Il 5 marzo a Padova la presentazione di Il nome di Dio è misericordia

1285[1]È stato ribattezzato “il libro del Papa” – anche per quel titolo vergato di pugno dallo stesso pontefice – Il nome di Dio è misericordia, l’ultimo libro intervista a papa Francesco realizzato dal vaticanista Andrea Tornielli.

Il volume sarà presentato a Padova, dallo stesso autore, sabato 5 marzo, alle ore 17, in sala Cardinal Callegari (via Curtatone e Montanara 4 – zona San Giuseppe) all’interno di un incontro organizzato dal progetto Un attimo di pace della diocesi di Padova in collaborazione con l’Associazione culturale Rosmini.

Ad entrare nei contenuti del libro, affrontando le sfumature della misericordia saranno:

presentazione_libro_Misericordia_webAndrea Tornielli giornalista e scrittore

Umberto Curi filosofo

Guido Bertagna sj mediatore nei percorsi di riavvicinamento tra rei e vittime

Verranno proposte quattro brevi videotestimonianze sul proprio sentire “misericordia” di quattro detenuti – Carlo, Alessio, Claudio, Giovanni – raccolte dall’équipe di Un attimo di pace.

Ingresso libero.

Il libro è stato presentato per la prima volta in Vaticano dal Segretario di Stato cardinale Pietro Parolin e da Roberto Benigni lo scorso 12 gennaio. La presentazione è stata moderata da padre Federico Lombardi, direttore della Sala Stampa della Santa Sede. Nel corso della presentazione ha proposto la sua testimonianza Zhang Agostino Jianqing, detenuto nel carcere di Padova.

 

tornielli[1]LA SCHEDA: Il nome di Dio è misericordia, Edizioni Piemme, 2016, pp. 120; euro 15

 

«La misericordia è il primo attributo di Dio. È il nome di Dio. Non ci sono situazioni dalle quali non possiamo uscire, non siamo condannati ad affondare nelle sabbie mobili».

Con parole semplici e dirette, papa Francesco si rivolge a ogni uomo e donna del pianeta instaurando un dialogo intimo e personale. Al centro, c’è il tema che più gli sta a cuore – la misericordia – da sempre fulcro della sua testimonianza e ora del suo pontificato.

Nella conversazione con il vaticanista Andrea Tornielli, il Papa spiega – attraverso ricordi di gioventù ed episodi della sua esperienza di pastore – le ragioni di un Anno Santo straordinario; ribadisce che la Chiesa non può chiudere la porta a nessuno; affronta il nodo del rapporto fra misericordia, giustizia, corruzione. E rammenta: «Anche il papa è un uomo che ha bisogno della misericordia di Dio».

Il nome di Dio è Misericordia è stato pubblicato in 89 paesi.

 


La bellezza disarmata, ecco il video

Le armonie giottesche di Marcelo Cesena, l’excursus in millenni di storia ebraica (anche padovana) di Luzzatto Voghera, l’ironia e l’umanità di Farouq, la capacità di valorizzazione e di immedesimazione di don Carrón. Ecco il video della presentazione de “La bellezza disarmata”, l’evento promosso da Comunione e liberazione e dall’Associazione culturale “Antonio Rosmini” in collaborazione con Rizzoli editore, mercoledì 24 febbraio 2016 alle 21.00 al Centro congressi Padova “A. Luciani”.

 

 

Alcuni scatti della serata


Lunedì 29 febbraio visita guidata alla mostra di Cleofe Ferrari

Nebbia nel chiosco della Magnolia al Santo 80x90 acrilico 2016Delle sue opere afferma: «Per me dipingere è amare e abbracciare la realtà che mi circonda e mi accade, fissarne una traccia che diventi eterna, perché ogni volta che la guardi riaccada un incontro: una emozione, una esperienza». Lei è Cleofe Ferrari, pittrice emiliana ormai da tempo residente a Padova, e “Lo stupore nei luoghi dell’infinito” è il titolo della mostra che si tiene da lunedì 22 febbraio nella sede di Banca Mediolanum - Padova (piazzetta Bussolin, 15).

La mostra, a ingresso libero, sarà aperta fino a mercoledì 2 marzo nei giorni lavorativi con orario 9-13; 14-18.30.

Lunedì 29 febbraio alle 14.00 è prevista una visita guidata riservata ai soci dell’Associazione Rosmini. Per iscriversi scrivere a info@rosminipadova.it.

Tramonto sulle Dolomiti 80x80 acrilico 2016«Che Cleo Ferrari sia riuscita a unire la dote naturale del saper dipingere ad uno studio attento e approfondito, lo si capisce non solo dal richiamo all’impressionismo ma soprattutto dalla sua evoluzione espressionista che traspira dagli ultimi lavori di Monet, in particolare da quelli ben conosciuti delle cattedrali», scrive Giorgio Grasso nel catalogo della mostra. «Dalle opere pittoriche di Cleo Ferrari si evince una grande capacità tecnica, dove però prevale in modo significativo il movente poetico». «Farsi conquistare da una sua opera», prosegue il critico, «è come immergersi quotidianamente in luoghi dove il paesaggio ha il sopravvento sulle umane vicende. Nulla di meglio che ammirare una sua opera pittorica per sentire la nostra anima diventare un tutt’uno con l’anima dei luoghi da lei visti e trasportati con maestria su tela».

Nevicata dalle Pale di S Martino Acrilico 80x90 2016«Cleofe, già familiare alle tecniche dell’acquerello e dei gessetti e successivamente al più tradizionale olio all’acrilico e all’encausto», aggiunge Emanuela Centis, architetto, «fin dall’inizio ha individuato la forma espressiva della sua personalità esuberante ed energica in uno stile espressionista materico e gestuale. Le prime opere sono di piccole dimensioni, vere e proprie finestre aperte sulla realtà, nelle quali l’artista esprime il suo amore attento a cogliere la ricchezza che contiene anche il particolare apparentemente modesto, quotidiano. Così racconta con forme e colori il suo incontro con i diversi luoghi che visita o frequenta: Assisi o Gerusalemme, ma anche la sua cara campagna padana e le marine dell’Adriatico. A Cleofe non interessa semplicemente descrivere la realtà che vede, ma desidera raccontare esperienze di incontro personale con luoghi e situazioni».

Mattino in cattedrale 100 x150 acrilico 2014Cleofe Ferrari nasce a Carpi (MO) il 16 dicembre 1950. Dopo aver svolto gli studi su stilismo di moda a Reggio Emilia, svolge fino al 2008 attività di libera professionista. Nel 1982 consegue la laurea in Psicologia all’Università di Padova. Nel 2008 consegue il diploma al master di Architettura, Arti e Liturgia promossa dalle Pontificia Commissione per i beni culturali della Chiesa. Dal 2002 aderisce all’associazione di artisti “il Baglio” e dallo stesso anno partecipa regolarmente alle attività di disegno promosse dall’Associazione “Di.segno” di Padova, di cui dal 2006 è presidente. Nel 2005 partecipa alla mostra “La casa del Dio vicino” allestita nel corso dei lavori del sinodo dei Vescovi a Roma. Nel 2007 partecipa alla mostra di Arte Sacra “Sinfonia dello spazio liturgico” a Padova. Nel 2010 al Caffè Pedrocchi di Padova realizza la mostra collettiva “Stili a confronto”. Nel 2012 sempre al Caffè Pedrocchi partecipa alla mostra collettiva “Omaggio al Guariento” dell’associazione “Art.Tu”. Nel 2013 espone “Il Volto di San Francesco” alla mostra collettiva Scuola della Carità di Padova dell’associazione “Art.Tu”. Nel 2014 espone alla biennale internazionale, Scuola della Carità di Padova, Maison D’Art. Nel 2015/2015 “Personale” alla Maison D’Art di Padova. Dipinge nella tecnica dell’acquarello, gessetto, encausto, acrilico e olio.

Opere, info e contatti www.cleofeferrari.it cleofe.ferrari@libero.it


La via messicana di Francesco. Guardare la “Morenita” che ti guarda

 

Colpisce, nello splendido discorso tenuto da Papa Francesco ai vescovi nella Cattedrale di Città del Messico, l’uso continuo dei termini “guardare”, “sguardo”, “volto”. Il verbo “vedere”, in forma attiva e passiva, è il filo rosso di un testo chiave nel magistero pastorale del Pontefice. Tale da illuminare una prospettiva che si era già affacciata in precedenza. Ad esempio nella nota autobiografica riportata nella conversazione con p. Antonio Spadaro, pubblicata prima da “La Civiltà Cattolica” e poi nel volume La mia porta è sempre aperta. Qui, dopo aver ricordate le sue visite a Roma alla Chiesa di San Luigi dei Francesi, il Papa ricorda le sue impressioni di fronte alla Vocazione di san Matteo del Caravaggio: Quel dito di Gesù così…verso Matteo. Così sono io. Così mi sento. Come Matteo. […] E’ il gesto di Matteo che mi colpisce: afferra i suoi soldi, come a dire: “No, non me! No, questi soldi sono miei!”. Ecco, questo sono io: “un peccatore al quale il Signore ha rivolto i suoi occhi (p. 25).

Lo sguardo di Cristo è qui connesso alla coscienza del peccato che emerge solo in rapporto alla misericordia, all’imbattersi in un volto che ama. Nell’intervista con Andrea Tornielli, Il nome di Dio è misericordia, Francesco, spiegando il motivo per cui aveva scelto a motto del suo episcopato la frase «miserando atque eligendo», afferma che: «A me piace tradurre miserando, con un gerundio che non esiste, “misericordiando”, donandogli misericordia. Dunque “misericordiandolo e scegliendolo”, per descrivere lo sguardo di Gesù che dona misericordia e sceglie, prende con sé» (p. 27). La misericordia è appresa in uno “sguardo”, è “appesa” ad uno sguardo, al volto dell’altro/Altro. Questa prossimità è la condizione trascendentale mediante cui il cristianesimo diviene storico, capace di comunicarsi. Nonostante Francesco non citi usualmente il grande teologo Hans Urs von Balthasar è però innegabile che la sua fenomenologia della percezione corrisponde pienamente, come in Balthasar, al darsi “sensibile” della “forma” (Gestalt) gloriosa del Mistero. Per comprendere la fede occorre calarsi nella dinamica con cui Gesù, il Verbo di Dio, si è manifestato nel mondo. Nel discorso ai rappresentanti del V Convegno nazionale della Chiesa italiana, nella Cattedrale di Santa Maria del Fiore a Firenze, Francesco, dopo aver osservato come «Non dobbiamo addomesticare la potenza del volto di Cristo. Il volto è l’immagine della sua trascendenza. E’ il misericordiae vultus. Lasciamoci guardare da Lui», afferma: E guardiamo ancora una volta ai tratti del volto di Gesù e ai suoi gesti. Vediamo Gesù che mangia e beve con i peccatori (Mc, 2,16; Mt 11,19), contempliamolo mentre conversa con la samaritana (Gv 4,7-26); spiamolo mentre incontra di notte Nicodemo (Gv 3,1-21); gustiamo con affetto la scena di Lui che si fa ungere i piedi da una prostituta (cfr Lc 7, 36-50).

Il Papa adotta qui una prospettiva “filmica” laddove l’introduzione al cristianesimo non è un’operazione archeologica, né meramente storico-erudita. Si tratta, anche nella catechesi, di riandare a Cristo nella sua realtà, vedendoLo operare, camminare per le strade, sanare i malati, confortare gli afflitti, abbracciare i bambini. Il cristianesimo non può prescindere, nella sua percezione e nella sua comunicazione, dall’elemento ottico, né da quello uditivo o da quello tattile. Francesco riprende qui, alla lettera, la modalità “empirica”, l’ “estetica teologica” con cui Giovanni, nella sua prima Lettera, tratta dell’esperienza del Verbo. E’ questa concretezza che spiega la metafora della Chiesa come “ospedale da campo” nell’intervista a P. Spadaro: A me, l’immagine che viene è quella dell’infermiere, dell’infermiera in un ospedale: guarisce le ferite ad una ad una, ma con le sue mani. Dio si coinvolge, si immischia nelle nostre miserie, si avvicina alle nostre piaghe e le guarisce con le sue mani, e per le mani si è fatto uomo. E’ un lavoro di Gesù, personale. Un uomo ha fatto il peccato, un uomo viene a guarirlo. Vicinanza. Dio non ci salva soltanto per un decreto, una legge; ci salva con tenerezza, ci salva con carezze, ci salva con la sua vita, per noi (p. 76).

Questa prospettiva, che vede la sua giustificazione filosofica nel primato della realtà sull’idea costantemente ripetuto da Bergoglio, ha trovato nel discorso ai vescovi del Messico una sua esemplificazione peculiare. Qui lo sguardo da cui tutto proviene è quello della Madonna di Guadalupe, il cuore della fede del popolo messicano.

Potrebbe il Successore di Pietro, chiamato dal lontano sud latinoamericano, fare a meno di posare lo sguardo sulla Vergine “Morenita”? […] So che guardando gli occhi della Vergine raggiungo lo sguardo della sua gente che, in Lei, ha imparato a manifestarsi. Per questo, aggiunge Francesco, anche il Papa da tempo nutriva il desiderio di vederla. Più ancora, vorrei io stesso essere raggiunto dal suo sguardo materno. Ho riflettuto molto sul mistero di questo sguardo e vi prego, accogliete ciò che sgorga dal mio cuore di Pastore in questo momento. Anzitutto, la Vergine Morenita ci insegna che l’unica forza capace di conquistare il cuore degli uomini è la tenerezza di Dio. Ciò che incanta e attrae, ciò che piega e vince, ciò che apre e scioglie dalle catene non è la forza degli strumenti o la durezza della legge, bensì la debolezza onnipotente dell’amore divino, che è la forza irresistibile della sua dolcezza e la promessa irreversibile della sua misericordia.

Il cristianesimo si comunica per una attrattiva. Nella Evangelii gaudium, dopo aver osservato come «la predicazione morale cristiana non è un’etica stoica, è più che un’ascesi, non è una mera filosofia pratica né un catalogo di peccati ed errori. Il Vangelo invita prima di tutto a rispondere al Dio che ci ama e ci salva», il Papa scrive che: «Tutte le virtù sono al servizio di questa risposta di amore. Se tale invito non risplende con forza ed attrattiva, l’edificio morale della Chiesa corre il rischio di diventare un castello di carte, e questo è il nostro peggior pericolo. Poiché allora non sarà propriamente il Vangelo ciò che si annuncia, ma alcuni accenti dottrinali o morali che procedono da determinate opzioni ideologiche» (EG, & 39). La vita nuova del cristiano non è il risultato delle tavole della legge ma della grazia di Colui che primerea, che precede, sostiene, attrae. «Naturalmente, - afferma nella Cattedrale di Città del Messico - per tutto questo è necessario uno sguardo capace di riflettere la tenerezza di Dio. Siate pertanto Vescovi di sguardo limpido, di anima trasparente, di volto luminoso».

La fede è qui una Presenza nello sguardo. E precisamente in questo mondo, Dio vi chiede di avere uno sguardo che sappia intercettare la domanda che grida nel cuore della vostra gente, l’unica che possiede nel proprio calendario una “festa del grido”. A quel grido bisogna rispondere che Dio esiste ed è vicino mediante Gesù. Che solo Dio è la realtà sulla quale si può costruire, perché “Dio è la realtà fondante, non un Dio solo pensato o ipotetico, ma il Dio dal volto umano”. Nei vostri sguardi, il Popolo messicano ha il diritto di trovare le tracce di quelli che “hanno visto il Signore” (cfr Gv 20,25), di quelli che sono stati con Dio. Questo è l’essenziale.

L’essenziale, oggi come ieri, è lo sguardo di coloro che “hanno visto il Signore”. Il cristianesimo non si comunica mediante tecniche o sfoggio di potenza ma nella semplicità di uomini che hanno toccato con mano l’operare di Dio nella storia. Se il nostro sguardo non testimonia di aver visto Gesù, allora le parole che ricordiamo di Lui risultano soltanto delle figure retoriche vuote. Forse esprimono la nostalgia di quelli che non possono dimenticare il Signore, ma comunque sono solo il balbettare di orfani accanto al sepolcro. Parole alla fine incapaci di impedire che il mondo resti abbandonato e ridotto alla propria potenza disperata.

Donde l’invito ai vescovi a farsi prossimi al popolo, alla gente umile, ai giovani. «Penso alla necessità di offrire un grembo materno ai giovani. Che i vostri sguardi siano capaci di incrociarsi con i loro sguardi, di amarli e di cogliere ciò che essi cercano… Che i vostri sguardi, riposti sempre e solamente in Cristo, siano capaci di contribuire all’unità del vostro popolo; di favorire la riconciliazione delle sue differenze e l’integrazione delle sue diversità». E’ sorprendente, qui, la prospettiva con cui il Papa intuisce il punto essenziale, il punto di Archimede da cui partire per rigenerare, unire, aprire alla speranza.  Non si tratta di una dottrina, di una posizione culturale, anzitutto. A Firenze aveva detto: «Non voglio qui disegnare in astratto un “nuovo umanesimo”, una certa idea di uomo, ma presentare con semplicità alcuni tratti dell’umanesimo cristiano che è quello dei “sentimenti di Cristo Gesù” (Fil 2,5)». L’umanità cristiana rifulge non come una nuova teoria ma come un essere nuovo che si documenta, ostensivamente, nella sfera del “sentire”, corporeo e spirituale. Per questo oltre il pelagianesimo, la pretesa di fare a meno della grazia, l’altro grande pericolo costantemente richiamato dal Papa è lo gnosticismo: cioè la pretesa di fare a meno della “carne” di Cristo, il ridurre la fede ad una mera dottrina astratta. La fede senza la vita si trasforma in un’ideologia, in un fondamentalismo presuntuoso, in un puritanesimo elitario separato dalla storia. Per questo a Città del Messico il Papa afferma: è necessario per i nostri Pastori superare la tentazione della distanza e del clericalismo, della freddezza e dell’indifferenza, del comportamento trionfale e dell’autoreferenzialità. Guadalupe ci insegna che Dio è familiare nel suo volto, che la prossimità e la condiscendenza possono fare più della forza. Come insegna la bella tradizione guadalupana, la “Morenita” custodisce gli sguardi di coloro che la contemplano, riflette il volto di coloro che la incontrano. Occorre imparare che c’è qualcosa di irripetibile in ciascuno di coloro che ci guardano alla ricerca di Dio. Tocca a noi non renderci impermeabili a tali sguardi. Custodire in noi ognuno di loro, conservandoli nel cuore, proteggendoli. Solo una Chiesa capace di proteggere il volto degli uomini che vanno a bussare alla sua porta è capace di parlare loro di Dio. Se non decifriamo le loro sofferenze, se non ci accorgiamo dei loro bisogni, nulla potremo offrire. La ricchezza che abbiamo scorre solamente quando incontriamo la pochezza di coloro che vanno elemosinando, e proprio tale incontro si realizza nel nostro cuore di Pastori.

Negli occhi della Madonna di Guadalupe sono presenti, anche fisicamente, coloro che Ella ha “visto” nel momento in cui la veste colma di fiori dell’indio Juan Diego è caduta a terra. La Guadalupana è guardata dal popolo fedele perché Ella, per prima, lo ha guardato. Allo stesso modo i Pastori non devono attendere lo sguardo dei semplici, in segno di ossequio e di rispetto, ma devono guardare per primi, abbracciare nello sguardo. Nella intervista di P. Spadaro, Francesco, non abituato a parlare alla gente, confessa: «Io riesco a guardare le singole persone, una alla volta, a entrare in contatto in maniera personale con chi ho davanti. Non sono abituato alle masse» (p. 14). L’incontro cristiano è possibile solo come rapporto personale, come relazione io-tu. Si può guardare “tutti” solo perché si guarda “qualcuno”. Al fondo perché, prima, si è stati “guardati” e non semplicemente “visti” da qualcuno. A Città del Messico è lo sguardo della Madonna di Guadalupe che consente di guardarLa, di guardare in Lei il volto di tutti coloro che, uniti nello sguardo, divengono un popolo. Solo guardando la “Morenita”, il Messico ha di sé una visione completa. Pertanto vi invito a comprendere che la missione che la Chiesa vi affida richiede questo sguardo che abbracci la totalità. E questo non si può realizzare isolatamente, bensì solo in comunione. La Guadalupana è cinta di una cintura che annuncia la sua fecondità. E’ la Vergine che porta in grembo il Figlio atteso dagli uomini. E’ la Madre che sta generando l’umanità del nuovo mondo nascente. E’ la Sposa che prefigura la maternità feconda della Chiesa di Cristo. Voi avete la missione di cingere l’intera Nazione messicana con la fecondità di Dio. Nessun pezzo di questa cinta può essere disprezzato.


“Il libro dell’incontro” al centro culturale Altinate di Padova

23feb_cartMartedì 23 febbraio 2016 alle 20.45 nell’auditorium del Centro culturale Altinate San Gaetano il Centro universitario padovano propone “Il libro dell’incontro - Vittime e responsabili della lotta armata a confronto”. Una serata di ascolto e scambio a partire dal libro a cura di Guido Bertagna, Adolfo Ceretti e Claudia Mazzucato. Intervengono: Giorgio Bazzega, Guido Bertagna, Andrea Coi, Grazia Grcna, Alexandra Rosati. Info: centro universitario www.centrouniversitariopd.it tel. 049 8764688.

Questo libro, pubblicato da Il Saggiatore, cambia la storia d’Italia. L’incontro di cui parla - fra vittime e responsabili della lotta armata degli anni settanta - è infatti destinato ad avviare un radicale cambio di paradigma storico: non si potrà più guardare agli “anni di piombo” con gli stessi occhi; né si potrà tornare a un’idea di giustizia che si esaurisca nella pena inflitta ai colpevoli. Le prime pagine ancora oggi dedicate alla lotta armata e alle stragi, le centinaia di libri pubblicati, i film, le inchieste dimostrano non tanto un persistente desiderio di sapere, ma anche e soprattutto un bisogno insopprimibile di capire, di fare i conti con quel periodo, fra i più bui della nostra storia recente.

È proprio muovendo dalla constatazione che né i processi né i dibattiti mediatici del conflitto sono riusciti a sanare la ferita, che un gruppo numeroso di vittime, familiari di vittime e responsabili della lotta armata ha iniziato a incontrarsi, a scadenze regolari e con assiduità sempre maggiore, per cercare con l’aiuto di tre mediatori: il padre gesuita Guido Bertagna, il criminologo Adolfo Ceretti e la giurista Claudia Mazzucato - una via altra alla ricomposizione di quella frattura che non smette di dolere; una via che, ispirandosi all’esempio del Sud Africa post-apartheid, fa propria la lezione della giustizia riparativa, nella certezza che il fare giustizia non possa, e non debba, risolversi solamente nell’applicazione di una pena.
Leggi l’articolo di Paola Bergamini sul Libro dell’Incontro dal titolo Un’altra strada pubblicato a gennaio sul mensile Tracce.


Il primo abbraccio dopo mille anni

Dal canale youtube di Tv2000 vi proponiamo il video della puntata de “Il Diario di Papa Francesco” del 12 febbraio 2016 sul Viaggio in Messico condotta da Gennaro Ferrara. Ospiti in studio: Gianni Valente redattore di Vatican Insider, Riccardo Burigana, storico e direttore del Centro per l’Ecumenismo in Italia, il filosofo Massimo Borghesi e il protopresbitero Alexey Yastrebov, parroco della comunità “SS. Donne Mirofore” del Patriarcato di Mosca a Venezia.


Lupin Terzo: ritorno alle origini

foto 4di Giovanni Scarpa

Scrivere su un mito intramontabile e vivo come quello di Lupin Terzo è un compito che per fortuna non compete direttamente a questo breve scritto.

Piuttosto esso vorrebbe affrontare quel problema legato alla cosiddetta (dal sottoscritto) “secolarizzazione mediatica”: il fenomeno cioè attraverso il quale rivisitazioni o reinterpretazioni contemporanee faticano a cogliere le idiosincrasie stilistiche e contenutistiche dell’opera d’arte (narrativa, poetica, pittorica...) cui fanno riferimento.

foto 5Perché se è vero che l’opera fumettistica del giapponese Monkey Punch ha visto un autorevole e magico interprete nel celebre Miyazaki, è anche vero che ultimamente si è vista in tv una, più che discutibile “avventura italiana” del ladro gentiluomo. Cambi di rotta nella grafica, nelle più intransigenti leggi dell’inconscio (soprattutto nell’ossessione di Lupin per Fujiko, surclassata, pare, da una più scialba “sposa” italiana), una generale deriva negli storyboard, ci spingono a suggerire un, se non necessario, quantomeno consigliabile ritorno alle origini. Siamo infatti convinti che, come recita il motto veneziano “Unde origo inde salus”, spesso, soprattutto per quanto riguarda i miti più celebri, una sbirciatina alla versione originale risulta più che salutare.

foto 3Basta infatti dare un’occhiata alla versione italiana delle storie giapponesi uscita nella collana “Mitico” per godere pienamente e con gusto la reale figura di Lupin: linee fluide sgorgate dal pennino acerbo ma brioso di Kazuhiko (nella foto). Tratti scattosi, animaleschi (è lo stesso autore ad aver confermato il parallelismo tra Lupin e una scimmia) suggeriscono una fuga continua, un’arguzia e un’allegria spontanee, sprezzanti. E poi ancora fisionomie grottesche, esagerate: uno stile ben lontano dalla stabilità figurativa delle serie tv. Chi nutre una, anche minima passione per questo bizzarro furfante dovrebbe, e dico dovrebbe, per lo meno provare a leggere uno degli splendidi 26 piccoli volumi usciti negli anni Novanta. Qui si trova l’anima profonda di Lupin, il vero sapore salace e aspro del suo carattere (compreso l’erotismo spinto spesso censurato nelle serie animate!).

foto 2E certamente sta qui la conferma del fatto che se i vecchi tratti neri dei primi fumetti sapranno sempre rubarci un sorriso, il Mercato odierno con le sue nuove edizioni e le mal riuscite avventure, non saprà mai truffare Lupin, né tantomeno rubargli qualcosa.


Andrea Aziani, un “Francesco” del nostro tempo

1495934_10152489373753642_1608534154_o[1]di Massimo Borghesi.

Inizia in Perù il processo di beatificazione dell’italiano Andrea Aziani. Le sue ultime parole dal Cantico dei cantici: «L’amore è più forte della morte». Massimo Borghesi sul sito internet Terredamerica.com racconta l’amicizia con Andrea, una persona «al crocevia di mondi, ebreo-cristiano, italiano-peruviano, intellettuale-popolare». In questo crocevia si collocava «il suo peculiare essere aperto a tutti, senza discriminazioni, nell’ottica della gratuità che non chiede ricompense».

 

Terredamerica.com, martedì 9 febbraio, UN FRANCESCO DEL NOSTRO TEMPO. Inizia in Perù il processo di beatificazione dell’italiano Andrea Aziani. Le sue ultime parole dal Cantico dei cantici: «L’amore è più forte della morte» (M. Borghesi) (link http://bit.ly/1TaVnQF)

 

Il 2 febbraio, durante la messa che celebrava il 19° anniversario della diocesi di Carabayllo nella città di Lima, in Perù, il vescovo Lino Panizza ha annunciato l’apertura della causa di beatificazione di Andrea Aziani (1953-2008). A Lima Andrea era andato nel 1989, su invito di don Luigi Giussani, al fine di promuovere una presenza cristiana nell’ambiente universitario. E’ qui che l’ho incontrato, una prima volta, nel novembre del 1992 in occasione del IV Congreso Mundial de Filosofia Cristiana al quale ero stato invitato come relatore. L’invito era merito suo. Andrea mi conosceva attraverso le pubblicazioni, soprattutto attraverso i miei articoli pubblicati sul settimanale “Il Sabato”. Così mi ritrovai ospite, per una settimana, nell’appartamento che condivideva con gli amici Giancorrado Peluso (Dado) e Gianbattista Bolis (Tista). Alla guida di quella che era una comunità vocazionale era allora P. Joahn Leuridan Huys, decano della Facultad de Ciencias de la Comunication, Turismo y Psicología della Universidad de San Martín de Porres, presso cui insegnava anche Andrea. Leuridan era una persona intelligente, molto legato ad un modello occidentale, affettivamente distante dall’ambiente peruviano. Di fronte a lui mi colpiva, nei colloqui che avemmo, l’umiltà di Andrea, cui non difettavano certo acume ed intelligenza. La sua discrezione mi appariva, al momento, disarmante. Solo in seguito avrei saputo che questa corrispondeva ad un’esigenza più grande: quella di permettere una testimonianza cristiana dentro la Facoltà che Leuridan guidava. Anni dopo il sodalizio, di fronte alle oggettive difficoltà della coabitazione, si sarebbe sciolto. Il Congreso de Filosofia Cristiana fu l’occasione che mi permise di conoscere e di stringere amicizia con taluni dei protagonisti del rinascimento intellettuale cattolico latino-americano. Tra essi Alberto Methol Ferré, l’intellettuale uruguayano molto apprezzato dal cardinal Bergoglio, noto in Italia per il suo libro-intervista a cura di Alver Metalli: Il papa e il filosofo (Cantagalli 2014). E poi Pedro Morandé, decano della facoltà di Scienze sociali della Pontificia Università cattolica del Cile, e Pedro Anibal Fornari docente di filosofia all’Università di Santa Fé, in Argentina. Il tramite era Andrea, sempre presente in quei giorni ricchi di scambi e di valutazioni. Conservo ancora le foto di allora: Methol, Morandé, Fornari ed Andrea dinnanzi alla costa del Pacifico. Ne ho pubblicate talune nella pagina Fb dedicata ad Andrea Aziani. In esse Andrea appare elegante, in giacca e cravatta, un vestiario insolito per lui. Di quei giorni ricordo la visita assieme al Museo archeologico di Lima, ricco dei tesori dell’impero Inca.

Il viaggio del ’92 fu la premessa di quello successivo, a quindici anni di distanza, nel novembre 2007. Non potevo certo immaginare che gli restassero pochi mesi di vita. Negli anni precedenti Andrea, dopo aver insegnato filosofia, etica, epistemologia, dottrina sociale della Chiesa in varie università, su richiesta del vescovo mons. Lino Panizza, contribuisce alla fondazione della Università “Sedes Sapientiae” (UCSS). La scelta del luogo era significativa: non già tra i quartieri eleganti, alto-borghesi, della Lima spagnola, bensì in un contesto popolare con il fine di promuovere l’elevazione sociale dei meno abbienti. Tra essi molti erano studenti lavoratori. Andrea venne a prenderci, a me e a mia moglie Carmen, il mercoledì 31 ottobre in aeroporto. Eravamo stanchi, reduci da un tour cileno, a Santiago, pieno di conferenze e di incontri. Nel tragitto dall’aeroporto alla città la via “breve” scelta dall’autista passava, attraverso strade sterrate, lungo le immense baraccopoli di un sottomondo inenarrabile per l’occhio europeo. Andrea era abituato, noi eravamo muti. Prima dell’arrivo, in albergo, con grande delicatezza, ci portò in un bel ristorante la cui terrazza offriva una vista del Pacifico. Era il suo benvenuto. Lo guardavo: era invecchiato, scavato nel volto e più magro del solito. Il suo essere “ombra” si palesava ora anche nel corpo. Ciò che non era mutato era la fiamma interiore, lo sguardo dolce ed intenso che ti abbracciava e ti faceva sentire a casa. Nei giorni seguenti avremmo conosciuto i suoi amici di appartamento. Oltre a Tista – Dado era tornato in Italia – c’erano Igor, Paolo, Guido. A casa loro l’ospitalità era reale, si respirava un clima di vera amicizia, di profonda serenità. Il clima un po’ teso dell’altro appartamento, quello del ’92, era un ricordo del passato. In casa Andrea, prima di recarsi in università, era inchiodato al computer sin dalle sei del mattino. Nonostante la linea tremendamente lenta rispondeva, con pazienza, ai tanti che gli chiedevano i più svariati consigli. Era fatto così, instancabile dall’alba al tramonto. Questa mobilità non era però vissuta con ansia ma con una sorta di lievità, di consapevole servizio al prossimo che si vietava ogni ostentazione. Umile, discreto, appassionato, attento, essenziale nei bisogni, sempre pronto a farsi tutto a tutti, assomigliava ad un Francesco del nostro tempo. Alle virtù va aggiunta la sua profonda passione intellettuale, la sua curiosità legata al pathos educativo di comunicare adeguatamente il vero ai suoi studenti. Il contenuto della fede cristiana poteva dimostrare la sua corrispondenza all’umano solo dando ragione di tutto, senza censurare nulla. Era questo il motivo del mio trovarmi lì, una seconda volta a Lima. Nel 2005 avevo pubblicato due volumi, il primo dal titolo Il soggetto assente. Educazione scuola tra memoria e nichilismo; il secondo su Secolarizzazione e nichilismo. Cristianesimo e cultura contemporanea. Ambedue erano stati tradotti in spagnolo, nel 2005 e nel 2007, dall’Editrice Encuentro di Madrid. Andrea li aveva letti con grande attenzione al punto da usarli come punto di riferimento per le sue lezioni. Da qui l’idea di chiamarmi per tenere delle conferenze sull’argomento educativo, sul tema del mio volume. La mail con cui mi invitava era del dicembre 2006. Così scriveva:

Carissimo Massimo, da tantissimo tempo desideravo rimettermi in contatto con te…e ora l’occasione è venuta – imprevista! – con la venuta a Lima di Pedro Morandé, in occasione del nostro “Happening” e di una sua conferenza nella Università Cattolica “Sedes Sapientiae”. E’ stato proprio Morandé che mi ha dato la tua mail. Come va? Abbiamo ricordato, in questi giorni, la tua venuta a Lima per quel “famoso” Congresso di filosofia cristiana. Ricordi? Ricordo anche quelle “meschine” e “ridicole” critiche dei vari …. alle tue – giustamente – guardiniane posizioni. Ma in tutti questi anni – forse non ci crederai – ho cercato comunque di “seguirti”. Prima su “30 Giorni”, poi su articoli vari apparsi in internet, anche sulle tue visite in Spagna (da cui deduco che parli perfettamente Espagnol…!) e per ultimo mi sono comprato, letto, e fatto una full immersion nel tuo SPLENDIDO Il soggetto assente, già tradotto in spagnolo insieme con quello sulla secolarizzazione richiamato da Morandé nella sua recensione. Lo sto (lo stiamo) usando in tutte le salse!!!! Il tuo Soggetto assente…de verdad… credimi!!! Io ci sto facendo, di fatto, il corso di FILOSOFIA DELL-EDUCAZIONE. Ma anche in antropologia tutta la parte finale (realismo/preconcetto/esperienza) SPLENDIDO! Non so come ringraziarti!!!!

Ma veniamo a noi! …ora! Avrai già capito che a questo punto invece di citare i tuoi testi -  a proposito o a sproposito (nel caso nostro!) saremmo più contenti di avere l’autore…in carne ed ossa! Te parece? […]. Insomma rimaniamo in contatto! Sono felice di aver ritrovato un “vecchio” Amico e “giovane” maestro!

GRAZIE!!!!! A presto, facci sapere. Andrea.

Di fronte ad una lettera così piena di stima e di affetto era impossibile rifiutare. Conservo ancora le mail in cui si preoccupava di rendere quanto più confortevole il nostro viaggio, al punto da organizzare una splendida tappa a Cuzco, l’antica capitale Inca, con un itinerario imperdibile a Machu Picchu. Perché Andrea era fatto così: non si limitava alla forma o ai risultati ma era attento alle persone, alla loro umanità. Non ti abbandonava, ti seguiva con lo sguardo e con gli amici che ti poneva accanto. Tra essi c’era il vescovo Lino Panizza. Ricordo la sua cena ospitale in una casa modesta nella parte popolare di Lima. Era evidente la grande stima, ricambiata, che portava per Andrea. Gli ultimi giorni furono di fuoco, tra conferenze ed incontri. Quelli che gli stavano maggiormente a cuore erano su El sujeto ausente. Educacion y Escuela entre nihilismo y memoria. Il luogo, gremito fino all’inverosimile, era l’aula magna di un collegio vicino alla UCSS. Le lezioni erano alla sera per permettere la partecipazione degli studenti lavoratori della Facultad de Educacion. Le ricordo come un’esperienza unica: il silenzio, l’attenzione, e poi la fila interminabile, alla fine, di tutti coloro che ringraziavano perché erano rimasti colpiti nella loro umanità. Con me, nel palco, c’erano don Giovanni Paccosi e la professoressa Giuliana Contini. Andrea era dietro le quinte, colmo di contentezza per quel momento riuscito. Viveva per quei ragazzi, era il loro professore con una vocazione, innata, ad educare. Da cristiano sentiva l’insegnamento come una trasmissione di vita, una testimonianza della bellezza di Cristo che rifulgeva in tutto ciò che era grande, umano. Una intelligenza sottile ed un cuore ardente, innamorato di Cristo e dell’uomo, ecco chi era Andrea. Nel novembre 2007 ho avuto modo di intuirlo da vicino. Ho sempre pensato che, in fondo, ci siamo conosciuti per pochi giorni, nemmeno due settimane tra il 1992 e il 2007, eppure sentivo che avevo di fronte un grande amico. Nel tempo che abbiamo trascorso insieme mi ha parlato di sé, della sua famiglia, delle sue radici ebraiche per parte di madre, della sua parentela con Emanuele Samek Ludovici, giovane speranza dell’Università Cattolica di Milano, morto prematuramente nel 1981. Andrea era al crocevia di mondi, ebreo-cristiano, italiano-peruviano, intellettuale-popolare. In questo crocevia si collocava il suo peculiare essere aperto a tutti, senza discriminazioni, nell’ottica della gratuità che non chiede ricompense. Questo i “suoi” studenti lo sentivano, avvertivano di avere un docente che era, al contempo, maestro di vita, padre e compagno di viaggio. Una di quelle persone che non si dimenticano e il cui ricordo, a distanza di anni, si associa alla commozione.

Il sabato 10 novembre abbiamo visitato, insieme con Carmen, la Chiesa di S. Francesco con la guida di un architetto. Poi Andrea ci ha accompagnato all’ “Eau vive” e, la sera, ancora al ristorante, insieme con Igor. Era la sua ospitalità, il suo modo di dimostrare la gratitudine. Il giorno dopo, la domenica, la partenza. Al commiato mi ha dato due immaginette del Senór del los Milagros, a cui era affezionato. Nel retro di una aveva scritto: «Grazie. A presto de verdad, de tuto. A.». Nell’altra: «Grazie. A presto o a Roma o a Lima. Grazie. A.».

La gratitudine, l’essere grati, la consapevolezza che il cristianesimo è, dall’inizio alla fine, “grazia”, era il suo modo di essere. Era l’ultima volta che lo vedevo e non lo sapevo. L’ultima mail che mi ha inviato è del 3 giugno 2008. In essa, ancora una volta, mi saluta al modo suo: «Grazieeee amicoooo A!». Un modo urlato, futuristico, per farti presente un affetto fraterno. Andrea è morto all’improvviso il 30 luglio 2008. Il cuore generoso di un uomo, instancabile nel donare la sua vita agli altri, è venuto meno. E’ stato l’amico Alver Metalli, dall’Argentina, a darmi la triste notizia. Anni dopo, in un articolo pubblicato su Tracce.it, Andrea Aziani un uomo consumato dal desiderio di Cristo, scritto da Dado Peluso ho letto che:

Mirna, una studentessa ha ricordato così l’ultima lezione all’Università Cattolica Sedes Sapientiae di Lima. «Sembra ieri l’ultimo giorno di lezione di Metafisica con il mio maestro Andrea Aziani. Molte furono le cose fuori dal comune che disse, ma ciò che richiamò di più la mia attenzione fu la passione con cui spiegò il tema della Bellezza. “In un mondo senza bellezza – scrive Von Balthasar – anche il bene ha perduto la sua forza di attrazione… l’uomo resta perplesso di fronte ad esso e si chiede perché non deve piuttosto preferire il male”. Un mondo senza bellezza è una Waste Land (T. S. Eliot), una “terra desolata” abitata dalla disperazione, è la mezzanotte del Nichilismo. La bellezza risiede in un amore che, come cita il Cantico dei Cantici “è forte come la morte”, un Amore capace di sfidare la morte, il nulla, l’odio e tutto ciò che rende la vita smarrita e miserabile. Non era la bellezza estetica e banale cui si riferiva, era la bellezza della verità, dell’infinito». Lo studente che ha parlato al funerale ha riferito che Andrea aveva terminato la sua ultima lezione dicendo: «Ricordatevi sempre: l’amore è più forte della morte».

Quando ho letto queste testimonianze non ho potuto reprimere un nodo alla gola. Andrea, nella sua ultima lezione, aveva ricordato, alla lettera, frammenti di pagine del mio volume Il soggetto assente. Erano gli stessi (pp. 117 e 63) in cui avevo messo parte di me, quella che protesta contro la morte e, commossa dalla croce di Cristo, attende e spera nella vittoria sul nulla. Che Andrea, un attimo prima di morire, recitasse la frase del Cantico dei cantici: «Forte come la morte è l’amore» aggiungendo un “più”: «L’amore è più forte della morte», era il punto che ci univa e che ci unisce ora che lui, non più presente, è più che mai presente. In quella frase c’è il suo testamento, la sua testimonianza a Gesù come amore al mondo, ai piccoli che faceva sentire importanti, ai suoi studenti che tratteneva, ad uno ad uno, nel suo grande cuore.


Mercoledì 24 febbraio “La bellezza disarmata” con Carrón, Luzzatto e Farouq

carron[1]Il vantaggio di ogni crisi, come quella che sta attraversando attualmente la società, è che «costringe a tornare alle domande; esige da noi risposte nuove o vecchie, purché scaturite da un esame diretto» (Hannah Arendt). È un invito ad aprirsi agli altri e a non irrigidirsi sulle proprie posizioni. È un’occasione di incontro e una circostanza preziosa anche per i cristiani, chiamati a verificare la capacità della fede di reggere davanti alle nuove sfide, chiamati a entrare senza timore in un dialogo a tutto campo nello spazio pubblico. E proprio un’occasione di incontro vuole essere la presentazione promossa da Comunione e liberazione e dall’Associazione culturale “Antonio Rosmini” in collaborazione con Rizzoli editore

mercoledì 24 febbraio 2016, ore 21.00
Centro congressi Padova “A. Luciani”

via Forcellini 170/a - Padova

presentazione del libro

810l0mNYzhL[1]La bellezza disarmata

di Julián Carrón (Rizzoli 2015, pp. 370)

Interverranno

Gadi Luzzatto Voghera docente alla Boston University

Wael Farouq docente all’American University de Il Cairo e all’Università Cattolica di Milano

Julián Carrón presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione e autore del libro

 

Scarica la locandina e l’invito all’incontro

 

“La bellezza disarmata” propone gli elementi essenziali della riflessione svolta da don Julián Carrón a partire dal 2005, anno della sua elezione a presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione dopo la scomparsa del fondatore, il Servo di Dio don Luigi Giussani, che nel 2004 lo aveva chiamato dalla Spagna per condividere con lui la responsabilità di guida del movimento.

Gli scritti, nati in occasioni diverse, sono stati ampiamente rielaborati e ordinati dall’Autore allo scopo di fornire organicamente i fattori di un percorso decennale, lungo il quale egli ha approfondito il contenuto della proposta cristiana nel solco di don Giussani, alla luce del magistero pontificio e in paragone col travaglio e le urgenze dell’uomo contemporaneo.

Il volume intende offrire il contributo di un’esperienza di vita a chiunque sia alla ricerca di ragioni adeguate per vivere e costruire spazi di libertà e di convivenza in una società pluralistica.

julian carronJulián Carrón è nato in Estremadura nel 1950. Ordinato sacerdote della diocesi di Madrid nel 1975, ha conseguito il dottorato nel 1984 dopo aver lavorato alla École biblique et archéologique française a Gerusalemme e aver compiuto un anno di ricerca alla Catholic University di Washington. È stato professore di diverse discipline alla Facoltà Teologica San Dámaso di Madrid, anche se la sua specializzazione è in Sacra Scrittura, argomento sul quale ha scritto diversi saggi. Il 19 marzo 2005 la Diaconia centrale della Fraternità di Comunione e Liberazione lo ha nominato presidente della Fraternità, dopo la morte di don Giussani.

wael farouqWael Farouq è professore di Lingua araba all’American University del Cairo. Attualmente insegna Lingua araba presso l’Università Cattolica di Milano. È stato lecturer in numerose università internazionali, tra le quali le Università di Torino e Bologna, l’Università di New York, l’Università di Notre Dame (Indiana, USA), l’Università di Washington e l’Università di Madrid; ha pubblicato varie ricerche in arabo, italiano e inglese ed è inoltre coautore, assieme a Papa Benedetto XVI, del libro “Dio salvi la ragione”.

Gadi Luzzatto Voghera.jpgGadi Luzzatto Voghera (Venezia, 1963) insegna Modern Italian History al Center for Italian and European Studies della Boston University a Padova e Storia dell’ebraismo moderno e contemporaneo all’Università di Padova. Sta lavorando a un libro sulla storia del Rabbinato. Ha pubblicato numerosi saggi. Fra le sue pubblicazioni più recenti: Antisemitismo a sinistra (Einaudi, 2007), Gli ebrei e la destra (Aracne, 2007).

 

La pagina facebook del libro facebook.com/labellezzadisarmata #labellezzadisarmata

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Misericordia e politica in papa Francesco

«La preoccupazione più grande di questo Papa non è ottenere più spazi e più potere per la Chiesa, ma poter comunicare una speranza di vita reale agli uomini di oggi». Su Tv2000 la puntata de “Il Diario di Papa Francesco” del 4 febbraio 2016 condotta da Marco Burini. Ospite in studio: Massimo Borghesi, filosofo, per una puntata dal titolo “Misericordia e politica in papa Francesco”. Vi proponiamo il video dal canale youtube dell’emittente.