efe_20151118_101750_pa26592brasserie_5440_11[1]Dall’intervento in Iraq del 2003 assistiamo ad un’atomizzazione della violenza senza controllo che dilaga a partire dal Medio Oriente. Bisogna prosciugare le fonti finanziarie del terrorismo, ma l’uso delle armi è inevitabile secondo il filosofo Massimo Borghesi. Con conseguenze imprevedibili. Un articolo dal sito www.cittanuova.it.

 

Per Massimo Borghesi, professore ordinario di Filosofia morale all’università di Perugia, è evidente che il cosiddetto Isis (Daesh) è ancora una minaccia che sparge il suo terrore nonostante le coalizioni che dichiarano di combatterlo, perché, molto semplicemente, «non lo si è voluto davvero debellare».

Con estremo realismo già nel 2003, il professor Borghesi, attento studioso sull’incidenza della “teologia politica” nel tempo moderno, esponeva la ragionevolezza lungimirante dell’opposizione alla guerra in Iraq da parte di papa Giovanni Paolo II perché, come ha ricordato recentemente sul Corriere della Sera Claudio Magris, questa scelta «non nasceva certo da simpatia per il feroce despota iracheno né da astratto pacifismo, che gli era estraneo perché la sua esperienza storica gli aveva insegnato che la guerra, sempre orribile, è talora inevitabile. Il papa polacco sapeva che sconvolgere l’equilibrio – precario e odioso, ma pur sempre equilibrio – di quella Babele mediorientale avrebbe creato un’atomizzazione incontrollabile della violenza».

Borghesi, che fare dopo le stragi di Parigi, con la paura che si diffonde?

«Sulla legittimità di fermare l’Isis c’è, pur tra molti contrasti, convergenza, il problema è, dal punto di vista militare, il “come”. Un conflitto di terra implicherebbe molti morti e, soprattutto, la presa in ostaggio, da parte del califfato, di intere città, come Mosul, abitate da civili. Per questo ogni azione bellica deve prevedere, in anticipo, il prosciugamento delle fonti finanziarie e militari del califfato. Chi grida: “guerra, guerra”, deve valutare, con attenzione, le formule per ridurre al minimo il numero delle vittime. Dovrà inoltre prendere in considerazione gli inevitabili attentati, sul suolo europeo, come rappresaglia».

L’intervento armato, pur definito di polizia internazionale, è ormai inevitabile?

«Deve trattarsi di un intervento che sorga dal coinvolgimento di tutti i protagonisti, da Obama, a Putin, all’Europa, all’Iran, ad Assad, all’Arabia saudita, alla Turchia. L’orribile massacro di Parigi è stato, certamente, un autogol per l’Isis. Implica il venir meno delle complicità, degli appoggi finanziari e militari, e obbliga a trovare un’alleanza contro uno Stato di terroristi che minaccia la pace mondiale».

L’Isis, secondo Noam Chomsky, è nient’altro che “una società off-shore dell’Arabia Saudita”, eppure il suo potere sembra crescere senza limiti…

«L’Isis è una “teologia politica” e, come tutte le teologie politiche, perde il suo fascino e il suo alone di verità solo sul campo di battaglia. La sua sconfitta reale segnerà la sua sconfitta ideale. Resta il problema di una depurazione, di una riforma dell’Islam contemporaneo, che deve trovare la strada per valorizzare gli aspetti migliori della sua tradizione, conciliabili con le libertà, con quella religiosa in primis, e con i diritti fondamentali».

Sta di fatto che la società occidentale che si sente sotto attacco manifesta diverse fragilità davanti alle certezze dei terroristi. Che valutazione si può dare?

«Vedo su Facebook alcuni amici che elogiano l’erotismo di Manara come segno della “libertà” occidentale in risposta al fondamentalismo dell’Isis. Senza rendersi conto che sono proprio questi sono gli argomenti che avallano il radicalismo islamista: l’Occidente come libertinismo e nichilismo, privo di ideali».