La mostra su Millet al centro Le Grazie di Mestre

Locandina-Mostra (2) (1)Da alcuni anni il Circolo Veneto, presieduto da Cesare Campa, in collaborazione con il Centro Santa Maria delle Grazie, propone alla cittadinanza veneziana una riflessione attraverso la lettura di grandi cicli artistici sul tema del lavoro.

Il percorso espositivo di quest’anno vede al centro la figura e l’opera di uno degli artisti fondamentali nella storia moderna, il francese Jean-François Millet (1814-1875) che ha fatto del lavoro il tema prediletto della sua pittura. Nei suoi dipinti esplode una simpatia profonda per la quotidiana fatica degli uomini e delle donne al lavoro; una fatica percepita, come dice lo stesso Millet, come un dramma avvolto di splendore che ha come dimensione ultima una carità profonda.

Una concezione che ha segnato profondamente la vita e l’opera di un altro grande genio, ancor più grande di Millet: Vincent Van Gogh.

Su questo tema il Circolo propone un progetto espositivo didattico: UN DRAMMA AVVOLTO DI SPLENDORI uomini e donne al lavoro nella pittura di Millet che sarà aperto dal 2 al 19 aprile 2015 nel Centro Le Grazie in via Poerio, 32 a Mestre.

 

Il sito internet de Il Circolo Veneto

 


Anno Santo, la misericordia è una bellezza che salva

buon-samaritano-gli-fascò-le-ferite[1]Il sito internet www.cristianocattolico.it suggerisce, a cura del francescano padre Pietro Messa, un brano di Massimo Borghesi per prepararsi al Giubileo della misericordia annunciato da papa Francesco. Un brano in cui il filosofo di Sansepolcro illustra che “quando il bene non ha il fascino della bellezza, non ha più la forza di essere adempiuto”.

 

La Bellezza è Grazia, la bellezza appare come una Grazia. Questo è un termine importante che non si può dissipare dicendo che tutto è grazia. La Grazia è sempre in rapporto a qualcosa di eccezionale, a qualcosa di gratis che non ti aspettavi, a qualcosa che ti accade nel momento stesso in cui meno te lo aspetti, altrimenti non è grazia. Un regalo non desiderato non è un regalo. La bellezza è Grazia e può solo essere ricevuta, in qualche modo.

Anche l'artista [...] l'arte, il creare è sempre un dono, un'ispirazione. Ogni grande artista lo sa; non è che è solo perché lui è bravo o perché è intelligente. L'arte è veramente un dono: uno o ce l'ha o non ce l'ha. Certo, implica una tecnica, fatica, un'applicazione costante, però è dono; quando viene, viene nel momento giusto e inaspettato. Se salti quel momento non è più la stessa cosa, non hai più quell'ispirazione; la devi accettare in quel momento lì, quello è il momento in cui devi operare. Questa bellezza, perché corrisponde al cuore. Attrae la bellezza, perché corrisponde al cuore: questo è fattore che incanta e affascina.

Nella realtà e non semplicemente nell'arte questa bellezza si esprime in tipi umani che rendono evidente l'equazione tra il bene e il bello. Se noi dal piano dell'arte scendiamo al piano della vita, cos'è che la rende attraente? Quand'è che diciamo che una cosa è bella? Quando uno si imbatte in degli uomini, in delle persone che rendono la vita degna di essere vissuta, come diceva Albert Camus: "persone la cui compagnia rende la vita degna" che vuol dire bella.

Madre Teresa non era bella (come si può dire che madre Teresa di Calcutta fosse bella, per lo meno da anziana, rugosa, con quel viso ormai scolpito dagli anni?). E tuttavia rendeva bello abitare il mondo. La presenza di quella piccola donna rendeva il mondo degno. Non c'era solo lo sterminio, questi macellai che continuamente devono deturpare il mondo, ma c'era quella piccola donna che rendeva la vita grande, rendeva possibile l'impossibile, rendeva l'avvenimento cristiano una dimensione presente.

E' la presenza di un tipo umano corrispondente al cuore che rende l'esistenza degna di essere vissuta, cioé rende possibile il giudizio per cui l'essere vale più del nulla. Un uomo non può dire che l'essere vale più del nulla se non a partire da un incontro con qulcuno, con qualcosa di buono, di bello. Il giudizio che la vita vale, che l'essere vale più del nulla è solo a partire dalla grazia di incontri fatti.

 

Tratto da Massimo BORGHESI, Salvati dalla bellezza, Ediz. Porziuncola, Assisi, pp. 32, euro 1,55.

 

Video: papa Francesco annuncia il Giubileo durante l'omelia della Liturgia Penitenziale del 14 maggio 2015.

 


La speranza di un popolo, ecco il video

LocandinaRabbino_finale2Vi proponiamo il video dell’incontro

La speranza di un popolo: un ebreo e un cristiano si incontrano

che si è svolto

giovedì 12 marzo alle ore 21.00
nell’Oratorio del Redentore, corso Vittorio Emanuele II 174, Padova.

Sono intervenuti

il rabbino Mark Moshe Goldfeder, professore di diritto ebraico, Università di Emory, Georgia, USA

padre Mario Cucca ofm cap, professore di Esegesi dell’Antico Testamento, Pontificia Università Gregoriana

con il coordinamento di

Andrea Pin, professore di diritto pubblico comparato, Università di Padova

 


Il Papa e CL. Cos’è successo veramente in piazza San Pietro

1024La storica - l’aggettivo non è esagerato – udienza concessa sabato 7 marzo 2015 in piazza San Pietro da papa Francesco al movimento di Comunione e Liberazione in occasione dei dieci anni dalla morte di don Giussani, ha suscitato vari commenti sulla stampa e i media. Commenti non sempre, a dire il vero, in grado di cogliere la specificità dell’evento. Massimo Borghesi, che su Terredamerica aveva anticipato molti dei temi che poi il pontefice argentino avrebbe affrontato con gli 80mila seguaci di don Giussani, rilegge punto per punto il discorso del papa. E ne rileva precise corrispondenze con il pensiero di don Giussani.

 

1024 (3)Terredamerica.com, sabato 14 marzo, IL PAPA E COMUNIONE E LIBERAZIONE. Cos’è successo veramente in Piazza San Pietro

di Massimo Borghesi
filosofo

(link http://www.terredamerica.com/2015/03/14/il-papa-e-comunione-e-liberazione-cose-successo-veramente-piazza-san-pietro/)

 

Non è stato un appuntamento rituale, meramente “ecclesiastico”, l’incontro di papa Francesco, sabato 7 marzo in piazza San Pietro, con gli 80.000 di Comunione e Liberazione. Le parole che sono risuonate, del discorso papale, hanno indotto taluni a parlare di critiche aperte, di “bastonature”, di un “amore non corrisposto”, di trattamento ineguale rispetto a quello riservato ad altri movimenti. Insomma per CL, abituata ad essere al centro della scena ecclesiale sotto i pontificati di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI, sarebbe suonata la campana della sera. In realtà se si rilegge il discorso del Papa non è dato affatto di cogliere il tono negativo che i critici abituali di CL, sommati a coloro che non amano Francesco, hanno ritenuto di trovarvi. Sono presenti, certamente, delle osservazioni critiche, precise e puntuali, ma queste sono in profonda sintonia con quanto don Luigi Giussani, il sacerdote che è all’inizio dell’esperienza di Comunione e Liberazione, ha, a più riprese, mosso allo stesso movimento. L’ottica papale, cioè, non è stata quella di chi, diffidente da sempre, ha colto l’occasione per una reprimenda, ma di colui che, apprezzando chiaramente la testimonianza ed il pensiero di don Giussani, desidera che la realtà da lui promossa non si perda nelle strette dei formalismi, dell’autocompiacimento narcisistico, delle brame di potere, delle derive secolarizzanti.

1024 (1)DISAMORE O PATERNITA? Sulla stima che Bergoglio, già da cardinale di Buenos Aires, ha sempre nutrito verso la persona di Giussani non ci sono dubbi. In Argentina, in ben quattro occasioni, ne ha presentato i testi tradotti in lingua spagnola. In una di esse aveva dichiarato che: «Da molti anni gli scritti di Monsignor Giussani hanno ispirato la mia riflessione» (Cfr. M. Borghesi, Bergoglio e Giussani, le sintonie di fondo…). È quanto ha ribadito in Piazza S. Pietro: «Sono riconoscente a Don Giussani per varie ragioni. La prima, più personale, è il bene che quest’uomo ha fatto a me e alla mia vita sacerdotale, attraverso la lettura dei suoi libri e dei suoi articoli. L’altra ragione è che il suo pensiero è profondamente umano e giunge fino al più intimo dell’anelito dell’uomo». È all’interno di questa gratitudine, mai così esplicitamente espressa verso nessun altro “fondatore” di movimenti, che devono essere collocati i rilievi critici che poi si riducono sostanzialmente ad uno: l’autoreferenzialità. Si tratta di una deriva di cui Francesco ha parlato costantemente nel corso dei due anni del suo magistero, deriva che non riguarda solo CL ma la Chiesa nel suo complesso. Una Chiesa che doveva abbattere i bastioni della cittadella assediata, grazie al Concilio Vaticano II, e che è tornata invece, a partire dalla fine degli anni ’80 in avanti, ad avvitarsi nuovamente in se stessa, a identificare servizio e burocrazia, a clericalizzarsi nella separazione tra leadership e popolo, a confidare negli spazi di potere residui. Questo processo ha toccato tutte le realtà ecclesiali, CL compresa. Il richiamo papale che è risuonato, in proposito, a piazza S. Pietro, si è ispirato direttamente a don Giussani: «Il riferimento all’eredità che vi ha lasciato Don Giussani non può ridursi a un museo di ricordi, di decisioni prese, di norme di condotta. Comporta certamente fedeltà alla tradizione, ma fedeltà alla tradizione – diceva Mahler – “significa tenere vivo il fuoco e non adorare le ceneri”. Don Giussani non vi perdonerebbe mai che perdeste la libertà e vi trasformaste in guide da museo o adoratori di ceneri. Tenete vivo il fuoco della memoria di quel primo incontro e siate liberi!».

565COSA SIGNIFICA CHE “AL CENTRO NON C’E’ IL CARISMA”? È questa libertà che è mancata, in CL e altrove. La grande tentazione è di ridurre il fondatore a icona, di sistematizzarne il “discorso”, di fissarne il pensiero in formule, in citazioni buone per tutte le stagioni. Si ha, allora, la monotona ripetizione di frasi distaccate dal contesto finalizzate all’autocelebrazione del carisma in funzione del potere intra ecclesiale. Si tratta di processi noti, che attraversano la storia degli ordini religiosi, che il Papa ha stigmatizzato sia riferendosi ai “suoi” Gesuiti sia nel discorso rivolto ai movimenti ecclesiali del novembre 2014 (Cfr. M. Borghesi, Bergoglio e Giussani, le sintonie di fondo…). Nel caso di Comunione e Liberazione «il carisma originario non ha perso la sua freschezza e la sua vitalità». Si tratta di un riconoscimento importante. Il Papa non ha detto agli 80.000 di piazza S. Pietro che la loro esperienza era terminata, finita in un vicolo cieco, al punto che la Chiesa non ne aveva più bisogno. Al contrario, come un padre sollecito e preoccupato, ha chiesto di essere attenti a non dimenticare, a non tradire Giussani in nome di Giussani. «Però ricordate che il centro non è il carisma, il centro è uno solo, è Gesù, Gesù Cristo! Quando metto al centro il mio metodo spirituale, il mio cammino spirituale, il mio modo di attuarlo, io esco di strada. Tutta la spiritualità, tutti i carismi nella Chiesa devono essere “decentrati”: al centro c’è solo il Signore!». È uno dei passaggi più controversi, meno compresi del discorso papale. E, tuttavia, il senso è chiaro. La grandezza di don Giussani non è data semplicemente dalle sue doti ma dal suo “de-centrare”, dal suo rimandare, in ogni cosa, a Cristo come cuore del mondo. In questo senso il metodo educativo che egli ha trasmesso non può essere isolato in se stesso, assolutizzato al modo di una tecnica. È la tentazione del razionalismo, o della gnosi. Come scriveva Giussani nel 1962: «Si può diventare fedelissimi nell’usare un metodo come formula e tramandarlo, accettarlo, senza che questo metodo continui a essere ispiratore di uno sviluppo: un metodo che non sviluppi una vita è un metodo sepolcrale, è silicizzazione [pietrificazione]» (A. Savorana, Vita di don Giussani, Rizzoli 2014, p. 254). Con parole analoghe il Papa ha parlato dei rischi che riguardano la trasmissione del carisma: «E poi il carisma non si conserva in una bottiglia di acqua distillata! Fedeltà al carisma non vuol dire “pietrificarlo” – è il diavolo quello che “pietrifica”, non dimenticare! Fedeltà al carisma non vuol dire scriverlo su una pergamena e metterlo in un quadro». Giussani non può e non deve essere mummificato, ripetuto in una litania di formule, utilizzato come fonte di legittimazione. Il carisma non va “ripetuto”. Va rischiato, nel presente, secondo i suggerimenti che lo Spirito indica per affrontare situazioni nuove. In questo senso le due citazioni, tratte da Giussani, che il Papa ha richiamato alla fine del suo intervento, hanno il valore di un segnavia. Nella prima, del 1967, Giussani affermava: «Il cristianesimo non si realizza mai nella storia come fissità di posizioni da difendere, che si rapportino al nuovo come pura antitesi; il cristianesimo è principio di redenzione, che assume il nuovo, salvandolo» (Porta la speranza. Primi scritti, Genova 1997, 119). La seconda, dell’ultimo periodo della sua vita, recita: «Non solo non ho mai inteso “fondare” niente, ma ritengo che il genio del movimento che ho visto nascere sia di avere sentito l’urgenza di proclamare la necessità di ritornare agli aspetti elementari del cristianesimo, vale a dire la passione del fatto cristiano come tale nei suoi elementi originali, e basta» (Lettera a Giovanni Paolo II, 26 gennaio 2004, in occasione dei 50 anni di Comunione e Liberazione).

1280DUE CITAZIONI CHE SEGNANO LA STRADA. Si tratta di due affermazioni che il Papa ha sentito come congeniali al suo modo di sentire, il punto d’incontro tra lui e don Giussani. Il cristianesimo non si afferma dialetticamente, a partire da un avversario, ma positivamente, redimendo il nuovo. È lo stile di papa Francesco. Inoltre oggi la Chiesa è chiamata a riporre fiducia negli “aspetti elementari del cristianesimo”, non in se stessa, nel retaggio glorioso del suo passato. Tutto ciò per Francesco, così come per Giussani, significa una cosa fondamentale: il cristianesimo accade nell’esperienza di un “incontro”. Questa intuizione, fondamentale, era già al centro della teologia di Ratzinger, da teologo e da papa. Francesco, da parte sua, ne ha ricordato la rilevanza per Giussani: «Voi sapete quanto importante fosse per Don Giussani l’esperienza dell’incontro: incontro non con un’idea, ma con una Persona, con Gesù Cristo. Così lui ha educato alla libertà, guidando all’incontro con Cristo, perché Cristo ci dà la vera libertà». Questa dimensione – l’incontro – è quella che, insieme alla categoria di “senso religioso”, unisce il Papa a don Giussani. In piazza S. Pietro il Papa l’ha rievocata con gli stessi esempi evangelici portati da Giussani negli anni ’80 e ’90. Mai un Papa aveva dimostrato una sintonia così evidente con la tonalità “visiva”, esistenziale, propria di Giussani nel rievocare il contenuto del Vangelo. «Tutto, nella nostra vita, oggi come al tempo di Gesù, incomincia con un incontro. Un incontro con quest’Uomo, il falegname di Nazaret, un uomo come tutti e allo stesso tempo diverso. Pensiamo al Vangelo di Giovanni, là dove racconta del primo incontro dei discepoli con Gesù (cfr 1,35-42). Andrea, Giovanni, Simone: si sentirono guardati fin nel profondo, conosciuti intimamente, e questo generò in loro una sorpresa, uno stupore che, immediatamente, li fece sentire legati a Lui… O quando, dopo la Risurrezione, Gesù chiede a Pietro: “Mi ami?” (Gv. 21,15), e Pietro risponde: “Sì”; quel sì non era l’esito di una forza di volontà, non veniva solo dalla decisione dell’uomo Simone: veniva prima ancora dalla Grazia, era quel “primerear”, quel precedere della Grazia. Questa fu la scoperta decisiva per san Paolo, per sant’Agostino, e tanti altri santi: Gesù Cristo sempre è primo, ci primerea, ci aspetta, Gesù Cristo ci precede sempre; e quando noi arriviamo, Lui stava già aspettando. Lui è come il fiore del mandorlo: è quello che fiorisce per primo, e annuncia la primavera»

Francesco qui mostra, contro la critica che vorrebbe ridurre il suo pensiero ad una versione pelagiana e moralistica della teologia gesuitica della Scolastica spagnola, fonte prossima della Teologia della liberazione, come il cristianesimo sia, agostinianamente, un Avvenimento di grazia. Una Grazia che è, essenzialmente, misericordia. In totale sintonia con il Giussani degli ultimi anni, per il quale l’Essere è misericordia, Francesco afferma che: «non si può capire questa dinamica dell’incontro che suscita lo stupore e l’adesione senza la misericordia. Solo chi è stato accarezzato dalla tenerezza della misericordia, conosce veramente il Signore. Il luogo privilegiato dell’incontro è la carezza della misericordia di Gesù Cristo verso il mio peccato. E per questo, alcune volte, voi mi avete sentito dire che il posto, il luogo privilegiato dell’incontro con Gesù Cristo è il mio peccato. È grazie a questo abbraccio di misericordia che viene voglia di rispondere e di cambiare, e che può scaturire una vita diversa. La morale cristiana non è lo sforzo titanico, volontaristico, di chi decide di essere coerente e ci riesce, una sorta di sfida solitaria di fronte al mondo. No. Questa non è la morale cristiana, è un’altra cosa. La morale cristiana è risposta, è la risposta commossa di fronte a una misericordia sorprendente, imprevedibile, addirittura “ingiusta” secondo i criteri umani, di Uno che mi conosce, conosce i miei tradimenti e mi vuole bene lo stesso, mi stima, mi abbraccia, mi chiama di nuovo, spera in me, attende da me. La morale cristiana non è non cadere mai, ma alzarsi sempre, grazie alla sua mano che ci prende».

papa-francesco-carronCORREZIONI LIBERANTI. La morale cristiana non sorge dall’impeto umano ma, diceva Giussani, dall’essere guardati, da uno sguardo amoroso che riflette quello di Cristo, dall’essere abbracciati da Lui. Che un Papa esprima un accento di così grande sintonia, su un tema così rilevante per la fede, è il più grande riconoscimento che Giussani potesse attendersi. Per il resto le correzioni, forti e delicate, che sono risuonate in piazza S. Pietro, hanno un valore liberante per coloro che sono oppressi dai legalismi e dai dispotismi che caratterizzano l’involuzione dei fenomeni comunitari. Consentono di superare quei processi di autoglorificazione – «Io sono Cl» – in cui le identità si solidificano come pietre. Rileggendo la biografia che Savorana ha dedicato a Giussani è possibile cogliere passi in cui non solo affermava: «della vostra compagnia io me ne infischio» (Savorana, 900), intendendo con ciò la riduzione sociologistica ed autoreferenziale del movimento, ma auspicava, altresì, un tramonto di Cl, almeno in prospettiva. «L’ideale per noi – affermava nel 1985 – sarebbe che CL scomparisse, perché resa inutile dal fatto che tutta la Chiesa ne vivesse gli accenti. Non di CL, ma gli accenti cristiani fondamentali che CL ha incominciato a sottolineare trent’anni fa» (Savorana, 668). Non era un modo di dire. Il movimento, per Giussani, non era per sé stesso, ma per la Chiesa e per il mondo. Se diveniva chiuso non era più un luogo di vita ma un peso dispotico che poteva solo complicare la vita. È la prospettiva che il Papa ha voluto correggere in totale sintonia con il lascito del sacerdote di Desio.

 

Guarda il video dell’udienza di papa Francesco a Comunione e liberazione del 7 marzo 2015

 

https://youtu.be/s95VCvpZw0s

 


Paolo Malaguti a Maserà (PD) presenta “Sul Grappa dopo la Vittoria”

sul_grappa_dopola_vittoria[1]Venerdì 20 marzo alle 20.45 nella Casa delle Associazioni di via dei Kennedy, 8 a Maserà di Padova Paolo Malaguti presenterà il suo libro “Sul Grappa dopo la Vittoria”, la maturazione di un giovane che avviene nelle misere condizioni della comunità contadina in un ambiente devastato. Una narrazione per capire cos’era stata e cos’era la guerra. La manifestazione è organizzata dalla sezione Anpi locale (Associazione nazionale Partigiani d’Italia) con il patrocinio del Comune di Maserà.

Nato a Monselice nel 1978, Paolo Malaguti si è laureato in Lettere moderne, con una tesi di Filologia italiana su Antonio Fogazzaro. Dal 2004 insegna nei licei. Ha pubblicato “Sul Grappa dopo la vittoria” (6a edizione 2014) nel 2009, per i tipi della Santi Quaranta di Treviso; sempre con la casa editrice trevigiana, diretta da Ferruccio Mazzariol, ha pubblicato due anni dopo, nel 2011, “Sillabario veneto” (3a edizione 2013), e, nel 2013, “I mercanti di stampe proibite” (2a edizione 2013). Nel 2012 ha partecipato con il racconto “Il bambino di Marostica” all’antologia “Nero 13 - Giallo a Nordest” per la Libra Edizioni. Dal 2013 contribuisce, con articoli di educazione, didattica, cultura generale, al quotidiano on-line “IlSussidiario.net”.

135-xcms_label_largeMalaguti_ridotto[1]«Le mie presentazioni», racconta l’autore, «vorrebbero essere prima di tutto un momento di incontro e di dialogo aperto: ogni volta al termine degli incontri mi piace rendermi conto di avere imparato qualcosa di nuovo, oltre che di avere offerto spunti di discussione e di ragionamento».

Presentando “Sul Grappa dopo la vittoria” Malaguti cerca di toccare alcuni aspetti significativi della Grande Guerra. «Tra questi le grandi novità (tecniche, culturali, spaziali) rispetto ai conflitti precedenti, la tematica della scrittura dal fronte, le pagine ancora oscure del conflitto (quali le fucilazioni di guerra e la brutalità nei confronti dei soldati), gli aspetti del dopo-guerra (il recupero, l’emigrazione...), la problematica del rapporto tra Grande Guerra e ventennio fascista».

 

Il sito Anpi di Maserà

Il blog di Paolo Malaguti

 


La speranza di un popolo: un ebreo e un cristiano si incontrano

LocandinaRabbino_finale2Dialogo tra il rabbino Mark Moshe Goldfeder, professore di diritto ebraico, Università di Emory, Georgia, USA e padre Mario Cucca (ofm cap), professore di Esegesi dell'Antico Testamento, Pontificia Università Gregoriana. Introduce Andrea Pin, professore di diritto pubblico comparato, Università di Padova

Giovedì 12 marzo ore 21.00
Oratorio del Redentore, corso Vittorio Emanuele II 174, Padova.

I due relatori si confronteranno a partire da alcuni temi chiave: speranza, promessa di Dio ed esperienza di essere popolo.

“Se è vero che è importante approfondire la riflessione teologica attraverso il dialogo, è anche vero che esiste un dialogo vitale, quello dell’esperienza quotidiana. Anzi, senza questo, senza una vera e concreta cultura dell’incontro, che porta a relazioni autentiche, a poco servirebbe l’impegno in campo intellettuale. Anche qui, il Popolo di Dio ha un proprio fiuto e intuisce il sentiero che Dio gli chiede di percorrere.” Dal discorso di Papa Francesco alla Delegazione della comunità ebraica di Roma, 11 ottobre 2013

“Ora inizia la verifica per l’Europa. Spazio di libertà vuol dire spazio per dirsi, ognuno o insieme, davanti a tutti. Ciascuno metta a disposizione di tutti la sua visione e il suo modo di vivere. Questa condivisione ci farà incontrare a partire dall’esperienza reale di ciascuno e non da stereotipi ideologici che rendono impossibile il dialogo. Come ha detto papa Francesco, «al principio del dialogo c’è l’incontro. Da esso si genera la prima conoscenza dell’altro. Se, infatti, si parte dal presupposto della comune appartenenza alla natura umana, si possono superare pregiudizi e falsità e si può iniziare a comprendere l’altro secondo una prospettiva nuova»”. Julián Carrón, Corriere della Sera del 13/02/2015

“Il libro di Giussani Il senso religioso mi ha ricordato molto un saggio di Rabbi Soloveitchik, in cui egli descrive la saggezza che ha appreso da sua madre: “Da lei imparai la cosa più importante della vita – avvertire la presenza dell’Onnipotente e la gentile pressione della Sua mano sulle mie fragili spalle”. Se mi si chiedesse perché sono credente, direi che lo sono in parte per storia familiare, in parte per ragioni teologiche, ma soprattutto perché in particolari momenti della mia vita ho avvertito, e sono ancora in grado di avvertire, Dio. Sono stato particolarmente colpito dal Capitolo 10, nel quale egli descrive l’esperienza di essere alla dipendenza e alla presenza di Dio, e commosso dall’esempio di quell’essere appena nato, che ha richiamato alla mia mente uno dei miei insegnamenti kabbalistici favoriti. Un bambino avverte ancora quel senso di dipendenza e affidamento sconfinato. Questo, per me, è l’insegnamento centrale del volume: il primato dell’esperienza elementare, l’immediato e originale impatto con la realtà, privato del bisogno esasperato di razionalizzare qualunque cosa. Sono grato perché il libro ha riportato alla mia memoria tutto questo.”
Rabbi Mark Goldfeder


Francesco e i movimenti. Come si preserva la freschezza del carisma?

Papa-e-CL[1]«Se forme e metodi sono difesi per sé stessi diventano ideologici, lontani dalla realtà che è in continua evoluzione, chiusi alla novità dello Spirito, finiranno per soffocare il carisma stesso che li ha generati». È papa Francesco a parlare. Ed è un’osservazione valida tanto per gli ordini e le congregazioni religiose, quanto per i movimenti ecclesiali. Dal papa argentino né presa di distanza né esaltazione aprioristica dei movimenti, ma richiamo all’origine, a ciò che solo può mantenerne la freschezza. Perché la tentazione di istituzionalizzare il carisma è sempre dietro l’angolo. Un intervento di Massimo Borghesi su Terredamerica.com.

Terredamerica.com, martedì 3 marzo 2015, FRANCESCO E I MOVIMENTI. Preservare la freschezza del carisma e un “pensiero aperto” che non pretende di codificare l’intuizione originaria del fondatore

(link http://www.terredamerica.com/2015/03/03/francesco-e-movimenti-preservare-la-freschezza-del-carisma-e-un-pensiero-aperto-che-non-pretende-di-codificare-lintuizione-originaria-del-fondatore/)

 

Nel suo discorso a conclusione del III Congresso mondiale dei Movimenti ecclesiali, svoltosi a Roma il 20-22 novembre 2014, papa Francesco ha indicato ai loro rappresentanti tre punti per una vera maturità ecclesiale: la freschezza del carisma, il rispetto della libertà delle persone, il perseguimento della comunione interna ed esterna, con tutta la Chiesa. Se il terzo punto è condizione di ogni autentica missione, il secondo è basilare per evitare i settarismi tipici dei fenomeni comunitari. Nella Chiesa la comunione sorge solo nella libera adesione, non da coercizioni sottili o dalla pressione della consuetudo. E questo tanto più oggi, in un tempo in cui la fragilità psicologica e l’insicurezza soggettiva spingono verso soluzioni non problematiche, protettive. Secondo il Papa: «Bisogna resistere alla tentazione di sostituirsi alla libertà delle persone e a dirigerle senza attendere che maturino realmente. Ogni persona ha il suo tempo, cammina a modo suo e dobbiamo accompagnare questo cammino. Un progresso morale o spirituale ottenuto facendo leva sull’immaturità della gente è un successo apparente, destinato a naufragare». La pazienza degli educatori ha come mira la formazione di personalità libere: né gregari, né funzionari. Il Papa ha qui presente non solo le chiusure asfittiche di certi ambienti religiosi, segnati da un dispotismo interno, ma anche la burocratizzazione che ha contraddistinto la Chiesa nel corso degli ultimi decenni: il doppio clericalismo che vede gli ecclesiastici concentrati sulle loro “funzioni” clericali e il laicato come oggetto passivo di decisioni prese altrove. Rispetto a questa deriva la “stagione dei movimenti”, che ha segnato la Chiesa negli anni ’70-’80, ha costituito, certamente, un valido contrappeso, una sorgente di speranza per tutto il popolo cristiano.

I Movimenti hanno dimostrato che il rinnovamento conciliare era reale, che la Chiesa era una vera «communio», che la secolarizzazione e la scristianizzazione non erano il destino necessario del moderno. Questa stagione è sembrata declinare, dalla primavera all’autunno, nel passaggio dal vecchio millennio al nuovo. Non solo l’episcopato, almeno in Italia, è sembrato meno attento, dopo l’89 e il tramonto del comunismo storico, ai movimenti ecclesiali ma, anch’essi, si sono progressivamente “intiepiditi”. Chi per “separazione” dal mondo, chi per eccessiva “immersione”, le realtà ecclesiali laicali hanno perso quello slancio missionario che le aveva caratterizzate. Così i principali soggetti che si erano opposti alla burocratizzazione ecclesiastica ne sono rimasti condizionati. Il risultato è che la vita comunitaria si è irrigidita, spesso, nella vuota ritualità di gesti sempre identici, di incontri programmati, di parole ripetute prive di carne e di sangue. Il tutto segnato da un progressivo ritrarsi e chiudersi al mondo.

Questo processo, che ha segnato tutta la Chiesa nel corso dell’ultimo ventennio, è l’oggetto principe della preoccupazione del Papa il quale, da responsabile della Compagnia di Gesù in Argentina, ha bene conosciuto i rischi a cui va incontro una comunità ecclesiale quando si concentra su di sé, diviene autoreferenziale. Nell’intervista La porta è sempre aperta (Milano 2013) con p. Antonio Spadaro, Francesco afferma: «La Compagnia è un’istituzione in tensione, sempre radicalmente in tensione. Il gesuita è decentrato. La Compagnia è in se stessa decentrata: il suo centro è Cristo e la sua Chiesa. Dunque: se la compagnia tiene Cristo e la Chiesa al centro, ha due punti fondamentali di riferimento del suo equilibrio per vivere in periferia. Se invece guarda troppo a se stessa, mette sé al centro come struttura ben solida, molto ben “armata”, allora corre il pericolo di sentirsi sicura e sufficiente» (pp. 29-30). La Compagnia, come qualsiasi movimento ecclesiale, non deve procedere ad una compiuta istituzionalizzazione del carisma originario, né deve preoccuparsi di una sua compiuta sistematizzazione. «Quando si esplicita troppo, si corre il rischio di equivocare. La Compagnia si può dire solo in forma narrativa. Solamente nella narrazione si può fare discernimento, non nella esplicazione filosofica o teologica, nelle quali invece si può discutere. […] Il gesuita deve essere una persona dal pensiero incompleto, dal pensiero aperto. Ci sono state epoche nella Compagnia nelle quali si è vissuto un pensiero chiuso, rigido, più istruttivo-ascetico che mistico» (pp. 30-31).

Quanto Francesco richiede qui ai “suoi” gesuiti è la stessa cosa che richiede oggi ai movimenti: un “pensiero aperto”. Ne ha parlato, magnificamente, il p. Antonio Spadaro nel suo Elogio del «pensiero incompleto» di papa Francesco, raccolto nel volume degli Atti del Meeting 2014: Le periferie dell’umano (Rizzoli 2014). Un pensiero aperto è un pensiero che non pretende di codificare l’intuizione originaria del fondatore. Il carisma, da questo punto di vista, può conservarsi solo se non esita a rischiarsi, se si dilata ed acquisisce altre forme, secondo il tempo, se si sublima in espressioni sempre più ricche. Per questo dei tre punti richiamati nel suo intervento rivolto ai Movimenti, del novembre 2014, il punto più importante è il primo. «Anzitutto è necessario preservare la freschezza del carisma: che non si rovini quella freschezza! Freschezza del carisma! Rinnovando sempre il “primo amore” (cfr. Ap 2, 4). Con il tempo infatti cresce la tentazione di accontentarsi, di irrigidirsi in schemi rassicuranti, ma sterili. La tentazione di ingabbiare lo Spirito: questa è una tentazione! Tuttavia, “la realtà è più importante dell’idea” (cfr Esort. Ap. Evangelii gaudium, 231-233); se una certa istituzionalizzazione del carisma è necessaria per la sua stessa sopravvivenza, non bisogna illudersi che le strutture esterne possano garantire l’azione dello Spirito Santo. La novità delle vostre esperienze non consiste nei metodi e nelle forme, novità, che pure sono importanti, ma nella disposizione a rispondere con rinnovato entusiasmo alla chiamata del Signore: è questo coraggio evangelico che ha permesso la nascita dei vostri movimenti e nuove comunità. Se forme e metodi sono difesi per sé stessi diventano ideologici, lontani dalla realtà che è in continua evoluzione, chiusi alla novità dello Spirito, finiranno per soffocare il carisma stesso che li ha generati. Occorre tornare sempre alle sorgenti dei carismi e ritroverete lo slancio per affrontare le sfide. Voi non avete fatto una scuola di spiritualità così; non avete fatto una istituzione di spiritualità così; non avete un gruppetto… No! Movimento! Sempre sulla strada, sempre in movimento, sempre aperto alle sorprese di Dio, che vengono in sintonia con la prima chiamata del movimento, quel carisma fondamentale».