Papa Francesco, Evo Morales e quella strana croce

moralesIl sito internet Vita.it intervista Massimo Borghesi su un controverso episodio della visita di Papa Francesco in Bolivia, il regalo di una croce che assomigliava molto a una falce e martello da parte del presidente Evo Morales. Il crocefisso su falce e martello è una riproduzione di quello che teneva accanto al proprio letto Luis Espinal, sacerdote gesuita, poeta e regista torturato ed ucciso in Bolivia dai paramilitari nel 1980. Morales ha insignito il papa di una onoreficenza dedicata a Luis Espinal, e gli ha consegnato questa riproduzione realizzata dal sacerdote gesuita Xavier Albo. Durante questo viaggio in Bolivia, il papa si è anche recato a pregare sul luogo dove venne trovato il corpo di Luis Espinal. Ecco cosa dice Borghesi a Lorenzo Maria Alvaro di Vita.it.

 

Vita.it, giovedì 9 luglio, Papa Francesco, Evo Morales e quella strana croce (L.M. Alvaro) (link http://bit.ly/1IMsCEo)

 

Bergoglio, accolto dal presidente Evo Morales, si è visto regalare un crocefisso che, invece della tradizionale croce, era costituito da una rivisitazione della Falce e Martello comunista. La foto ha fatto il giro del mondo ed ha scatenato lo sdegno di molti cattolici. Ma è veramente blasfemia? Lo abbiamo chiesto a Massimo Borghesi professore ordinario di Filosofia morale nella facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università di Perugia.

Continua il viaggio in Sud America di Papa Francesco. Dopo l'Ecuador il Pontefice si è recato in Bolivia. Arrivato a El Alto è stato accolto dal presidente Evo Morales. Come di consueto c'è stato lo scambio di doni. Ed è lì che è apparso un oggetto che ha scatenato una grande discussione. Il presidente boliviano ha infatti regalato a Francesco un crocifisso particolare: invece che alla tradizionale croce, il Cristo era inchiodato ad una rivisitazione della “Falce e Martello” simbolo comunista. La foto (in copertina) ha fatto il giro del mondo provocando lo sdegno e la reazione indignata di molti cattolici. Ma, come insegna Papa Francesco, bisogna sempre vedere la parte buona della realtà. Per farlo abbiamo chiamato Massimo Borghesi professore ordinario di Filosofia morale nella facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università di Perugia e grande esperto di Sud America.

Professore ha visto il regalo che Morales ha fatto al Papa?
Si, quella croce

Un dono provocatorio?
Morales è stato sicuramente inopportuno ed è chiaro che avrà messo in difficoltà il Papa, che naturalmente non poteva rifiutare il regalo. Un segno di imprudenza assolutamente malaccorto e inadeguato. Su questo non ci piove. Posso solo immaginare che Francesco si sia trovato in difficoltà e abbia fatto buon viso a cattiva sorte. Ma non credo sia una provocazione. Non so neanche se Morales si sia reso conto della difficoltà in cui poneva il Pontefice. In certi contesti latinoamericani la differenza tra simboli comunisti e cristiani non è così evidente

Ma di quella croce se ne può fare solo una lettura negativa, provocatoria?

No, ma bisogna andare a monte dell'esperienza del comunismo storico. E ritrovare gli antichi ideali socialisti per i quali la falce e il martello designavano i momenti espressivi dei lavori manuali e quindi della classe contadina e operaia che erano quelle più sfruttate. Classi in cui la lotta per il pane e per la vita avevano un significato profondo e vorrei dire quasi religioso. Esisteva una tradizione del Cristo socialista che era tutt'altra cosa rispetto alla sradicazione del Cristo nel totalitarismo comunista. Totalitarismi che infatti segnarono il 900 con persecuzioni senza fine nei confronti dei cattolici

E sul piano del significato come la si può interpretare?
Possiamo trovarne un significato positivo nel senso di un populismo popolare che si riconosce spontaneamente nella difesa dei poveri operata da Cristo come figura di colui che lotta contro i poteri del mondo. Questo è certamente un aspetto che possiamo trovare nella lettura di quel simbolo.

Che per altro è in sintonia con le parole del Pontefice di oggi: «Se la politica è dominata dalla speculazione finanziaria o l’economia si regge solo sul paradigma tecnocratico e utilitaristico della massima produzione, non si potranno neppure comprendere, né tantomeno risolvere i grandi problemi che affliggono l’umanità»…
Decisamente

C'è però chi si sarebbe aspettato che Francesco redarguisse Morales e non accettasse il regalo...
Il Papa non si è formalizzato e ha badato al sodo, al cuore delle cose, giustamente. Tanto più che il comunismo, per fortuna, non è più attuale. Lo possiamo giudicare con gli occhi del passato.


Quel “cuore inquieto” che lega don Giussani a Paolo VI e a Pasolini

manfredini 1994Non un pensiero “chiuso”, ma un pensiero che “sente” la storia e si sviluppa intercettandone tutte le fibrillazioni. Giuseppe Frangi, direttore del magazine Vita e critico d’arte, recensisce su IlSussidiario.net l’ultimo libro di Massimo Borghesi su don Luigi Giussani.
venerdì 3 luglio, Letture/ Quel “cuore inquieto” che lega don Giussani a Paolo VI e a Pasolini (G. Frangi) (link http://www.ilsussidiario.net/News/Cultura/2015/7/3/LETTURE-Quel-cuore-inquieto-che-lega-don-Giussani-a-Paolo-VI-e-a-Pasolini/622122/)

«Un raro caso di pensiero cattolico fuori dal ghetto». «Quello di Giussani è un “itinerario moderno”, un percorso cristiano che è stato in grado di sottrarsi all’alternativa che ha segnato il pensiero cattolico dopo il Concilio Vaticano II: quello tra modernismo e reazione conservatrice». Sono due affermazioni tratte dall’introduzione di Massimo Borghesi al suo nuovo libro sul pensiero di don Giussani. È la prima volta che il pensiero di questa grande figura viene esplorato con uno sguardo complessivo, seguendone tutto il percorso storico. Il pensiero di Giussani non è infatti un pensiero “chiuso”, ma “sente” la storia e si sviluppa intercettandone tutte le fibrillazioni.
“Fuori dal ghetto” e “itinerario moderno”: due indicazioni che immediatamente tracciano l’orizzonte. Che annunciano la larghezza della prospettiva di don Giussani e la sua libertà.
Ovviamente siamo di fronte ad un libro complesso, profondo, che per essere affrontato avrebbe bisogno di maggior conoscenza delle grandi questioni messe su un tavolo e di uno spazio anche psicologico diversi da quello di una recensione. Tuttavia il pensiero di Giussani è un pensiero che si nutre sempre di immaginazione (ad un certo punto Borghesi giustamente dice che nel modo con cui ri-narra gli episodi chiave del vangelo, Giussani è come un “regista”: rivede e fa rivedere quegli episodi come un film). Per questo nella forza razionale del suo procedere, lascia sempre lo spazio per suggestioni impreviste, a volte con soluzioni lessicali di una commozione indimenticabile. È la natura del pensiero di Giussani a renderlo così affascinante: perché come scrive Borghesi, è un pensiero che «ha a che fare con il modo con cui percepiva l’esistenza di Dio come sua presenza reale, storica, come un fatto “presente”» («Le stesse parole del Vangelo e della Tradizione le leggevo in modo nuovo. Io “capivo”, ed altri con me, che Cristo era lì presente», don Giussani, 2000).
È un pensiero che si nutre continuamente di rapporti. Che si sviluppa mettendosi in relazione. Tra le tante relazioni documentate nel libro due, apparentemente agli antipodi, sono estremamente emblematiche. Quella con Montini e quella con Pasolini. La prima è documentata da Borghesi ricostruendo quel cammino che portò nel 1957 tutt’e due a mettere a tema la questione del “senso religioso”. Montini lo fece con la lettera pastorale quaresimale di quell’anno, spiazzando tutti per aver scansato i consueti temi di ordine morale; Giussani è il primo cogliere la provocazione di Montini con un documento pubblicato a dicembre. Cosa muoveva questi due grandi cattolici lombardi? La percezione coraggiosamente realistica (e drammatica) di una fede chiusa nel guscio protettivo del formalismo della tradizione e incapace di reggere all’urto del laicismo borghese e dell’ateismo marxista. Montini non contrasta la modernità opponendo diverse categorie morali, ma la prende alle spalle, riproponendo un dato di natura, quello «dell’inclinazione dell’uomo verso il suo principio e verso il suo ultimo destino».
La natura umana è “capax Dei”. Scrive Borghesi che Montini evidenziando questa dimensione religiosa strutturale «delineava… il terreno di un confronto “positivo” con la società e la cultura moderna». È interessante notare come Montini e Giussani convergano, anche dal punto di vista lessicale, sulla categoria di “cuore” «come sede dell’impeto originale della persona». È il cuore dell’uomo che, secondo tutt’e due, cerca e domanda una “corrispondenza” (altra parola a cui ricorrono entrambi) con le attese originali di totalità. Ed è il cuore che rende inquieto l’io, quando questa corrispondenza non si palesa.
Inquieto era ad esempio il cuore dell’altro personaggio cui facevo cenno, Pier Paolo Pasolini. C’è qualcosa di grandioso nel modo con Giussani immagina questo rapporto che nella realtà fu purtroppo un rapporto inattuato. Partendo da una condivisione di giudizio umano e storico sulla situazione dell’Italia e della chiesa, Giussani fa un salto logico assolutamente intuitivo. Confidò infatti a Lucio Brunelli, dopo aver letto l’editoriale Potere senza volto, uscito sul Corriere della Sera il 24 giugno 1974, che Pasolini era «l’unico intellettuale cattolico italiano, l’unico...». Giudizio che, destinato a un omosessuale e non frequentante, rende l’idea di quanto fosse anti-schematico il pensiero di Giussani. Un pensiero che non rinuncia neanche in questo caso ad essere immaginativo. Parlando di Pasolini nel 1987, ne traccia una parabola che dall’esperienza di cattolicesimo vissuto grazie alla fede di sua madre, sperimentò poi un distacco… «Ma lentamente», immagina Giussani, «nella sua vita, si è sentito riecheggiare quello che diceva sua madre sulla vita, sulla verità, sulla strada da battere. Se avesse incontrato uno con la nostra passione, se fosse venuto ad un gesto della nostra comunità, Pasolini avrebbe pianto». Il pensiero di Giussani è un pensiero aperto, vivo, che a volte si vena, come in questo caso, di struggimento davanti al mistero drammatico di un incontro mancato.
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Massimo Borghesi, “Luigi Giussani. Conoscenza amorosa ed esperienza del vero. Un itinerario moderno”, Edizioni di Pagina, Bari 2015