Dino Quartana, la vicenda moderna chiede e pretende dell’“io”

Quartana1Non conosciamo personalmente Dino Quartana, altrimenti ci piacerebbe parlare con lui. Della scultura, della sua identità e della sua attualità. Un’arte da sempre in grado di sedurre, di liberare energie nel momento in cui le richiede, di offrire il dono di un contatto reale, tanto è in lei il coinvolgimento richiesto con e alla materia. E la materia, soprattutto nel Novecento, è il centro d’ogni croce e d’ogni diletto. Per artisti e critici e non solo. Sulla materia e con la materia si gioca tutto. Si è pensato un quadro senza colore, non si avrà una scultura reale senza materia.

Quartana3Quartana è da molti anni frate domenicano, scelta compiuta dopo aver conosciuto e frequentato il movimento fondato da don Luigi Giussani: il pensiero dell’ente e il pensiero del soggetto trovano quindi quasi un obbligo di dialogo.

E Quartana sulla materia ha certamente molto da dire. Non sappiamo se in forma polemica o in elaborata mediazione teorica con la modernità.

La materia è per lui appoggio, fondamento e testimonianza d’individuata personalità: con linguaggio moderno, potremmo dire, rappresentanza dell’io. Vorremmo osare un’equazione più radicale: materia, in arte, uguale “io”? San Tommaso e Burri sarebbero concordi.

Quartana4Da queste premesse giungiamo alle recenti sculture che Dino ci offre allo Spazio Lumera. Non sorgono da un gesto unico, alla Bernini per intenderci, non eleggono una soda roccia o tranche del mondo e del corpo. Sono il frutto semmai di un organizzarsi intrinseco di strutture, ora ben solide e ben puntellate nello spazio, ora disinvolte e in atto di aprirsi. Materiali che si legano e si avvitano quali poetici scheletri e testimonial di corporee memorie; amabili vicende di arti in congiunzione o disgiunzione. È l’aspetto che ci attira di più: vi leggiamo una non sforzata capacità di confessione.

Grazie a un lavoro, a un intarsio dei pieni e dei vuoti, Quartana addiviene a uno slancio di membra, a volte troncate a volte ricondotte ad ulteriori costruzioni aeree: come se un secondo piano, una ritornante necessità s’instaurasse, quale ideale obbligato di tale spirituale “machine”.

Quartana5Per quanto il lavoro di Quartana s’orienti a contenuti religiosi, a emblemi dell’invocazione e della grazia, è come se il moto di due correnti marine infranga una addosso all’altra. Nell’esito finale delle sue sculture - accompagnate in mostra da pregevoli opere su carta - Quartana è unitario e concluso. Mai però vien meno la percezione dei due pensieri tra loro in gara per il predominio.

È questo dualismo tra pulsione e ideale la vera scommessa dell’arte contemporanea e in particolare di quella religiosa. La vicenda moderna chiede e pretende dell’io. E Quartana, che nei suoi corpi scultorei vive la sua stessa libertà e un prezzo ancora inevaso per essi, è dentro alla questione.

Histoires saintes, titola Quartana la sua recente produzione. Rendiamo onore a Quartana per aver proposto con chiarezza questo ganglio irrisolto dell’estetica non solo cattolica: o appoggiare Moore a Chartres - e su Chartres impernia la propria opera anche Huysmans che di tale nodo è il termine insuperato - o schiacciare Moore su Chartres. Restando in questo caso Chartres un puro significante.

 

HISTOIRES SAINTES
Sculture e disegni di Dino Quartana
dal 10 ottobre all’1 novembre
Spazio Lumera, via Abbondio Sangiorgio, 6 Milano

Orari apertura
ma me gio ve 16-19
sabato 10.30-12.30 16-19

tel. 02 87280593 info@lumera.it www.lumera.it

 


Ferrara, Blair, la guerra in Iraq: la fine di un’epoca

Tony BlairLa guerra contro l’Iraq analoga a quella dell’America e degli Alleati contro Hitler? L’equiparazione tra il dittatore Saddam e il Führer, cara alla propaganda di un decennio fa, ritorna in un editoriale di Giuliano Ferrara sul Foglio di mercoledì 28 ottobre a proposito delle scuse di Tony Blair per gli errori compiuti in Iraq nella guerra che portò all’abbattimento di Saddam Hussein. Ammesso che di errori si possa parlare. Massimo Borghesi su IlSussidiario.net risponde a distanza all’elefantino.

 

IlSussidiario.net, giovedì 29 ottobre, Il caso/ Ferrara, Blair, la guerra in Iraq: la fine di un’epoca (M. Borghesi) (link http://www.ilsussidiario.net/News/Cultura/2015/10/29/IL-CASO-Ferrara-Blair-la-guerra-in-Iraq-la-fine-di-un-epoca/650884/)

 

Giuliano Ferrara è una persona intelligente. In certi momenti sa essere uno spirito libero, arguto, un critico fuori del comune. Questo finché non si toccano le fondamenta di una visione neocon, occidentalista, legata al modello liberale dei conservatori americani. Allora la sua realpolitik, diversa da quella più disincantata di Sergio Romano che si fonda sul classico equilibrio tra le potenze, si ferma. Questo velo ad una intelligenza, per altri versi lucidissima, è palese nell’articolo di ieri sul Foglio che ha come titolo “Sulle scuse pelose di Blair”.

L’ex direttore non riesce a trattenere un forte risentimento verso l’ex primo ministro britannico. Il motivo è chiaro. Pochi giorni fa Tony Blair, intervistato dalla Cnn, ha chiesto scusa per gli errori compiuti nella guerra in Iraq che portò all’abbattimento del regime di Saddam Hussein. «Mi scuso - ha detto - perché il rapporto dei servizi segreti (sulla presenza in Iraq di armi di distruzioni di massa, ndr) era sbagliato. Mi scuso anche per alcuni errori nella pianificazione dell’intervento militare; soprattutto chiedo scusa per la sottovalutazione di quelle che sarebbero potute essere le conseguenze una volta rimosso il regime». In una passaggio dell’intervista Blair spiega anche che la guerra in Iraq potrebbe essere in parte responsabile della nascita dell’Isis: «Anche se non si può dire che chi ha rimosso Saddam nel 2003 sia responsabile della situazione del 2015».

Si tratta di affermazioni che, provenendo dal principale alleato di George Bush nella guerra irachena, costituiscono una vera e propria bomba. Esse delegittimano l’ideologia neocon che giustificò allora la guerra dell’Occidente “cristiano-democratico” contro la dittatura di Saddam. Un’ideologia, va detto, che è trasversale alla destra e alla sinistra come dimostra l’articolo di Antonio Polito “L’Occidente si pente troppo” sul Corriere della Sera di ieri. Il motivo saliente - lo ricordiamo - fu l’esportazione della democrazia in Medio Oriente nella convinzione, tipicamente liberal, che fosse sufficiente modificare la forma dello Stato perché i popoli diventassero liberi. Una persuasione fallimentare destinata ad essere tragicamente smentita dagli eventi.

Comunque sia, le confessioni di Blair, disinteressate o meno, obbligano anche i più recalcitranti ad un bilancio critico dell’ultimo quindicennio: quello aperto dall’abbattimento delle Torri gemelle l’11 settembre 2001 a New York. Da allora siamo entrati in un’era “religiosa”, caratterizzata da una religiosità manichea, guerriera, la stessa che ha sembrato trionfare, al presente, con le teste mozzate dei fanatici dell’Isis. Di questo periodo di fuoco, in cui il Dio degli eserciti si rovescia nel predominio delle forze demoniache, la guerra in Iraq ha costituito, dopo la tragedia dell’11 settembre, il vero inizio. Il suo fallimento, spiega ora Blair, è la causa remota dell’espansione dell’Isis.

Riconoscere questo rappresenterebbe per Ferrara, però, una confessione troppo dura. Il suo giornale, insieme con gran parte della stampa nazionale, ha cavalcato fino in fondo l’onda guerriera dell’Occidente democratico in lotta per portare la luce ai popoli oppressi. Riconoscere l’errore è come dire di aver sbagliato tutto, mandare al macero anni di editoriali, articoli, interviste. Un pezzo, importante, della propria vita, intellettuale e professionale.

Così Ferrara, lo spirito libero, il leone appassionato, si chiude a riccio e si scaglia contro Blair: «La storia che la democrazia e la libertà non si esportano con le baionette, e che dunque la guerra a Saddam fu una coglionata sanguinaria, è un insulto indecente all’intelligenza occidentale. Caro Blair ti meriti Corbyn. L’unica cosa di cui Tony Blair dovrebbe scusarsi è per aver assecondato George W. Bush nella folle impresa di mollare gradualmente la strategia dell’esportazione della democrazia e della libertà nel corso del suo secondo mandato (2004-2008)». Per Ferrara «non ha senso dire: mi scuso perché le informazioni dei servizi segreti di tutti i paesi della Nato sugli armamenti di Saddam erano inesatte, anzi è proprio un’affermazione demenziale». Se i servizi hanno sbagliato dovevano, questi, essere denunciati e non chi ha promosso la guerra.

Qui però il nostro dimentica, o finge di dimenticare, che la famosa prova che doveva servire a giustificare l’intervento militare con il consenso dell’Onu era una prova fasulla e i vertici dell’amministrazione Usa lo sapevano bene. Come scrive Alberto Negri su Il Sole 24 ore: «Tony Blair chiede scusa per la guerra in Iraq, dice che lui e Bush si sono sbagliati: non è vero, hanno contraffatto le prove sulle armi di distruzione di massa e mandato all’Onu il 5 febbraio il segretario di Stato americano Colin Powell agitando la famosa fiala contenente una polvere bianca per convincere l’America e il mondo intero dell’esistenza della cosiddetta “smoking gun”, la pistola fumante, la prova mai provata dell’esistenza dell’antrace e delle micidiali armi batteriologiche nelle mani di Saddam Hussein».

Queste cose le sa anche Ferrara, ovviamente. Se non le ricorda è solo per ribadire il suo punto di vista, solo apparentemente “realista”. L’Elefantino è un idealista machiavellico, un hegeliano che sa che nella storia gli ideali si affermano, spesso, attraverso lacrime e sangue, in punta di baionetta. Per questo può scrivere: «La strategia delineata dai neoconservatori, da Bush e dal suo team di cinici ma efficaci machiavelliani era altra cosa, in continuità con la storia wilsoniana e rooseveltiana della democrazia americana: l’impegno della città sulla collina a diradare le tenebre, si tratti dei totalitarismi nazi-fascisti del Novecento o del jihadismo dell’islam del XXI secolo. Questa storia che la democrazia e la libertà non si esportino con le baionette, e che dunque la guerra a Saddam fu una coglionata sanguinaria, è un insulto indecente all’intelligenza e all’esperienza della generazione che ha visto liberati dalle baionette angloamericane i nostri padri, le nostre madri e noi stessi in tutta l’Europa occidentale».

La guerra contro l’Iraq sarebbe analoga a quella dell’America e degli Alleati contro Hitler. Torna qui l’equiparazione, propria della propaganda di dieci anni fa, tra il dittatore Saddam e Adolf Hitler. Il milione e più di morti prodotti dalla guerra “democratica”, le centinaia di migliaia di feriti, la distruzione sistematica di un Paese che aveva un suo benessere, scuole, università, relativa parità civile tra uomini e donne, ricchezze artistiche, la destabilizzazione dell’intera area, l’esodo di centinaia di migliaia di cristiani e la persecuzione di una delle chiese tra le più antiche del Medio Oriente - come causa collaterale del conflitto portato dall’occidente “cristiano” -: tutto ciò non è significativo per lo sguardo “hegeliano” di Ferrara. Per il fondatore del Foglio la colpa di tutto non sta in una guerra palesemente sbagliata - perché di questo si tratta, non dell’idea utopica che non ci siano più guerre - ma nel fatto che non è stata portata fino in fondo a causa della pavida ritirata operata da Barack Obama sul quale si riversa tutta l’onta della sconfitta. Una formula assolutoria per Bush che esonera anche Ferrara da ogni ripensamento.

Troppo semplice, troppo comodo cavarsela così di fronte al giudizio della storia. Nel suo articolo Ferrara richiama il valore della «crociata di san Giovanni Paolo II … per liberare l’Europa centrale e orientale dal tallone di ferro del Patto di Varsavia». Siamo d’accordo. Però perché egli dimentica di informarci che Giovanni Paolo II, vecchio e malato, si oppose come un leone alla volontà americana di andare in guerra, non temendo di opporsi, da solo, a tutti i poteri del mondo? Ferrara, che tanto ama citare i pontificati di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI in antitesi al papa attuale, perché non ricorda mai l’opposizione strenua di papa Wojtyla contro la guerra in Iraq? Certamente non può averlo dimenticato; però, al momento di criticare la confessione di Blair, ricorda solo il papa che ha contribuito ad abbattere il muro di Berlino. Peccato per queste amnesie. Peccato, soprattutto, che l’Elefantino non abbia colto l’occasione delle parole di Blair per un ripensamento della sua prospettiva. Avremmo avuto un Ferrara diverso, una voce veramente critica mentre, al contrario, la sua ostinazione lo lega alla débâcle, ideale e politica, del decennio neocon il cui esito tragico è di fronte ai nostri occhi.

 


Atto di visione, atto di nominazione. Congdon e Testori

bill1Il primo, bellissimo e forse insuperato testo che Giovanni Testori dedicò a William Congdon, scritto in occasione della vasta mostra del 1981 al Palazzo dei Diamanti di Ferrara, dimostra una comprensione già piena dell’opera del nostro, a un punto tale che gli scritti che seguirono (sull’antologica di Como del 1983 e poi sulla mostra milanese di Palazzo Reale del 1992) raffinano quell’atto critico completo e fondativo, senza autorizzare o autorizzarsi a una discesa in campo più generale.

corriere“Lei ha visto”, scrisse William Congdon. A Testori, a nostro avviso, non sfuggì nulla: i passi successivi si dimostrano però più prudenti, colmi di ammirazione, di affetto, di desiderio di approfondire il rapporto iniziato, giudicato terminus post quem di un nuovo inizio critico. Del “bandolo oggettivo” della vicenda pittorica dell’artista americano, italiano, lombardo, viene addirittura riconosciuta la legiferante e drammatica logica: si tratta di un bandolo o di un nodo per nulla gordiano, nel senso che si possa sciogliere una volta per tutte, ma di verità persa e ritrovata e da ritrovarsi. Nessuna sintesi può sostituire questo gioiello di scopia estetica sigillata in metafore bill e giocritiche definitive: “muri” interiori che vengono finalmente aggrediti, traiettorie e scintille di luce nel baratro, petali serafici nella superficie del cratere. E, infine, le incisioni, la personalissima grafia di Congdon, che la materia incideva e s’incideva, grumo solenne e quotidiano, carico di dolore e speranza.

È evidente che tutto lo scritto ruoti attorno a un nome non pronunciato ma riconoscibilissimo, quello di Jackson Pollock. Su questo punto mancò quell’atto di imperium critico di cui Testori, in circostanze ben più gravide di contrasti, come si dice, senza peli sulla lingua, fu capace. Se non fu nominato il padre dell’Action painting, forse è perché né Testori né Congdon erano in grado di un vero, liberatorio, parricidio.

197501-risurrezione-2
Resurrezione (1975)

La prudenza e la saggezza impedirono a Testori di trasformare Congdon in chi ridava dinamica a una vicenda apparentemente chiusa in sé. E infatti egli si limita a rilevare e a consegnarci quella verità globale “che fa come da basso continuo, da ron ron continuo, a tutta la grande carriera”; per addivenire alla scoperta che la materia di Congdon, e per Testori (come un po’ per ognuno in quegli anni, tutto si giocava nella e solo nella materia), non era più quella di Pollock. Da qui l’orafo, il cesellatore, il Congdon un tempo rapinoso di luoghi e templi: e ora trionfante in un fazzoletto di terra, il Congdon “longobardico”: confine estremo su cui assestarsi e assestare una ricerca che era oramai prossima ad abbandonare quel simbolismo che, diciamolo, del muro di cui si è detto all’inizio, era oramai il più potente supporto. Materia, cioè canto.

***

Forse fu questo atto mancato di nominazione - osiamo supporre - a produrre inconsce resistenze, irritazioni. La scintilla fu non a caso l’articolo di Testori sulla grande antologica di Pollock al Centre Pompidou. Un’iniziale compiacenza di Congdon, poi la presa di distanze. Lo sconcerto alla Fondazione Congdon. Gli esiti di Pollock non erano all’altezza delle nuove regioni promesse e guadagnate all’arte? Ma erano proprio queste “nuove regioni” (riconosciute da Harold Rosenberg in l’“oggetto ansioso”) a legare ancora Congdon all’Action painting e,vorremmo aggiungere, l’Action painting a lui.

774-image-1600-1600-fitNegli anni universitari Pollock fu per noi un solo testo, la monografia a lui dedicata dal Robertson: un libro quasi scostante tanto si estende come formato, come uno di quei Numbers di cui fa la storia, dalla copertina bruno marron, ben poco seducente, con le immagini ancor ritagliate e incollate sulle pagine. Pollock per noi sarà sempre il Robertson (con il placet di Rosenberg). Esso inizia con una delle ultimissime opere di Pollock: “Blue Poles” e termina con “Blue Poles”. In mezzo tutta la produzione di Pollock e tutta la storia dell’arte, dal medioevo ai giorni nostri, comprese filosofia e sociologia. La tesi era che Pollock per primo aveva riunificato la superficie dopo l’era dell’oro bizantino.

Quando citai “Blue Poles” a Testori, egli ebbe - mi ricordo - come un trasalimento. Ma chi era in grado di dire di più? Oggi possiamo dire che quell’unificazione spaziale era il frutto di un’unificazione delle energie psichiche, di un lavoro di pensiero. Puntando sull’inconscio, Pollock lavorava per il recupero del proprio romanzo (familiare). Un lavoro di civiltà. Come intuì Rosenberg, l’astratto di Pollock era oramai grafia; così come grafia sono le incisioni di Congdon: rappresentanze dell’io. Il ron ron di cui si è detto è il ronzio del’io, come se una pulce nell’orecchio non permettesse vera pace, senza soddisfazione.

giallo con sole“Giallo con sole”, del 1989, è giallo su giallo, un monocromo spezzato solo da una tonalità più calda: la luce così gialla, quando il cielo di Buccinasco è così giallo oro, trasformata in un ronzio, implicato e implacabile. Non è il caso di ulteriori analisi. Però paradossalmente proprio l’ultimo Congdon denuncia quella caduta del paradigma mistico che Testori aveva percepito, senza poterla ultimamente nominare. Sarebbe stato necessario sottrarre la materia al concetto di natura.

Ritroviamo nelle opere di questi anni una libertà nuova anche dei grafismi (temuti da Congdon come forme del proprio narcisismo), se vogliamo, utilizzati con ben altro spessore. Comunque, non più un io negato nelle sue leggi o rimosso nei suoi atti, in nome di una totalità superiore.

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Le 3 ali della nebbia (post 1988)
È questa la strada che separa, prima Pollock, poi Congdon dalla soluzione spiritualista, quella di Rothko e di Barnett Newmann, che ambivano al recupero del mito come superamento dell’io. Dell’arte può dirsi quel che Flaubert afferma di Dio. Egli c’è, ma non si vede. Se nell’arte si vede troppo l’io, forse ciò avviene a causa di vizio formale; se prima o poi non dà segnali, allora la forma è divenuta quel che Testori chiamava “grande astrazione”. Il non rimuovere le istanze di cui si diceva fa di Congdon un pittore testoriano: e se tali istanze si trovano rappresentate in arcaici ma domestici mostri tellurici che emergono dal mare greco, in soli aranci sovrastanti fossi divenuti verticali, serotine, tenere eruzioni, di certo essi non gridano contro le ultime bellissime “Ali”, nelle quali il cielo si fa marcita potente, solco reiterato, e ritmato, verde di primavera. Congdon distrusse uno di questi “paesaggi pulsionali”, opera lodata da Testori durante la sua ultima visita alla Cascinazza: questo non contraddice quanto detto, che solo la liberazione dal rimosso significa la riconquista del gesto. È questo crediamo il modo nuovo di rinominare quel che si è detto “il bandolo”.

Parafrasando Eliot, se la critica muore con un lamento, rinasce grazie a un dispetto.

 

Mario Cancelli (3. fine)

William Congdon, Pianura
Casa Testori – L.go Angelo Testori 13, Novate Milanese
Fino al 14 febbraio 2016
Dal martedì al venerdì 10-18, il sabato e la domenica 14-20. Chiuso il lunedì
Biglietto d’ingresso: € 5

Informazioni: info@casatestori.it | www.casatestori.it
tel. + 39 02.36589697

 


Un primo bilancio del Sinodo sulla famiglia

160641830-2f76835e-0ed5-4345-b88e-265f9a92f60a[1]Commento in tempo reale. Massimo Borghesi, intervistato da Lorenzo Maria Alvaro per www.vita.it, al termine del Sinodo dei vescovi sulla famiglia traccia un bilancio su un'assemblea molto diversa da come è stata dipinta dai media, e che ha preso realisticamente atto della drammatica situazione in cui oggi versa la famiglia.

 

Vita.it, venerdì 23 ottobre, Cosa aspettarsi dal Sinodo (L.M. Alvaro)

 

Si avvia a conclusione il Sinodo sulla famiglia. Sabato sera verso le 19 con la Santa Messa avrà fine il confronto comunitario dei cardinali che consegneranno al Papa un documento riassuntivo. Un Sinodo che ha vissuto almeno tre momenti difficili (il coming out di Mons. Charamsa in diretta tv, la pubblicazione della lettera rivolta al Pontefice dei 13 cardinali e il falso scoop sul tumore al cervello del Papa) dipinti dai media come round di una resa dei conti interna ad una Chiesa sempre più litigiosa e dominata da aspri contrasti. Ma sarà la verità? Per capirlo abbiamo parlato con il professore Massimo Borghesi, docente all’Università di Perugia e filosofo, e attentissimo osservatore del mondo cattolico.

Che valore ha questo Sinodo sulla famiglia?
Esso si interroga sulla grave crisi che attraversa la famiglia, particolarmente nell’Occidente secolarizzato, ma ormai anche a livello planetario. La Chiesa non poteva non tentare di comprendere la drammaticità della situazione. Siamo ormai di fronte a milioni di matrimoni falliti. E sappiamo tutti benissimo che tantissimi giovani non si sposano più, convivono e, di fatto. non arrivano mai al matrimonio. La velocità poi con cui il legame matrimoniale, svolto in Chiesa, si scioglie è elevatissimo. Ecco che la Chiesa non poteva ignorare il problema, ponendosi la questione di queste persone, di membri della comunità cristiana tagliati fuori dalla vita religiosa dalla normativa ecclesiale vigente. Quanto più il numero di divorziati risposati viene aumentando, tanto più il problema si pone e non può essere evitato.

Da quel che si legge sui giornali la Chiesa è spaccata in due fazioni…
La Chiesa ha davanti due alternative. Da un lato v’è la posizione di coloro per i quali bisognerebbe semplicemente venire incontro a queste posizioni assecondandole. Per essa i divorziati in quanto tali dovrebbero poter accedere all’Eucarestia. La Chiesa si adatta, con ciò, ai cambiamenti del mondo. Dall’altra vi sono coloro che ritengono che la dottrina sia chiara – il matrimonio è indissolubile – e, pertanto, i divorziati risposati sono in uno stato di peccato permanente e quindi non possono in nessun caso accedere all’eucarestia. Queste due posizioni dimostrano, da versanti opposti, di non voler affrontare il problema ed è ciò che, invece, il Sinodo ha tentato di fare. Questo perché una cosa è la dottrina, un’altra è la disciplina. Il vero dibattito interno al Sinodo è sulla possibilità di disciplinare situazioni particolari. Non esiste la possibilità che la Chiesa consenta a tutti i divorziati, universalmente ed indistintamente, la possibilità di accedere all’eucarestia. . Questa possibilità non è mai stata in agenda. Si tratta di capire se è possibile vagliare situazione per situazione tenendo conto di una molteplicità di fattori.

Quali sono questi fattori?
Innanzitutto la non responsabilità del coniuge abbandonato, che non ha colpe, e si ritrova in una condizione di solitudine il quale (o la quale) , vigente la disciplina attuale, non ha diritto di accedere ad una nuova relazione. Una situazione drammatica perché come si può chiedere ad un giovane oggi di rinunciare all’affettività per l’intera sua esistenza non avendo colpe per un matrimonio fallito alle spalle? E’ un caso triste, sempre più diffuso, richiamato anche dalla “Familiaris consortio”. Il giovane o la giovane , ingiustamente abbandonati, che si innamorano e si legano in una nuova relazione, finalmente duratura e felice, peccano di adulterio? Non hanno più la possibilità di avvicinarsi alla mensa eucaristica? Non credo esista un cardinale sinodale che si senta in cuor suo di dire ad un giovane così che non ha diritto di avere relazioni affettive.

Questo è solo uno dei casi tipici?
Un secondo caso è dato da quelle persone che accedendo ad una nuova relazione, dopo il divorzio, hanno dei figli. Bene, questa seconda unione, che spesso è felice al contrario di quella precedente, non permette ai congiunti di accedere alla comunione. Per poter accedere all’eucarestia la coppia dovrebbe rinunciare ai rapporti sessuali , vivere come “fratello” e “sorella”, oppure sciogliere l’unione. Con il risultato di rendere “orfani” i figli. In tal modo per evitare un male minore ne viene realizzato uno maggiore. Il ché è contro la dottrina morale della Chiesa.

Ci sono anche persone che semplicemente si risposano e vivono tutta la vita da buoni cattolici…
Certamente ci sono innumerevoli casi di coppie di nuovi sposi i quali, avendo un matrimonio fallito alle spalle, dimostrano nella pratica della vita vissuta di partecipare attivamente alla vita della comunità ecclesiale e dimostrano nel tempo una comprovata fedeltà. Sono tutte situazioni che vanno vagliate con attenzione ma permettono di pensare che in casi specifici ci possa essere una deroga pastorale che non sarebbe in contrasto con la regola dottrinale.

Da come espone la questione si direbbe che in realtà questo muro contro muro sanguinoso all’interno del Sinodo non ci sia stato…
Da tutte le testimonianze che abbiamo risulta che ci sia stata una discussione molto viva e franca. Ma quella dialettica estrema che proponeva due fronti opposti in un muro contro muro inconciliabile non c’è stata. Il Sinodo ha preso atto che ci sono dei problemi su cui bisogna discutere e trovare nuove forme di approccio. Una coscienza che col Sinodo più che finire prende il via.

La scelta di indire questo Sinodo ha portato diverse critiche interne al Papa. Come mai?
È stato un atto di coraggio da parte del Papa che facendolo ha sfidato anche le opinioni più critiche. Si è affrontato un argomento complesso, che unisce la misericordia alla conoscenza teologico-giuridica di quello che la Chiesa può fare o non può fare. Al contrario si è assistito, all’esterno del Sinodo, ad un derby in cui tanti improvvisati teologi danno, a destra e a sinistra, punteggi di ortodossia. Una situazione un po’ paradossale. Ricorda la Bisanzio di un tempo dove ogni passante discettava di dogmi e di eresie.

Quindi è il tema famiglia ad essere delicato…
Il tema è molto delicato al punto che si è approfittato delle discussioni per tentare di delegittimare il Papa. Dalla confessione del sacerdote gay, agli esordi del Sinodo, alla falsa notizia della grave malattia, invalidante la lucidità mentale del papa, i tentativi di delegittimazione sono stati evidenti. C’è un mondo , fatto di lobbies e di assetti di potere, che non ama questo Papa e l’occasione del Sinodo era propizia per colpirlo.


Natura verticale. Congdon a Casa Testori

317_643.00[1]La mostra “Pianura” di Casa Testori accompagna gli anni seguenti di Congdon attraverso una innegabile lettura e scansione formale. In questo iter, che vide momenti eccelsi, quel che conta, a nostro avviso, è però la fedeltà di cui parlavamo all’inizio; l’appoggiarsi a fonti conosciute o ritrovate, senza abdicare mai alla verità del gesto. Anche se si moltiplicano le citazioni, De Stael, Braque, Rothko, Barnett Newman (che splendore le sfrangiate barre verticali da lui mutuate e vive nei campi) e perché no anche Malevitch, un quadrato in Congdon non è mai un quadrato e basta. Si veda “Janua coeli-verso primavera” (1983), roseo e grigio e verde canto liturgico, spaziale impronta della realtà esperita.

286_589.00[1]La sala dei glicini, alcuni di loro inediti, tripudia di delicatezze, di accordi misurati e innervazioni che irrompono indocili, la superficie torna ad essere vera e pulsante mappa pollockiana. Glicini: sulla porta del monastero, dove Congdon accoglieva i visitatori. Ma il tutto non procederà nella vicenda di Congdon in modo così intimo o intimista.

Un testo famoso ci introduce emblematicamente a quella che a noi sembra essere la vera partita in gioco: “Neve 10” (1985). Consueti campi e spazi, riassunti in spoglia geometria. Un cielo sul bruno, la terra sul bianco luminoso. Un’idea di pace sembra gravare e al contempo minacciare il tutto. Un fosso nero-blu, geometrico e ribelle, s’incurva e s’insinua come spina nella carne. Siamo davanti a una confessione? Alla testimonianza di una resistenza, in questo ruvido ingresso, o di un 314_640.00[1]principio irrinunciabile? Un vero e impoverito svuotamento sarebbe intervenuto se Congdon avesse rinunciato alla sua lotta con l’angelo, a quanto di sé diceva, pur tra i salmi, della propria legge pulsionale. In questo senso è la sua lotta modernissima e la sua eredità. Nessuna misericordia nel suo concludere, misericordia fu elaborare il conflitto, non rimuoverlo. Questo fa della pittura di Congdon, fiorita nell’hortus conclusus presso Buccinasco, una pittura laica.

392_816_75[1]E infine mediazione tra cielo e terra, se così si può dire, furono proprio quei straordinari e stilisticamente compendiari monasteri, che Congdon dipinse con francescana semplicità e acutissimo e filiale trasporto e che avremmo desiderato più rappresentati in mostra. Le finestre di Congdon non si aprono sull’azzurro ma sulla terra. E da esse irrompe, come scrisse Testori, luce di Paradiso, non uno stile di vita, uggioso come tutti gli stili di vita (perché privi di atti), anche se a contatto con la Luce. Natura verticale.

 

Mario Cancelli (2. continua)

 

cascinazza luna 1992William Congdon, Pianura
Casa Testori – L.go Angelo Testori 13, Novate Milanese
Fino al 14 febbraio 2016
Dal martedì al venerdì 10-18, il sabato e la domenica 14-20. Chiuso il lunedì
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Nicolò Rezzara cent’anni dopo, convegno a Chiuppano (VI)

NicolòRezzara[1]A cent’anni dalla morte, il pensiero di Nicolò Rezzara, in sintonia con quello di Papa Francesco, risulta portatore di idee incredibilmente attuali. Per questo motivo l’amministrazione comunale di Chiuppano (VI), paese di nascita del sociologo cattolico, ritiene doveroso ricordarne la figura e lo straordinario impegno profuso in campo politico, sociale, economico, perseguendo e realizzando l’ideale di una maggiore giustizia in campo sociale, a favore dei più poveri e dei più deboli.

Per ricordare questa straordinaria figura di cattolico impegnato nel sociale e nella politica sabato 24 ottobre alle 15.30 nell’Auditorium di Chiuppano si terrà il convegno “Nicolò Rezzara a cent’anni dalla scomparsa” (info@comune.chiuppano.vi.it)

Il programma prevede alle 15.30 i saluti di Giuseppe Panozzo, Sindaco di Chiuppano, e Achille Variati, presidente della Provincia di Vicenza. Seguiranno gli interventi dell’on. Ernesto Preziosi (“Rezzara e il suo tempo”), di Francesco Gasparini dell’Istituto Rezzara di Vicenza su “Rezzara e l’impegno in Veneto”, dell’on. Giovanni Sanga su “L’impegno di Rezzara in terra bergamasca” e del vicedirettore dell’Eco di Bergamo Franco Cattaneo sul tema “Rezzara: giornalista e organizzatore”. Le conclusioni, intorno alle 17.45 saranno tenute dall’on. Federico Ginato sul tema”Attualità del pensiero e dell’opera del Rezzara”:

Nato nel 1848 a Chiuppano, in provincia di Vicenza, in una famiglia contadina di modesta estrazione, rimase orfano del padre all’età di sette anni. Per questo venne accolto da uno zio materno nel capoluogo berico che gli permise di proseguire le scuole dell’obbligo e di successivamente di completare gli studi tecnici. Al termine del proprio percorso formativo ottenne l’abilitazione all’insegnamento superiore ed intraprese la professione esercitando sia presso il collegio cittadino Cordellina Bissari che nel locale Seminario vescovile. Fervente credente, si impegnò in molteplici iniziative di stampo cattolico: si segnalò come prefetto di camerata nell’Orfanotrofio, partecipò alla fondazione di settimanali come Il Berico nel 1876 ed il Dono di Pasqua, e si adoperò attivamente per la nascita e l’espansione sia dell’Associazione Cattolica di Vicenza che del Circolo San Giuseppe. Ottiene quindi l’abilitazione all’insegnamento presso l’Università di Padova ma, a causa del clima laicista del Collegio Comunale, fu costretto a lasciare l’incarico.

Nell’ottobre del 1877 si recò a Bergamo per partecipare al Congresso Cattolico. Nonostante la giovane età e la poca esperienza, venne nominato membro del Comitato Diocesano dell’Opera dei Congressi e gli venne offerta la cattedra di Storia e Letteratura presso il locale collegio Bartolomeo Colleoni.

In breve tempo cominciò a farsi conoscere anche nella realtà bergamasca, aiutato dal clima fortemente cattolico presente nella città (definita da Papa Pio X la prima diocesi d’Italia). Conobbe e collaborò con Giambattista Caironi (1848-1903), collega d’insegnamento, con cui fondò nel 1879 il periodico Libertà d’Insegnamento e nel 1880 il quotidiano L’Eco di Bergamo, mentre nel 1885 diede vita al settimanale politico Il Campanone. Inoltre nel 1891 costituì, in collaborazione con il conte Stanislao Medolago Albani, il Piccolo Credito Bergamasco (poi diventato Credito Bergamasco).

Si impegnò nell’Opera dei Congressi collaborando con Giuseppe Tovini, in sostituzione del quale assunse la direzione della terza sezione, dedicata ad istruzione ed educazione. Nell’ambito di tale associazione venne nominato nel 1882 membro del comitato centrale, mentre nel 1887 assunse l’incarico di segretario generale, ruolo che ricoprì consecutivamente per 14 anni. Si rese quindi protagonista di numerose iniziative sia in ambito religioso che in quello sociale, rivolgendo le proprie attenzioni ai ceti meno abbienti: nel 1881 istituì L’Opera delle Cucine Economiche, iniziativa volta a combattere la malattia della pellagra, mediante la quale attivò cucine nella città che permettessero di migliorare l’alimentazione dei ceti poveri, causa del diffondersi di tale malattia, venendo anche nominato membro della Commissione Provinciale per la cura della Pellagra’. Inoltre creò la Società cattolica femminile di mutuo soccorso ed il Panificio cooperativo bergamasco, costruì la Casa del popolo e diede vita alla Scuola popolare, strumento volto a combattere l’analfabetismo.

In ambito politico nel 1887 venne eletto prima nel consiglio provinciale bergamasco e poi in quello cittadino. Si interessò anche alle numerose questioni legate alla questione operaia, venendo indicato dalla Santa Sede quale proprio rappresentante presso l’Associazione internazionale per la protezione legale dei lavoratori, che si svolse nel 1908.

L’anno successivo, in qualità di Presidente della Direzione Diocesana, venne invitato dall’Ufficio del Lavoro di Bergamo a mediare nella vertenza in atto presso gli stabilimenti Zopfi di Ranica, nei quali più di 800 operai ricorsero allo sciopero contro la proprietà. Il Rezzara riuscì a conciliare le due posizioni, ottenendo il riconoscimento della Lega Operaia da parte dell’azienda ed altri piccoli miglioramenti della condizione lavorativa. Questa mediazione viene indicata come fondamentale per la creazione in terra bergamasca del sindacato cattolico conosciuto come Confederazione italiana dei lavoratori, progenitrice della CISL.

La gestione e la risoluzione di questa vertenza, così come altre situazioni in ambito sociale e politico, portarono a contrasti tra le differenti anime del mondo cattolico. Numerosi furono i dissidi tra il Rezzara, supportato nella sua opera dal vescovo bergamasco Giacomo Radini-Tedeschi e dal segretario vescovile Angelo Roncalli (futuro Papa Giovanni XXIII), e Stanislao Medolago Albani che, con una condotta più conservatrice volta alla tutela dei poteri forti, vedeva dalla sua parte il Cardinale segretario di Stato Vaticano Rafael Merry del Val ed il Pontefice Pio X. Negli ultimi anni della propria vita lasciò progressivamente gli incarichi assunti, ammalandosi gravemente nel 1914 di un male che lo vinse il 6 febbraio 1915.

 

Clicca per scaricare il depliant del convegno di Chiuppano con il programma


Congdon, la realtà si fa prossima

William-Congdon1[1]Il termine “Pianura” comporta molteplici significati. A sentire le celebri voci che narrarono di Lombardia, sembrerebbe che in terre ricche come queste, per il possesso delle quali si combatterono guerre di trenta, quaranta, cento anni, la monotonia come al suo opposto l’idealizzazione non siano molto apprezzate. Terre nelle quali ci si ritrova e ci si perde; attraversate da fiumi nei quali le fronde si specchiano confondendo gli abituali riferimenti di alto e basso, ben prima che a tali effetti provvedesse Cezanne; dimensione longitudinale e verticale in mutuo scambio; luoghi autosufficienti e mai autoreferenziali, mai carezzevoli un seducente e ingannevole sublime, con il cielo che si fa azzurro a tratti, come una grazia, nuovo e non immutato e statico attributo dell’universo. Queste costituirono l’approdo ultimo di Congdon, che di terre ne aveva già saggiate parecchie, e che di suo non avrebbe certo ceduto a seduzioni di lecci e marcite fangose, per lunghi mesi prima di premiarle con sodi verdi e gialli oro incastonati nel grigio di stagioni operose.

Fu quello di Congdon un atto di obbedienza: prima presso una casa di persone consacrate, poi nelle adiacenze di un monastero benedettino detto la “Cascinazza”. Ci volle tempo - testimoniato da una lunga serie di Crocefissi - per accorgersi che la “pianura” tornava a donargli quelle onde che solo il mare gli aveva offerto gratuitamente.

Se la rinascita alla pittura era avvenuta ad Assisi, ora, in Lombardia, si trattava di verificare una stabilità, favorita più da rapporti che da quelle emozioni, che fino ad allora, avevano sostanziato i resoconti del suo inquieto viaggiare, capace di estrarre dai “luoghi” occasioni d’intenso piacere pittorico, non disgiunto da eventi sentiti gravidi di futuro. Cos’era rimasto, nel “non luogo” cui si era consegnato, di quel dono che aveva passato al suo attento se non implacabile filtro mezzo mondo?

29_078.00[2]D’altronde Bill Congdon, il quale cercava nella creazione artistica quella libertà che i severi principi morali non gli consentivano, mai mentì a se stesso, assestandosi su una produzione di maniera, spiritualmente atteggiata. Non ne era capace; i quadri o “nascevano” o morivano. Di lui può dirsi veramente quel che si sostiene di quasi tutti i protagonisti dell’Action painting, che la pittura fosse il vero test del suo pensiero.

Con il titolo “Pianura”, Casa Testori - partendo dal rapporto che legò per un certo periodo l’artista al critico Giovanni Testori - offre il resoconto di quest’ultima fase della produzione di Congdon. Sul complesso dialogo insorto tra queste due personalità, promettiamo d’intervenire in un’ulteriore occasione, così da non perdere la copiosa possibilità di conseguenze che se ne possono ricavare. Qui cerchiamo di cogliere la logica di questa ricca selezione di opere che Davide Dall’Ombra e Francesco Gesti, hanno selezionato. Un taglio netto, il loro, il cui preludio è il bellissimo Colosseo (Rome - Colosseum 2, post 1951), con i suoi petali di case dorate sospese sugli archi dell’abisso.

235_501.00[1]Proprio nelle prime sale, si rimane colpiti dal vigore con il quale William Congdon ha onorato e celebrato tali pianure. Si è quasi invasi da un vento di materia e di colore, ben allogati e solidi negli spazi, una “longobardica” irruenza e libertà che il gesto ritrova dopo anni, e in maniera quasi ineguagliata, anche al confronto di celebri cantori di queste terre. Quasi un immenso polmone a pieno regime riabilitasse l’ossigeno di terreni coltivati, fossi, cieli, albe, lune. Ed assieme a loro le memorie delle città del passato, un tempo colate di neri tralicci ora terra rossa lavorata, trame di vita che si compie. Materia è memoria, direbbe Bergson, ma stiamo attenti a queste analogie: perché qualcosa di nuovo e di decisivo sembra compiersi. In questi episodi, che è inutile descrivere, sembra venire meno la storica “distanza” cui la pittura, di tradizione contemplativa, ha confinato il paesaggio.

Nel ritmo di queste lunghe giornate - Congdon si alzava prestissimo - sembra consumarsi il Romanticismo. Congdon non ci convoca ad immersioni annichilenti nella natura, né erige siepi a fare ostacolo a vaghi spazi infiniti o meglio “indefiniti”, consolatori e sempre sostitutivi di occultate istanze.

78867[1]La natura o meglio la realtà è in queste tele a noi prossima. L’io è tornato in grado di riceverla e di restituirla. Un rapporto, quello che Congdon istituisce per lunghi anni con le cose, che vorremmo chiamare “giuridico” e non causato, il cui modello è proprio il bambino, capace di lasciarsi soll-eccitare da ciò da cui riceve beneficio, e cui risponde.

Questo differenzia la pittura di Congdon da quella di Morlotti, forse anche più attento nell’esaltare le possibilità offerte dalla natura, ri-costituita nel suo inesauribile patrimonio di sostanza e di colore. In Congdon non agisce l’identificazione o annullamento estatico con le cose. Non Spinoza: l’“io parla”, perché in rapporto o perché di questo sente l’urgenza. Nessun pascolismo, per quanto alcune sue lune sembrino evocarlo.

 

Mario Cancelli (1. continua)

 

William Congdon, Pianura
Casa Testori - L.go Angelo Testori 13, Novate Milanese
Fino al 14 febbraio 2016
Dal martedì al venerdì 10-18, il sabato e la domenica 14-20. Chiuso il lunedì
Biglietto d'ingresso: € 5

Informazioni: info@casatestori.it | www.casatestori.it
tel. + 39 02.36589697


Il gesto: vocazione-pulsione-legge dell’individuo

Mark Rothko, No. 61 (Rust and Blue) (1953)1

I rapporti tra pittura e cinematografia sono stati oggetto di attente e valide analisi. Quel che a prima vista sembrerebbe più difficile da rinvenire - ad esempio connessioni con l’arte astratta, ha dato luogo a vere e proprie sorprese critiche, come l’analogia tra alcune scene di un film come Deserto rosso di Antonioni, con l’opera astratta di Mark Rothko. Sembrerebbe impossibile, eppure l’intimismo mitico-cabalistico di Rothko ben si apparenta e commenta l’esistenzialismo malinconico del regista italiano. Anzi, si deserto rossopotrebbe affermare addirittura il contrario, che l’ambiente e le atmosfere di Deserto rosso facciano proprio lo spiritualismo di Rothko, riportando l’oggettività espressionista inseguita con l’astratto a una condizione più quotidiana, on the road: dal tempio delle “strisce di colore” in dinamico equilibrio, all’angoscia dell’individuo che quell’equilibrio vede in se stesso vacillante.

 

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Forse esiste un rapporto ancor più stretto tra le due arti, se consideriamo l’immagine in quanto rappresentante il pensiero dell’individuo.

La situazione storica può aiutarci a chiarire alcune caratteristiche di quel che, commentando l’arte di Pollock, si è chiamato “gesto”. Se questo fu un approdo personale, originale, decisivo, non per questo non è possibile trovarne anticipi e verificarne l’urgenza, anche nel periodo che precedette.

les-caves-du-vatican-261527Sugli anticipi, più che le strette parentele, con alcune “colate” di Moreau, che conferiscono dimensione di “atto” all’informale di Turner, è la letteratura a definire con precisione la circostanza estetica e spirituale. Ci riferiamo a quelle Segrete del Vaticano di Gide che orientano narrazione e riflessione proprio sul tema del “gesto”, un gesto di cui Gide insegue la non motivazione, l’assenza di causalità. Nonostante i temi di forte polemica culturale e sociale, il gesto di Lafcadio di gettare giù dal treno il fervente cattolico Amédée è del tutto privo di motivazione, impulsivo se non reattivo. Non si era mai dato qualcosa del genere in precedenza. Facile vedere come Gide colga alla perfezione una problematica culturale propria dell’inizio del Novecento, che dà corpo alla domanda sulla possibilità del soggetto nel contesto storico.

pollresultshitchcock[1]Su queste premesse sorgerà l’Ulisse di Joyce, monumento dell’individuo che si muove in forza di una coscienza alla quale passato e presente convergono attimalmente e del quale il linguaggio sarà la resa “in atto”. Di qui al noir, il passo è molto breve. Cosa di più esplicito di un colpo di pistola per cogliere o svelare il vero pensiero del “soggetto”? E non a caso proprio la cinematografia di Hitchcock è stata spesso chiamata in causa - oltre alla fotografia “dinamica” di quegli anni - come preludio e ispirazione per l’action di Jackson Pollock.

 

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L’Action Painting per riflettere la realtà sociale? Il “gesto” era in qualche modo sul mercato in quegli anni. Già Gertrude Stein in un suo racconto, “Innamorarsi ai grandi magazzini” , rivendicava un pensiero che si liberasse dei cosiddetti “stili di vita”: uggiosi e coercitivi. Che Jackson Pollock abbia “ricevuto” l’idea del gesto dalla pratica magica degli indiani osservata, come conferma il documentatissimo libro illustrato di Catherine Ingram(1), non va disgiunto dal guadagno ottenuto riportando tale pratica al proprio pensiero, facendo del gesto qualcosa di laico, di sinonimo del pensiero.

canc IMG_3245Negli anni Settanta gli elementi in gioco saranno ancora i medesimi. Il Robert De Niro di Taxi driver (1970), dopo una delusione sentimentale entra in contrasto con tutta la società, “riscattandosi” grazie a una carneficina. Alcuni fotogrammi del sangue delle vittime che cola sui muri richiamano le “colate” introdotte dall’Action Painting. Come avviene per molti remake, però, l’emblematico atto di Pollock, viene coperto da una motivazione “etica”: liberare una ragazzina dalla prostituzione.

Alla soddisfazione si sostituisce l’esigenza di riconoscimento. La pratica dell’Enviroment permise di superare i limiti fisici dell’opera, trasferendo il gesto pittorico in una vera azione drammaturgica: siamo in pittura, teatro, cinema?

7581142_orig[1]Il “rosso primordiale” di Anish Kapoor, sparato contro una superficie, più che un Leviatano sanguinante e morente fuori di noi, sembra alludere a qualcosa che è dentro di noi: traccia ingigantita di un ostacolo, non giudicato e quindi rinforzato. Così facendo non viene a ripetersi quell’assolutizzare il mondo del sogno in opposizione al principio del reale, che fece il successo del surrealismo?

Se tutto è mercato, è ancora rinvenibile in esso, oltre ai pomodori Campbell di Warhol, qualcosa che riconduca al gesto di Pollock? Un gesto che, ricondotto fedelmente all’inconscio e alle verità di questo, tale opposizione cercava di superare.

(Mario Cancelli)

 

Note:

1) Catherine Ingram, This is Pollock. Illustrazioni di Peter Arkle, 2014.

 


Pasolini, il Marcuse italiano che voleva una Chiesa antisistema

pasolini-roma1[1]Il Centro culturale di Milano organizza dal 28 ottobre al 14 novembre una mostra e alcuni eventi per il 40° anniversario della morte di Pier Paolo Pasolini (2 novembre 1975). La mostra si intitola “Pasolini, il poeta che sfidò il nulla” e si tiene alla Galleria Giovanni Bonelli (via Porro Lambertenghi 6). L’iniziativa è promossa in collaborazione con la Fondazione Ente dello Spettacolo e con il Centro Carlo Maria Martini-Università Bicocca. In mostra fotografie inedite di Elio Ciol e videointerviste a Olivier Rey, Giulio Sapelli, Massimo Borghesi, Mario Martone, Anna Maria Cascetta, Carlin Petrini, Luca Doninelli e altri. Qui pubblichiamo la testimonianze di Borghesi, riportata anche su Avvenire di domenica 11 ottobre con il titolo Fu il Marcuse italiano e voleva una Chiesa antisistema, in una versione riveduta e corretta dall’autore.

 

pier-paolo-pasolini[1]Pasolini merita la qualifica di intellettuale come pochi altri nell’Italia del Novecento. La categoria di intellettuale infatti si addice soprattutto a coloro che hanno saputo interpretare il periodo storico in cui sono vissuti. Chi è il grande intellettuale? Colui che sa offrire uno scenario del presente, chi offre le categorie per interpretare i cambiamenti del processo storico. Noi non siamo più abituati a figure di questo genere. Oggi non abbiamo nel nostro Paese figure in grado di interpretare compiutamente, di offrire chiavi di lettura della contemporaneità, come nel Novecento seppero fare personalità quali Benedetto Croce, Antonio Gramsci, Norberto Bobbio, Augusto Del Noce e Giovanni Testori.

Pasolini si colloca certamente nel numero ristretto di questi grandi intellettuali. Lo si potrebbe definire il Marcuse italiano. Forse oggi il nome di Herbert Marcuse non risulterà noto a tutti, ma per intere generazioni questo pensatore ebreo, esule dalla Germania negli Stati Uniti, ha rivestito un ruolo di grande importanza. Marcuse è stato il teorico del Sessantotto. Tutta la generazione della contestazione ha trovato in lui il profeta, l’ideologo, l’intellettuale di riferimento. È il filosofo che parla dell’uomo come one dimensional man. Nella sua interpretazione la società capitalistica riduce l’uomo esclusivamente alla dimensione economica, tutti gli altri fattori passano in second’ordine fino a scomparire. L’uomo ad una dimensione è l’uomo della società omologata.

Eppure, nonostante la notorietà del filosofo tedesco, tutti questi temi sono penetrati nel sentire comune del nostro Paese più attraverso Pasolini che attraverso Marcuse. Per questo dico che Pasolini è il Marcuse italiano. Pasolini poi fa un passo in più rispetto a Marcuse, perché si rende conto che il progressismo è tutto tranne che progresso, è un’ideologia funzionale, se guardiamo a come viene utilizzata negli anni Sessanta e Settanta, alla nuova destra tecnocratica.

Quanto al cristianesimo, Pasolini si rende conto che la Chiesa non è in grado di misurarsi con il nuovo potere che sta rapidamente emergendo in Italia e in tutto l’Occidente. La sua è la prospettiva laica, uno sguardo dall’esterno, con antenne però molto sensibili nel mondo cattolico, soprattutto all’inizio degli anni Sessanta, quando si appresta a dirigere Il Vangelo secondo Matteo. Pasolini frequenta l’ambiente della Pro Civitate Christiana di Assisi, stringe amicizia con il suo fondatore don Giovanni Rossi. Da una prospettiva laica, ma non estranea al mondo cattolico, Pasolini quindi percepisce che la Chiesa è totalmente impreparata ai tempi che stanno per venire. La Chiesa degli anni Cinquanta e Sessanta è sulla difensiva, la sua preoccupazione è soprattutto di ordine morale e per di più si concentra su un solo ambito morale: l’etica sessuale, i buoni costumi.

Di fronte alla nuova stagione culturale che fa irruzione soprattutto attraverso i media, in particolare la televisione, la Chiesa gioca solo in difesa. Non è in grado di parlare i nuovi linguaggi, il suo è un linguaggio arcaico, retorico, molto parlato. La televisione non privilegia il linguaggio parlato delle omelie, è il luogo della battuta rapida, ad effetto, parla soprattutto con le immagini ed esercita un’attrattiva molto più forte di qualsiasi richiamo di carattere morale. Pasolini intuisce che la tv sta veicolando un nuovo tipo di uomo, così nuovo che lo scrittore friulano deve inventare - o reinventare - un termine per definirlo: l’uomo “omologato”, l’uomo della società dei consumi. L’immagine che i media propongono di quest’uomo nuovo è molto più accattivante rispetto a una morale ecclesiastica fatta perlopiù di divieti, che appare censoria, totalmente desueta.

La morale è sconfitta dall’estetica, questa è l’intuizione geniale di Pasolini. Il Gesù de Il Vangelo secondo Matteo si può leggere in questo senso come una risposta ai nuovi tempi. Pasolini è uno dei pochi registi italiani che riesce a realizzare un Gesù degno di tale nome. Il regista laico e non credente riesce a rappresentare un Cristo che può sostenere la nuova sfida estetico-mediatica.

Non a caso in uno dei suoi più celebri editoriali, poi raccolto negli Scritti Corsari, Pasolini invita la Chiesa a passare all’opposizione. La Chiesa potrebbe essere «la guida grandiosa» ma non autoritaria di tutti coloro che rifiutano il nuovo potere consumistico, un potere strutturalmente irreligioso, totalitario, violento, falsamente tollerante e in realtà più repressivo che mai, corruttore, degradante. È il rifiuto del potere consumistico che ai suoi occhi dovrebbe caratterizzare una Chiesa capace di ritornare alle proprie origini.

Questa grande intuizione pasoliniana, pur espressa in forma apocalittica, ci riporta all’oggi della Chiesa. Non voglio dire che papa Francesco stia attuando la profezia pasoliniana, personalmente però non ho dubbi: l’intellettuale friulano sarebbe rimasto affascinato dalla figura di un papa deciso a svincolare la Chiesa dai poteri forti per tornare alle origini: una Chiesa libera di comunicare il messaggio evangelico e non più schiava, come scriveva, di «un potere che l’ha così cinicamente abbandonata, progettando, senza tante storie, di ridurla a puro folclore».

 

 


#Pollock365 a Venezia - 5. Un’eredità che rende possibile ripartire

3_railway[1]

Cominciare dalla fine ha reso possibile accedere al “tesoro” delle prime sale. Ad esempio, uno splendido esercizio giovanile di J. Pollock su carta ci offre due vagoni immobili e inamovibili sui binari. Tutta la vita e l’opera di Pollock (lui che percorse da costa a costa l’America e incontrò uomini e luoghi e riti, dei quali compose ineguagliate mappe) non furono altro che il tentativo di riconoscere ciò che impediva il moto e quindi l’atto del dipingere stesso.

Unico fra tutti, aveva trovato quel legame tra pensiero e atto e moto sulla cui scissione la cultura europea si era arenata.

lee krasner promenade 1947Non ci si poteva più sottrarre a una logica che coniugasse pulsione e linguaggio, se non fissandosi in arcaismi tanto patologici quanto patetici.

L’imperdibile occasione espositiva veneziana ci mostra il guadagno conseguito da parte di chi era più vicino a Pollock: nella sala centrale un dignitosissimo risultato di Lee; e, fino a poche settimane fa, un Charles che trova alfine la propria autonomia. Un’eredità che, anche se fraintesa, fu di una generazione intera - e che è ancora lì, per un nuovo ripartire.

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Segnaliamo alcuni video postati dal museo Guggenheim.

 

ALCHIMIA DI JACKSON POLLOCK. Viaggio all'interno della materia, video che testimonianza l’eccellente lavoro di restauro dell’opera

 

JACKSON POLLOCK'S 'MURAL': Energy Made Visible, didattica intervista al curatore

Richiamiamo solo il titolo del pur proficuo catalogo di David Alfam, J. Pollock, Murale, energy made visibile, su cui non è possibile concordare. Non si tratta certo di rendere visibile l’energia (il tema del Pollock “primitivo”, sfiorato da Rosenberg, è tutto ancora da trattare): avremmo solo una forma di culturismo. L’energia è da intendersi come istanza pulsionale. Quale in fondo errore più comune?

 

(Mario Cancelli - 5. fine)