La questione confessionale nell’Egitto contemporaneo: il caso dei cristiani copti

12188115_10206778936025442_8458710999536050191_o[1]Giovedì 12 novembre 2015 dalle ore 16.30 alle ore 18.30 presso l'Aula Brunetta, via del Santo, 26 - Padova, all'interno del corso di Storia dei Paesi Islamici, la professoressa Leila El Houssi ospiterà il secondo di un ciclo di incontri sulla questione "Minoranze religiose nel Nord Africa e Medio Oriente". La conferenza sarà tenuta dalla Dott.ssa Alessia Melcangi Università di Catania, e avrà come titolo "La questione confessionale nell’Egitto contemporaneo:il caso dei cristiani copti".

Alessia Melcangi è assegnista di ricerca in Storia e Istituzioni dell’Africa presso il Centro per gli Studi sul Mondo Islamico Contemporaneo e l’Africa - CoSMICA Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali, Università di Catania. Cultore delle materie Storia dell’Africa e Storia dei Paesi dell’Africa e del Medio Oriente presso il Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell’Università di Catania, fa parte del comitato scientifico della collana editoriale IJAZAH. Collana di Storia del mondo islamico e islamistica. Cura la Segreteria dell’Associazione per gli Studi Africani in Italia (ASAI), di cui è responsabile dell’informazione e della mailing list. Fa inoltre parte del Comitato di redazione della rivista Polo Sud. Rivista di Storia moderna e contemporanea.

I suoi principali ambiti di interesse sono la Storia contemporanea dell’Egitto, le minoranze religiose e i diritti umani in Egitto, la partecipazione politica, sociale e culturale della minoranza cristiano copta in Egitto, la cittadinanza e processi democratici in Africa e in Medio Oriente.

Principali pubblicazioni

Melcangi A., La questione confessionale nell’Egitto post-rivoluzionario, in A. Cantaro (a cura di), Dove vanno le primavere arabe?, Ediesse, Roma 2013, pp. 83-90.

Melcangi A., La collettività italiana nell’Egitto di Gamal ‘Abd al­Nasser. Alcune note a proposito dei documenti diplomatici italiani sulla visita di Fanfani al Cairo, in “Polo Sud. Semestrale di studi storici”, III, 2013, pp. 55-79. Peer-reviewed publication.

Melcangi A., The political participation of Copts in Egypt: from the Nasser years to the sectarian strife of the nineties, in Fois M., Pes A. (eds.), “Politics and Minorities in Africa”, Aracne, Roma 2013, pp. 221-243. Peer-reviewed publication.

Melcangi A., Religious issues in Egypt: From revolution to Nasser and back, in Panebianco S., Rossi R. (eds.), Winds of Democratic Change in the Mediterranean? Processes, Actors and Possible Outcomes, Rubettino, Soveria Mannelli 2012, pp. 347-363.

Melcangi A., Cricco M., Gamal ‘Abd al-Nasser e Muammar al­Gheddafi: due figure a confronto nello scenario mediorientale della fine degli anni Sessanta, in Tonini A., Simoni M. (a cura di), Realtà e memoria di una disfatta. Il Medio Oriente dopo la guerra dei Sei Giorni, Firenze University Press, Firenze 2010, pp. 35-56.

Melcangi A., La risata che cambiò il mondo. Gamal ‘Abd al­Nasser tra mito pubblico e identità privata, in Melfa D., Melcangi A., Cresti F. (a cura di), Spazio privato, spazio pubblico e società civile in Medio Oriente e in Africa del Nord, Giuffré, Milano 2008, pp. 153-180.

Melfa D., Melcangi A., Cresti F. (a cura di), Spazio privato, spazio pubblico e società civile in Medio Oriente e in Africa del Nord, Giuffré, Milano 2008.

Melcangi A., Gamal ‘Abd al-Nasser tra mito pubblico e identità privata, in “Africa”, LXII, 2007, pp. 329-359. Peer-reviewed publication.

Melcangi A., Church, intellectuals and youth movements: the new reflection on secularism and tradition within the Coptic community in Egypt, in L. El Houssi, A. Melcangi, S. Torelli (eds.), North African Societies after the Arab Spring: Between Democracy and Islamic Awakening, Cambridge Scholars Publishing, Cambridge 2015, sub prelo.

Melcangi A., Identità contestata, identità condivisa: i copti tra nazionalismo e rivendicazioni comunitarie nell’Egitto contemporaneo, in Cresti F. (a cura di), La sfida del pluralismo, Aracne, Roma 2015, sub prelo.


Avviso importante: cambiamento di sede per l’incontro sul Sinodo

image[1]Un avviso importante: è cambiata la sede dell’incontro “Il Sinodo visto da vicino - La bellezza della famiglia e le sfide del tempo presente” di martedì 10 novembre 2015 alle 21.00, che originariamente si doveva tenere nella Sala dello Studio teologico del Santo. Si terrà invece poco lontano, nella Sala del Redentore, di corso Vittorio Emanuele II 174, vicino alla parrocchia di Santa Croce.


A day in the jungle. Baruffi e l’impossibile surrealismo

baruffi (5)Si parlerà mai di un terzo surrealismo, dopo quello di Breton e poi di Bataille? Pensiamo proprio di no, anche se speriamo solo di sbagliarci.

Per varie ragioni, non ultimo il fatto che, contrariamente a quello che si predicava sulle barricate del Sessantotto, il potere non ha nessuna intenzione di concedersi all’immaginazione. Tutto lo spazio possibile invece all’imitazione di essa (è il kitsch). Per questo un terzo surrealismo è per lo meno arduo da immaginare, quasi come la terza età di Gioachino da Fiore. Dipende soprattutto da come verrà trattato quel che si chiama il “sintomo”, un tempo il forziere del nevrotico, che artisti e scrittori saccheggiavano con passione.

La Sainte vierge di Picabia è sintomo. L’Elephant fording a river di Bacon è sintomo. La fattoria degli animali di Orwell è sintomo, anche se un po’ compromesso con l’allegoria.

baruffi (4)Gli animali di Baruffi non conoscono possibili alterità, tanto sembrano preannunciare e testimoniare l’avvento di questa inimmaginabile terza età di cui si parlava.

Terza età come ultima metamorfosi (animalesca) dell’honnête homme?

Baruffi in verità si fa da parte, sceglie il ruolo di Cicerone del dramma in cui guida. Nella sua straniata città le mucche ruminano assimilatissime all’ambiente, i pavoni si offrono come dive cinematografiche, cavalli sui tetti-giardini dei grattacieli assaggiano erbe come fossero drink.

L’operazione allora è quella di farci accettare con assoluta normalità tale incubo, che nulla ha da spartire con le associazioni dell’inconscio e sembra invece propagandare un che di avvenuto: l’identità di uomo e animale.

baruffi (2)Dal suo osservatorio newyorkese Baruffi ci offre le istantanee di una poetica che, senza azzardare alcun ribellismo o demistificazione, è de facto e de jure, tutta politica. Non fosse per il fatto che l’artista si concede il lusso di osservare - come il tirocinante fa nelle sale dove si amministra la giustizia - quel che la polis delle polis offre all’immaginario. Immagini oniriche o prese casualmente da un cellulare?

baruffi (3)Le tartarughe, meglio delle oche celebrate da favole e fumetti, attraversano i passaggi pedonali con quacquera e orgogliosa compunzione: e non uno strombettio osa far loro fretta. Insomma: l’ideale di cui si è detto si è fatto storia.

Una società serena, senza conflitti è davanti a noi e noi la osserviamo senza scandalo, quasi ogni ribellione fosse impossibile. Questa è l’angoscia che tale pittura trasmette. L’animale come derridiano ideale, l’istinto (!) di sottomissione reso virtù civica.

baruffi (1)Baruffi ce lo dice come meglio non si può, con questi teleri che usano lo straniamento come variazione di un’assurda posa fotografica. Un mondo che pochi decenni fa sarebbe stato solo fumetto, ora è realtà. Lo cogliamo senza sforzo, si diceva: non ci resta che aggiungere a tale lettura il pensiero che un piccolo resto psichico questo zoo poco fantastico ancora riesca a proporre. Un resto di totemismo, che induce alla speranza per un dramma individuale e collettivo che osi nominarsi. Quel dramma che Bacon si era concesso di sorprendere nelle metamorfosi dei suoi personaggi, chiusi come cavie in un calvario di deformazione.

Francis Bacon - Elephant Fording a River (1952)
Francis Bacon - Elephant Fording a River (1952)

Già: una vicenda ancora simbolica, quella di Bacon. Il suo celebre Elefante, come si è detto, è figura sovradeterminata quanto al significato: Bacon lo scopre, senza pregiudizi scientifici, in quelle stesse pianure che furono percorse da antropologi senza troppa inventiva. Bacon onorava poeticamente qualcosa in cui è possibile riconoscere il simbolismo paterno.

In tanta serenità, come quella generata di Baruffi, è ancora possibile il Parricidio? O tutto si è consumato senza resto? È questa l'alba di un nuovo surrealismo, la pacificatapaix[1] favola di un fissato inconscio, come Picasso nella Paix aveva colto?

 

 

 

Andrea Baruffi, A day in the jungle.
Galleria Forni, Bologna
24 ottobre-1 dicembre 2015

(Mario Cancelli)


Addio a Carlo Porciani, promotore e innovatore dell’illustrazione italiana

Porciani Giovanni ScarpaGiovanni Scarpa, studente della facoltà di Lettere dell’Università di Padova, cultore della storia dell’illustrazione contemporanea e autore di “Giorgio Foresto - Le opere segrete di Giorgio De Gaspari”, ci propone un ricordo di Carlo Porciani, pioniere dell’illustrazione italiana, cofondatore del mitico “Studio Dami”, che ci ha lasciato in questi giorni. Nella foto a fianco: Porciani con Giovanni Scarpa nella casa toscana dell’artista.

 

Porciani giovaneSi è spento pochi giorni fa (il 4 novembre 2015), Carlo Porciani, dopo una lunga e taciuta malattia.

Grande promotore e innovatore dell’illustrazione italiana è ormai dai più ingiustamente dimenticato.

Dopo aver lavorato nel 1956 al personaggio Davy Crockett, nell’industriosa Milano del 1958, assieme ai fratelli Rinaldo e Pietro Dami, collaborò alla fondazione delle rivoluzionarie Produzioni Editoriali Dami, che esportando in Europa i migliori autori del fumetto italiano, fecero di lui uno stimato editore (oltre che fumettista) e uno dei più importanti promotori dell’illustrazione moderna.

Porciani Studio DamiNegli anni in cui la televisione mostrava i suoi programmi in bianco e nero, questa grande-piccola officina, che i più chiamavano semplicemente “Studio Dami”, spandeva nelle librerie i più raffinati e innovativi libri illustrati (dinosauri, enciclopedie, fumetti…) che per la prima volta guardavano con vorace curiosità al panorama americano e londinese (western, fumetti di guerra, collaborazioni con la Fleetway Publications...) Attorno a questo nuovo focolare artistico che Giorgio Trevisan ricorda come “un posto un po’ dimesso, ma che a me sembrava il Paradiso”, si riunirono grandi Porciani Rodeocome Giorgio De Gaspari, Hugo Pratt, Mario Uggeri, Dino Battaglia, si formarono maestri come Aldo Di Gennaro.

Nelle stanze in Corso Italia, a metà tra un grande studio collettivo (i tavoli di lavoro stavano uno accanto all’altro in una grande stanza comune) e una biblioteca (molti illustratori si recavano nello “Studio” alla ricerca di informazioni utili per disegnare indiani, aeroplani d’epoca…), se ne videro davvero di tutti i colori. Tra scherzi e lavoro, qualcuno dava da mangiare al Cacatua bianco che svolazzava tra i tavoli, qualcun altro cercava di badare alla scimmietta, vera, che il De Gaspari aveva regalato ad uno dei soci.

Porciani Kolosso2Molte ancora le storie che qualcuno si prenderà la briga di raccogliere dalla viva voce di Di Gennaro, Festino, Orlandi; storie ancora nascoste nelle nebbie del ricordo, ma che, con una piccola spolverata, sapranno mostrare il loro splendore, il loro brio artistico. Un primo contributo è certo il prezioso articolo del Frisenda “Lo Studio Dami di Rinaldo ‘Roy’ Dami - Una fucina di autori” (link bit.ly/1kwW7Ry)

Porciani EgiziCarlo, giovane barbuto e intraprendente, minuto ma prestante, finì per posare per il pittore Cracupino che doveva illustrare nella rivista “Epoca” alcune scene storiche. Posò come nobile egiziano e da allora, per tutti gli anni ‘60 e ‘70, i diversi illustratori non poterono far altro che disegnare egiziani dal profilo alla Porciani.

Nel ’64, assieme a Mario Faustinelli e altri grandi fumettisti, diede vita all’inarrestabile Kolosso, “nipote di Ercole e di Maciste”, personaggio che guardava certo con lungimiranza alla wellness contemporanea e anticipava interpreti a lui più vicini come il bonario e brutale Bud Spencer o il palestratissimo Arnold Schwarzenegger.

Porciani Kolosso3La storia di Carlo si perde poi tra collaborazioni editoriali, piccole produzioni e una grande passione per il collezionismo. Fu fervente e importante estimatore delle opere del De Gaspari nonché uno dei suoi più cari amici. Finì per condurre una vita solitaria, immerso nello studio, felicemente sommerso dai libri nella sua casa in Toscana.

In attesa di altre più copiose e meritate rimembranze, auguriamo a Carlo un buon felice ritrovo con gli altri grandi “gentiluomini di fortuna”.

(Giovanni Scarpa)


Erik Peterson, una figura da riscoprire. I video del convegno romano del 26 ottobre

PetersonIl tedesco Erik Peterson, vissuto a Roma dopo la sua conversione al cattolicesimo dal 1930 al 1960, anno della sua morte, attende ancora il dovuto riconoscimento. Con il suo volume del 1935 Il monoteismo come problema politico, è il grande critico di Carl Schmitt e dei “Cristiani tedeschi” che avevano aderito al nazionalsocialismo. Peterson è il vero critico della teologia politica del ’900, è colui che riattualizza Agostino in chiave “liberale”.

Alla sua figura e al suo pensiero il 26 ottobre scorso nella sede di Azimut consulenza, in via Flaminia a Roma, è stata dedicata la tavola rotonda “Tra teologia e politica in ricordo di Erik Peterson”. Dopo il ricordo della figlia Diana Peterson, hanno aprtecipato al dibattito, moderato da Fabrizio Noli, Massimo Borghesi e Massimo Luciani. Vi proponiamo i video del convegno.

Il saluto di Diana Peterson, figlia del teologo tedesco

L’intervento di Massimo Borghesi

L’intervento di Massimo Luciani

Il dibattito finale con il pubblico: era presente ed è intervenuto anche Giuliano Ferrara.


Don Giussani e l’incontro con Pasolini e Testori

15_Testori-nel-suo-studio[1]Le due voci più espressive negli anni Settanta, in Italia, di intellettuali non schiavi del potere si incrociarono, idealmente e realmente, con la strada di don Luigi Giussani. Un prete che aveva intuito che era giunto il momento di «una testimonianza cristiana umanamente autentica desiderosa di rapportarsi a tutti e a tutto, fuori da steccati o pregiudiziali di tipo ideologico o politico». Un articolo di Massimo Borghesi su IlSussidiario.net.

 

martedì 4 novembre, Letture/ Don Giussani e l’incontro con Pasolini e Testori (M. Borghesi) (link http://www.ilsussidiario.net/News/Cultura/2014/11/4/LETTURE-Don-Giussani-e-l-incontro-con-Pasolini-e-Testori/550500/)

 

La Vita di don Giussani di Alberto Savorana (Rizzoli 2013) ha il grande pregio, tra le altre cose, di documentare episodi e incontri della vita di don Giussani, poco noti e, in molti casi, sconosciuti. Di questi incontri, taluni, tra i più significativi, avverranno dopo il ‘68, dopo che, come abbiamo visto in un precedente articolo su queste pagine, il sacerdote di Desio aveva intuito che la grande contestazione stava travolgendo quanto rimaneva della “cristianità”. Ciò obbligava a ripensare una presenza cristiana non più determinata dal rapporto con la tradizione bensì modulata dalla priorità affidata all’incontro, ad una testimonianza cristiana umanamente autentica desiderosa di rapportarsi a tutti e a tutto, fuori da steccati o pregiudiziali di tipo ideologico o politico.

Questa prospettiva, assolutamente inedita nel panorama ecclesiale di allora, che troverà una formulazione, semper reformanda come mostra il volume di Savorana, nel movimento di Cl, sarà quella che porterà l’autore ad una serie cospicua di incontri con personaggi di non credenti, aventi una caratteristica in comune: quella di essere umanamente ed intellettualmente vivi, voci fuori dal coro. Tra essi Pier Paolo Pasolini e Giovanni Testori, ambedue omosessuali, espressioni di un mondo di sinistra certo molto lontano da quello democristiano e cattolico tradizionale.

Quello con Pasolini rimarrà, in realtà, un incontro ideale, con grande rimpianto di don Giussani. Savorana ricostruisce la cronaca di quell’appuntamento mancato. «La mattina del 3 novembre 1975, nel suo studio di via Martinengo Giussani apprende dal Corriere della Sera dell’uccisione di Pier Paolo Pasolini. Con lui c’è Laura Cioni, che scorge sulla scrivania una lettera indirizzata allo scrittore, che non sarà mai completata: “Esprimeva una totale consonanza con le posizioni da lui sostenute in tanti articoli sul Corriere della Sera”». Il ricordo è confermato da Lucio Brunelli il quale «incontrando Giussani nel 1998 nella sua abitazione di Gudo Gambaredo, gli parla di Pasolini e si sente dire che “gli stava scrivendo una lettera quando arrivò improvvisa la notizia della sua morte. Nella lettera intendeva chiedergli di incontrarlo”».

Giussani si era avvicinato a Pasolini a partire dagli articoli del poeta-scrittore-regista sul Corriere della Sera, pubblicati poi nella raccolta Scritti corsari. L’editoriale del 24 giugno 1974 Il potere senza volto lo aveva entusiasmato. Come ricorda ancora Brunelli: «Mi vede passare e ballando letteralmente sulla sedia mi chiama: “Vieni Lucio, leggi qua, è l’unico intellettuale cattolico, l’unico…”». Lo colpivano la critica pasoliniana all’omologazione, alla distruzione del popolo ad opera di un nuovo potere, conservatore e dissacrante ad un tempo, per il quale l’unico dio era la merce, il consumo come forma di vita. Ne parlerà, riecheggiando il corsaro, nel suo discorso alla Democrazia Cristiana lombarda, ad Assago, nel 1987. Riguardo al mancato incontro con lui rievocherà, con rammarico, un episodio: «Quanto mai quella sera non l’ho accostato - aspettavo l’ultimo aereo che partiva da Milano verso Roma -… Se Pasolini fosse stato a due nostri raduni, ci avrebbe investito di invettive, ma sarebbe diventato uno dei nostri capi!».

Pasolini diverrà per Giussani il paradigma di un dramma, quello di un uomo cresciuto nella tradizione cattolica, ricevuta dalla madre, abbandonata perché non confortata dall’esperienza di un nuovo incontro. «In un paese del Triveneto, cattolicissimo come ambiente, - dirà -, c’era uno che, disubbidendo a sua madre, era andato a trovare, in una certa taverna, in un paese vicino, un gruppo di tre o quattro giovani scalmanati che a lui piacevano. […] e questo nel tempo lo aveva dissuaso dall’andare in chiesa alla domenica, dall’ascoltare sempre sua madre. […] Quel ragazzo è diventato Pasolini. Egli, la tradizione cristiana genuina, avendola succhiata dal seno di sua madre, l’ha avuta, la doveva vivere, era costretto a viverla, anche se interpretava tutto in modo diverso: secondo la mentalità del gruppo. Dunque è diventato Pasolini, uno dei più grandi scrittori italiani, […] Pasolini ha incontrato un gruppo di persone che si ponevano contro la società di allora, contro la cultura di allora, come innovatori. […] ha cercato una strada sbagliata: ha detto che la verità non c’è - meglio che la verità non si sa cosa sia - […]. Ma lentamente, nella sua vita, si è sentito riecheggiare quello che diceva sua madre sulla vita, sulla verità e sulla strada da battere. Se avesse incontrato uno con la nostra passione, se fosse venuto ad un gesto della nostra comunità, soprattutto a certi momenti, Pasolini avrebbe pianto».

Non era un modo di dire. Quando Giussani parlerà così di Pasolini, nel 2000, aveva certamente presente le lacrime e l’incontro con un altro autore, grande protagonista dell’Italia culturale del dopoguerra, Giovanni Testori, che diverrà poi una delle firme prestigiose de il Sabato degli anni 80-90. Scoperto, anche lui, per i suoi articoli sul Corriere della Sera, e conosciuto da alcuni universitari di Cl, Giussani lo incontra nel 1978 in un ristorante di piazzale Aquileia, a Milano. «Appena lo vide, si alzò per andargli incontro. Giovanni era totalmente commosso, sino alle lacrime. Don Giussani, anche lui commosso, lo abbracciò. Testori, piangendo, continuava a dire che lui - che aveva rinnegato e bestemmiato Dio - non era degno di stare di fronte a don Giussani. E poi spiegò come avesse passato la vita a cercare di togliere dalla sua fronte quella croce che nel battesimo gli era stata impressa. E più si sforzava di eliminarla più prepotentemente veniva fuori sino a quando, con la morte di sua madre, era stato rigenerato alla vita. Disse che era come se sua madre, morendo, l’avesse partorito di nuovo». Giussani «profondamente colpito dall’umanità di Giovanni, continuava a ringraziarlo per averlo incontrato, ricordandogli che quello che lui chiamava bestemmie erano come una preghiera disperata che adesso trovava la sua risposta».

In modo misterioso, la figura della madre, come ponte verso Dio, veniva a collegare Testori a Pasolini. La madre come ultimo lembo di una tradizione cristiana spazzata via dalla storia che poteva essere ritrovata e rinnovata solo a partire da un nuovo inizio, da un “incontro” con dei testimoni, liberi, intelligenti, appassionati, del cristianesimo nel presente. Le due voci più espressive, in Italia, di intellettuali non schiavi del potere, si incrociavano, così, idealmente e realmente, con la strada del sacerdote di Desio, il don Giovanni Bosco del nostro tempo.


El intelectual que quería una Iglesia anti-sistema

Pier-Paolo-Pasolini-copy[1]Il sito internet spagnolo páginasDigital.es riprende un recente contributo pubblicato su IlSussidiario.net da Massimo Borghesi su Pier Paolo Pasolini, in occasione dei quarant’anni dalla morte del poeta, regista, scrittore e intellettuale friulano. E soprattutto su questo aspetto di intellettuale, cioè di persona che sa leggere “i segni dei tempi” si sofferma Borghesi, paragonando Pasolini al pensatore ebreo Herbert Marcuse.

 

páginasDigital.es, mercoledì 4 novembre 2015, El intelectual que quería una Iglesia anti-sistema (M. Borghesi) (link http://www.paginasdigital.es/v_portal/informacion/informacionver.asp?cod=6778&te=15&idage=12768&vap=0&npag=1)

 

Sin duda Pasolini es un intelectual como pocos ha habido en Italia durante el siglo XX, porque en realidad la categoría de intelectual se corresponde sobre todo a los grandes intérpretes del periodo histórico que les toca vivir. ¿Quién es el gran intelectual? Aquel que te ofrece un escenario de la historia, que te da las categorías para interpretar los cambios del proceso histórico. Ya no estamos acostumbrados a esto porque ya no tenemos grandes intelectuales en el panorama contemporáneo.

Pero si volvemos al siglo XX italiano, nos encontramos con figuras como Benedetto Croce, Antonio Gramsci, Norberto Bobbio, Agusto del Noce o Giovanni Testori. Pues bien, Pasolini seguramente se sitúa en la estela de estos grandes intelectuales, yo diría que desde un cierto punto de vista podría ser el Marcuse italiano. Quizás hoy el nombre de Herbert Marcuse no resulte familiar para todos, pero para generaciones enteras este pensador hebreo, exiliado desde Alemania a los Estados Unidos, desempeñó un papel de gran importancia. Marcuse fue el teórico del 68. Toda la generación de la contestación encontró en él al profeta, el ideólogo, el intelectual de referencia. Es el filósofo que habla del hombre como “one dimensional man”. Según su interpretación, la sociedad capitalista reduce al hombre exclusivamente a la dimensión económica, todos los demás factores van pasando a un segundo plano, hasta desaparecer. El hombre de una dimensión es el hombre de la sociedad homologada.

Pero a pesar de la notoriedad del filósofo alemán, todos estos temas penetraron en el sentir común italiano gracias a Pasolini más que a Marcuse. Por eso digo que Pasolini es el Marcuse italiano. Incluso Pasolini dio un paso más que Marcuse, porque se dio cuenta de que el progresismo era todo menos progreso, era una ideología funcional si nos fijamos en cómo era utilizado en los años 60 por la nueva derecha tecnocrática.

Respecto al cristianismo, Pasolini se dio cuenta de que la Iglesia no era capaz de medirse con el nuevo poder que estaba emergiendo con gran rapidez en Occidente. La suya es una perspectiva laica, una mirada desde fuera pero con antenas muy sensibles al mundo católico, sobre todo a principios de los años 60, cuando dirige “El evangelio según san Mateo”. Pasolini frecuenta el ambiente de la Pro Civitate Christiana de Asís, se hace amigo de su fundador, Giovanni Rossi. Desde una perspectiva laica, pero no ajena al mundo católico, Pasolini percibe que la Iglesia no está en absoluto preparada para los tiempos venideros. La Iglesia de los años 50 y 60 está a la defensiva, su preocupación es sobre todo de orden moral, y además se concentra en un solo ámbito moral: la ética sexual, las buenas costumbres.

Ante la nueva época cultural que irrumpe mediante los medios de comunicación, sobre todo la televisión, la Iglesia solo juega a la defensiva. No es capaz de hablar los nuevos lenguajes, el suyo es un lenguaje arcaico, retórico, muy usado. La televisión no privilegia el lenguaje de las homilías, es el lugar de la broma fácil, con efecto, habla sobre todo mediante imágenes y ejerce un atractivo mucho más fuerte que cualquier reclamo de carácter moral. Pasolini intuye que la televisión vehicula un nuevo tipo de hombre, tan nuevo que inventa –o reinventa– un término para definirlo: el hombre “homologado”, el hombre de la sociedad de consumo. La imagen que los medios proponen de este hombre nuevo es mucho más cautivadora que una moral eclesiástica hecha por otra parte de prohibiciones, que aparece como censora, totalmente obsoleta.

La moral es derrotada por la estética, esta es la genial intuición de Paolini. El Jesús de “El evangelio según san Mateo” puede leerse en este sentido como una respuesta a los nuevos tiempos. Pasolini es uno de los pocos cineastas italianos que consigue realizar un Jesús digno de tal nombre. El director laico y no creyente llega a representar a un Cristo que puede afrontar el nuevo desafío estético-mediático.

No en vano, en uno de sus editoriales más famosos, recogido luego en sus “Escritos corsarios”, Pasolini invita a la Iglesia a pasar a la oposición. La Iglesia podría ser una “guía grandiosa” pero no autoritaria para aquellos que rechazan el nuevo poder consumista, un poder estructuralmente irreligioso, totalitario, violento, falsamente tolerante y en realidad más represivo que nunca, corrupto, degradante. Es el rechazo al poder consumista lo que a sus ojos debería caracterizar a una Iglesia capaz de volver a sus orígenes.

Esta gran intuición pasoliniana, aunque expresada de forma apocalíptica, nos lleva a la situación actual de la Iglesia. No quiero decir que el Papa Francisco esté actualizando la profecía de Pasolini, pero personalmente no tengo ninguna duda: el intelectual italiano estaría fascinado por la figura de un Papa decidido a desvincular a la Iglesia de los poderosos para volver a los orígenes, una Iglesia libre para comunicar el mensaje evangélico y no esclava, como él decía, de “un poder que la ha abandonado de modo tan cínico, con el propósito de reducirla sin contemplaciones a puro folclore”.


Sabato 7 novembre a Padova si inaugura la personale di Cleofe Ferrari

Cleofe Ferrari Punta della Dogana con SalutePer iniziativa dell’atelier d’arte contemporanea Maison d’Art di Carla d’Aquino, a Padova torna una rassegna di opere pittoriche dell’artista Cleofe Ferrari. L’artista presenta il frutto del lavoro di questi anni, che ha maturato in un progressivo percorso svolto nell’alveo della associazione Di.Segno, di cui Cleofe Ferrari è presidente, sotto la guida del maestro Alfredo Truttero, scomparso prematuramente quest’anno.

Nel corso degli anni l’Associazione di.Segno ha sviluppato una attività laboratoriale, una sorta di work in progress, dal titolo: Disegno: esperienza e metodo, sotto la guida di Truttero. Questo ambito è stato per Cleofe il luogo costante della verifica del proprio lavoro, di cui oggi presenta il frutto.

Siamo lieti di invitarvi alla mostra

L’INCANTO DEL REALE NEI DIPINTI
DELL’ARTISTA CLEOFE FERRARI

sabato 7 novembre 2015 alle ore 17.30
Circolo Unificato dell’Esercito di Padova
Palazzo Zacco, prato della Valle, 82

INAUGURAZIONE

Presentazione e critica di Carla d’Aquino

Intervento del coordinatore nazionale della Maison d’Art di Padova Andrea Petralia

La mostra rimarrà aperta fino al 17 novembre.

Alba Santa Giustina FerrariCleofe Ferrari nasce a Carpi (Mo). Dopo aver svolto gli studi su stilismo di moda a Reggio Emilia, svolge fino al 2008 attività di libera professione che si amplia dal 1990 all’intervento nella progettazione di interni. Nel 1982 consegue la laurea in Psicologia all’Università di Padova. Nel 2008 consegue il diploma del Master in Architettura, arti e liturgia promosso dalla Pontificia Commissione per i Beni culturali della Chiesa. Dal 2002 aderisce all’Associazione di artisti “Il Baglio” e dallo stesso anno partecipa regolarmente alle attività di disegno promosse dall’Associazione “Di.Segno” di Padova, di cui dal 2006 è presidente. Nel 2005 partecipa alla Mostra “La casa del Dio vicino” allestita nel corso dei lavori del Sinodo dei Vescovi a Roma. Nel 2007 partecipa alla Mostra di arte sacra “Sinfonia dello spazio liturgico” a Padova. Dipinge nella tecnica dell’acquerello, gessetto, encausto.

«Per Cleofe Ferrari», scrive Emanuela Centis, architetto e docente di Storia dell’Arte, «le immagini che nascono dall’impressione dell’incontro con la realtà si fanno segno espressivo carico di quella esperienza, ridonata e resa perennemente viva attraverso l’opera». L’artista emiliana segue in questo percorso il suggerimento del pittore americano William Congdon: “L’artista coglie - e allo stesso tempo viene colto da – l’immagine di sé nelle cose e delle cose in sé; immagine perciò della comunione fra sé e le cose, in cui, in qualche modo, l’artista è le cose e le cose sono lui. L’artista trasforma l’apparenza materialistica delle cose, le trasfigura in immagine, o segno, di vita nuova. Il gesto dell’artista è un lasciarsi trascinare in un seguire, un obbedire”.

«Per me dipingere è amare e abbracciare la realtà che mi circonda e mi accade», scrive la stessa Ferrari, «fissarne una traccia che diventi eterna, perché ogni volta che la guardi riaccada un incontro: una emozione, una esperienza. La realtà data è il dono più grande, e quell’attimo di luce è altrettanto dono. Il gesto veloce del momento creativo è dettato da una emozione, ma non si esaurisce in una sensazione percettiva; esso viene posto a servizio della realtà: io incontro la realtà e la realtà incontra me: quando la realtà incontra anche te che guardi, allora l’opera è riuscita».

Cleofe Ferrari Bacino di San Marco alba«Anni fa, camminando per Venezia», prosegue Cleofe Ferrari, «e disegnando en plein air la facciata della basilica di Santa Maria della Salute e di San Marco, e poi ad Assisi le basiliche di Santa Maria degli Angeli e San Francesco, ho intrapreso questa avventura che mi ha portato qui oggi. L’occasione di ogni mostra è un momento importante: per mettermi umilmente a confronto con il pubblico e ridonare a tutti nell’incontro ciò che è accaduto a me».

«Ritornando quest’anno a Venezia», conclude Emanuela Centis, «Cleofe ha scelto di ampliare lo spazio della sua espressione rispetto al consueto ritaglio di inquadratura, mostrandoci la visione che il suo occhio ha abbracciato in quel momento ed in quella situazione. Nelle tele veneziane, due vedute del bacino di Bacino di San Marco, il tema è l’insieme della acqua e dei suoi riflessi e le quinte architettoniche che fanno di Venezia la Regina del mare. Questa regalità di Venezia traspare splendida e maestosa nelle pennellate dell’artista, sempre gestuali (cifra del suo stile) nell’annotazione dei svariati particolari atmosferici, naturali, architettonici, ma organicamente compaginate nel rendere la vita che palpita qui in modo unico».


Lo stato per tutti, Dio per ciascuno: la minoranza cristiana in Siria

Siria1[1]Giovedì 5 novembre 2015 dalle ore 16.30 alle ore 18.00 nell’Aula Brunetta, via del Santo, 26 - Padova, all’interno del corso di Storia dei Paesi Islamici del corso di laurea triennale in Storia, la professoressa Leila El Houssi ospiterà il primo di un ciclo di incontri sulla questione “Minoranze religiose nel Nord Africa e Medio Oriente”. La conferenza sarà tenuta dalla dottoressa Benedetta Panchetti dell’Università di Venezia, e avrà come titolo “Lo stato per tutti, Dio per ciascuno: la minoranza cristiana in Siria”.

Benedetta Panchetti frequenta il dottorato di ricerca presso l’università Ca’ Foscari di Venezia e la Fondazione Generale Studium Marcianum. Il tema di ricerca è l’istituto del matrimonio negli statuti personali delle minoranze in Libano. In precedenza ha conseguito il Master in studi diplomatici alla Società italiana per l’organizzazione internazionale. Si è laureata in Scienze politiche all’Università di Firenze e successivamente ha conseguito anche la laurea Specialistica in Relazioni Internazionali, con tesi dal titolo “Una storia di accoglienza: le Chiese cristiane in Siria”. Votazione: 110/110 lode e menzione di tesi di ricerca. È stata Visiting student all’Università Saint Joseph di Beirut e l’Università Saint Esprit de Kaslik di Jounieh (Libano). In precedenza aveva svolto attività di ricerca nella Repubblica araba di Siria. Ha pubblicato Lo stato per tutti, Dio per ciascuno: la minoranza cristiana nella Siria contemporanea, in Quaderni del forum per i problemi della pace e della guerra, numero 3/2011, pag.131-185, Firenze University Press, Firenze.


Due visite guidate alle mostre “Giotto, l’Italia” e “William Congdon, Pianure”

amate-sponde-giotto-litalia-1748x984[1]L’associazione culturale Antonio Rosmini, in collaborazione con l’associazione culturale di-Segno (www.di-segno.it), propone nelle prossime settimane due visite guidate a Milano:

  • domenica 20 dicembre 2015, visita alla mostra Giotto, l’Italia (mostragiottoitalia.it) a Palazzo Reale.
  • domenica 24 gennaio 2016, visita alla mostra William Congdon, Pianura (casatestori.it), allestita a Casa Testori, Novate Milanese, con la presenza del curatore Davide Dall’Ombra.

Per informazioni info@rosminipadova.it.

Giotto, l’Italia è il grande evento espositivo che concluderà il semestre di Expo 2015, a Palazzo Reale di Milano.

La mostra, posta sotto l’Alto patronato del Presidente della Repubblica Italiana, promossa dal Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo e dal Comune di Milano – Cultura, con il patrocinio della Regione Lombardia, è prodotta e organizzata da Palazzo Reale e dalla casa editrice Electa. Il progetto scientifico è di Pietro Petraroia (Éupolis Lombardia) e Serena Romano (Università di Losanna) che sono anche i curatori dell’esposizione.

Giotto, l’Italia resterà aperta al pubblico dal 2 settembre 2015 al 10 gennaio 2016. La mostra, con allestimento di Mario Bellini, ha un motivo particolare per essere realizzata a Palazzo Reale: esso infatti ancora ingloba strutture del palazzo di Azzone Visconti, ove, negli ultimi anni della sua vita, Giotto venne a realizzare due cicli di dipinti murali, oggi perduti.

La grande mostra del autunno/inverno a Casa Testori è dedicata al pittore William Congdon (1912-1998): artista internazionale dell’Action Painting amato da Giovanni Testori che, dalla New York degli amici Jackson Pollock e Mark Rothko, dopo aver viaggiato in tutto il mondo, decide di radicarsi a sud di Milano e dedicare la sua ultima produzione al ritratto intimo di campi coltivati, risaie e frutti della terra lombarda.

La mostra, realizzata in collaborazione con The William Congdon Foundation, punta a indagare il ventennio lombardo del maestro americano. I circa 50 dipinti e i 20 pastelli selezionati descrivono, infatti, una parabola di conoscenza sempre più intima e profonda del sud-ovest milanese, che costituisce l’apice del suo percorso.