La questione del mento, ovvero come riconoscere i buoni e cattivi nei fumetti

28faf62a3fc33e8ca24427036f6d9d5bProseguono i contributi di Giovanni Scarpa, studente della facoltà di Lettere, già presidente dell’Associazione Rosmini e grande appassionato di immagini e fumetti. Ricordiamo che per Il Leggio Editrice Scarpa ha pubblicato “Giorgio foresto, le opere segrete di Giorgio De Gaspari”. Ecco un suo semiserio intervento sulla fisiognomica dei supereroi.

 

Questo breve scritto potrebbe certo raggiungere le altezze (o bassezze) intellettuali di un Lavater o di Lombroso, non fosse per la sua più che scontata prevedibilità.

tumblr_mka8r2LWVH1rnhr86o1_1280Ciò che infatti concerne la fisiognomica supereroistica maschile, le sue costanti iconografiche, le sue geometrie facciali, è ormai di dominio pubblico.

Ne faceva menzione l’intrigante pellicola The Unbreakable - il predestinato - nella quale la melliflua voce di Samuel L. Jackson descriveva il volto di un supercattivo. Per questo non ricorrerò, come invece ebbe modo di fare Marco Bussagli, ad antecedenti intellettualoidi come Leonardo Da Vinci, Bernini o Carracci (http://www.treccani.it/enciclopedia/fumetto_(Universo-del-Corpo)/).

Sarà assolutamente volgare questa mia revisione, ma tant’è...

Un tale funambolico preambolo non poteva che portarmi allora, a considerare la cosiddetta (dal sottoscritto naturalmente) “questione del mento”.

Elemento cruciale, il mento, che discrimina e separa i buoni dai cattivi (con le solite dovute eccezioni).

tumblr_mz7oyztA8P1tp6rxbo1_500Sia stato poi un suggerimento inconscio di Jerry Siegel per la caratterizzazione di Superman, o che lo abbia compreso per ardue vie induttive Stan Lee, non lo sapremo mai; certo è che l’ascendente “asburgico” o “prognatico” dei buoni rimane innegabile, basti guardare la super mandibola di Tom Welling!

Spesso, anzi, si va ad aggiungere quella piccola fossetta alla Bruce Wayne che presto vedremo sui grandi schermi interpretata dal sublime mento di Ben Affleck (vedi il trailer a pié di pagina), come se alla già salda struttura monolitica, ne dovesse subentrare una più stabile, bifora.

Magnifico testimone di questa idiosincrasia supereroistica è stato senza ombra di dubbio il grande e ormai “storico” disegnatore Bruce Timm.

3d3916803620181127ee8fc546314392Non solo perché il suo inconfondibile tratto ha dato a Batman, Superman, Thor e Capitan America, un mento simile a un cubo di marmo (con la non poco azzeccata idea di indistruttibilità che ne segue), ma soprattutto perché i suoi “cattivi” forniscono una esemplare inversione geometrica. Il suo Joker, rimasto nell’immaginario comune nonostante le fortissime ascendenze iconografiche dell’ultimo Heath Ledger, ha uno dei menti più affilati dalla storia del fumetto: è spigoloso, scontroso, violento. La sua freccia acuminata corrisponde e colpisce perfettamente il bonario e robusto bersaglio dei “buoni”. Lo stesso si potrebbe dire del più paffuto Pinguino o del verde Goblin.

Esigenze grafiche, certo, queste, che altri più esili supereroi come Spiderman o Silversurfer non possono permettersi, e che enormi cattivi come Rhino sono costretti a sovvertire; e tuttavia suggestive.

Considerazioni, insomma, che lasciano il tempo che trovano, o per meglio dire, il “mento” che trovano.

(Giovanni Scarpa)

 

 


Terrore e crisi dell'Occidente

efe_20151118_101750_pa26592brasserie_5440_11[1]Dall’intervento in Iraq del 2003 assistiamo ad un’atomizzazione della violenza senza controllo che dilaga a partire dal Medio Oriente. Bisogna prosciugare le fonti finanziarie del terrorismo, ma l’uso delle armi è inevitabile secondo il filosofo Massimo Borghesi. Con conseguenze imprevedibili. Un articolo dal sito www.cittanuova.it.

 

Per Massimo Borghesi, professore ordinario di Filosofia morale all’università di Perugia, è evidente che il cosiddetto Isis (Daesh) è ancora una minaccia che sparge il suo terrore nonostante le coalizioni che dichiarano di combatterlo, perché, molto semplicemente, «non lo si è voluto davvero debellare».

Con estremo realismo già nel 2003, il professor Borghesi, attento studioso sull’incidenza della “teologia politica” nel tempo moderno, esponeva la ragionevolezza lungimirante dell’opposizione alla guerra in Iraq da parte di papa Giovanni Paolo II perché, come ha ricordato recentemente sul Corriere della Sera Claudio Magris, questa scelta «non nasceva certo da simpatia per il feroce despota iracheno né da astratto pacifismo, che gli era estraneo perché la sua esperienza storica gli aveva insegnato che la guerra, sempre orribile, è talora inevitabile. Il papa polacco sapeva che sconvolgere l’equilibrio - precario e odioso, ma pur sempre equilibrio - di quella Babele mediorientale avrebbe creato un’atomizzazione incontrollabile della violenza».

Borghesi, che fare dopo le stragi di Parigi, con la paura che si diffonde?

«Sulla legittimità di fermare l'Isis c'è, pur tra molti contrasti, convergenza, il problema è, dal punto di vista militare, il "come". Un conflitto di terra implicherebbe molti morti e, soprattutto, la presa in ostaggio, da parte del califfato, di intere città, come Mosul, abitate da civili. Per questo ogni azione bellica deve prevedere, in anticipo, il prosciugamento delle fonti finanziarie e militari del califfato. Chi grida: "guerra, guerra", deve valutare, con attenzione, le formule per ridurre al minimo il numero delle vittime. Dovrà inoltre prendere in considerazione gli inevitabili attentati, sul suolo europeo, come rappresaglia».

L’intervento armato, pur definito di polizia internazionale, è ormai inevitabile?

«Deve trattarsi di un intervento che sorga dal coinvolgimento di tutti i protagonisti, da Obama, a Putin, all'Europa, all'Iran, ad Assad, all'Arabia saudita, alla Turchia. L'orribile massacro di Parigi è stato, certamente, un autogol per l'Isis. Implica il venir meno delle complicità, degli appoggi finanziari e militari, e obbliga a trovare un'alleanza contro uno Stato di terroristi che minaccia la pace mondiale».

L’Isis, secondo Noam Chomsky, è nient’altro che “una società off-shore dell’Arabia Saudita”, eppure il suo potere sembra crescere senza limiti…

«L'Isis è una "teologia politica" e, come tutte le teologie politiche, perde il suo fascino e il suo alone di verità solo sul campo di battaglia. La sua sconfitta reale segnerà la sua sconfitta ideale. Resta il problema di una depurazione, di una riforma dell'Islam contemporaneo, che deve trovare la strada per valorizzare gli aspetti migliori della sua tradizione, conciliabili con le libertà, con quella religiosa in primis, e con i diritti fondamentali».

Sta di fatto che la società occidentale che si sente sotto attacco manifesta diverse fragilità davanti alle certezze dei terroristi. Che valutazione si può dare?

«Vedo su Facebook alcuni amici che elogiano l'erotismo di Manara come segno della "libertà" occidentale in risposta al fondamentalismo dell'Isis. Senza rendersi conto che sono proprio questi sono gli argomenti che avallano il radicalismo islamista: l'Occidente come libertinismo e nichilismo, privo di ideali».


Giovedì 3 dicembre “Sperando contro ogni speranza”, la testimonianza dei cristiani in Medio Oriente

paolucciPerseguitati, uccisi, torturati, spesso costretti a vivere in campi profughi. Eppure sono loro, i cristiani perseguitati in tanti paesi, e in particolare in Medio Oriente, che possono indicare a noi europei, spesso imborghesiti e intorpiditi, dov’è il tesoro più prezioso della nostra civiltà. L’Associazione culturale Antonio Rosmini, in collaborazione con l’Associazione Santa Lucia per la Cooperazione e lo Sviluppo tra i popoli onlus propone

giovedì 3 dicembre, ore 21.00
sala dello Studio teologico - basilica del Santo

Sperando contro ogni speranza
La testimonianza dei cristiani perseguitati in Medio Oriente

Incontro-testimonianza con Giorgio Paolucci editorialista di Avvenire e scrittore

Introduzione di Filippo Stoppa, Associazione Rosmini

Loc_Martiri_2L’incontro costituisce un momento di preparazione e approfondimento dei temi della Cena di Santa Lucia (www.cenadisantalucia.it), che quest’anno si svolgerà lunedì 14 dicembre al Centro congressi Padova “A. Luciani” sul tema “Profughi e noi – tutti sulla stessa strada” per sostenere, tra l’altro, progetti di accoglienza e ricostruzione in Siria, a supporto della parrocchia di padre Ibrahim Alsabagh ad Aleppo, ma anche progetti in Iraq, Llibano, Giordania, Sud Sudan e altri.

Paolucci presenterà alcuni docuvideo girati in Medio Oriente, particolarmente in Siria e nei territori curdi di Siria, Iraq e Turchia. Un’occasione per restare ‘incollati’ alle vicende dolorose dei nostri fratelli ed anche per rispondere agli appelli dei loro pastori che chiedono a gran voce di fare di tutto perché non scompaia la millenaria presenza cristiana da quei luoghi martoriati dalle scorribande sanguinose dei jihadisti dell’Isis.

«Fino a pochi giorni fa, suonava naturale, quasi ovvio, chiedersi come vivessero i cristiani e le altre minoranze perseguitate dall’estremismo islamico in Medio Oriente e come si potesse aiutarli», spiega Andrea Pin, responsabile progetti culturali dell’Associazione Rosmini «dopo i fatti di Parigi, avvertiamo che il terrore attanaglia le nostre vite non meno delle loro. Giorgio Paolucci, scrittore e giornalista, raccontandoci la vita di quelle comunità ci restituisce una capacità di amore, perdono e cura che vede i perseguitati dei protagonisti e fonte di speranza anche per noi europei. Li guardavamo immaginando di poterli aiutare; ora scopriamo che sono essi a poterci sostenere».

«Impressiona soprattutto la loro certezza, la certezza con cui guardano ciò che hanno di fronte. E il fatto che perdonano i loro persecutori», raccontava Paolucci in una recente intervista. «Come si fa? Mi viene in mente il video proiettato al Meeting di Rimini di quest’anno nel quale emergeva l’origine della fede vissuta da una bambina, Myriam di Qaraqosh, con sua madre che spiegava che per lei Cristo è tutto. Ecco da dove viene una fede così: da un’educazione. Dobbiamo recuperare questa educazione e la nostra tradizione. L’altra cosa impressionante è che non odiano, ma sperano contro ogni speranza».

Nel corso dell’incontro Paolucci mostrerà anche un video con il Custode di Terra Santa, il francescano Pierbattista Pizzaballa. «Un esempio eloquente del fatto che la vera identità è possibile solo nel confronto con l’altro. Per essere cristiano davvero c’è bisogno di confrontarsi con chi è profondamente ebreo e con chi è profondamente musulmano. Non posso dire “io” fino in fondo, senza dire “tu”. Altrimenti sono mutilato nella mia identità. È per questo che si può costruire un “noi”».

Giorgio Paolucci, giornalista, è editorialista del quotidiano Avvenire e scrittore. Da vent’anni si occupa delle problematiche legate all’immigrazione e all’islam. Con Camille Eid ha scritto Cento domande sull’Islam, intervista a Samir Khalil Samir, 2002 e I cristiani venuti dall’islam, 2005. Di recente ha pubblicato Se offrirai il tuo pane all’affamato - Oltre lo scarto: la rete di carità del Banco Alimentare.

Scarica la locandina dell’incontro cliccando sulla miniatura Loc_Martiri_2


Anna Zanoli e l’arte in TV raccontata da Federico Zeri

premio_malatesta_novello_cesena_foto_05L’arte e Anna Zanoli: una vocazione e un’impresa, nel senso anche economico del termine. Laureatasi in storia dell’arte con Roberto Longhi, ha potuto ampliare il suo campo d’interessi grazie a un concorso alla Rai, vinto appena terminata l’università. Un impegno su più fronti, che le ha permesso di utilizzare le proprie competenze specifiche per avvicinarsi a linguaggi fino ad allora poco sviluppati. Per cui al suo lavoro, che ha conosciuto ben poche interruzioni, a questo personaggio un po’ sbarazzino e coraggioso, la cultura italiana deve moltissimo. Non solo per quel che riguarda l’attività specifica di critica - vedi suoi studi su artisti del Rinascimento italiano, come tra i quali quello sul Pisanello, la partecipazione alla collana I maestri del colore, gli interventi sulla rivista Paragone arte e Paragone letteratura - ma per la sua capacità di trovare, lì dove tutto doveva essere intrattenimento, fessure, occasioni per avvicinare l’arte al pubblico.

Fondazione Zeri, 12 novembre 2015
Fondazione Zeri, Bologna 12 novembre 2015

Un risultato forse unico, visto che proprio la critica d’arte più qualificata, in questi inverni più o meno rigidi della cultura, proclama la dissociazione tra arte e intrattenimento. Il programma affidatole dalla Rai “Io e...” (pensato come intervento su di una singola opera) ha consentito ad Anna di offrire agli interpreti più validi della cultura italiana la possibilità di brevi ma sentiti interventi. Nella sua rete non manca nessuno, da Bassani a Fellini, da Pasolini a Luzi, dalla Banti alla Bellonci, da Guttuso a Zeri. E proprio di Zeri, dei suoi interventi, grazie alla collaborazione con La Cineteca di Bologna, la Fondazione Zeri giovedì 12 novembre ha riproposto materiali quasi introvabili oramai.

zeriMa il merito di Anna Zanoli, oltre alla fattura dei documentari, è soprattutto aver incuriosito i supremi Atteoni e campioni del nostro variopinto Areopago, in genere distaccati, e aver permesso performance di cui le siamo appunto debitori. Mai, senza Anna, avremmo uno Zeri come quello che si scopre nel documentario sulla via Appia, mai avremmo una confessione tutta laica ma passionale come quella cui Pasolini, fuor di ogni auto censura, diede.

la proiezione alla Fondazione Zeri del documentario su Zeri e i dipinti su pietra, (Anna Zanoli, 1997)
La proiezione alla Fondazione Zeri del documentario su Zeri e i dipinti su pietra (Anna Zanoli, 1997)

Il primo filmato, introdotto da Andrea Bacchi nella Biblioteca della Fondazione Zeri, è dedicato alla pittura su pietre dure. Un tecnica conosciuta già dal mondo romano, tornata in auge con il Rinascimento italiano, grazie a Sebastiano dal Piombo, di cui Zeri ricorda lo splendido esempio della Natività della Madonna in Santa Maria del Popolo (1530); un gusto diffusosi rapidamente in Italia e in Europa. Ai nostri occhi, oggi, apparentemente nulla di straordinario nell’intervista televisiva: Zeri, in elegante giacca rossa, ci accoglie in uno studio arredato e ci educe con dire pacato, preciso e sintetico. Un principe, non solo un maestro, del gusto rinascimentale, simile a quei ritratti che egli stesso commentò, e che intrattiene i nipotini spettatori sulle patrie istorie. E anche un principe del linguaggio televisivo, per la sua capacità di modellare il linguaggio sui ritmi del nuovo mezzo.

Siamo così nella favola delle pietre, più o meno dure, più o meno rare. Resistenti eppur fragili. Capaci però di assicurare al colore una durata che gli altri supporti non consentono. Materiali ricercati, come l’ardesia o soprattutto pietra di Volterra, dalle pregiate striature informali, che ispiravano al pittore movimenti e occasioni figurative; e poi i lapislazzuli, oggetto del virtuosismo dei pittori francesi o fiamminghi; i vetri napoletani, dai connotati apotropaici o perfino magici; e infine la lavagna, che sfida i secoli, tanto che Sebastiano ne consigliò l’utilizzo a Michelangelo per tutta la Cappella. Il che non poteva non irritare, ci chiarisce Zeri, il nostro: di suo un “frescante” e in fondo già consegnatosi agli inalterabili cieli platonici, cornici di un dramma più che epocale. E dire che le pietre dure, cupe od oscure, come pochi altri medium, inclinano al mistero. Un linguaggio, quello di Zeri, bonario, attento al ricevente, completo: mancano solo le quotazioni di Christie’s.

Federico Zeri e la via Appia, di Anna Zanoli, 1974
Federico Zeri e la via Appia, di Anna Zanoli, 1974

Fin qui siamo nelle Vite del Vasari. Anna Zanoli ottiene però un risultato supremo, con il secondo filmato di questo dittico: quello sulla via Appia, nel quale l’antichista compie incredibile metamorfosi. Nel seducente bianco e nero di Maurizio Cascavilla, forse guidato a sua volta dal fascino delle stampe private e pubbliche antiche, l’irrequieto Cicerone alza il proprio sdegno, crucciato per il degrado ambientale cui le onorate e disonorate rovine sono lasciate. Da Vasari a Pirandello, potremmo dire. Un capolavoro.

Solo, senza interlocutori, fra copertoni, cartacce, rifiuti vari, Zeri proclama il lutto per la civiltà presente che permette saccheggi dei beni archeologici, acquisiti da musei privati e pubblici, in questi ultimi invisibili per l’inagibilità degli stessi. Bassorilievi o frontoni di cui rimane, quando rimane, solo la targhetta. Massicci pietroni da cui spunta miseranda vegetazione, resti di abitazioni, lapidi e iscrizioni che consegnarono al cielo di Roma la propria cifrata e onorata storia; un mausoleo più cupo che mai nel bianco e nero della pellicola fotografica, di per sé ancora intatto ma non fa primavera, specie se ad esso si oppone il disastro ambientale dell’abusivo palazzone a quattro piani. La via Appia, la via che raggiungeva Brindisi e metteva in rapporto Roma con il mondo: uno squarcio di Paradiso trasformato nell’infernale “Passeggiata archeologica” . Situazione mutata oggi grazie anche a Zeri.

La locandina dell'incontro del 12 novembre
La locandina dell'incontro del 12 novembre

Nella sua Roma, conosciuta fin nelle pietre, Federico Zeri appare quasi come uno straniero, reiterando con cupo cipiglio il proprio scandalo. Un invariabile lamento, sullo sfondo del paesaggio che “sfuma nell’azzurro dei monti laziali”: un’“unità ideale” che orride siepi lacerano impedendo la visione di tale teatro che lo stesso Goethe scelse come luogo del proprio autoritratto altrettanto ideale.

È sempre Anna Zanoli a informarci dell’apprezzamento ottenuto da questa chili aria: Zeri per dieci anni fu letteralmente bandito. Solo un tardivo recupero con Minoli.

Federico Zeri e la via Appia, di Anna Zanoli, 1974
Federico Zeri e la via Appia, di Anna Zanoli, 1974

L’età migliora, come avviene per il vino, anche i capolavori. È questo lo è. Perché Zeri, più che denunciare, svela qualcosa di sé, di un deluso sentimento che travalica l’occasione.

Se poi a questo dittico aggiungiamo il ben più noto documentario sulla città di Orte, girato da Anna con la collaborazione di Pier Paolo Pasolini, possiamo aggiungere a Vasari e Pirandello, Plutarco e le sue Vite parallele. Alessandro e Cesare; Zeri e Pasolini. Un dittico, anzi un trittico che permette al poeta-regista e all’antichista, di raggiungere i toni di un’angosciosa confessione. Sempre un palazzone che oltraggia l’ambiente, ma più che l’ambiente, la storia, l’antropologia. Andrebbero visti insieme, come i dittici di Piero della Francesca sui principi d’Urbino. In entrambi gli episodi filmici, un flusso di coscienza incontenibile realizza e tradisce sì disagio per la civiltà, ma assieme a questo un disagio privatissimo, che nessun testo di letteratura o d’arte può comunicare. Lo sguardo di Zeri, lo sguardo sia dell’occhio sia della mente, non incontrano un oggetto, una rovina, storica o moderna che sia, ma l’universo.

Fondazione Federico Zeri, Piazzetta Giorgio Morandi 2. Bologna.

giovedì 12 novembre ore 17.30

L’arte in TV raccontata da Federico Zeri 

con Andrea Bacchi e Anna Zanoli
proiezione di

Federico Zeri e la via Appia, di Anna Zanoli, 1974, 23'

Federico Zeri presenta una collezione di dipinti su pietra, di Anna Zanoli, 1997, 62' (estratto)

 

La biografia e la filmografia di Anna Zanoli sono su http://www.mymovies.it/biografia/?r=22602.

(Mario Cancelli)


Attacchi terroristici di Parigi, la vera identità europea è il confronto, non l’odio

GettyImages-497362010.0[1]Scontro di civiltà, Islam, terrorismo e ruolo dell’Occidente dopo i fatti di Parigi: Massimo Borghesi dialoga con Andrea Tornielli, vaticanista de La Stampa, sul sito Vaticaninsider.it. Una lunga e dettagliata analisi, ma anche indicazione per una risposta ai terroristi che non sia puramente reattiva, come ha fatto con la sua splendida lettera Antoine Leiris, dopo la morte della moglie per opera degli attentatori di Parigi: «Se questo Dio per il quale ciecamente uccidete ci ha fatti a sua immagine, ogni pallottola nel corpo di mia moglie sarà stata una ferita nel suo cuore. Perciò non vi farò il regalo di odiarvi». Una risposta che indica la natura della vera identità europea, quella aperta al confronto, non quella dell’odio.

 

Vaticaninsider.it, giovedì 19 novembre, int. a M. Borghesi «La vera identità europea è quella del confronto, non dell’odio» (A. Tornielli)

 

Roma

«La vera identità europea, quella aperta al confronto, non quella dell’odio», è quella che si ritrova nella «splendida lettera che Antoine Leiris ha scritto ai terroristi, dopo la morte di sua moglie per opera degli attentatori di Parigi». Lo afferma il filosofo Massimo Borghesi, autore del libro Critica della teologia politica, in questo dialogo con Vatican Insider a partire dai tragici eventi di Parigi, che interrogano l’Europa sulle sue radici, la sua identità e le sue scelte.

I terribili attentati di Parigi hanno gettato nel panico l’Europa, soprattutto perché molti Jiadhisti sono nati in Francia, non sono venuti dall’estero. Che cosa significa questo? Com’è stato possibile che l’Europa stessa sia stata l’incubatrice del fondamentalismo?

«Le cause per cui migliaia di jiadhisti, provenienti dall’Europa, vanno a combattere in Siria e in Iraq a favore dello Stato Islamico sono sostanzialmente tre. La prima è data dallo sradicamento dei giovani musulmani di seconda-terza generazione, come accade nelle banlieue parigine, rispetto alla società circostante. Come in Accattone di Pasolini, essi vedono la città dalla periferia, non conoscono il centro, se ne sentono respinti. Non sono veramente parte della nazione in cui sono nati. La loro condizione sociale, una scolarizzazione spesso fallita, favoriscono un senso di emarginazione e, quindi, di risentimento verso un mondo, quello europeo, che avvertono come estraneo e ostile. La seconda causa è data dal mondo occidentale odierno, il cosiddetto “mondo liquido” connotato da un individualismo profondo, da un’eclisse parimenti profonda di valori e di ideali, da promesse di vita non realizzabili. A un giovane, che avverte interiormente l’esigenza di valori in cui impegnarsi, l’Europa odierna è in grado di offrire divertissment ma non ideali che muovano verso la solidarietà. In Francia i valori della Republique risuonano, come La marsigliese, solo nell’ora del pericolo. Diversamente non sono in grado di unificare. La religione della Laicité indica un’identità formale che copre il valore polemico delle differenze senza risolverlo. Il terzo fattore che è alla genesi del jiadhismo europeo è l’Islam europeo, l’Islam incontrato in tante moschee europee. Al vuoto spirituale del vecchio continente, alla emarginazione sociale e culturale, il giovane di provenienza araba cresciuto in Europa oppone la scoperta di una fede radicale, totalizzante, mutuata da iman che esportano i dettami dell’Islam più integralista, quello wahabita promosso e finanziato dall’Arabia Saudita».

Come definirebbe questo tipo di Islam?

«È un Islam essenzialmente politico, teocratico, una religione politica che attrae molti giovani, sradicati e colmi di risentimento, proprio per il successo politico dell’Isis. Ciò che colpisce questi giovani è esattamente quello che provoca in noi orrore: il messaggio di potenza planetaria suscitato dalle immagini delle gole tagliate, dalle vittorie del califfato. L’Isis è il mito di una rivincita dell’Islam e del mondo arabo sull’Occidente, è il sogno di una rivincita che alberga nel risentimento. L’Islam jiadhista è una teologia politica – fenomeno di cui mi sono occupato nel mio volume Critica della teologia politica - che, come tutte le teologie politiche, vive e si nutre della vittoria del Dio degli eserciti. Solo una sconfitta può, in questo caso, provocare una crisi ideale. Le teologie politiche, per loro natura, muoiono nei campi di battaglia».

«Siamo in guerra!». Questa è la reazione che sembra essere maggioritaria. La prima risposta è stata un’intensificazione dei bombardamenti sullo Stato islamico: è adeguata?

«La risposta non può non essere anche militare con le avvertenze, però, richiamate dal capo della Chiesa siro-cattolica, Mar Ignace Youssif III Younan, e cioè che l’Isis non si sconfigge semplicemente con i raid e con bombardamenti indiscriminati. Il massacro di Parigi ha rappresentato per l’Isis, certamente, una sorta di autogoal. Ha costretto, infatti, gli Stati fiancheggiatori del califfato, dalla Turchia di Erdogan, all’Arabia Saudita, allo stesso Occidente americano-europeo, a fermarsi. L’utilizzazione dell’Isis in funzione anti-Assad, anti-Iran, anti-Putin, non può più essere tollerata dall’opinione pubblica. L’eccidio parigino, come è stato detto, è l’11 settembre europeo. Solo il Qatar, uno degli Stati più ricchi e più integralisti del mondo, continua il suo sporco gioco finanziando fortemente Daesh. È chiaro che se non si prosciugano i finanziamenti, le importazioni di petrolio, le forniture cospicue di armi, un conflitto non avrà mai fine. Riguardo alla guerra essa va misurata con attenzione. Né Obama né gli europei sono disposti a impiegare truppe di terra, con il rischio di migliaia di morti. Inoltre l’Isis non esiterebbe un momento a prendere in ostaggio intere città, in primis Mosul, in modo tale che la battaglia dovrebbe svilupparsi casa per casa con moltissime vittime civili innocenti. La forma che il conflitto dovrà assumere – con buona pace di Salvini e di coloro che gridano alla guerra – non è quindi chiara. Ciò che è positivo, al momento, è l’accordo trovato tra l’occidente e Putin, dopo anni di contrasto duro. Ciò permette di individuare finalmente il nemico, l’”unico” nemico».

Colpiscono le parole con le quali Claudio Magris, all’indomani degli attentati di Parigi, ha riconosciuto la lungimiranza di Giovanni Paolo II che invitava a non fare le guerre in Iraq. Quanto ciò che sta accadendo può essere legato alle scelte compiute nel recente passato dall’Occidente, con le guerre che ha mosso in Medio Oriente e con il finanziamento di gruppi ribelli che si sono poi trasformati nell’internazionale del terrore?

«Il giudizio di Magris è prezioso. Molti di coloro che oggi inneggiano alla guerra dell’Occidente contro l’Islam, che utilizzano Giovanni Paolo II e Benedetto XVI contro Papa Francesco, accusato di essere troppo remissivo verso i musulmani, dimenticano che fu proprio Giovanni Paolo II a opporsi strenuamente contro la guerra in Iraq voluta da George Bush jr., a opporsi alla “guerra di civiltà” di chi voleva la crociata dell’Occidente “cristiano” contro l’Islam. Come scrive Magris: “Come era lungimirante l’opposizione di Giovanni Paolo II alla guerra in Iraq, opposizione che non nasceva certo da simpatia per il feroce despota iracheno né da astratto pacifismo, che gli era estraneo perché la sua esperienza storica gli aveva insegnato che la guerra, sempre orribile, è talora inevitabile. Ma il Papa polacco sapeva che sconvolgere l’equilibrio - precario e odioso, ma pur sempre equilibrio - di quella Babele mediorientale avrebbe creato un’atomizzazione incontrollabile della violenza. Come era più intelligente Reagan di quanto lo sarebbe stato anni dopo George Bush Jr, quando, per stroncare l’appoggio di Gheddafi al terrorismo, si decise per un’azione brutale ma rapida ed efficace e non pensò a inviare truppe americane a impantanarsi per chissà quanto tempo nel deserto libico, mentre l’invasione dell’Afghanistan voluta da Bush Jr. sta durando quasi tre volte la Seconda guerra mondiale, senza apprezzabili risultati”. E qui potremmo aggiungere: come era più intelligente Reagan rispetto ai Sarkozy e ai Cameron che hanno rovesciato certo un dittatore ma solo per gettare un paese, la Libia, nel caos più totale, vero brodo di coltura dell’estremismo più radicale».

Da che cosa nasce l’estremismo fondamentalista?

«In realtà il vero nodo è questo: l’estremismo islamico è il prodotto di due fattori. Il primo è dato da un problema che riguarda direttamente l’Islam contemporaneo, il suo rapporto con la modernità, le libertà civili e religiose. Ne ha parlato, con saggezza, il filosofo Abdennour Bidar nella sua Lettera aperta al mondo musulmano (http://www.gliscritti.it/blog/entry/2895). Non è certo l’unico, epperò nella sua Lettera è come se sintetizzasse tutti i problemi di un occidentale islamico. L’Isis è un mostro che non coincide con l’Islam, con la fede tranquilla di milioni di credenti. E, tuttavia, ha le sue radici in una possibile lettura dell’Islam, quella di matrice wahabita. Una lettura che richiede di essere affrontata “criticamente” se si vuol superare le aberrazioni di fondamentalisti criminali che giustificano il loro operato a partire dalla religione. Allo scopo le semplici dissociazioni o prese di distanza sono auspicabili ma non dirimenti. Così come non aiutano le posizioni di coloro che affermano non esservi alcuna connessione tra l’Islam e la politica. Il problema è più complesso e richiede una vera e propria rilettura della tradizione. Come ha affermato Hocine Drouiche, imam di Nîmes e vice-presidente del Consiglio degli imam di Francia: “Per secoli i musulmani hanno escluso la ragione e la razionalità dalla loro vita religiosa. Nel pensiero islamico moderno vi è una vera crisi della ragione. Di conseguenza, i musulmani vivono in situazioni paradossali non solo nei confronti dei valori islamici, ma anche dei valori europei”. È questa chiusura, questa dissociazione tra fede e ragione, che genera il fondamentalismo, il fideismo chiuso che vede negli altri i “crociati”, i miscredenti, gli impuri.

Il secondo fattore che nel corso degli ultimi 40 anni ha favorito la radicalizzazione dell’Islam è stato l’uso che ne ha fatto l’Occidente, gli Usa in primis, in funzione antisovietica prima, con i Talebeni sostenuti in Afghanistan contro Mosca, e con l’Isis poi in funzione anti-Assad alleato di Putin. Il mostro, come ha riconosciuto Hillary Clinton, è uscito dalle segrete stanze della Cia e del Pentagono, foraggiato dagli alleati arabi filo-americani e dalla Turchia, membro della Nato. Il bambino, cresciuto, è divenuto ora molesto e ingombrante, al punto che i loro artefici non sanno come disfarsene. Nel frattempo centinaia di migliaia di persone sono morte, milioni sono fuggiti, interi Stati sono sprofondati nella miseria e nella disperazione».

Secondo lei è in atto uno scontro di civiltà? Che cosa significa per l’Europa, per i suoi valori e la sua cultura, questo confronto con l’Islam fondamentalista?

«Certamente il rinnovato confronto con un islamismo aggressivo, che pareva un lontano ricordo del passato, obbliga il vecchio continente a un ripensamento. Dopo l’89 l’era della globalizzazione ha coinciso con un post-modernismo estetico-edonistico-individualistico. La “fine della storia”, profetizzata da Francis Fukuyama, sembrava offrire il panorama della nuova felix aetas, senza nemici né guerre, contrassegnata da affari e divertissement. Poi è venuto l’11 settembre e con esso è tornata la teologia politica (teocon e islamista), il nemico, la guerra. I risultati di quel conflitto li vediamo oggi con il Medio Oriente e il nord Africa allo sbando. Per questo l’Europa, dopo Parigi, non può ripensarsi alla luce di una nuova (o vecchia) teologia politica così come auspicano le destre. La soluzione, l’uscita dal nichilismo postmoderno, non sta nella costruzione di identità affermate in antitesi ad altre, identità dialettiche che ricopiano, nell’opposizione, quella dell’avversario. È questa la via dello “scontro di civiltà”, quella auspicata dal quotidiano “Libero” la cui testata non si è vergognata di titolare, in risposta agli eccidi parigini, “Bastardi islamici”. Una vera e propria incitazione all’odio. Né l’Europa può credere, d’altra parte, che il problema si risolva favorendo lo scioglimento delle differenze. Come nel caso di una gita scolastica annullata dalle autorità della scuola elementare «Matteotti» di Firenze perché prevedeva una visita artistica che includeva un Cristo dipinto da Chagall, nel timore che ciò potesse offendere gli allievi di religione musulmana. Un provvedimento demenziale che dimostra i limiti di un multiculturalismo che, alla prova dei fatti, dimostra di essere incapace di sostenere le diversità culturali. Chi viene o nasce in un Paese deve innanzitutto imparare a rispettarne le tradizioni, gli usi, i costumi, le leggi. È una legge non scritta dei popoli. Né può pensare, machiavellicamente, di simulare in attesa di essere maggioranza. Se non si gradiscono leggi e costumi è bene che si vada altrove. Il Paese che accoglie deve, d’altra parte, favorire le condizioni d’integrazione, in primis attraverso la scuola, il lavoro, l’università. Puntando particolarmente sui giovani. È nell’ambito scolastico, come dimostrano gli istituti cristiani nei paesi arabi che non fanno distinzione di religione, che sorgono amicizie, stima reciproca, rapporti duraturi tra persone di fedi diverse. Qui si costruisce il futuro. Certo, dovrebbero essere scuole mirate al lavoro, non parcheggi, né luoghi di déracinement».

Come bisogna reagire, dunque?

«Tanto il posmodernismo relativistico quanto l’identitarismo, le due ideologie con cui abbiamo risposto, finora, all’integralismo islamico, hanno mostrato abbondantemente i loro limiti. Abdennor Bidar, nella sua Lettera, afferma che il mondo islamico europeo ha, se lo vuole, le risorse per tirarsi fuori dalle secche a cui l’integralismo lo sta portando. Allo stesso modo, potremmo dire che la vecchia Europa, per quanto disincantata e violentata nelle sue tradizioni, ha le risorse per rispondere in modo non meramente reattivo. La splendida lettera che Antoine Leiris ha scritto ai terroristi, dopo la morte di sua moglie per opera degli attentatori di Parigi, ne è documento: “Venerdì sera avete rubato la vita di una persona eccezionale, l’amore della mia vita, la madre di mio figlio, eppure non avrete il mio odio. Non so chi siete e non voglio neanche saperlo. Voi siete anime morte. Se questo Dio per il quale ciecamente uccidete ci ha fatti a sua immagine, ogni pallottola nel corpo di mia moglie sarà stata una ferita nel suo cuore. Perciò non vi farò il regalo di odiarvi”. Questa è la vera identità europea, quella aperta al confronto, non quella dell’odio. La civiltà dell’Europa, quella autentica, è dominata, come ha evidenziato Remi Brague nel suo bel libro Europe. La voie romaine, dalla “secondarietà”, dalla capacità della Roma antica di farsi “seconda” rispetto alla cultura ellenica e del cristianesimo di farsi “secondo” rispetto all’ebraismo. Per questo l’Europa è capace di “integrazione”, non ha bisogno di azzerare la tradizione, la fede, la cultura di coloro che calpestano il suo suolo. Non ha paura dell’altro. Ha il dovere di difendersi ma è anche sufficientemente forte per sopportare le differenze».

 


Il video dell'incontro “Il sinodo visto da vicino” con Giacomo Bertolini

IMG_2402A leggere i giornali - quasi tutti - il copione era già scritto. Una lotta senza esclusione di colpi, anche se con modi curiali (ma a volte neanche tanto), tra conservatori e progressisti. Dall’esterno era tutto chiarissimo. E dall’interno? Cosa dice chi il Sinodo dei vescovi sulla famiglia l’ha vissuto dal di dentro, partecipando giorno dopo giorno ai lavori? Di qui il titolo dell’incontro di martedì 10 novembre, nella sala del redentore della parrocchia di Santa Croce: “Il sinodo visto da vicino. La bellezza della famiglia e le sfide del tempo presente”. Promotrice l’Associazione culturale Rosmini, relatore Giacomo Bertolini, docente di Diritto canonico nell’Università di Padova ma soprattutto esperto e coadiutore del Segretario speciale del Sinodo.

Vi proponiamo il video dell’incontro del 10 novembre, realizzato da Emanuele Fornasier.

 

Così Eugenio Andreatta su La Difesa del popolo ha raccontato l’incontro con Giacomo Bertolini.

 

La Difesa del Popolo, domenica 22 novembre 2015, p. 17, Nessun compromesso e Spirito santo all’opera (E. Andreatta)

 

A leggere i giornali - quasi tutti - il copione era chiaro. Una lotta senza esclusione di colpi, anche se con modi curiali (ma a volte neanche tanto), tra conservatori e progressisti. Dall’esterno era tutto chiarissimo. E dall’interno? Cosa dice chi il Sinodo dei vescovi sulla famiglia l’ha vissuto dal di dentro, partecipando giorno dopo giorno ai lavori? Di qui il titolo dell’incontro di martedì 10 novembre, nella sala del redentore della parrocchia di Santa Croce: “Il sinodo visto da vicino. La bellezza della famiglia e le sfide del tempo presente”. Promotrice l’Associazione culturale Rosmini, relatore Giacomo Bertolini, docente di Diritto canonico nell’Università di Padova ma soprattutto esperto e coadiutore del Segretario speciale del Sinodo. Ecco alcune parole che mi hanno colpito di questo incontro.

Adolescenza. Bertolini citava un intervento di un padre al secondo o terzo giorno di assemblea. «Dobbiamo passare da una Chiesa di adolescenti che vuole vedere puniti i suoi figli che sbagliano a una Chiesa di padri e madri, che con maturità guardano ai loro figli», cercando di ottenere il meglio da loro. Non una “performance” perfetta, ma ciò che concretamente in quel momento riescono a dare.

Sfide. Un termine che non tramonta mai nell’ecclesialese, ma non al Sinodo. «Togliamolo, sa troppo da contrapposizione», ha proposto un Padre sinodale, meglio parlare di problemi gravi. Nella relazione finale è stato usato con parsimonia, il paragrafo 25 (“alcune sfide”). parla della poligamia e dei matrimoni combinati.

Bellezza. «Tutta la seconda parte della relazione finale è un’esaltazione della bellezza dell’esperienza famigliare, in questo i padri sono stati assolutamente concordi», con un linguaggio anche in vari punti più fresco e nuovo.

Divorziati. La spinosa questione dell’accesso ai sacramenti dei divorziati non ha visto prevalere né le posizioni oggettiviste più conservatrici, né coloro che si battevano per un’ammissione automatica o quasi. «Si è scelta una via di approfondimento morale», ha detto Bertolini, «di ascolto delle situazioni reali». E quindi di…

…discernimento. Forse il termine che meglio ha contraddistinto il Sinodo. No alle scorciatoie, le situazioni sono diverse caso per caso, bisogna avere la pazienza di accompagnare le persone aiutandole a renderle consapevoli della propria storia.

Gesuita. Un papa tifoso, sbilanciato in senso aperturista? In realtà papa Francesco, che per un mese ha fatto la vita del padre sinodale – dall’ascolto in aula alla fila alla macchinetta del caffè – ha avuto un sommo rispetto del dialogo in aula, non lasciando mai trapelare, neanche da un’espressione del viso, il suo parere sul dibattito in corso.

Compromesso. Questo invece al Sinodo non c’è proprio stato. «Non si è trattato di un accomodamento tra diverse fazioni, l’impressione è che invece l’’intero Sinodo», dimostrando un’unità su cui pochi avrebbero scommesso, «abbia fatto un passo di maturità, su cui hanno concordato tutti, anche i circuli più sbilanciati in un senso o nell’altro».

Questioni aperte. Non poche, Bertolini stesso ne ha indicate varie. Una tra tutte: se l’Eucaristia è il corpo di Cristo, la Chiesa non lo è da meno. Come si può rifiutare il sacramento a delle persone, che pur in una situazione oggettivamente irregolare, sono incorporate in Lui? Il Sinodo non ha risposto. Ma c’è una saggezza anche nel lasciare aperte le questioni a cui non si è ancora pronti a rispondere.

Spirito Santo. Alla fine, il suo intervento si è visto. «Nonostante i modi con cui è stato presentato, per me il Sinodo è stato la possibilità di fare una vera esperienza ecclesiale, di vedere lo Spirito Santo all’opera».


L’aviatore immaginario. Ovvero le copertine di guerra di Pino Dell’Orco

caf045Quella sorta di splendida, casuale coincidenza, che gli antichi chiamavano fato e che i più arditi contemporanei hanno il coraggio di chiamare provvidenza, mi portò a vedere alcune magnifiche copertine, e mi fermai. Sì perché ormai il mio cervello funziona al contrario e rifiuta con gioia quella massima materna che impone di “non giudicare mai un libro dalla copertina”. Quei piccoli, fin troppo piccoli (13 x 14 cm) fumetti della ormai dimenticata seconda edizione della “collana eroica” (328 numeri usciti settimanalmente dal ’63 al ‘70) non li apersi nemmeno, li comperai (non tutti naturalmente) per le copertine. Molte, riuscii a scoprire poi, erano dell’italiano Pino Dell’Orco.

Ora, per usare un eufemismo, potremmo dire che si trova “poco” di Pino Dell’Orco nella rete, così mi toccò (e con gioia devo ammettere) comprare libri appositamente. Libri splendidi come The art of war, Aarrgghh!! It's War o The War Libraries di David Roach. Fu agli inglesi quindi che mi rivolsi per avere informazioni riguardo uno dei più grandi copertinisti italiani! David Roach e il collezionista Alan Barnard risposero e cominciò un bizzarro scambio epistolare (via mail s’intende). Mi hanno quindi concesso di pubblicare alcune immagini e informazioni che in lunghi anni hanno a poco a poco raccolto, e solo grazie a loro posso così riassumere la vita del grande e sconosciuto Dell’Orco.

CBAxFu uno scolaro ossessionato dagli aeroplani che crebbe nella Roma degli anni Trenta, leggendo fumetti come Will Sparrow eroe dell’aria di Kurt Caesar che lo appassionarono ancora di più all’aviazione. Artista prodigioso cominciò giovanissimo presso lo Studio Favalli sotto le guide di Enrico De Seta (celebre cartellonista cinematografico) del quale ben presto riuscì ad assorbire lo stile (dipingendo cartelloni che poi De Seta firmava spacciando per suoi). Negli anni Cinquanta, invece di seguire la moda e trasferirsi a Milano, volò a Rochford vicino Londra dove, grazie all’aiuto dell’agente Bryan Colmer, riuscì a far parte dei copertinisti di guerra delle Fleetway Publications. Più di 300 copertine furono affidate a lui da parte di quella che all’epoca era la più grande casa editrice di comic book al mondo.

Assieme a molti dello Studio Dami che collaboravano con la Fleetway, anche il De Gaspari si trovava in quel periodo a lavorare per la stessa collana, scrive ancora Roach, e si pensava fosse lui il migliore (anche perché veniva pagato 30 ghinee a copertina anziché 25), eppure il minimalismo di Dell’Orco impiegò poco tempo a conquistare gli occhi di tutti, a stregare gli animi. Le composizioni scabre ed essenziali, quelle sue grandi campiture cromatiche alla Bernie Fuchs e d’ispirazione vagamente gauguiniana, controbilanciano a pieno le particolareggiate immagini di Biffignandi, la leziosità di De Gaspari, il realismo fotografico di Bruno Faganello.

foto (2)Nel 1957 illustrò persino le pagine della Storia dell’aeronautica: dalle origini ai giorni nostri di Rodolfo Gentile, tanto era diventata meticolosa la sua conoscenza delle macchine aeree.

Dopo la rottura con la moglie londinese tornò a Roma dove continuò a collaborare con alcune riviste del settore e si propose di dar vita ad un museo dedicato naturalmente… agli aerei. Si spense pochi anni fa, e mi dispiace molto non aver avuto occasione di conoscerlo: lo immagino salire in alto su un biplano, nel cielo dietro le nuvole, per unirsi all’immenso sciame degli aerei perduti, come nella scena centrale del Porco rosso di Miyazaki.

Sembrerà ingenuo o superficiale dire che queste illustrazioni di guerra parlano da sé, ma non occorre un occhio esperto per coglierne la tecnica raffinata (penso alla realizzazione delle esplosioni o delle pale rotanti…), il genio compositivo, il minimalismo cromatico di cui già si parlava.

E pensare che il più delle volte le copertine di questi fenomenali artisti venivano stampate senza alcuna indicazione, nell’anonimato. Molti di loro si consideravano dei semplici artigiani, degli impiegati.

caf033Eccoci invece di nuovo stupiti, finalmente lieti di riconsegnare a questi “artisti sperduti” il merito dovuto!

Che queste poche righe (le uniche per ora in lingua italiana) possano provocare i curiosi, far rombare nuovamente i motori della ricerca, far spiccare il volo a chi desidera raggiungere e conoscere uno dei più “alti” illustratori italiani.

 

(Giovanni Scarpa)


Il 26 novembre a Padova “Autonomia, parità per una scuola migliore”

a21-1024x761[1]La Fondazione per la Sussidiarietà ha di recente pubblicato SOS Educazione. Statale, paritaria: per una scuola migliore. I curatori del volume, Giorgio Vittadini e Luisa Ribolzi, sottolineano che l’emergenza educativa in Italia impone uno sforzo di riflessione e di proposta che valorizzi il contributo di ciascuno in vista di una scuola migliore, a vantaggio di tutti.

Per approfondire questi temi L’Istituto Romano Bruni propone per giovedì 26 novembre alle 21.00 nel Polo Educativo Scuole Romano Bruni di via Fiorazzo, 7 a Padova (Ponte di Brenta) l’incontro pubblico

Autonomia, parità per una scuola migliore

che prenderà spunto dal libro per riflettere sulla scuola italiana. Saranno presenti:

Giorgio Vittadini, presidente della Fondazione per la Sussidiarietà e curatore del volume
Simonetta Rubinato, deputato Pd, membro della V Commissione Bilancio della Camera
Elena Donazzan assessore all’istruzione della Regione Veneto

Moderatore Stefano Montaccini, rettore delle Scuole Romano Bruni.

invito_SOS Padova_26nov-72L’evento è promosso da: Scuole Romano Bruni, Scuola dell’Infanzia San Gaetano, Scuole DIEFFE e Associazione genitori Romano Bruni, in collaborazione con la Fondazione per la Sussidiarietà, CdO Opere educative, DISAL e AGESC.

L’incontro vuole invitare a evitare in ogni modo posizioni viziate da un approccio ideologico, che da troppo tempo condiziona la riflessione sul tema di come attuare una effettiva parità tra scuola statale e scuola paritaria. «L’emergenza educativa, che ormai è sotto gli occhi di tutti in Italia», sottolinea Montaccini, «impone uno sforzo di riflessione e di proposta che valorizzi il contributo di ciascuno – al di là degli schieramenti culturali e politici – in vista di una scuola migliore, a vantaggio di tutti: studenti, insegnanti, genitori e dell’intera società. Chiunque rinunci per pregiudizio o indifferenza a esercitare questo compito di riflessione abdica a una responsabilità storica dalla quale dipende il futuro del nostro Paese». Quindi non un incontro per “specialisti” ma per tutti coloro che vogliono una scuola che svolga fino in fondo la sua irrinunciabile funzione di accompagnamento alla maturità delle giovani generazioni.

Il libro SOS Educazione. Statale, paritaria: per una scuola migliore intende fare il punto sulla situazione del sistema scolastico italiano e sul ruolo che in esso svolge la scuola paritaria, analizzandone le dimensioni numeriche, gli andamenti, gli esiti in termini di apprendimento, i costi e le caratteristiche degli “imprenditori educativi”. L’ottica degli autori è quella di offrire una serie di contributi in vista di un allineamento dell’Italia al sistema europeo, alla luce delle best practices già realizzate in altri Paesi dell’UE e negli USA.

L’ipotesi di partenza è che solo adottando un atteggiamento pragmatico e innovativo capace di tenere in considerazione il maggior numero di fattori, sarà possibile realizzare un sistema scolastico nazionale, secondo il dettato della Legge 62/2000, il che non significa in alcun modo omologare l’offerta formativa, se non in termini di affidabilità e di qualità.

 

Scarica l’invito allevento del 26 novembre “Autonomia, parità per una scuola migliore”.


Concerto il 17 novembre: Il Novecento (ri)ascolta la musica antica

10655216_829959787055494_1791104338059712641_o[1]Il 17 novembre a Padova un concerto organizzato dagli studenti dell’Università e rivolto al mondo universitario, ma anche a quanti sono interessati alla riscoperta della polifonia antica avvenuta tra Otto e Novecento. L’iniziativa si propone di diffondere i risultati ottenuti da un gruppo di studio del nostro Ateneo, che ha indagato le modalità con le quali nei secoli XIX e XX è stata re­interpretata la polifonia del Rinascimento, genere che ha ispirato le composizioni di numerosi musicisti moderni e contemporanei. Gli autori scelti per il programma sono rappresentativi della riforma della musica sacra in Italia: Giovanni Tebaldini, di cui sono appena trascorsi i 150 anni dalla nascita, Ildebrando Pizzetti e Lorenzo Perosi, i quali si sono variamente ispirati ad alcuni dei principali esponenti della Scuola Romana e Veneziana del ’500, come Giovanni Pierluigi da Palestrina, Tomás Luis de Victoria e Giovanni Matteo Asola.

Martedì 17 novembre 2015, ore 20.45

Padova, Chiesa di S. Nicolò - Piazzetta S. Nicolò

Il Novecento (ri)ascolta la musica antica

CONCERTO

in memoria di Pier Luigi Gaiatto

GRUPPO VOCALE NOVECENTO

Organista: Francesco Grigolo
Direttore: Maurizio Sacquegna

Ingresso libero

Progetto finanziato dall’Università di Padova sui fondi della legge 3.8.1985, n. 429

Gli studenti dell’Università di Padova coinvolti in questa iniziativa hanno contribuito a raccogliere le composizio­ni per studiarne le caratteristiche testuali e musicali, e poi proporre la loro esecuzione che, in questa occasione, viene affidata al Gruppo Vocale Novecento. Il concerto, però, è anche l’occasione per ricordare un carissimo compagno di studi prematuramente scomparso, il dott. Pier Luigi Gaiatto che ha indagato sistematicamente l’opera di chi ha promosso la riscoperta della musica antica in area veneta. Le sue ricerche sono state fondamentali per coloro che, dopo di lui, hanno continuato lo studio degli autori e dei repertori prodotti dalla riforma della musica sacra. Pier Luigi aveva avviato anche la compilazione del catalogo delle musiche di Giovanni Tebaldini: possa l’esecuzione del concerto favorire la conclusione di quel progetto editoriale, a riconoscimento del suo lavoro e in omaggio alla sua memoria.

Il Gruppo Vocale Novecento, fondato nel 2003, esegue polifonia sacra rinascimentale a sole voci virili. Ha partecipato a concerti, rassegne, festival, corsi e concorsi nazionali e internazionali, ottenendo prestigiosi riconosci­menti. Nel 2015, al 49° Concorso nazionale di Vittorio Veneto, gli è stato assegnato il primo premio per il canto polifonico di ispirazione popolare, il secondo premio per musiche originali d’autore, il premio speciale “Centena­rio” e il premio speciale per la migliore interpretazione della musica di autori contemporanei. Tra le incisioni discografiche si segnala una raccolta antologica con musiche di Tomás Luis de Victoria e un oratorio di Giuseppe Gazzaniga, eseguito con il gruppo Alio modo ensemble diretto da Silvano Perlini.

Francesco Grigolo, diplomato in Organo, Composizione organistica e Canto presso il Conservatorio di Vicenza, si è perfezionato all’Università della musica di Vienna. Vincitore, nel 2010, della borsa di studio Associazione musicale Terenzio Zardini, svolge attività concertistica in Italia e all’estero come direttore, solista e accompagnatore. È direttore del Coro Polifonico San Biagio di Montorso Vicentino e del Gruppo corale di Bolzano Vicentino, con i quali ha effettuato numerose produzioni musicali, ottenendo riconoscimenti come il premio “Direttore” al 47° Concorso nazionale corale di Vittorio Veneto. È componente del sestetto vocale EsaConsort, consulente artistico dell’ASAC Veneto e organista titolare del duomo di Arzignano. Ha inciso musiche di Terenzio Zardini e Mario Lanaro.

Maurizio Sacquegna, laureato in musicologia presso l’Università di Padova con una tesi magistrale sulla musica policorale di Giovanni Matteo Asola (1525-1609), è iscritto al corso di Direzione di coro e Composizione corale al Conservatorio di Vicenza. Ha approfondito il canto gregoriano con Lanfranco Menga e la vocalità funzionale con Luciano Borin. È direttore del Coro Piccola Baita, del Gruppo Vocale Novecento, del Coro del Liceo di Cologna Veneta e della Corale di Locara. È docente presso l’UNIVA di Vicenza (sede di Montecchio), nei seminari dell’Accademia Piergiorgio Righele e nel Liceo coreutico di Verona. Componente del sestetto vocale EsaConsort, ha ricevuto premi e riconoscimenti in numerosi concorsi nazionali.

Studenti dell’Università di Padova che hanno promosso l’iniziativa: Giorgio Peloso (garante), Agnese Aghito, Valentina Bagarolo, Anna Balagion, Barbara Bittante, Lara Bottaro, Giulio Daniele, Alessandro De Blasi, Elena Filippucci, Alessia Leccese, Dario Lo Surdo, Giorgia Malagò, Gaia Masut, Francesco Ostuni Minuzzi, Alessia Penazzato, Miriam Rizzi, dott. Giorgio Zoia

PROGRAMMA

Giovanni Tebaldini (1864-1952) Prélude Choral, op. 16 n. 1
da Trois pièces d’orgue, 1897

Tomàs Luis de Victoria (1548 ca.-1611) Ave Maria, 4v (CATB)
da Victoria-Werke, VIII, 1913

Giovanni Tebaldini (1864-1952)
Ave Maria, op. 22 n. 7, 1v (S) e organo da «Composizioni sacre per canto», I/5, 1909

Ildebrando Pizzetti (1880-1968)
Ave Maria, op. 2, 3v (ATB) e organo da «Musica sacra», 7, 1900

Giovanni Tebaldini (1864-1952) Intermezzo, op. 16 n. 2
da Trois pièces d’orgue, 1897

Giovanni Matteo Asola (1524-1609)
Laudate dominum omnes gentes, 8v (coro I: CATB; coro II: CATB)
da Vespertina omnium solemnitatum psalmodia, 1590

Giovanni Tebaldini (1864-1952)
Laudate dominum omnes gentes, 4v (T1T2BrB) Inedito

Lorenzo Perosi (1872-1956)
Laudate dominum omnes gentes, 2v (SMz) e organo da «Melodie sacre», II, 1898

Giovanni Tebaldini (1864-1952)
Marche Grave sur le thème de “Vexilla”, op. 16 n. 3 da Trois pièces d’orgue, 1897

Giovanni Pierluigi da Palestrina (1525/26-1594)
Sicut cervus desiderat, 4v (CATB)
Trascrizione in Giovanni Tebaldini, Trilogia sacra, 1921

Giovanni Tebaldini (1864-1952)
Sicut cervus desiderat, op. 24 n. 2, 4v (SATB)
da Tria Motetta, 1904

Giovanni Tebaldini (1864-1952)
Sonata per organo con coro sul corale «Herzliebster Jesu», op. 26, 4v (SATB) e organo, 1901: Allegro sostenuto


Gli acquarelli di Emanuela Colbertaldo ad ArtePadova

ec1Ci saranno anche gli acquarelli di Emanuela Colbertaldo ad ArtePadova, la 26° Mostra Mercato d’Arte Moderna e Contemporanea, che si terrà nel capoluogo veneto dal 13 al 16 novembre. Nata a Padova, dove vive ed opera, Emanuela inizia la sua attività nel 2004 sotto la guida dei maestri Mario Zoppelletto, Alberto Troiani, Ennio Toniato, Laura Sarra, Sergio Bigolin. Esterna con profondità e completezza la propria espressività pittorica, soprattutto attraverso la tecnica dell’acquerello. Le sue opere comunicano l’incanto della natura in tutte le sue componenti: soggetti floreali, paesaggi, nature morte. Ha partecipato a molte mostre collettive e personali, nel 2010 ha vinto il primo premio alla Biennale Internazionale dell’acquerello di Albignasego.

ec3Delle sue opere hanno trattato vari critici d’arte quali Dionisio Gardini, Maria Beatrice Rigoletto Autizi, Luigi La Gloria, Gabriella Niero, Francesco Celi, Raffaele Mombello, Dora Schiavon, così come numerosi sono i riconoscimenti attribuiti alla sua opera, nonostante si sia dedicata alla pittura da poco più di un decennio.

Per maggiori informazioni il sito della pittrice è www.ecolbertaldo.it.