Lahore, Borghesi: ecco perché il Papa non nomina l’islam

Lahore_condole_2792138f[1]di Massimo Borghesi.

«La strage di Lahore, accaduta mentre ancora piangevamo i morti di Bruxelles, conferma che il terrorismo è il problema geopolitico mondiale di questo momento. Lo è almeno dal 2001 e lo è diventato ancora di più dopo la guerra in Iraq del 2004». Borghesi, ospite di Fabio Colagrande nella trasmissione “Al di là della notizia” di Radiovaticana di martedì 29 marzo, commenta gli articoli e gli editoriali dedicati dai giornali italiani all’attacco terroristico avvenuto il giorno di Pasqua a Lahore, in Pakistan, che ha provocato 72 morti e circa 300 feriti.

La notizia sul sito di Radiovaticana http://bit.ly/1PDFMC4
L’audio della trasmissione

Una risposta al Governo“In Pakistan, il fenomeno terrorismo - spiega Borghesi - ha una sua configurazione particolare, certamente lontana da quella dell’IS, che corrisponde a una realtà creatasi negli ultimi decenni, dopo la guerra con l’Afghanistan, e ha il volto dei cosiddetti ‘taleban’. Si tratta di una frangia fondamentalista sunnita che si oppone oggi alla politica del presidente Sharif tesa ad ammorbidire i contrasti e a creare unità nazionale. Un’opzione politica molto coraggiosa, quelle del Capo di Stato pakistano, ma purtroppo debole”. “In questo senso – spiega Borghesi - l’attentato terroristico avvenuto nel giorno di Pasqua a Lahore è un attacco ai cristiani, ma è anche una precisa risposta politica al Governo in carica da parte di chi non vuole il processo d’integrazione e preferisce la radicalizzazione delle differenze e in particolare l’emarginazione delle minoranze, in primis quella cristiana”.

Non è prudenza

“In molti, in queste ore, vorrebbero che il Papa attribuisse direttamente all’islam la violenza terroristica di attacchi come quello di Lahore”, commenta lo studioso. “In realtà, Francesco non pronuncia quella parola, non per una sorta di prudenza, che pur sarebbe comprensibile, ma per una questione di principio. La maggior parte dei musulmani esistenti al mondo è infatti contraria a ogni tipo di violenza e vuole una pacifica convivenza. Il problema è l’islamismo radicale che nasce dall’estremismo sunnita di radice wahabita, non a caso, promosso dall’Arabia Saudita, uno dei principali alleati arabi dell’Occidente”.

No a 'culturalismo' e 'terzomondismo'

“Come ricorda il politologo francese Oliver Roy – aggiunge lo studioso -  c’è un duplice approccio che va superato affrontando il tema islam, ben distinguendo gli attacchi terroristici come quello avvenuto a Pasqua in Pakistan da quelli avvenuti in Europa, come quello recentissimo di Bruxelles”. “Va superata la prospettiva ‘culturalista’, per cui esisterebbe una radicale eterogeneità che porta allo scontro e quindi all’inevitabile ‘guerra di civiltà’, fra Occidente e islam. Ma anche l’approccio ‘terzomondista’ che sostiene che tutto il problema derivi dall’Occidente e l’islamismo sia solo una reazione della parte povera, frustrata della società immigrata.  Anche se è vero che qui – come spiega bene Roy – siamo di fronte a un’islamizzazione del radicalismo, un processo molto diverso da quello che porta i talebani a mettere le bombe in Pakistan. In Europa, i musulmani di seconda generazione trovano spesso nell’islamismo una forma di decostruzione di un mondo che odiano perché li esclude”.
(Fabio Colagrande)


Nella Passione secondo Giovanni di Bach la misteriosa gloria della croce

Andrea_Mantegna_Crocifissione[1]di Luca Belloni.

Una figura musicale che emerge da una pulsazione profonda e inesorabile, una corona di ispide dissonanze che trafigge il tessuto sonoro rendendo ancor più inquieto l’incessante disegno degli archi. È l’inizio di una delle pagine più belle dell’intera storia della musica: la Johannespassion (Passione secondo Giovanni) BWV 245 di Johann Sebastian Bach.

In occasione del Venerdì Santo ho scelto di proporre ai lettori del blog il Coro iniziale di questa meravigliosa opera perché mi sembra che in esso si possano trovare compendiati a un tempo il sacrificio salvifico di Cristo e il suo significato umano e cosmico.

I tre livelli dell’inizio [0’00”] (la pulsazione dei bassi, la tormentata linea ondeggiante degli archi e il disegno dissonante dei legni) sono la prima rappresentazione simbolica della struttura intrinsecamente trinitaria della Passione di Gesù.

Sembra di vedere il celebre affresco di Masaccio (la Trinità, appunto) in cui il Padre (la pulsazione dei bassi) sorregge la croce, il Figlio sofferente è inchiodato al patibolo (la linea dissonante dei legni) e lo Spirito (la linea ostinata degli archi) si colloca tra i due esprimendo il rapporto di amore attivo che lega il Padre al Figlio.

La composizione procede per qualche minuto dipingendo davanti ai nostri occhi la desolata scena di dolore che sembra davvero pervadere l’intero universo. Tutto, il cosmo (pianeti, costellazioni, galassie) appare trasfigurato, quasi trafitto dall’inconcepibile fatto della sofferenza di Dio in croce.

Quando la tensione sembra farsi insostenibile, quando l’angoscia sembra toccare il culmine, una triplice invocazione del coro (“Herr” - Signore) squarcia il plumbeo orizzonte con il grido che prorompe dal cuore dell’uomo davanti al Giusto sofferente, a Cristo crocifisso [1’20”].

È ancora una volta dinnanzi al volto incarnato dell’ineffabile Mistero trinitario che ci si inchina con la drammatica invocazione corale cui segue immediatamente un lungo melisma sulle parole “unser Herrscher” (nostro Salvatore) in cui sembra racchiusa tutta la fatica, la pena, l’umiliazione cui è stato sottoposto il Redentore nelle ore precedenti la crocifissione e la morte.

Ogni nota è pesante come un macigno e la salita (lenta ma inesorabile) del coro verso l’acuto mima con crudo realismo lo sfibrante strazio della Via Crucis.

Dopo una drammatica ripresa della triplice invocazione iniziale [1’40”] e un breve intervento solo strumentale [2’13”] un nuovo episodio basato semplicemente sulle prime parole del testo viene costruito da Bach su figure musicali che sembrano altrettante fitte di dolore che si susseguono senza tregua [2’21”].

 

La sofferenza davvero prorompe da ogni lato quando il terzo ritorno del grido di apertura [2’52], nuovo simbolo trinitario (tre volte tre perorazioni corali), innesca un episodio in cui la frase “dessen Ruhm in allen Landen herrlich ist” (il Tuo nome risplende di gloria in tutto il mondo) si espande e, sulle orme del testo, invade tutto lo spazio sonoro attraverso una fittissima rete di imitazioni, quasi a simboleggiare quel “contagio osmotico” attraverso cui, da sempre, la presenza di Cristo si diffonde nel mondo.

Giunti al primo punto fermo della composizione [4’09”] ci ritroviamo immediatamente proiettati in un nuovo turbine (simile per figure musicali all’episodio che abbiamo chiamato “delle fitte di dolore”) in cui, in un serrato gioco canonico, vengono illustrati musicalmente i quattro versi seguenti (Mostraci in questa Tua Passione che Tu, il vero Figlio di Dio, per tutti i tempi, anche nella più grande umiliazione, sei stato glorificato).  Particolarmente impressionante è il passaggio in cui Bach affida per la prima volta al coro le parole “Verherrlicht worden bist.” (Sei stato glorificato).  Il tessuto musicale è pressoché identico (fuorché nella tonalità) a quello posto sulle parole “unser Herrscher” [4’59”].

La metafora è evidente: il Salvatore è glorificato nella sofferenza (non è forse per questo che la festa di Cristo Re ci presenta la regalità del Crocefisso?), nel momento della sua apparente sconfitta è celato il germe della sua imperitura vittoria.

Alla luce di questa paradossale certezza Bach ci propone un colossale “da capo” [6’50”] come per aiutarci a rileggere tutto quanto avvenuto alla luce della gloria incorruttibile del Re dell’universo che regna dal legno della Croce.

È come se ci venisse detto che il già sentito (la ripresa dei primi cinque minuti di musica è letterale), il già saputo, sono delle mere illusioni, che ogni istante nasce gravido di senso dalle mani di quel Dio che ha dato la vita per noi.  L’unico momento per vivere è l’ora e la possibilità di pienezza di ogni attimo (anche “nella più grande umiliazione”, nella più profonda pena per il male proprio e altrui) dipende dall’inconcepibile Mistero di Bellezza che ha voluto, misericorde verso la sua creatura, lasciare una traccia di sé così eloquente nella meravigliosa pagina che stiamo proponendo.

In fondo, come diceva Fogazzaro, perché siamo conquistati dall’espressione artistica del dolore se non perché in essa vediamo rispecchiata la nostra stessa mancanza, la sete inestinguibile che solo una carezza del Crocifisso può placare eternamente?

 

Testo

Herr, unser Herrscher, dessen Ruhm

In allen Landen herrlich ist!

Zeig uns durch deine Passion,

Daß du, der wahre Gottessohn,

Zu aller Zeit, auch in der größten Niedrigkeit,

Verherrlicht worden bist.

 

Signore, nostro Redentore, il tuo Nome

risplende di gloria in tutto il mondo!

Mostraci in questa Tua Passione

che, Tu il vero Figlio di Dio,

per tutti i tempi, anche nella più grande umiliazione,

sei stato glorificato.

 

(contributo apparso in precedenza su Ilsussidiario.net di venerdì 22 aprile 2011, http://bit.ly/1ZyYYsn)


Pittura Museo Città, una mostra dal 1975 al 2015

artisti ieri e oggidi Mario Cancelli. Maurizio Bottarelli, Sergio Cara, Bruno de Angelis, Daniele degli Angeli, Marcello Landi, Vittorio Mascalchi, Gabriele Partisani, Giovanni Pintori, Roberto Rizzoli, Vincenzo Satta, Severino Storti Gajani, Giorgio Zucchini.

Un'opera di Sergio Cara
Un'opera di Sergio Cara

Cominciamo con i loro nomi. Un po’ come nel libro dell’Esodo o nei Guermantes di Proust. Più che per obbedienza alle sacre regole del giornalismo, per evitare quell’effetto di sospensione che spesso ci trasmettono i non meno sacri testi critici. Prima il “Chi”.

mostra5Li potete incontrare, questi artisti che qualificarono la vita culturale di Bologna in quegli anni, come ben testimoniato dal catalogo “PITTURA MUSEO CITTÀ una mostra dal 1975 al 2015”, curato da Sandro Malossini e Paolo Conti, nei bellissimi spazi espositivi della Galleria Civica d’Arte Contemporanea di Viadana.

Rosso - Giorgio Zucchini
Rosso - Giorgio Zucchini

La mostra riunisce, infatti - “ricorda” pare limitativo - le vicende di alcuni giovani pittori i quali, appena diplomati nella maggior parte di loro all’Accademia delle belle Arti, altri già docenti, operarono nella città suscitando interesse proprio per il gusto appassionato della pratica del fare artistico che in quei giorni veniva messa in discussione da più aggressive e totalizzanti istanze.

Londra - Maurizio Bottarelli
Londra - Maurizio Bottarelli

Probabilmente ignorati dagli improvvisati Comitati di salute pubblica, mentre fuori dei muri del Palazzo Bentivoglio - ricorda uno di loro, Bruno de Angelis - s’alzava la cortina dei lacrimogeni e delle molotov, reduci già a vent’anni per questa loro difesa dell’arte, consapevoli di essere oramai i soli rappresentanti di sé medesimi dinanzi al tribunale dell’io (più che della storia), essi congiunsero in continui confronti con i maestri - tra i quali è giusto ricordare anche i critici Giovanni Maria Accame e Pier Giovanni Castagnoli - la febbrile attività creativa ed intense riflessioni sulla propria prassi. Si trovavano tra l’incudine di un mondo dell’arte in rapido cambiamento, che consumava ciò che era appena stato confermato e il martello dei sommari negazionismi.

Un'opera di Bruno De Angelis
Un'opera di Bruno De Angelis

Quegli anni culminarono in una mostra alla Galleria d’Arte Moderna di Bologna e nell’apertura degli studi personali, secondo un’idea di aprire l’arte alla città, che avrà successo ai nostri giorni. Da qui il titolo dell’iniziativa e del catalogo: “PITTURA MUSEO CITTÀ una situazione a Bologna”.

Senza titolo - conchiglia - Roberto Rizzoli
Senza titolo - conchiglia - Roberto Rizzoli

Non “il Palazzo” (del potere), come si dirà poi, ma un palazzo fu all’origine di questi sentieri, che oggi appaiono a volte interrotti, ma ricchi di intuizioni ancora feconde; quel Palazzo Bentivoglio che meriterebbe la penna di Bassani, eretto nel Cinquecento da un ramo collaterale della famiglia che aveva dominato Bologna, come tributo all’antico splendore del primigenio palazzo Bentivoglio, distrutto a furor di popolo.

Piccola sindone Gabriele Partisani
Piccola sindone Gabriele Partisani

La bellezza della loro storia è non solo nell’attenzione e nelle cure dei critici che operavano all’epoca - il gradevole e duttile catalogo riporta testi di Accame, Castagnoli, Trento, Cerritelli, Guberti,- quanto nella prudenza e nella quasi paterna pazienza degli stessi, che dimostravano di aver afferrato pienamente la situazione di questi artisti, loro amici e compagni, per nulla “situazionisti”. Non avevano fra le mani le pretese di un gruppo, capace di manifesti e di dottrinarie premesse e promesse, ma personalità che le foto d’epoca ci restituiscono sorridenti, fiduciose pur fra tante incertezze, di poter conseguire una meta che l’occasione di Viadana sottrae alla polvere del tempo.

Acrilico su tela - Daniele Degli Angeli
Acrilico su tela - Daniele Degli Angeli

Senza strafottenza, senza obiezione, con rispetto. Cosa c’è di più politico del proprio desiderio che non vive se non in rapporto con l’altro, del proprio impegno a trarre qualcosa da insegnamenti, stili, messaggi, tendenze? Non vediamo nulla di provinciale o di esasperatamente acceso infatti nei loro esiti: tecniche e linguaggi maturi, abilità e giovanile volontà di tentare e provocare le acquisite eredità linguistiche, quasi inesistenti i narcisismi di chi possiede oramai strumenti e li vuole ostentare.

Si resta ammirati davanti alle fredde ma liriche geometrie di Sergio Cara, di perfetta e misurata eleganza, ai cartoni tra il pop e il minimalismo di Partisani, già opere “povere” quanto a materiali eppur ricche di vivacità e prontezza. Colpisce la determinazione con la quale Bruno de Angelis conduce il suo impeto informale nelle parietali dimensioni di una superficie che, senza nulla invidiare a quelle dei canvas dell’Action painting, orchestra musicalmente neri e grigi, secondo partiture che costeggiano il minimalismo, restando ancorate a spazi, percezioni: luoghi non emotivi, ma trasposizioni della memoria e della psiche. Ai seriali ritmi astratti di Storti Gajani, pastellati, esito di grigi nebbiosi e azzurrini, che fanno pensare ancora agli ultimi naturalismi di cui parlava Arcangeli. Si va dalle textures sapienti di Landi a quelle espressionistiche e seducenti, capaci di confessione di Pintori, tentate da inserzioni alla Rauschenberg.

mostra2Tutto dice della qualità e della durezza della partita: non solo tra vecchio e nuovo, ma soprattutto tra una forma spiritualistica, non inclusiva dell’io e il tentativo di difesa dell’io stesso.

Un 'altra oepra di Zucchini
Un 'altra opera di Zucchini

Alcuni, infatti, cercano ancora la favola, il mito, il racconto, come Daniele degli Angeli, ma si tratta sempre di fedeltà senza malizia al proprio immaginario, altri, come Giorgio Zucchini, guardano con ironia, leggerezza e piacevolezza a magisteri celebri; altri infine presentano l’invasione tecnologica e cercano un equilibrio tra realtà, assicurata dai media, e poetiche psicologiche, come Roberto Rizzoli.

Tra i più maturi, quanto a età, Mascalchi oppone alberi di minacciosa espressività e rapidità esecutiva alla nuova natura di oggettive e lentissime istantanee di ambienti rurali.

mostra1Nel rigoroso, perfino univoco percorso di Vincenzo Satta, cogliamo appieno, invece, il tentativo di ascesi dell’artista: le sue “macchie” per nulla gestuali sono perfettamente controllate, i suoi calligrammi veleggiano verso una luce non naturalistica, di un’astratta e mentale purezza.

In tali gnostici chiarori si manifesta appieno l’altro polo della dialettica di questi pittori a cui si accennava prima, quello che spiritualisticamente aspira a superamento (o meglio rimozione) dell’io.

MOSTRA%20PITTURA%20MUSEO%20CITTA[1]L’esperimento del Museo Civico di Viadana ha quindi non solo un senso ma anche un risultato proficuo. Anche se le poetiche non sono più quelle, se le strade individuali sono - e in mostra già vediamo traccia e sintomi di queste necessarie aperture - , se qualcuno non è più (Mascalchi, Partisani e il critico d’arte Accame) e di altri, come per Bottarelli, si è nel tempo confermata vitalità e riconoscimento. La cura dimostrata dagli organizzatori ci porta oltre l’esito un semplice recupero, semmai verso la ritrovata consapevolezza che la “ricerca del tempo perduto” è tale solo se è ricerca della “pulsione” instauratasi allora e in fondo da nessuno di loro mai perduta. Non era proprio lei, la “pulsione” dell’io, ciò che si trovarono davanti critici e maestri così attenti a ogni piega e a ogni minima variazione, ciò di fronte a cui essi stessi non sapevano - e fortunatamente - come porsi? La loro prudenza e attenzione continua certamente in questa cura odierna e vale un viaggio sulle rive del Po.

 

Pittura Museo Città - una mostra dal 1975 al 2015
MU.VI Musei Viadana - Galleria Civica d’Arte Contemporanea
14 febbraio 2016 - 11 aprile 2016


La Rana padovana o le sorprese della Street Art.

rana padovana (1)di Giovanni Scarpa.

Mentre il mondo dei writers incontra un incredibile assenso generale (la mostra a Bologna, la più vicina esposizione di Tony Gallo allo spazio Tindaci di Padova) e affronta i primi ostacoli morali (Blu che decide di cancellare le sue opere, i graffiti di Banksy staccati dalle pareti di Londra e acquistati dai collezionisti), eccoci a presentare al pubblico una chicca patavina. Se infatti molti già conoscono il pregiato lavoro dello schivo Kenny Random, del più consueto Alessio B, della new entry Tony Gallo, o del più scialbo Red, pochi forse si sono accorti della bella “Rana padovana” (nome dato dal sottoscritto naturalmente) nata dal rana padovana (4)gruppo pseudo vandalico BeiControi Padova (BT/PD), che ha invaso il centro storico (ne ho contate quasi un centinaio) col suo tacito gracidare, e che incarna i vecchi bei valori rebel, un poco mainstream, degli artisti di strada: ribellione alle autorità civili, odio per le istituzioni e così via.

Insomma, una street art che non ha paura di sporcarsi le mani e che non cerca di tutelare se stessa.

rana padovana (3)E che egregio risultato, oserei dire: un logo sintetico, dal design minimal e simpatico: ormai quasi la cerco con lo sguardo tra le pareti dimesse e le cassette elettriche della città! Come si fa a non voler bene ad una rana così, beffarda, incurante del giudizio altrui, sempre pronta a spuntare fuori improvvisa col suo ghigno spavaldo, le sopracciglia arcuate da finta saccente. È questa la street art che mi piace: quella lasciata per strada da gente balzana che ha voglia di turbare lo status quo, quella abbandonata sui cassonetti e sui cupi viali, quella dei teppisti e dei vandali a cui nessuno bada.

rana padovanaChe sia finita l’epoca in cui il genio artistico si nascondeva sotto le mentite spoglie di un graffittaro strafatto e un poco tamarro? Che sia giunto il momento in cui i writers già cercano avvocati per legalizzare le loro illegali scorribande? Chissà. Per ora a me basta sperare di incrociare lungo la strada consueta, l’improvviso sorriso arricciato di una nuova rana o chissà quale sorpresa inaspettata.


Al Liceo scientifico Bruni il ricercatore che per primo ha osservato le onde gravitazionali

IMG_8985-kAzE-U107082386040VPD-1024x576@LaStampa.it[1]Le Scuole Romano Bruni e l’Associazione genitori propongono:

Un nuovo “senso” per la ricerca scientifica: le onde gravitazionali - incontro pubblico con il dott. Marco Drago

Sabato 2 aprile alle ore 11:30

Aula magna Polo educativo Scuole Romano Bruni, Via A. Fiorazzo 7, Ponte di Brenta

Relatore: Marco Drago, fisico dell’Università di Padova, postdoc al Max Planck Institute for Gravitational Physic di Hannover (Germania).

Drago introdurrà i concetti base per conoscere le onde gravitazionali e illustrerà come ha vissuto la loro scoperta, da scienziato ma soprattutto come uomo.

L’incontro è aperto al pubblico.

 

Ecco come Drago ha raccontato la sensazionale scoperta a La Stampa.

 

lastampa.it, venerdì 12 febbraio, int. a M. Drago “Così ho decifrato il segnale che fa la storia” (E. Perugini)

 

È un giovane italiano il ricercatore che per primo ha osservato le onde gravitazionali. Si chiama Marco Drago, ha 33 anni. Laurea a Padova, ora lavora al centro di calcolo «Atlas» del Max Planck Institute a Hannover: qui analizza alcuni dei dati in arrivo dalle due grandi antenne di «Ligo». È questo «cervello in fuga» che ha ricevuto, lo scorso 14 settembre, la mail d’«allerta» con i dati della scoperta destinata a diventare storica. «Era poco prima di pranzo, quando ho aperto la mail che il nostro sistema invia in automatico e ho visto subito che c’era qualcosa di particolarmente interessante», racconta. Era il segnale tanto atteso e adesso Drago è tra le centinaia di ricercatori che hanno firmato il fondamentale studio pubblicato ieri su «Physical Review Letters».

Quanto è emozionato? Si rende conto che con questa scoperta rischia di vincere il prossimo Nobel per la Fisica?

«Certo. Ma presumo che il Nobel andrà ai pionieri che hanno ideato gli interferometri e iniziato il progetto di costruzione».

Come si è sentito quando ha visto i dati che potevano rivelarsi decisivi?

«Non so dire se, in quel momento, fosse più forte l’entusiasmo per la scoperta o lo scetticismo. Appena ho aperto la mail ho chiamato il mio collega Gabriele Vedovato dell’Infn di Padova. Non sapevamo bene se essere felici o se essere scettici. L’unica certezza era che stavolta eravamo di fronte a qualcosa di particolare».

La caccia alle onde gravitazionali coinvolge migliaia di ricercatori nel mondo. È stato un caso se la mail è arrivata proprio a lei?

«No. E ci tengo a precisarlo. Sono stato io, con i miei colleghi di Padova, Trento e Florida, ad aver messo a punto l’algoritmo che valuta i dati raccolti dall’interferometro e decide di inviare la mail di “alert”. In altre parole siamo stati noi a creare il sistema di allarme automatico attraverso il quale l’esperimento comunica i dati che vengono registrati dagli strumenti in tempo reale».

Come funziona il sistema?

«È molto complesso e raccoglie le misurazioni effettuate dagli strumenti. Parliamo di variazioni davvero piccole, dell’ordine del milionesimo di millimetro. È per questo che dobbiamo essere estremamente precisi. Abbiamo disegnato un algoritmo in grado di rilevare segnali consistenti con possibili onde gravitazionali nel ciclo di queste misurazioni. In questo caso l’algoritmo attiva un sistema che invia in automatico una mail a un gruppo di persone: sono loro ad avere il compito di interpretare l’anomalia riscontrata dal sistema».

Allora perchè lei e il suo collega eravate scettici?

«Temevamo di essere davanti a un semplice test: sono quelli eseguiti abitualmente per verificare lo stato di efficienza degli strumenti. Ma per fortuna non era così».

E qual è stato il ruolo dell’altro esperimento, quello che si trova vicino a Pisa, vale a dire «Virgo»?

«Per essere super-precisi avremmo dovuto poter contare anche su “Virgo”, l’osservatorio pisano. Questo, però, è in fase di potenziamento e non è ancora attivo».

Ha confidato a qualcuno il segreto di questa scoperta prima dell’annuncio ufficiale?

«Non mi è stato possibile riferire nulla, perché prima della conferenza stampa ufficiale siamo stati costretti a non dire niente a nessuno. Per i miei genitori ho fatto però una piccola eccezione e, ovviamente, sono molto orgogliosi. Non so se, davvero, se ne rendano ancora conto del tutto».

Adesso che è diventato uno dei «cervelli in fuga» più famosi del mondo ritornerebbe in Italia?

«Io vorrei tornare in Italia. Sono partito all’estero un po’ per fare esperienza e un po’ perché in Italia non mi è stata data la possibilità di rimanere all’interno del campo delle onde gravitazionali. Ma mi piacerebbe ritornare nel mio Paese».


Bilancio di tre anni di pontificato. Zenit.org intervista Massimo Borghesi

VA104 VATICANO (VATICANO) 19/03/2013.- El nuevo papa Francisco besa a un discapacitado durante la misa solemne de inicio de su pontificado hoy, martes 19 de marzo de 2013. La solemne misa de inicio de pontificado de Francisco ha comenzado en el interior de la Basílica de San Pedro, a la que ha entrado el nuevo pontífice para orar ante la tumba del Apóstol. EFE/ Valdrin XhemajTre anni di papa Francesco, un pontefice consapevole che «il cristianesimo, in mondo sempre più neo paganeggiante, può riaccadere solo come “incontro”». Luca Marcolivio di Zenit.org ha intervistato Massimo Borghesi, in una lunga conversazione che in due puntate (poi riprese anche da Terredamerica.com) ha analizzato tutti gli aspetti del pontificato di Jorge Mario Bergoglio. Nell’intervista Borghesi si sofferma sulla pastoralità, sulla (presunta) discontinuità con i predecessori, e poi le riforme, la sensibilità alle tematiche ambientali, l’azione diplomatica, l’informalità del tratto e anche le critiche che sono giunte a papa Francesco soprattutto da alcuni ambienti all’interno della Chiesa. Uno il punto fermo, «il punto che Ratzinger e Bergoglio condividono con due grandi maestri ed educatori cristiani del XX secolo: Romano Guardini e Luigi Giussani. Se il cristianesimo, oggi come 2000 anni fa, riparte dall’“incontro”, e non dall’organizzazione, dalla militanza militante, dalla dialettica, ecc., allora la testimonianza è il primum. La ri-presentazione di Cristo nel mondo è, tanto per Benedetto quanto per Francesco, il compito essenziale della Chiesa nell’attuale contesto storico, il “primerea” fondamentale che il clericalismo dimentica dandolo per presupposto».

 

Zenit.otg, sabato 12 marzo 2016, int. a M. Borghesi, Dio sensibile al cuore: questo è il cristianesimo per Bergoglio (prima parte) (L. Marcolivio) (link http://bit.ly/1QW1T8O)

 

Un pontefice che spariglia le carte in tavola, che elude tutti gli schemi ideologici e che, proprio per questo, è fortemente ammirato o, al contrario, aspramente criticato. Nei suoi tre anni di pontificato, tuttavia, papa Francesco non sta facendo altro che rimettere al centro la dimensione dell’incontro tra Dio e uomo, dalla quale stanno scaturendo numerose ed evidenti conseguenze anche a livello di magistero, di pastorale e di attività diplomatica della Chiesa. Lo ha sottolineato in un’intervista con ZENIT, Massimo Borghesi, professore ordinario di Filosofia Morale all’Università di Perugia. Borghesi è stato, in questi ultimi tre anni, uno dei più acuti “ermeneuti” del pontificato di Bergoglio, evidenziandone i contenuti ‘profetici’. Al tempo stesso Borghesi ha spiegato perché il papa argentino risulta così scomodo a molti, in particolare tra i cattolici…

A tre anni dalla sua elezione, papa Francesco rimane un grosso rompicapo per molti intellettuali ma soprattutto per gli irriducibili sostenitori della ideologie novecentesche. Non è “di sinistra” e non è “di destra”. La sua “pastoralità” e il suo linguaggio accessibile, lo rendono più vicino al popolo che alle élite ecclesiali o laiche. Lei, da filosofo, come ha imparato a inquadrare la sua figura?

Quello che lei dice è vero. Papa Bergoglio, sin dall’inizio del suo pontificato, ha mandato in crisi commentatori ed opinionisti, tale era ed è la novità del suo stile. Commentatori ed opinionisti che si sono affannati a trovare le “radici” del Papa latinoamericano per comprenderlo e, in molti casi, per poterlo criticare e delegittimare. Soprattutto una certa corrente conservatrice che, negli anni di Benedetto XVI, aveva tentato, senza riuscirci, di piegare l’immagine di papa Ratzinger ai propri desideri, ha accusato papa Francesco di “populismo”, peronismo, di essere un seguace della teologia della liberazione, ecc. Lo ha pure tacciato di “doppiezza gesuitica”, rispolverando le armi di un vetero-laicismo che, singolarmente, viene usato oggi dalla destra cattolica. In ciò si documenta una buona dose di ignoranza e di pregiudizio. Papa Bergoglio non è mai stato un filo-marxista. Semplicemente non è mai stato di destra. La sua “teologia del popolo” sorge, nel contesto dell’Argentina degli anni ’70, come risposta “cattolica” alla teologia della rivoluzione. Non si tratta di una posizione ideologica ma del radicarsi della fede nella mistica popolare, in una tradizione cristiana vivente, storica, che la Chiesa istituzionale non può disconoscere, pena rimanere astratta e formalistica. Il sensus fidei del popolo credente è un “luogo teologico”, così come i poveri sono i prediletti, coloro che Dio ama in modo speciale. La “teologia del popolo” è una risposta all’ideologismo, di destra e di sinistra, all’elitarismo di stampo illuminista, allo gnosticismo che riduce la fede a “dottrina”. Da qui sorgono conseguenze importanti. La prima è una concezione “carnale”, “fisica” del cristianesimo. Un popolo sorge da una relazione vivente, reale, non da una proposta astratta. Il cristianesimo, per sua natura, si comunica nella concretezza di del vedere-udire-toccare-abbracciare. Una conseguenza di ciò è la semplicità di un linguaggio, quello evangelico carico di esempi e di richiami, che non si limita ad istruire ma vuole anche coinvolgere il cuore. Vuole porre in una relazione reale Dio con coloro che ascoltano. Dio sensibile al cuore: questo è il cristianesimo per Bergoglio.

Un elemento controverso è la presunta discontinuità di Francesco con i suoi predecessori, quantomeno sul piano pastorale. È questa, a suo parere, una lettura corretta?

No. In realtà vi è un filo rosso, che collega Bergoglio a Ratzinger, ed è dato dalla percezione che il cristianesimo, in mondo sempre più neo paganeggiante, può riaccadere solo come “incontro”. Lo afferma la Evangelii gaudium al n 7, riprendendo un passo della Deus caritas est che al n°1 recita: «All’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e, con ciò, la direzione decisiva». Si tratta di un punto di convergenza importante perché, nella vita come nella fede, il punto di partenza decide su tutto. È il punto che Ratzinger e Bergoglio condividono con due grandi maestri ed educatori cristiani del XX secolo: Romano Guardini e Luigi Giussani. Se il cristianesimo, oggi come 2000 anni fa, riparte dall’“incontro”, e non dall’organizzazione, dalla militanza militante, dalla dialettica, ecc., allora la testimonianza è il primum. La ri-presentazione di Cristo nel mondo è, tanto per Benedetto quanto per Francesco, il compito essenziale della Chiesa nell’attuale contesto storico, il “primerea” fondamentale che il clericalismo dimentica dandolo per presupposto.

L’ottica pastorale dei due papi è, quindi, la stessa. Diverso è, semmai, lo stile. Il riserbo e la timidezza di Benedetto sono diversi dalla fisicità abbracciante di Francesco. Questa dimensione non è, in Bergoglio, un dato “caratteriale” ma il risultato di una percezione della fede che sorge dallo spettacolo del popolo credente nella geografia spirituale dell’America Latina. È quanto affermavamo prima. La fede si alimenta dentro un popolo, una comunità vivente, una prossimità reale. Al n°1 della Evangelii gaudium, Francesco scrive che: «Il grande rischio del mondo attuale, con la sua molteplice ed opprimente offerta di consumo, è una tristezza individualistica». Ecco: l’Occidente è viziato da una tristezza individualistica. In questo senso vi è indubbiamente una differenza tra Francesco e Benedetto, data dal superamento dell’ottica eurocentrica che domina la visione culturale di papa Ratzinger. Con Francesco entra in scena la prospettiva di una fede viva, attuale, radicata in un tessuto popolare e solidale, che alla senile Europa appare, illuministicamente, come il retaggio di un passato tramontato da lungo tempo.

Come valuta molte delle riforme o innovazioni di Bergoglio (ridimensionamento della Curia, sinodalità, attenzione alle ‘periferie’ e alla modernità), alla luce del Concilio Vaticano II?

Sono riforme che rientrano nella prospettiva aperta dal Concilio Vaticano II. Il ridimensionamento della Curia – la riforma più difficile! – presuppone una politica di risparmio e si muove in consapevole opposizione a quel processo di burocratizzazione ecclesiale, dominante negli ultimi decenni. La Curia deve ritrovare una snellezza nell’adempimento delle sue funzioni, evitando, per quanto è possibile, carrierismi e protagonismi che danneggiano seriamente il ministero petrino. La discrezione dell’attuale Segretario di Stato, da questo punto di vista, è esemplare. Altro tema di riforma è l’esercizio “sinodale”, la forma che deve assumere l’autorità nella Chiesa. Ne aveva parlato anche Benedetto XVI, in un’intervista alla Radio Vaticana del 5 agosto 2006, in cui auspicava un pontificato non monarchico. Il problema del superamento della forma “monarchica”, assolutistica del Papato, è al centro della riflessione a partire dal Vaticano II. Lo stesso dialogo con l’Ortodossia, culminante attualmente nell’abbraccio tra Francesco e Kirill, richiede un ritorno all’ottica ecclesiale del primo millennio. Per quanto riguarda l’incontro tra la fede e la modernità, Bergoglio non ha dubbi. Lo ha detto in più occasioni: il Concilio Vaticano II rappresenta l’incontro tra Chiesa e mondo moderno. Da qui non si torna indietro. Il che significa, innanzitutto, rifiuto della teologia politica, dell’uso politico della religione. Rispetto a Ratzinger la sfumatura diversa di Bergoglio, nel delineare il rapporto tra la fede e il moderno, sta nel fatto che il moderno non è solo quello europeo ma anche quello latino-americano. Un contesto in cui la secolarizzazione non ha portato alla “privatizzazione”, alla soluzione individualistica della fede. Dell’illuminismo europeo è salvata la chiara distinzione tra Chiesa e Stato il tema dei diritti e delle libertà. Viene invece rifiutato il suo elitarismo intellettualistico, il suo volto non popolare. In questo senso l’ottica della “periferia” corregge quella del centro. Si tratta, però, di una correzione, di un punto di vista privilegiato, non di una alternativa terzomondista all’Occidente. Chi interpretasse così papa Francesco errerebbe grandemente come bene ha evidenziato ultimamente Luis Badilla a TV2000. La visione di Francesco è “polare” ed una polarità fondamentale è quella tra “centro” e “periferia”.

 

Zenit.otg, domenica 13 marzo 2016, int. a M. Borghesi, Dio sensibile al cuore: questo è il cristianesimo per Bergoglio (seconda parte) (L. Marcolivio) (link http://bit.ly/1QW1N0U)

 

Nel suo magistero sociale – che occupa una parte importante del suo pontificato – uno spazio nuovo ed originale è rappresentato dall’attenzione del Santo Padre per le questioni ambientali, ben sintetizzata nella Laudato si’. L’ecologia diventa per la prima volta oggetto di interesse da parte della Chiesa oppure, in tal senso, l’enciclica è più un punto d’arrivo, sia pure intermedio?

La enciclica Laudato sì è un documento che è stato molto contestato e poco letto. Contestato dalla destra liberal, soprattutto negli Stati Uniti, che ha visto nel testo un pericoloso attacco alla dottrina del laisser faire, del mercato libero da ogni limitazione etica e giuridica. In realtà nell’enciclica viene criticato, con forza, il “paradigma tecnocratico” che, nell’era della globalizzazione, domina incontrastato. È lo stesso paradigma che porta a valutare gli anziani, gli embrioni con patologie, i malati terminali, gli handicappati e i poveri in generale, come “scarti”, esseri inutili, non produttivi, pesi per la società. La devastazione ecologica di intere parti del pianeta è il frutto di un modello che, al contempo, è il medesimo che rifiuta l’umanità debole, non protetta. Questo duplice legame non è afferrato dalle correnti della destra cristiana che si battono contro aborto ed eutanasia, e tuttavia si dimostrano poi totalmente liberali in materia ecologica ed ambientale, subordinate agli interessi del neocapitalismo mondiale. Nella prospettiva delineata dal Papa invece il quadro si presenta unitario. Come afferma il n°117 della Laudato sì: «Quando non si percepisce nella realtà stessa l’importanza di un povero, di un embrione umano, di una persona con disabilità – per fare solo alcuni esempi -, difficilmente si sapranno ascoltare le grida della natura stessa. Tutto è connesso». Nella sua analisi del paradigma tecnocratico, come modulo dominante nell’economia degli ultimi decenni, Bergoglio si fa guidare dalla riflessione sul potere nell’era della tecnica svolta da un autore a lui caro, Romano Guardini. La Laudato si’ è ricca di citazioni guardiniane. Osserviamo, da ultimo, come la pregnanza della questione ecologica come problema planetario, emerge in Bergoglio dalla chiara consapevolezza che sono i Paesi della “periferia” ad esser divenuti, in Africa, America Latina, ecc., la pattumiera del mondo. Ciò che l’Occidente risparmia per sé, nella sua tutela della natura e dell’ambiente, non risparmia ai Paesi più poveri, luogo di sfruttamento indiscriminato delle risorse, di deforestazione, di inquinamento delle acque e dell’aria, di riciclaggio di materiali tossici. La questione ecologica tocca direttamente le periferie, le bidonville del pianeta, non i prati verdeggianti del mondo ricco.

Uno sguardo alla diplomazia vaticana: un grande successo di Francesco è stato l’aver messo pace tra Cuba e USA dopo più di 50 anni. Parallelamente sta lavorando sul fronte ecumenico catto-ortodosso (epocale il suo incontro con il patriarca Kirill), anche per salvare il Medio Oriente e dal baratro e i cristiani mediorientali dalla persecuzione. L’attività diplomatica del Papa a quale nuovo assetto geopolitico potrebbe portare?

Certamente tre questioni sono sul tappeto. La prima: sostenere il processo di distensione tra Est ed Ovest, tra la Russia e l’Occidente onde evitare di arrivare ad un conflitto dagli esiti catastrofici. L’abbraccio tra Francesco e Kirill ha un valore geopolitico enorme. Così come lo avuto, a suo tempo, l’assist che Francesco ha offerto a Putin, con la sua preghiera in San Pietro per la pace in Siria, nel frenare il progetto americano di intervenire direttamente nella guerra contro Assad. Senza avallare i disegni egemonici del Cremlino il Papa ha contribuito all’uscita della Russia dall’angolo in cui, pericolosamente, era stata confinata.

La seconda questione è collegata alla prima. Si tratta di sostenere tutti quei fattori che possono avviare processi di pace in Siria ed in Medio Oriente a tutela dei cristiani e degli stessi musulmani. Il rispetto portato da Francesco verso l’Islam, unito alla ferma critica verso il fondamentalismo religioso, ha come fine la pacifica convivenza dei popoli. Di quelli martoriati da orribili guerre civili in particolare. È quello che la destra cristiana, ferma al quadro teocon dello scontro tra Islam ed Occidente, dimostra di non capire.

La terza questione che sta a cuore al Papa è quella cinese. Il sogno di piene relazioni diplomatiche che garantiscano una compiuta libertà del cattolicesimo cinese è senz’altro nei desideri di Francesco. Passi importanti e segni di reciproco rispetto sono già stati compiuti. Il futuro è nelle mani di Dio. Anche qui una relazione piena aiuterebbe un incontro tra Occidente ed Oriente, di cui la pace nel mondo non potrebbe che beneficiarne.

L’informalità di questo Papa, i suoi frequenti discorsi a braccio, la facilità con cui concede interviste sono anch’essi oggetto di vivace discussione. In definitiva, però, che tipo di linguaggio è il suo?

È un linguaggio semplice accompagnato da quello del volto, delle mani, del corpo. Nel suo volume Il disegno di papa Francesco, padre Antonio Spadaro ha posto bene in luce questo aspetto della testimonianza papale. «Bergoglio – scrive Spadaro – “abita” la parola che pronuncia. Come egli non riesce a vivere da solo ma ha bisogno di una comunità, così la sua parola ha bisogno di far posto a chi gli sta davanti. Non è mai pronunciata per la sua bellezza, ma perché è in grado di realizzare una relazione evangelica. La parola di Bergoglio è figlia del sermo umilis di sant’Agostino, perché vuol essere una “parola-casa”, bella, accessibile e chiara, “soave”. Per questo è sempre segnata dall’oralità, dal dialogo, anche se viene scritta. Le parole prendono “corpo”». Riguardo alla “informalità” del papa, Spadaro ricorda come l’essere “normali” è, per Francesco, una condizione dell’essere cristiano. Quest’uomo, che appare oggi come un icona mediatica mondiale, rifiuta tutti i cliché delle star, in primo luogo l’esibizione della distanza e dell’eccezionalità. Il Deus semper maior è venuto nel mondo come un Deus absconditus, calato appieno nella normalità della vita. Come quella consegnata nella celebre immagine del Papa che sale le scalette dell’aereo portandosi appresso la sua cartella nera.

Mai nessun Papa si era guadagnato così tante critiche proprio nel mondo cattolico. Sono critiche puramente ideologiche, a suo avviso, o nascono da interessi concreti che Francesco andrebbe a mettere in discussione?

Sono vere l’una e l’altra cosa. È indubbio che le riforme e lo stile di vita del Papa vengano ad urtare, al momento, privilegi e carriere costruite su solidi interessi. Nella Chiesa clericalismo e burocratizzazione hanno segnato la scena negli ultimi decenni. Lo spaesamento di fronte ad un Papa che viaggia in utilitaria è grande. L’arma migliore è qui l’accusa di demagogia, di populismo, di cercare il plauso delle folle. In realtà, dietro alle critiche, si indovinano poltrone e ambizioni. Per questo molti attendono alla finestra che il ciclone passi e tutto torni come prima. Nel frattempo è sufficiente aggiornare il linguaggio ecclesiastico – le “periferie”, gli “ultimi”, la “misericordia” – senza che nulla cambi davvero. D’altra parte occorre capire che Francesco è oggi l’unica vera voce di rilievo, a livello mondiale, che sta opponendosi all’“ideologia” della globalizzazione, al dogma di un sistema economico che ha dissolto la sfera politica ed ha creato antitesi profonde negli stati e tra gli Stati. Differenze che sono le premesse di scontri, violenze, guerre future. Attenuare i contrasti sociali è un imperativo di pace nel mondo, questo è ciò che Francesco ha in mente. Il liberismo economico, privo di freni, non ha realizzato il mondo unito ma il suo contrario. All’interno della società, ha creato la duplice esclusione degli anziani e dei giovani senza lavoro. I due poli della società, i vecchi che sono la memoria di un popolo ed i giovani che sono il suo futuro, la sua speranza, sono gli esclusi, gli “scarti” di un mondo ossessionato dal proprio presente. Questa è l’attuale decadenza del mondo: quella di non avere più lo sguardo sul proprio futuro avendo tagliato le radici del proprio passato. Bergoglio non è un “progressista” illuminista. Sa che non c’è progresso se non c’è custodia della memoria popolare, quella dei “nonni” che non devono essere relegati negli ospizi ma custodire i propri nipoti. La destra cattolica, subalterna alla destra liberal, non capisce la ricchezza di questa prospettiva. Immaginando un Papa “modernista” non si avvede di rendere un servizio ad un neocapitalismo, individualista e cinico, che è la causa prima della “rivoluzione antropologica” che, al momento, dissolve ogni certezza morale. Questa incapacità di cogliere il vero avversario è il punto debole di uno pseudo-pensiero cattolico che, al momento, non ha più le coordinate per afferrare il mondo presente.

 


Da Agostino a Gioachino da Fiore (e oltre)

gioacchino2[1]Le Botteghe dell'Insegnare sono comunità di docenti che si aiutano a mantenere vive le ragioni dell’insegnamento, attraverso il dialogo reciproco e il confronto con le esigenze degli alunni e della scuola. Nell’ambito del ciclo di filosofia 2014-15 al Liceo Malpighi di Bologna Massimo Borghesi ha tenuto una lezione sul tema “Da Agostino a Gioacchino da Fiore (e oltre): critica alla teologia politica”. Clicca su questo link per vedere il video della lezione; http://www.diesse.org/diesse-forma-e-innova/filosofia/i-video-della-passata-edizione.

Nell’immagine: Gioachino da Fiore.


Tre anni con papa Francesco: Borghesi e Luis Badilla a Tv2000

papa_620x410[1]Era il 13 marzo 2013 quando Jorge Mario Bergoglio divenne il primo Pontefice proveniente dall’America Latina, il primo dell’ordine della Compagnia di Gesù, e il primo a scegliere il nome di Francesco. Su Tv2000 la puntata de “Il Diario di Papa Francesco” dell'11 marzo 2016 condotta da Gennaro Ferrara con Marco Burini è stata dedicata proprio all’anniversario dell’elezione di papa Francesco. Ospiti in studio il filosofo Massimo Borghesi e Luis Badilla, direttore de “Il Sismografo”.


Pasolini, il poeta che sfidò il nulla. Videointervista a Massimo Borghesi

di Massimo Borghesi. Il Centro Culturale di Milano dal 28 ottobre al 14 novembre 2015 ha proposto la mostra “Pasolini, il poeta che sfidò il nulla”, con la collaborazione della Fondazione Ente Spettacolo. Nell’occasione sono state realizzate alcune videointerviste ad esponenti del mondo della cultura sul tema della mostra. Vi proponiamo una sintesi dell’intervento di Massimo Borghesi.


Alle Scuole Romano Bruni la testimonianza di padre Maurizio Boa

don-maurizio_def-min-424x600[1]Le Scuole Romano Bruni e l’Associazione genitori Romano Bruni propongono l’incontro con padre Maurizio Boa, giuseppino del Murialdo, missionario in Sierra Leone da 20 anni.

L’incontro si svolgerà venerdì 11 marzo alle 21 nell’Aula magna del Polo educativo Scuole Romano Bruni, in via Fiorazzo 7 a Padova (Ponte di Brenta) ed è aperto a genitori, docenti, studenti ed educatori.

Proseguendo gli incontri con testimoni della Misericordia per approfondire la proposta dell’Anno Santo, che Papa Francesco ha chiesto di vivere anche nelle scuole, dopo aver incontrato nel dicembre scorso la straordinaria esperienza dell’ex carcerato americano Joshua Stancil, gli organizzatori hanno approfittato della presenza per alcune settimane di p. Boa in Italia per farci raccontare la sua vita in Sierra Leone.

In un paese tra i più poveri del mondo, dove una terribile guerra civile che si è protratta per dieci anni e un’epidemia di Ebola fanno ancora sentire le loro conseguenze catastrofiche, padre Maurizio continua ad impastare di misericordia ed educazione la sua vita con i più poveri.

In Sierra Leone padre Maurizio ha realizzato un ospedale, il St. Joseph Community Health Center, 273 case per gli amputati, tre case famiglia, 110 pozzi. Mantiene 64 ragazzi in casa famiglia, 300 con le adozioni a distanza e molti tra i suoi ragazzi stanno frequentando l’università.