale Rosmini è lieta di presentare

NEL CUORE DELL’AMERICA

venerdì 4 novembre 2016, ore 21.00

Centro universitario padovano

via Zabarella, 82 – Padova

 

Alla vigilia delle Presidenziali Usa, incontro con

Maurizio MANISCALCO

Autore di “God Bless America

Società Editrice Fiorentina

 

info@rosminipadova.it

 

Musicista e giornalista, Maurizio Riro Maniscalco dirige una scuola di American English a New York City. “Finto musicista” (cantante, polistrumentista, un amore infinito per il blues), ha inciso tre albums con la Bay Ridge Band e due con Jonathan Fields («Blues and Mercy», 2006, e «Sketches of You», 2010 – Itaca Dischi). Giornalista a tempo perso, è anche “finto scrittore”. Per la Società Editrice Fiorentina ha pubblicato «Mi mancano solo le Hawaii. Appunti di vita e di viaggio di un italiano trapiantato in America» (2008), «Dal Ponte all’Infinito. The Way of the Cross over the Brooklyn Bridge» (2009) e «Musica, parole e storie. Ovvero: come si diventa un vero finto musicista» (2011). Per Itaca ha collaborato alla realizzazione di tre volumi della collana «Educare con la Musica». L’autore nel web: Blues and Mercy. È Chairman del New York Encounter (www.newyorkencounter.org), un grande evento culturale che si svolge ogni anno in gennaio a Manhattan.

Il libro

Nessuno ha più voglia o sa raccontarci l’America quotidiana, quella dal basso che esiste ancora al di là delle facili etichettature: i pochi grandi inviati rimasti ci parlano più che altro di Wall Street, Capitol Hill e Casa Bianca. L’America degli immigrati messicani e sudamericani che vogliono fare fortuna, l’America del profondo Sud e dei telepredicatori, l’America delle periferie delle grandi metropoli sulle coste e il Mid West, il granaio d’America che oggi vede scomparire le famiglie di contadini su cui si è costruito questo paese, con le loro torte di mele e il “fried chicken”, il pollo fritto. L’America delle profonde esperienze religiose e quella degli immensi college dove si concentra la vita giovanile.

Per sentire parlare di questo mondo affascinante e contraddittorio ci affidiamo allora a “inviati speciali” come Riro Maniscalco che a un certo punto della sua vita lascia l’Italia e si trasferisce qui (...) e grazie alla sua curiosità profonda si immerge completamente in questo “nuovo mondo”.

(...) E se si comincia a leggere il primo racconto c’è il rischio di non interrompere la lettura e di leggerlo di un fiato fino alla fine.

(dalla Prefazione di Giorgio Vittadini)

 

Quattro dei miei ventidue anni di vita in America. Sì, quello che è raccolto in questo libro è il racconto fatto ad amici cari, lettori sconosciuti e anzitutto a me stesso di quel che mi son visto capitare attorno in questi ultimi anni. E di quel che sono riuscito a capirci!

Della mia scoperta dell’America avevo già scritto. Qui troverete quello che la mia vita da americano mi è andata proponendo quotidianamente: cose belle, cose brutte, cose strane, a volte drammatiche. Cose accadute: quattro anni di vita, con tutti gli scossoni, pensieri, ripensamenti e un continuo paragone col mio cuore. Un cuore e due patrie!

(Riro Maniscalco)