Quando Bing Bong ci insegna ad amare

di Giovanni Scarpa.

foto 2Il penultimo film di animazione Pixar Inside out ha suscitato una serie innumerevole di articoli molto belli. E ora che si sono un po’ calmate le acque, ora che giornalisti e critici hanno fatto il loro dovere, vorrei gettare il mio piccolo sassolino.

foto 5Si, perché pochi, troppo pochi hanno posato lo sguardo su quello che per me è stato, tra tutti, il personaggio più commovente della storia dei film Pixar. Più dei toccanti otto minuti in cui si dipana l’avventura amorosa degli sposi in Up, più del rapporto d’amicizia profonda che lega Dory a Marlin, più della dedizione semplice e toccante di Crichetto, più della tensione paradossalmente umana di Wall-e, Bing Bong centra il bersaglio, ferisce il cuore con la sua allegria e il suo “eroismo affettivo”.

foto 3Bing Bong è l’amico immaginario della protagonista, il morbidoso compagno dei primi anni, dei lunghi interminabili giochi. Si trova libero e solo, ormai, nella parte più profonda della mente di Riley e anche se dimenticato, anche se apparentemente inutile, lo incontriamo e lo vediamo proprio mentre raccoglie i ricordi più belli di lei, quelli più preziosi, mentre li mette da parte in una strana saccoccia prima che gli “addetti” li eliminino per sempre. E poi l’avventura, la compagnia alle disperse emozioni, la caduta nel baratro, il sacrificio! Scene di una sconcertante drammaticità che mai ci si sarebbe aspettati dalla Disney (che un tempo avrebbe forse evitato, modificandole come la fine reale della Sirenetta di Andersen) e che pare anzi, dovessero essere ancora più esasperate, ancora più toccanti.

how-inside-out-expertly-fits-into-the-pixar-theory-like-it-s-not-even-trying-449964[1]Ecco, in questo periodo di attentati e guerra, in questo mondo in subbuglio, il personaggio creato da Pete Docter salva per noi nella sua saccoccia, una preziosa sfera dimenticata che dice: “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici” (Gv 15,13).

Nessun personaggio dei cartoni, neanche la principessa Anna in Frozen o Flynn Rider in Rapunzel (che col loro gesto tornano infine alla vita), ha saputo dare se stesso in modo così gratuito, così totale, così dimentico di sé!

foto 1Bing Bong si dona e basta, non visto, non ricordato, come i veri eroi del quotidiano. Mi ha ricordato alcuni passi del diario di Santa Teresina o quel bel frammento di Pavese che dice: “È una vecchia sapienza, ma fa piacere averla riscoperta. Credi solo all’attaccamento che costa sacrificio: tutto l’altro è, nel migliore dei casi, retorica. Del resto Cristo – il nostro divino modello – non pretendeva di meno dagli uomini”.

foto 5Quale marito non vorrebbe poter amare così, quale fidanzato non vorrebbe potersi dare così per la sua amata. È un “amore al Destino dell’altro”, direbbe un grande educatore del diciannovesimo secolo come Giussani, che permette questa realizzazione.

Solo allora potremmo sussurrare come Bing Bong, consegnando alla Gioia chi ci sta a cuore: “Portala sulla luna per me”.


I misteriosi disegni di Chiara Bautista

di Giovanni Scarpa.

foto 4Quella della giovane messicana Chiara Bautista è un’arte che ricorda le inquietanti figure di Jaw Cooper, le leggiadre fate di Man Arenas, e che certamente riecheggia lo stile di qualche abile mangaka. Eppure nessuno come lei ha saputo attrarre per l’oscurità dei referenti e la misteriosità dei contenuti. Credo che questa illustratrice abbia rilasciato sinora solo un paio di interviste, meno del reticente Banksy, e nessuna inerente i dettagli dei suoi disegni. Perciò il sottoscritto non ha nemmeno tentato di contattarla, si è permesso di fare soltanto delle supposizioni presumibilmente intelligenti.

Innanzitutto si potrebbe dire che le sue illustrazioni (soprattutto nell’ultimo periodo) si stanno facendo sempre più monotematiche, e che sempre due personaggi, a volte un terzo, dialogano tra loro in uno sfondo fiabesco, forestale, un Wonderland. Diamogli un’occhiata.

foto 21) La donna-rabbit

Una sorta di pallida ninfa (forse emblema, simbolo dell’illustratrice), si aggira tra i boschi con una curiosa maschera da coniglietto. Non può non ricordare le intriganti pagine di Lewis Carrol, suggerire una sintonia con un arte giapponese di vaga ispirazione Miyazakiana. Cattura con grazia la tenerezza, la leggerezza, la rapidità del glauco roditore.

foto 12) Il lupo stellare

Un grande lupo nero che racchiude in se l’oscurità della notte e il bagliore delle stelle. Un ritaglio di cielo, una concrezione dell’universo. A volte sembra costituire una controparte maschile alla nostra protagonista fatata, ma più probabilmente ne è compagno fedele, amico sincero. Il classico topos dell’animale feroce, amabile compagno di un inaspettato protagonista.

foto 33) l’uomo dal teschio d’uccello

Compare più raramente, in vesti esplicitamente maschili, ed è colui per il quale la donna-rabbit sembra soffrire, gemere. È l’atteso, colui che permane nella lontananza. Noir, pulp, cyberpunk, molteplici e vaghe le sue inclinazioni semantiche.

Bautista non ha mai detto nulla a riguardo. Nonostante la ripetitività delle sue opere, l’insistenza dei fans, non ha mai svelato anche solo il canovaccio di quella che si presenta come una splendida e travagliata avventura amorosa.

foto 5Eppure la presentazione figurativa si sta dimostrando vincente, le sue misteriose immagini stanno facendo impazzire di curiosità gli osservatori di tutto il globo. Intriganti come la nebbia, misteriose come le galassie racchiuse tra le fauci dello scuro lupo, le sue illustrazioni spopolano nel web, dilagano nella Tattoo Art. Ho cercato delle possibili ispirazioni grafiche in manga come Tokyo Ghoul o Inuyasha, ma la sintesi dei vari elementi sembra frutto di un’alchimia genuina, di una personalissima visione altra della realtà.

Tocca a voi ora inseguire le ninfe, scegliere la pillola rossa, suggerire interpretazioni, pensare a vie di fuga: attendo con gioia nuove ingerenze, alternative letture.

 

(Giovanni Scarpa)

 


L’utero in affitto, la donna e lo scontro delle due “sinistre”

di Massimo Borghesi.

Sylviane Agacinski est une philosophe française, née le 4 mai 1945 à Nades (Allier)
Sylviane Agacinski est une philosophe française, née le 4 mai 1945 à Nades (Allier)

Il femminismo si divide al suo interno a proposito del dibattito sull’utero in affitto e la maternità surrogata. Una discussione su cui la sinistra dovrebbe riflettere. Massimo Borghesi su IlSussidiario di domenica 17 gennaio riflette sugli orientamenti che il pensiero femminista ha assunto, a partire da prese di posizioni come quella di Syilviane Agacinski (nella foto), fondatrice del Collegio internazionale di filosofia con Jacques Derrida, e autrice di Corps en miettes (“Corpi sbriciolati”).

 

IlSussidiario.net, domenica 17 gennaio, Unioni civili/ L’utero in affitto, la donna e lo scontro delle due “sinistre” (Massimo Borghesi) (link http://www.ilsussidiario.net/News/Cronaca/2016/1/17/UNIONI-CIVILI-L-utero-in-affitto-la-donna-e-lo-scontro-delle-due-sinistre-/670644/)

 

È lecito “affittare” il corpo di una donna, così come si affitta un appartamento vuoto, al fine di ottenere un figlio da parte di una coppia etero o omosessuale? La maternità surrogata è un diritto o costituisce una nuova forma di schiavitù da parte del mondo ricco e “civilizzato” ai danni dei più poveri della terra? Sono le domande che stanno al centro di uno dei dibattiti intellettuali più interessanti: quello che segna il pensiero femminista odierno diviso al proprio interno tra un’anima individualistica e libertaria — l’utero è il mio e lo gestisco io —, ed una sociale per la quale la libertà non può esercitarsi violando quella degli altri.

Di questo dibattito nei media e nel palazzo del potere è filtrato ben poco, come tutto ciò che abbia oggi un minimo di spessore intellettuale. Eppure si tratta di una discussione cruciale non solo per il futuro del pensiero femminista ma per la stessa idea della sinistra. La divisione tra le due anime del femminismo rappresenta, infatti, la differenza tra due concezioni della sinistra. Per la prima, quella individualista, l’essere “progressisti” indica, come il “68 pensiero” che ne è all’origine, la rivendicazione dei diritti individuali. Questi variano a seconda del progresso tecnico, biomedico, che offrendo nuove opportunità consente anche nuovi diritti. Il potere è diritto e il diritto è potere.

Quanto più si allargano ricchezza e tecnica tanto più l’individuo è posto in grado di assecondare i propri desideri. Tra questi rientrerebbe il diritto a possedere un figlio. Per una coppia di omosessuali maschi questo possesso può esercitarsi solo tramite una madre surrogata, un utero in affitto. L’individualismo “progressista” non trova in ciò nulla di sconveniente. Se il donatore di sperma e la madre affittata sono d’accordo e se questo viene siglato da un contratto non ci sono problemi: due libere volontà si incontrano nel reciproco interesse.

Il progressismo rappresenta qui la forma mentis dell’individuo proprietario per il quale l’acquisizione dei diritti coincide con l’ampliamento della sfera della proprietà. E’ la forma mentis che si è imposta nell’era della globalizzazione, l’era del post-’89 in cui il capitalismo, dopo la sua vittoria sul comunismo, non ha avuto più bisogno di una legittimazione etica per affermarsi. E’ il “68 pensiero” senza rivoluzione, il trionfo dei diritti individuali senza l’utopia del cambiamento sociale.

Questa mentalità, in totale contrasto con la tradizione social-popolare della sinistra storica, è diventata egemone nella nuova sinistra grazie alla generazione proveniente dal ‘68. Donde l’accettazione acritica della mentalità “progressista” che, di fatto, significa la subordinazione culturale al neocapitalismo e ai suo processi di déracinement. A questa sinistra modernista si oppone oggi, in seno al pensiero femminista, non la “vecchia” sinistra, che non esiste più, ma una posizione sociale-relazionale che, senza riandare al marxismo storico, riscopre però la parte genuina della propria tradizione, e questo in una forma che consente, su alcuni punti, l’incontro con la posizione sociale cristiana. Tra questi punti c’è certamente la quaestio dell’utero in affitto e della strumentalizzazione delle madri surrogate. La discussione è partita dalla Francia. Syilviane Agacinski, fondatrice del Collegio internazionale di filosofia con Jacques Derrida, docente presso l’Ecole des hautes études en sciences sociales di Parigi ed autrice di Corps en miettes (“Corpi sbriciolati”) edito da Flammarion, è una delle protagoniste del nuovo femminismo. E’ la voce dell’associazione Corp (Collettivo per il rispetto della persona) che ha promosso il convegno del 2 febbraio prossimo, nella sede del Parlamento francese, per l’abolizione della maternità surrogata (“Assises pour l’Abolition universelle de la Gpa”).

Intervistata da Avvenire, la Agacinski osserva come “Molti media si sono smarriti volendo vedere in questa pratica sociale un presunto progresso. Hanno parlato molto della felicità delle coppie che vogliono un bambino a ogni costo, al punto che si è radicata l’idea che esista un diritto al figlio, indipendentemente dai mezzi per farlo nascere. Nonostante questa propaganda, si comincia a comprendere, grazie a numerosi documentari, la violenza che rappresenta, per le donne, l’ingresso della maternità su questo mercato. Le cose si sono mosse in Francia negli ultimi anni, soprattutto a sinistra. Il Partito socialista ha condannato questa pratica a partire dal 2010. Il presidente della Repubblica François Hollande e il premier Manuel Valls hanno escluso qualsiasi legalizzazione della maternità surrogata in Francia. Non abbiamo a che fare con gesti individuali motivati dall’altruismo, ma con un mercato procreativo globalizzato nel quale i ventri sono affittati. È stupefacente, e contrario ai diritti della persona e al rispetto del suo corpo, il fatto che si osi trattare una donna come un mezzo di produzione di bambini. Per di più, l’uso delle donne come madri surrogate poggia su relazioni economiche sempre diseguali: i clienti, che appartengono alle classi sociali più agiate e ai Paesi più ricchi, comprano i servizi delle popolazioni più povere su un mercato neo-colonialista. Inoltre, ordinare un bambino e saldarne il prezzo alla nascita significa trattarlo come un prodotto fabbricato e non come una persona umana. Ma si tratta giuridicamente di una persona e non di una cosa”.

La provocazione della Agacinski ha aperto un dibattito in seno alla corrente femminista che costituisce, insieme a quello sui rapporti tra occidente ed islam, la discussione intellettuale più interessante nell’attuale momento storico. In Italia talune tra le voci più significative del pensiero femminista hanno ripreso gli interrogativi dell’autrice francese. Tra esse vi è Luisa Muraro, filosofa e figura di riferimento del femminismo italiano. Fermamente contraria alla pratica dell’utero in affitto, equiparata ad una sorta di prostituzione legalizzata, la Muraro afferma che “La causa è un neoliberismo — non economico ma culturale — che predica la totale disponibilità del proprio corpo. Il che poi era la parola d’ordine nel passato di alcune femministe con quell’”io sono mia”, slogan poco sensato al quale non ho mai aderito (la vita l’abbiamo avuta in dono, prima di tutto da una madre, dunque è un dono da ricambiare con altre persone). Per questo micidiale neoliberismo tutto deve tradursi in merce, tutto si compra e si vende. Non è solo un business, è una cultura, una tendenza generale a farci ragionare in questi termini. Poi però è vero che dietro ogni falso diritto c’è sempre un business che lo rafforza. I popoli europei sarebbero molto lontani dagli eccessi di questo capitalismo statunitense, ma è difficile svincolarsi dalle leggi del mercato globalizzato. Oggi combattere davvero per la libertà significa riuscire a gestire con saggezza la potenza tecnoscientifica e soprattutto difendersi dal mercato, che non è più progresso, è una macchina che stritola la gente. Dobbiamo dirlo ai giovani”.

La discussione non coinvolge solo la Agacinski e la Muraro. Ritroviamo una posizione analoga in Livia Turco, presidente della Fondazione “Nilde Iotti: le donne, la cultura, la società”. Per la Turco l’utero in affitto è “Una pratica semplicemente abominevole. … Dopo tante battaglie di civiltà, oggi il corpo della donna è ridotto alla più bieca forma di mercificazione”.

Per l’ex ministro Pd siamo di fronte ad una “ottusità e subalternità culturale al mercantilismo che nella nostra società prevale su tutto. Ma anche al pesante relativismo etico, per cui tutto è diventato diritto. Da quando in qua esiste il diritto al figlio?”. E’ la stessa critica che torna in un’altra esponente storica della sinistra, Ritanna Armeni la quale, pur difendendo la genitorialità delle coppie gay, sull’utero in affitto non ammette scorciatoie. “In linea di massima — afferma — sono d’accordo con ciò che parte del movimento delle donne oggi dice, cioè che l’affitto dell’utero è profondamente ingiusto, perché tu compri il corpo di una donna per diventare genitore tu stesso. Mi colpisce l’assenza del limite: le coppie che ricorrono a questa pratica, in gran parte eterosessuali, vogliono avere tutto. Pretendono un figlio in un certo modo, di averlo senza perdere nove mesi di lavoro... naturalmente solo tra persone molto ricche. Sotto sotto c’è la stessa filosofia di vita per cui molte donne nella nostra società hanno adottato il cesareo: è più pratico. O per cui anche a 60 anni si pretende di diventare madri... Sarebbe bene generalmente che tutti avessimo forte in noi l’accettazione del limite, almeno quando le questioni sono così delicate. Poi dove metterlo, questo limite, non è facile stabilirlo”. Per la Armeni l’utero in affitto non può essere presentato come un “dono” che una donna fa a chi non ha la possibilità di generare. L’interpretazione filantropica della madre surrogata è un’operazione ideologica. ”La realtà dei fatti non è questa. Nessuna donna accetterebbe di fare un figlio per altri come donazione gratuita: per nove mesi se l’è cresciuto dentro, con lui ha instaurato la più stretta relazione che si possa avere con un altro essere umano. Usciamo da questa ipocrisia, è una vera compravendita di donne sfruttate da ricche coppie omosessuali o eterosessuali occidentali, disposte a pagare centomila dollari per comprare la loro maternità”.

Com’è evidente i punti discriminanti sollevati dal femminismo che si oppone all’utero in affitto sono i seguenti: la denuncia della mercificazione del corpo delle donne, novelle schiave della procreazione; la riduzione del bambino a prodotto confezionato secondo i desideri formulati in contratti; la recisione violenta del legame tra il nascituro e la madre naturale. Su questi punti si gioca la differenza tra il femminismo etico e quello libertario ed individualistico. Il primo sorge, in qualche modo, proprio dal ripensamento critico del secondo. Sorto alla fine degli anni 60, in antitesi all’autoritarismo maschile e patriarcale, il femminismo storico fece del motto “Il corpo è mio e lo gestisco io” il proprio ideale di liberazione. A 40 anni di distanza quel motto è divenuto lo slogan dell’individualismo proprietario e mercificante del capitalismo odierno.

Quello che trova la sua consacrazione nel volume di Annalisa Chirico Siamo tutti puttaneContro la dittatura del politicamente corretto (Marsilio 2014), secondo il quale la prostituzione generalizzata, l’uso commerciale del proprio corpo per promuovere la propria immagine e fare carriera, è un “diritto” che non può essere negato. Qui il femminismo diviene un tassello dell’ideologia del libero mercato priva di ogni limite etico. Donde la revisione odierna del femminismo storico che, non dimentico del volto sociale della sinistra, non accetta questo approdo sul terreno della destra “liberal”.

Come scrive Ida Dominianni: “‘Il corpo è mio e lo gestisco io’, slogan inventato quarant’anni fa per esprimere la volontà di riappropriarsi del corpo femminile sequestrato dal patriarcato, può servire oggi a legittimarne spensieratamente la prostituzione nel post-patriarcato? Il radicale cambiamento del contesto in cui viviamo rispetto a quarant’anni fa non cambia anche il significato delle enunciazioni di allora, o non ci obbliga a precisarle? L’idea della sovranità assoluta sul nostro corpo, tipica della baldanza del primo femminismo, non dovrebbe cedere il passo a una concezione più matura del soggetto non-sovrano… ?”. Posizione, questa della Dominianni, condivisa pienamente da Marina Terragni.

Il soggetto “non sovrano” è quello che non si lascia risucchiare dai sogni di onnipotenza indotti dalla tecnica e dagli enormi interessi commerciali in gioco, che evita l’equazione desideri-diritti. Come afferma Paola Tavella: “Maternità e genitorialità non sono un diritto. Sono un desiderio, un’aspirazione, un istinto, ma non un diritto che ci porta oltre i limiti dell’umano. L’utero in affitto è una pratica disumana in cui la tecnoscienza si permette di fare cose mostruose senza alcuna remora. Io non giudico le singole storie, e nemmeno voglio fare moralismi, ma dobbiamo dire che la maternità surrogata è l’espressione di un capitalismo spietato, di un’ingiustizia clamorosa”.

Le voci che abbiamo qui ricordato — Agacinski, Muraro, Turco, Armeni, Dominianni, Terragni, Tavella — non sono le uniche a condividere la critica al femminismo individualista-borghese. Di questa critica la tematica dell’utero in affitto è il punto discriminante, quello che segna la differenza tra una concezione libertaria ed una solidale della femminilità. Quest’ultima si è espressa in un documento importante, un appello da parte dell’associazione “Se non ora quando Libere” contro la pratica dell’utero in affitto in totale sintonia con la campagna Stop Surrogacy Now.

Noi — scrivono gli autori del manifesto — rifiutiamo di considerare la ‘maternità surrogata’ un atto di libertà o di amore. In Italia è vietata, ma nel mondo in cui viviamo l’altrove è qui: ‘committenti’ italiani possono trovare in altri paesi una donna che ‘porti’ un figlio per loro. Non possiamo accettare, solo perché la tecnica lo rende possibile, e in nome di presunti diritti individuali, che le donne tornino a essere oggetti a disposizione: non più del patriarca ma del mercato. Vogliamo che la maternità surrogata sia messa al bando”. Tra i firmatari ci sono Paolo Matthiae, Stefania Sandrelli, Ricky Tognazzi, Simona Izzo, Marisa Patulli Trythall, Peppino Caldarola, Livia Turco, Giuseppe Vacca, Cristina Comencini, Francesca Izzo.

Si tratta di un documento importante in cui prende forma, per la prima volta, un pensiero del femminile in chiave non individualistica. Come scrive Francesca Izzo: “La discussione riguarda dunque un tema fondamentale per le nostre società democratiche, cioè se la libertà coincida sino ad identificarsi con il diritto di proprietà o se, oltre all’individualismo proprietario, esiste o resista un’idea diversa del soggetto e della sua libertà. Nell’appello noi ci rifiutiamo di considerare la maternità una cosa che possa essere messa sul mercato o anche donata, ci rifiutiamo di pensare la libertà come diritto di proprietà. Il confronto si svolge tra idee diverse di libertà”.

Da qui, da una concezione relazionale e solidale parte un ponte con altre posizioni di pensiero la cui importanza, nell’attuale dibattito etico-politico, non può e non deve essere sottovalutata.

 


Il 24 gennaio visita guidata alla mostra di Congdon a Casa Testori

invito mostra congdonL’Associazione culturale Rosmini propone per domenica 24 gennaio una visita guidata alla mostra William Congdon, Pianura a Casa Testori di Novate Milanese, assieme al curatore della mostra Davide Dall’Ombra. Il programma prevede alle 11.00 il ritrovo e la visita alla mostra, alle 12.30 la Proiezione del video sull’arte contemporanea con la voce narrante di Giacomo Poretti, realizzato in occasione della mostra del Meeting 2015 Tenere vivo il fuoco, sorprese dell’arte contemporanea. Alle 13. poi ci sarà il pranzo, sempre con la presenza di Dall’Ombra. Il costo è di 10 euro, comprensivo di ingresso e visita guidata.

Per informazioni e prenotazioni: Alessia Ricci – 339 1590882, Margherita De Gan – 329 1699949.

La grande mostra del autunno/inverno a Casa Testori è dedicata al pittore William Congdon (1912-1998): artista internazionale dell’Action Painting amato da Giovanni Testori che, dalla New York degli amici Jackson Pollock e Mark Rothko, dopo aver viaggiato in tutto il mondo, decide di radicarsi a sud di Milano e dedicare la sua ultima produzione al ritratto intimo di campi coltivati, risaie e frutti della terra lombarda.

La mostra, realizzata in collaborazione con The William Congdon Foundation, punta a indagare il ventennio lombardo del maestro americano. I circa 50 dipinti e i 20 pastelli selezionati descrivono, infatti, una parabola di conoscenza sempre più intima e profonda del sud-ovest milanese, che costituisce l’apice del suo percorso.

Le stanze tematiche presentano i diversi nuclei intorno ai quali si articola la sua produzione: riemergono in una chiave nuova i nodi affrontati a fianco degli action painters, frutto di un’osservazione solo apparentemente stanziale.

Dopo le New York degli anni Quaranta, i Sahara e Santorini degli anni Cinquanta, la ricerca da spaziale si fa temporale. Protagoniste diventano la potenza della terra, delle sue trasformazioni e la mutabilità inesauribile del ciclo stagionale, delle colture e dei fenomeni atmosferici… È così che i campi sono chiamati per nome e il passaggio del tempo è fissato con la spatola tra i lunghi i solchi della pittura a olio.

Ricostruita per l’occasione, una sorta di quadreria immaginifica farà entrare il visitatore tra le visioni notturne del colore dei campi ubertosi, in una relazione intima, lirica, quando non mistica e simbolista, con la terra, l’orzo, la soia, il mais, i glicini, le violette…

Non si tratta tuttavia di visioni idilliache, perché lo sguardo di Congdon lo porta a sconvolgere l’orizzonte sui campi, che da una disposizione lineare che ricorda ancora le città, muta in un disassamento dei piani, quasi a seguire le trasformazioni telluriche dell’origine. Un tormento, anche materico, che si risolve e trova pace nelle straordinarie Nebbie che aprono la via ai monocromi, introducendo una profonda trasformazione nella percezione e rappresentazione dello spazio, del rapporto tra i suoi elementi strutturali (cielo, terra, orizzonte) secondo un’ottica sempre meno naturalistica.

Riemergono così le meditazioni sull’opera di Braque e De Staël, ma soprattutto, i confronti e dialoghi pittorici intessuti in presa diretta con la Scuola di New York di Betty Parson e Peggy Guggenheim e che hanno portato opere di Congdon nei più importanti musei di New York e alla Peggy Guggenheim Collection di Venezia.

Casa Testori è in Largo Angelo Testori 13, Novate Milanese

Ingresso: 5 euro per la mostra di william Condgon
Orari: martedì-venerdì 10-18, sabato-domenica 14-20. Chiuso il lunedì e dal 24 dicembre al 1 gennaio. Dal 2 gennaio la mostra riprenderà con orari normali
Informazioni: tel. 02.36589697 info@casatestori.it | www.casatestori.it
Ufficio stampa: Maria Grazia Vernuccio tel. 02.23163426 | cell.335.1282864 |mariagrazia.vernuccio@gmail.com


Donne al telefono

CIMG8071Ne ho conosciuti alcuni. Di quelli che quando alzavano la cornetta per rispondere o chiamare, staccavano per un po’ il cervello. In quei momenti (ormai estinti dal meteorite che è stato il cellulare) il loro braccio pareva avere una vita propria e presa in mano la matita, si mettevano a disegnare. Stelle, quadrati, casette, figure amorfe o complicate, se ne vedevano davvero di tutti i colori germogliare dall’inconscio liberato, su fogli, foglietti, quaderni, rubriche.

foto 4 (1)Mai avrei pensato che Lele Vianello fosse uno di loro.

Fumettista di fama internazionale, Lele è un uomo sanguigno e simpatico che sa fare delle pastasciutte straordinarie. Vive a Malamocco tra la voce della laguna e il canto del mare, in una casa che dal salotto allo studio è foderata di libri, fogli, maschere, modellini di barche a vela: alla Dylan Dog per capirci. Ma soprattutto libri, libri illustrati: Frazetta, Rockwell, Rembrandt, N.C. Whyeth… e Hugo Pratt, naturalmente.

CIMG8073Si, perché di quella vasta combriccola che gravita attorno alla figura di Hugo (Manara, Babini, Cossi, Ongaro, Frisenda, Pellejero…), Lele è certamente il più autorevole e tenace interprete: ha saputo trarre dal “fumettaro” le linee, i tratti (anche caratteriali) più intimi, maneggia le chine e le matite allo stesso modo, e anche nella cadenza inestirpabile di veneziano, riecheggia spesso la voce del maestro. Nelle sue avventure a fumetti si respira quella che ultimamente Juan Diaz Canales ha definito “l’atmosfera Pratt” e giustamente, data la sua ventennale convivenza con il padre di Corto.

CIMG8068 - CopiaOra, nella sua rubrica telefonica (dalla copertina di cuoio logora e sgualcita) c’era qualcosa di diverso dal solito: un’arte spontanea, leggera, sfuggente.

Forse proprio perché non ricercate, non “studiate”, non volute, quelle donne sdraiate sui numeri telefonici, aggrappate ai contatti di amici e parenti, volgari e spudorate, emanavano una splendente aurea a luci rosse, spandevano nell’aria dello studio il loro sordido e suadente profumo di vita.

CIMG8072Certo ricordavano le amanti prattiane, quelle con nome e cognome che avevano illustrato le poesie del Baffo, quei nudi sparsi nelle pagine di Tango o Corte sconta, ma molto più ardite, molto più frivole. “Guarda questa” diceva mentre mi mostrava un simpatico ménage à trois “ero al telefono con Babini”.

Vedevo nudi variegati, a volte appena abbozzati, altre volte curati, sontuosi, acquerellati, che lasciavano trasparire l’anima profondamente erotica del Vianello solitario. Se fossero state poi semplici esercizi anatomici, selvatiche inflorescenze pornografiche, io non saprei dire, e forse neanche Lele. L’unica cosa certa era che quei nudi sgorgavano da una mente libera, dal vago o vivido ricordo di un amore che aveva preso possesso del suo braccio durante l’arco di una telefonata. E pensare, dissi tra me, che anche l’arte di Hugo era ricominciata in Italia (dopo il suo ritorno dall’Argentina, quando ancora Corto non era nato) proprio con una telefonata: Ring Ring è stata la sua prima mostra veneziana.

CIMG8070“Le disegno così, mentre telefono. Ormai saranno trent’anni che scarabocchio su questa vecchia rubrica”. E non solo sulla rubrica. Continuava raccontandomi di come spesso si ritrovasse a disegnare su fogli sparsi, sul retro delle tavole su cui stava lavorando. Queste donne erano, paradossalmente, una pausa nel suo mestiere di disegnatore. “Il prossimo anno spero di riuscire a raccoglierle tutte in un libro, uno sketchbook, che intitolerò Dietro la striscia”.

“È una rubrica da galera”, mi ha detto poi mettendosi a ridere, stavamo bevendo una vecchia bottiglia di Tio Pepe “vedi a me piace molto Egon Schiele”. Allora ci siamo messi a sbirciare quei nudi scabri ed essenziali, quelle linee autentiche che alla fine avevano davvero fatto finire il pittore tedesco in gatta buia. “Non preoccuparti Lele”, mi misi a dirgli, “te la compro io la rubrica”, e lo avrei fatto davvero. Solo dopo aver finito il bicchiere in un sorso, mi disse guardingo “e dopo come faccio io coi numeri di telefono?!”. Ci mettemmo a ridere: in effetti sarebbe stato un problema.

 

Il sito internet di Lele Vianello www.lelevianello.it.

 

(Giovanni Scarpa)

 


«La misericordia è anche un giudizio sull’epoca contemporanea»

C’era anche Massimo Borghesi martedì 12 gennaio tra il pubblico dell’Augustinianum alla presentazione del libro “Il nome di Dio è misericordia. Conversazione con Andrea Tornielli” di Papa Francesco. In attesa della presentazione, alla quale sono intervenuti il cardinale Segretario di Stato Piero Parolin, il detenuto cinese Agostino Zhang JianQuing (qui il link al suo commovente intervento) e il comico Roberto Benigni, Borghesi, intervistato da Cristiana Caricato di Tv2000, ha evidenziato il valore della misericordia, centrale nel pensiero di papa Francesco. «Un papa caratterizzato dalla semplicità con cui espone i contenuti evangelici, cosa apprezzata anche da che è lontano dalla Chiesa». La misericordia inoltre secondo il filosofo di Sansepolcro è anche «il punto di unione tra i due ultimi pontificati, pensando alla Deus caritas est di Benedetto XVI» e implica un «giudizio sulla modalità di comunicare l’esperienza cristiano all’uomo contemporaneo», cosa oggi «tutt’altro che scontata». Ecco il video del suo intervento.


I topi del Leopardi finiscono in America

mouseguard-panini-620x350Sono pochi, purtroppo, a conoscere quel meraviglioso testo leopardiano intitolato Batracomiomachia ovvero la battaglia dei topi e delle rane. Questa traduzione da testo greco, che impegnò Giacomo per lunghi anni (sono tre le versioni rivedute nel tempo), si propone non solo come squisito esempio di perizia filologica, ma soprattutto come eccellente manifesto della sua curiosa ironia. Il testo scherzosamente epico, gli piacque così tanto che non mancò di scriverne un sequel: i Paralipomeni alla Batracomiomachia. In quella che ora potrebbe essere chiamata “sottocultura furry”, topi vestiti con elmi di noci e spade di spilli, guerreggiavano contro rane bardate di giunchi e conchiglie. Gloriosi scontri omerici, raffinate descrizioni al limite del grottesco, visioni degne di una rivisitazione Cartoon.

lv1-preview-1Strano ma vero, nel 2007 un disegnatore americano, certamente senza aver letto l’opera del Leopardi, comincia una serie di splendide graphic novel intitolate “Mouse Guard”, “La Guardia dei Topi”.

Una storia da poco giunta in Italia e che pare sgorgare direttamente dalla stessa sorgente figurativa del giovane recanatese (e dove persino i granchi, elemento chiave della Batracomiomachia, fanno il loro breve intervento).

GuardiaDeiTopiGranchiÈ toccato quindi ad allo statunitense David Petersen, e senza nemmeno saperlo, riprendere per primo in mano una faccenda ormai relegata ai salotti intellettuali, e rubarla per così dire ai soporiferi convegni filologici. Un compito che avrebbe probabilmente scoraggiato qualsiasi colto illustratore, trova invece nell’innocente fumettista americano un degno erede: segno che a volte l’ignoranza può davvero portare buoni frutti!

Davvero sorprendente la sintonia, la bizzarra e per certi versi incredibile somiglianza tra le due lontane opere.

lv1-preview-2L’intera vicenda editoriale, ancora in fase di sviluppo (e ne siamo lieti), è affiancata da un sito web www.mouseguard.net, dove il Nostro raccoglie varie bozze, disegni, schizzi.

La Guardia dei Topi racconta la piccola avventura (piccola solo nelle dimensioni s’intende) delle topesche guardie armate che difendono il popolo dei ratti. Scontri, tradimenti, armi leggendarie: tutto riecheggia con intelligente sprezzatura le grandi gesta cavalleresche delle Chanson de geste, degli antichi poemi cavallereschi. Tutto a statura di topo.

blackaxe2E se non me la sento di consigliarne la lettura al pubblico adulto, vorrei certo obbligare tutti i papà del mondo a comperare ai loro figli quantomeno il primo volume.

Pensate soltanto che Giacomo Leopardi lo avrebbe certamente scritturato.

 

(Giovanni Scarpa)


Gaitonde a Venezia, le sindoni zen che annullano i confini dell’arte

IMG_6637La retrospettiva del pittore indiano Vasudeo Santu Gaitonde (1924-2001), la più ampia tenutasi in Europa, organizzata dalla Peggy Guggenheim Collection di Venezia, ha permesso una presa d’atto oramai completa della sua attività. Una vicenda più che significativa, sia per la qualità delle opere, sia per i rapporti che essa istituisce con l’arte europea dalla quale dipende fin dagli inizi e per il percorso finale, vera e propria anabasi o ritorno alle sorgenti della cultura orientale. Anabasi che nel suo compiersi recupera sì modelli perduti in un’epoca nella quale l’arte indiana tentava in ogni modo di inseguire e collimare con l’offerta occidentale, ma che non per questo sacrifica quanto acquisito.

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Il nostro critico Mario Cancelli alla mostra su Gaitonde

Un’operazione quindi che, assieme agli eccelsi esiti pittorici, fra i più alti di questa stagione in cui in Occidente si maturano soluzioni sofferte ma ineludibili (spesso vissute con entusiasmo e radicalità, si pensi al gruppo Gutaj in Giappone, legato all’espressionismo astratto americano) provoca entrambe le fonti proprio nell’evitare equivoci sincretismi. Quasi una sfida, a viso aperto, quella operata da Gaitonde, a entrambe le tradizioni, vissute e amate con sincero trasporto, e in grado di istituire un continuo, fertile, quasi implacabile atto di giudizio. Forse come nessun altro esempio fino ad ora conosciuto. Da qui il valore della vicenda di Gaitonde e l’indiscusso merito del Guggenheim e dei curatori, tra cui Sandhini Poddar.

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Klee, Giardino magico
Gaitonde
Un'opera giovanile di Gaitonde

Gli inizi “europei” di Gaitonde, artista schivo e lontano delle accademie, sono legati all’esperienza di Paul Klee. Non poteva essere altrimenti: Klee era uomo altrettanto schivo e dubbioso delle istituzioni accademiche, forse proprio per avervi insegnato. Il Klee che Gaitonde fa suo è il Klee astratto ma anche intimo, che offre un repertorio cospicuo di segni, simboli, soluzioni pittoriche, agiti grazie ad una texture fluttuante che unifica tutti gli eventi: si vedano le sue figure ridotte a schemi infantili e che il pittore indiano assimila con disinvoltura. Un Klee dal linguaggio delicato, che trasporta in un mondo di favola, testi “totali” anche quando in formato miniatura. Un’altra prestigiosa opera di Klee, conservata al Guggenheim, testimonia di un’eredità acquisita : quel “Giardino magico” che unifica favola, ironia, in una dimensione in cui tutto può essere detto, interferendo con firme simboliche, che rompono l’incanto e allo stesso tempo lo ricostituiscono. A parte l’ironia che contrassegna questo periodo dell’artista svizzero, la sua riduzione ad automa dell’umano, Gaitonde fa suo questo sviluppo modernista della pittura, dai molteplici possibili sviluppi.

IMG_6642Il silenzioso Gaitonde. L’arte europea però era iniziata con il gran chiasso delle Demoiselles d’Avignon: la forma classica in pezzi, l’eros che urla provocatoriamente attraverso una negritudo provocante, un cubismo in grado di far detonare l’inconscio e di neutralizzare gli eccessi. Gaitonde, che conosceva tutto ciò, decise poi un ritorno in patria, un nuovo viaggio verso le latitudini di una cultura che poteva offrirgli una soluzione a quell’automatismo che Klee vedeva impadronirsi della civiltà, verso qualcosa che fornisse riparo e dominio sulle schegge.

gaitI suoi simboli divengono quindi simboli con la maiuscola; il silenzio, approdo mistico. La mostra documenta in abbondanza questo tentativo. Si sente dire che i mistici siano tra loro tutti uguali: un luogo comune. Parallelismi con l’arte di Rothko? In realtà il pittore statunitense, in nome di una ecumenicità astratta, fonde i simboli prima ancora della realtà fenomenica, rimane erede del Rinascimento, lontano da questi aut-aut. Certo l’Occidente stesso a più riprese inseguirà la sapienza orientale, ma secondo dinamiche tutte sue. Tobey? Le sue superfici di puntini luminosi potrebbero rappresentare la massima prossimità, ma anche il preludio delle mappe gestuali di Pollock. E Mondrian non vive una sua geometria vivente in una polis che conosce solo atto e profitto?

IMG_6586Gaitonde quindi si trova a includere con un realismo sintetico paesaggi e interni quasi cinematografici, resi da un gesto rapido, moderno - sembrerebbe quasi un action per questo - ma da cui il mistico si trattiene e ci trattiene e che pervade di una malinconia quasi leonardesca. Tra noi e la realtà si eleva una barriera, la linea orizzontale che evoca la Perfezione, l’Ideale nascosto come termine di ogni moto.

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Franz Kline, Painting n. 7
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Un'opera di Gaitonde esposta a Venezia

Forse la distanza con l’Occidente è più testata che resa bandiera. Al “tutto è superficie” di Andy Warhol, Gaitonde oppone un “tutto è profondità, silenzio”. La linea di confine resta sottile ma obbligata: lo dimostrano le opere calligrafiche e il recupero della grammatica zen. L’esigenza era la medesima degli espressionisti astratti, ma anche se Kline utilizzò i segni calligrafici come supporto, il suo gesto si appropria del segno e i neri calano come architravi di un pensiero che è tutto dell’io. Al contrario Gaitonde sembra presupporre un codice preventivo, una sintassi nella quale, per ottenere la contemplazione, l’io va a scomparire nell’atto stesso della nominazione.

Non che l’Occidente non sia stato tentato da una simile soluzione, come la “catena dei significanti” di Lacan parrebbe dimostrare.

IMG_6653Oriente e Occidente s’incontrano però proprio nella necessità di una critica a questo annullamento: sarà il pensiero freudiano a legiferare dei due “eventi” del pensiero, quei principi di realtà e di piacere uniti nel pensiero del bambino e che l’Oriente tende a scindere. In questo senso andava lo stesso Klee, le sue sagome narrano la scissione, la regressione: favole per adulti di adulti in piena patologia, ma anche favole che riconducono residui della memoria alla storia dell’individuo.

Una scissione che le opere tantriche di Gaitonde vivono con fatica: i suoi teleri oro cupo e rosso indiano, avviano a un distacco e a un’immediatezza che annullano i confini dell’arte. Queste sindoni zen conducono alle energie dell’universo, sì ma per la via della sfiducia nell’atto intellettivo. Eros e pensiero separati in casa (nel corpo): non furono questi gl’inizi dell’avventura di Gaitonde. Solitaria ma capace di “prendere”.

 

V.S. GAITONDE. Pittura come processo, pittura come vita

A cura di Sandhini Poddar, curatrice aggiunta, Solomon R. Guggenheim Museum, con Amara Antilla, Assistant Curator, Solomon R. Guggenheim Museum

3 ottobre 2015 - 10 gennaio 2016

The Peggy Guggenheim Collection

www.guggenheim-venice.it

 

(Mario Cancelli)


Burri solitario / Due letture / Metafora e memoria dell’atto

BURRI sparaA distanza di tre giorni, proponiamo la seconda puntata dell'articolato contributo critico di Mario Cancelli su Alberto Burri, a conclusione della grande mostra newyorkese al Museo Guggenheim.

Burri solitario

A Maurizio Calvesi dobbiamo il gustoso esercizio di definire una mappa, che leghi gli artisti italiani del dopoguerra ai loro ipotetici partner politici. Dove lo mettiamo il nostro tra i Morandi, i Guttuso, e tutti gli altri? Da nessuna parte. Un impolitico, per usare il termine di Bataille; non perché il “nero” dell’ex camicia nera si fosse stinto col tempo (il nero avanza col tempo fino a dilagare), ma perché la camicia nera era oramai sempre più stretta e consunta.

alberto_burri_6-fdd24fa227Vista dai vincitori, vista dai perdenti, la conclusione è la medesima: trattasi non di un dramma del potere ma del suo contrario, dell’impotenza. La stessa storia dell’arte americana successiva ci parla di quest’abdicare: il gesto era ormai articolo esaurito su quel mercato. Esiste un piano Marshall per l’inconscio? Quei sacchi che gli americani inviarono in Italia dopo la fine della guerra, non divennero mai simbolo di povertà: l’eleganza con la quale Burri li trattava, parla di una ricchezza non riconducibile a cause esterne. “Sfruttare il caso con sapiente controllo”: questo assioma di Burri non è il segnale che nel linguaggio, se “qualcosa avviene”, è questo il vero capitale iniziale?

combustione plastica 70033282-CAB1-11Due letture

La critica fini con l’arrendersi a una vicenda scandalosa ma ineluttabile.

Flavio Caroli distinse gli sforzi interpretativi in due campi: la lettura “formalista” di Calvesi e quella che apriva sia pure con incertezza all’inconscio, grazie al recupero dei collages cubisti (2). Possiamo chiederci se l’ombra dell’inconscio gravi sul suo cantico di lacerti e tessuti slabbrati rimasti sul catafalco di una grazia irremovibile. Quelle cuciture in bella mostra tra i nobili stracci però non cucivano ormai nulla, erano residui di suture ormai inutili in se stesse.

boscoViene da pensare a Heine, al suo rifiuto di una poesia che metta “filosofiche pezze all’universo”: Burri compie qualcosa di simile? Sacchi e cuciture non sono nemmeno simboli, ma offerte di grate memorie, confronti impliciti e deliberata polemica con la pittura contemporanea, persa secondo Burri fra cerebrali astrattismi e grossolano realismo politico. Non ci si è accorti che il supertecnolgico Burri, l’oggettuale Burri, ripete in fondo l’operazione pascoliana, cioè la consacrazione poetica delle piccole semplici cose. Gli enormi sacchi con la loro bellezza di materia e di manufatto rappresentano una sorta di myricae made in USA.

Metafora e memoria dell’atto

slide_432494_5630802_free[1]Dai “Cretti” - bianchi come saline, neri come crateri - alle “Combustioni”, abbiamo davanti sempre un teatro, ma con qualcosa del laboratorio di analisi chimica. Un convitato di pietra, un opaco nero (a volte un rosso anche lui opaco e immemore di sé) come un oppositivo supporto minaccia di trascinare giù tutto il sipario.

È un barocco scientifico, in cui la carne si fa metafora in modo analogo a quello di un reagente iniettato nelle vene, nel quale tutte le metafore stanno sospese, tra recitato e biopsia. Ferite sì, ma per nulla metafisiche, come invece quelle di Fontana, che assurgono, come gli insuperati “Cretti”, a strozzate metafore della modernità: terre solo apparentemente desolate, dove è ancora intatto il piacere della sabbia, del gesso.

19-Ex-Seccatoi[1]Nell’ex Essiccatoio di Città di Castello, dalle pareti nere, Burri creò l’ambiente per i “Cicli”. Uno spazio mistico, come fu per la Cappella Rothko, un tempio della forma per un moderno faraone? No: in queste superfici, sempre più opache, nell’apoteosi della forma, Burri dà forse luogo a un atto che recupera qualcosa di originario.

Guggenheim-Burri-rosso-gobboAssistiamo a una Bisanzio della memoria, dove una foglia d’oro fluttua fra le tonalità dei grigi e dei neri, sostenuta e condotta da geometrie che sembrano assecondate presenze. Ridotte le materie al livello zero della natura, è come se il teatro (anche i sacchi erano stati teatro) non avesse più ragione di sussistere. Nella nuova, ultima spazialità, la questione si gioca tra materia levigata e materia che diviene eritematosa.

catrameÈ possibile dire allora che questo esito aureo, recupero di una qualche dimensione ctonia, su cui cade come foglia l’oro stesso, sia memoria di qualcosa di arcaico, di originario? Il “buco nero” non è meno nero, anzi ora è invasivo, ma chi lo vede più in questa sorta di paesaggio astratto, che ricorda l’anamnesi dell’io, di ogni io?

alberto_burri_vert_5-4aeed504b6Avviene ora ciò che aveva richiesto così lunga desiderante preparazione, cioè il riemergere, il porsi di qualcosa che è originario di ogni vita. Il recupero di una materia arcaica significa la memoria di un atto primario, l’eccitamento che dà la madre al bambino?

Se sì, avremmo una Bisanzio del principio del piacere, quotidiana e gloriosa, altrimenti un nuovo capitolo del tiro al bersaglio sulla “sagoma dell’arte”.

Note:

2) F. Caroli, Burri: la forma e l’informe, Mazzotta, 1979

 

Burri: The Trauma of Painting
09/10/2015 – 06/01/2016
Solomon R. Guggenheim Museum di New York
www.guggenheim.org

 

(Mario Cancelli - 2. fine)

 


Se Il Sole 24 Ore racconta “il pensiero del Gius”

von-b11[1]Con il titolo “Il pensiero del Gius”, Giovanni Santambrogio, collaboratore storico del quotidiano economico-finanziario Il Sole-24 Ore, pubblica una recensione dell’ultimo libro di Massimo Borghesi sul pensiero di don Giussani. «Entrare nel pensiero e nella teologia di don Giussani», annota il recensore, «significa aprirsi alla frequentazione intellettuale e anche ai rapporti personali con i grandi del Novecento da Bonhoeffer a Guardini, da Rahner a von Balthasar (nella foto) e Ratzinger, autori ora indiscussi, allora guardati con sospetto e timore da molto tradizionalismo cattolico».

 

Il Sole 24 Ore, domenica 3 gennaio 2015, p. 28, Il pensiero del Gius (G. Santambrogio)

 

L’elezione di Papa Francesco ha avviato un forte ripensamento sulla presenza della chiesa nel mondo e, prima ancora, sull’identità del cristiano. Lo stesso Giubileo straordinario della misericordia, così come è stato impostato e come vede coinvolta la gerarchia ecclesiastica, va nella direzione di costringere istituzioni e fedeli a riportare al centro della riflessione la fede, perno dell’agire cristiano e di una nuova umanità. Bergoglio energicamente pone il tema della “presenza”, diventato in molti casi dramma con il martirio e le persecuzioni: chi è il cristiano, che cosa lo distingue, che linguaggio deve parlare, come deve vivere in un mondo secolarizzato e indifferente a Dio? Domande che sollevano questioni relative alla teologia (la riflessione su Dio in una cultura che ha assimilato la “morte di Dio”), alla dottrina (l’affermazione dei valori in un mondo che non li riconosce e li scardina servendosi della scienza), all’impegno socio-politico (la risposta alle ingiustizie resa ora più complessa dalla globalizzazione). La chiesa vive un passaggio storico che può vederla nuovamente protagonista se ritrova la via della proposta e della testimonianza. Ma che cosa significa tutto questo? Papa Francesco ripete: incontrare Cristo e riconoscerlo presente oggi.

La questione così formulata e il contesto storico apatico, se non ostile, verso la chiesa richiamano la stagione della nascita di Gioventù studentesca - poi Comunione e Liberazione - e l’ininterrotto lavoro di don Giussani nel proporre ed affermare una presenza cattolica viva in un Occidente dove i «valori cristiani senza Cristo» stavano creando una «pretestuosa ideologia cristiana». Bergoglio da vescovo di Buenos Aires aveva presentato in Argentina quattro libri fondamentali di don Giussani, Il senso religioso, Perché la Chiesa, L’attrattiva Gesù, Si può vivere così, confidando pubblicamente nel 2001 due ragioni che lo legavano al sacerdote italiano: «La prima, più personale, è il bene che negli ultimi dieci anni quest’uomo ha fatto a me, alla mia vita sacerdotale attraverso la lettura dei suoi libri. La seconda ragione è che sono convinto che il suo pensiero è profondamente umano e giunge fino al più intimo dell’anelito dell’uomo. Oserei dire che si tratta della fenomenologia più profonda e, allo stesso tempo, più comprensibile della nostalgia come fatto trascendentale».

Il pensiero, la teologia, la portata culturale dei testi di don Giussani e della sua opera nella costruzione di un movimento ecclesiale internazionale sono al centro del primo e interessante studio critico scritto da Massimo Borghesi sul sacerdote di Desio che ha dialogato intensamente tre Papi. Con Paolo VI con il quale ha discusso e perfezionato la categoria del “senso religioso”, allora in odore di modernismo e invisa per la sua antropologia all’establishment ecclesiastico italiano; con Wojtyla che ha riconosciuto il movimento di Cl; con Ratzinger che lo ha incoraggiato nell’opera e ha tenuto l’omelia funebre in rappresentanza di Giovanni Paolo II. Il volume porta un sottotitolo eloquente: «Conoscenza amorosa ed esperienza del vero. Un itinerario moderno». Lo scrupoloso lavoro di Borghesi va a completare la figura ricca e poliedrica di don Giussani descritta dalla imponente biografia di Alberto Savorana (Don Giussani, Rizzoli) e dai tre rigorosi volumi di storia di Comunione e Liberazione di Massimo Camisasca (San Paolo). Entrare nel pensiero e nella teologia di don Giussani significa aprirsi alla frequentazione intellettuale e anche ai rapporti personali con i grandi del Novecento da Bonhoeffer a Guardini, da Rahner a von Balthasar e Ratzinger, autori ora indiscussi, allora guardati con sospetto e timore da molto tradizionalismo cattolico. Significa aprirsi al dialogo con il protestantesimo (Giussani è stato un attento studioso di Niebuhr), rileggere la grande letteratura internazionale e italiana valorizzando autori poco graditi a certo cattolicesimo come Leopardi, Pavese, Pasolini e Testori. Da dove parte questa attenzione? Da una categoria: il “senso religioso” che orienta il cuore e la ragione dell’uomo ad un significato ultimo dell’Essere che costituisce l’anima della sua intelligenza e della sua affezione. Non solo, c’è poi la categoria dell’“incontro” (un incontro che diventa avvenimento). Terza categoria fondamentale, l’“esperienza” che non ha una connotazione etica ma ontologica. L’incontro è testimonianza, ovvero una presenza che rappresenta, quindi l’etica che ne scaturisce è riverbero dell’ontologico. Queste tre categorie hanno sfidato la modernità attraversandola e continuano ad agire da “attrattiva” nella frammentazione postmoderna. Il saggio di Borghesi documenta con precisione e chiarezza l’attualità del pensiero di Giussani, racconta quanto sia stato vagliato e forgiato dalla storia e mostra quanto possa contribuire oggi al rinnovamento della chiesa intrapreso da Papa Francesco.

 

Massimo Borghesi, Luigi Giussani – Conoscenza amorosa ed esperienza del vero. Un itinerario moderno, Edizioni di pagina, Bari, pagg. 260, € 16,00.