pasolini-roma1[1]Il Centro culturale di Milano organizza dal 28 ottobre al 14 novembre una mostra e alcuni eventi per il 40° anniversario della morte di Pier Paolo Pasolini (2 novembre 1975). La mostra si intitola “Pasolini, il poeta che sfidò il nulla” e si tiene alla Galleria Giovanni Bonelli (via Porro Lambertenghi 6). L’iniziativa è promossa in collaborazione con la Fondazione Ente dello Spettacolo e con il Centro Carlo Maria Martini-Università Bicocca. In mostra fotografie inedite di Elio Ciol e videointerviste a Olivier Rey, Giulio Sapelli, Massimo Borghesi, Mario Martone, Anna Maria Cascetta, Carlin Petrini, Luca Doninelli e altri. Qui pubblichiamo la testimonianze di Borghesi, riportata anche su Avvenire di domenica 11 ottobre con il titolo Fu il Marcuse italiano e voleva una Chiesa antisistema, in una versione riveduta e corretta dall’autore.

 

pier-paolo-pasolini[1]Pasolini merita la qualifica di intellettuale come pochi altri nell’Italia del Novecento. La categoria di intellettuale infatti si addice soprattutto a coloro che hanno saputo interpretare il periodo storico in cui sono vissuti. Chi è il grande intellettuale? Colui che sa offrire uno scenario del presente, chi offre le categorie per interpretare i cambiamenti del processo storico. Noi non siamo più abituati a figure di questo genere. Oggi non abbiamo nel nostro Paese figure in grado di interpretare compiutamente, di offrire chiavi di lettura della contemporaneità, come nel Novecento seppero fare personalità quali Benedetto Croce, Antonio Gramsci, Norberto Bobbio, Augusto Del Noce e Giovanni Testori.

Pasolini si colloca certamente nel numero ristretto di questi grandi intellettuali. Lo si potrebbe definire il Marcuse italiano. Forse oggi il nome di Herbert Marcuse non risulterà noto a tutti, ma per intere generazioni questo pensatore ebreo, esule dalla Germania negli Stati Uniti, ha rivestito un ruolo di grande importanza. Marcuse è stato il teorico del Sessantotto. Tutta la generazione della contestazione ha trovato in lui il profeta, l’ideologo, l’intellettuale di riferimento. È il filosofo che parla dell’uomo come one dimensional man. Nella sua interpretazione la società capitalistica riduce l’uomo esclusivamente alla dimensione economica, tutti gli altri fattori passano in second’ordine fino a scomparire. L’uomo ad una dimensione è l’uomo della società omologata.

Eppure, nonostante la notorietà del filosofo tedesco, tutti questi temi sono penetrati nel sentire comune del nostro Paese più attraverso Pasolini che attraverso Marcuse. Per questo dico che Pasolini è il Marcuse italiano. Pasolini poi fa un passo in più rispetto a Marcuse, perché si rende conto che il progressismo è tutto tranne che progresso, è un’ideologia funzionale, se guardiamo a come viene utilizzata negli anni Sessanta e Settanta, alla nuova destra tecnocratica.

Quanto al cristianesimo, Pasolini si rende conto che la Chiesa non è in grado di misurarsi con il nuovo potere che sta rapidamente emergendo in Italia e in tutto l’Occidente. La sua è la prospettiva laica, uno sguardo dall’esterno, con antenne però molto sensibili nel mondo cattolico, soprattutto all’inizio degli anni Sessanta, quando si appresta a dirigere Il Vangelo secondo Matteo. Pasolini frequenta l’ambiente della Pro Civitate Christiana di Assisi, stringe amicizia con il suo fondatore don Giovanni Rossi. Da una prospettiva laica, ma non estranea al mondo cattolico, Pasolini quindi percepisce che la Chiesa è totalmente impreparata ai tempi che stanno per venire. La Chiesa degli anni Cinquanta e Sessanta è sulla difensiva, la sua preoccupazione è soprattutto di ordine morale e per di più si concentra su un solo ambito morale: l’etica sessuale, i buoni costumi.

Di fronte alla nuova stagione culturale che fa irruzione soprattutto attraverso i media, in particolare la televisione, la Chiesa gioca solo in difesa. Non è in grado di parlare i nuovi linguaggi, il suo è un linguaggio arcaico, retorico, molto parlato. La televisione non privilegia il linguaggio parlato delle omelie, è il luogo della battuta rapida, ad effetto, parla soprattutto con le immagini ed esercita un’attrattiva molto più forte di qualsiasi richiamo di carattere morale. Pasolini intuisce che la tv sta veicolando un nuovo tipo di uomo, così nuovo che lo scrittore friulano deve inventare – o reinventare – un termine per definirlo: l’uomo “omologato”, l’uomo della società dei consumi. L’immagine che i media propongono di quest’uomo nuovo è molto più accattivante rispetto a una morale ecclesiastica fatta perlopiù di divieti, che appare censoria, totalmente desueta.

La morale è sconfitta dall’estetica, questa è l’intuizione geniale di Pasolini. Il Gesù de Il Vangelo secondo Matteo si può leggere in questo senso come una risposta ai nuovi tempi. Pasolini è uno dei pochi registi italiani che riesce a realizzare un Gesù degno di tale nome. Il regista laico e non credente riesce a rappresentare un Cristo che può sostenere la nuova sfida estetico-mediatica.

Non a caso in uno dei suoi più celebri editoriali, poi raccolto negli Scritti Corsari, Pasolini invita la Chiesa a passare all’opposizione. La Chiesa potrebbe essere «la guida grandiosa» ma non autoritaria di tutti coloro che rifiutano il nuovo potere consumistico, un potere strutturalmente irreligioso, totalitario, violento, falsamente tollerante e in realtà più repressivo che mai, corruttore, degradante. È il rifiuto del potere consumistico che ai suoi occhi dovrebbe caratterizzare una Chiesa capace di ritornare alle proprie origini.

Questa grande intuizione pasoliniana, pur espressa in forma apocalittica, ci riporta all’oggi della Chiesa. Non voglio dire che papa Francesco stia attuando la profezia pasoliniana, personalmente però non ho dubbi: l’intellettuale friulano sarebbe rimasto affascinato dalla figura di un papa deciso a svincolare la Chiesa dai poteri forti per tornare alle origini: una Chiesa libera di comunicare il messaggio evangelico e non più schiava, come scriveva, di «un potere che l’ha così cinicamente abbandonata, progettando, senza tante storie, di ridurla a puro folclore».