Péguy, il poeta della giovane speranza

150403 locandina Péguy“Credo che chiunque voglia capire l’epoca in cui ci troviamo dovrebbe avventurarsi tra le pagine di Péguy (…) le parole che lui ha dedicato alla speranza, alla fede, alla lotta per il vero e per il fatto (…) ci fanno vedere meglio la luce e l’ombra della sua vita dura, generosa, ferita”. Le parole del poeta bolognese Davide Rondoni spiegano bene perché ricordare Charles Péguy oggi non nasce solo dall’esigenza di onorare un centenario (morì in combattimento, all'inizio della prima battaglia della Marna, il 5 settembre 1914). «Non si è mai parlato così cristiano» disse di lui Hans Urs von Balthasar. Péguy ci aiuta oggi a capire cosa significa “avvenimento”, ci fa capire debolezze e unicità del mondo moderno, ci insegna la virtù della speranza e a dubitare della “cricca dei devoti”.

mercoledì 4 marzo ore 21.00
OnOff Spazio Aperto via Albania 2bis, Padova

Charles Péguy Il poeta della giovane speranza

 

Dialogo con Pigi Colognesi, autore del libro La fede che preferisco è la speranza. Vita di C. Péguy e curatore della mostra Charles Péguy - Storia di un’anima carnale.

 

L’iniziativa è organizzata da un gruppo di studenti dell’Università di Padova coordinati da Federico Andreatta e finanziata con il contributo dell’Università di Padova sui fondi della Legge 3.8.1985 n. 429 per le iniziative culturali studentesche.

Charles Péguy: scrittore originale e prolifico, uno dei più innovativi pensatori cristiani tra Ottocento e Novecento. Si è schierato apertamente contro le falsità della politica, la presunzione della scienza e degli intellettuali: insomma, contro il vuoto del “mondo moderno”. Ha speso la vita nel mettere al centro l’umano, con i suoi dolori, miserie e speranze, donando così una linfa nuova tanto al socialismo della giovinezza quanto alla fede della maturità; per questo, è stato isolato.

Oggi la sua figura riconquista il posto che gli compete - anche grazie ad “ammiratori” quali Giovanni Paolo II, don Luigi Giussani e von Balthasar - ma resta ancora molto da scoprire. Pigi Colognesi ci propone finalmente la prima biografia italiana del grande autore: un’accurata introduzione al suo pensiero e alle sue opere. Il modo migliore per avvicinarsi a una vita che continua a parlare al presente

Pigi (Pierluigi) Colognesi è giornalista professionista. Ha fatto parte della redazione del mensile di Comunione e Liberazione, di cui poi è stato direttore dal 1989 al 1992. In seguito ha lavorato presso la Fondazione Russia Cristiana e l’Università Vita-Salute San Raffaele. Collabora stabilmente alle pagine culturali di quotidiani e periodici. E’ autore di una biografia di padre Romano Scalfi (Russia Cristiana, Milano 2007) e di L’umana avventura, una serie di ritratti di letterati, teologi e artisti (Bari 2008).

 

Approfondimenti su Charles Péguy sul sito AIC, Associazione italiana centri culturali.

 


Una settimana per ricordare don Giussani dieci anni dopo

150220 locandina Dalla mia vita-page-001Dal 20 al 28 febbraio, nel cortile pensile di Palazzo Moroni, sede del municipio di Padova, sarà esposta la mostra “Dalla mia vita alla vostra”. Realizzata in occasione del decimo anniversario della morte di don Luigi Giussani, presenta, in pochi pannelli, i tratti fondamentali della sua persona, con immagini e brani significativi della sua vita.

 

Il 10° anniversario della morte del Servo di Dio don Luigi Giussani (22 febbraio 2005) e il 60° di Comunione e Liberazione verrà ricordato poi (come in tutto il mondo) con la celebrazione di una santa Messa

domenica 22 febbraio 2015 alle 18.00
nella Basilica del Santo

che sarà presieduta da sua Eminenza il cardinale Paul Josef Cordes, già vice presidente del Pontificio Consiglio per i Laici e del Pontificio Consiglio “Cor Unum”.

 

Alcune immagini di don Giussani a Padova in basilica del Santo nel 1994 e 1995.


“Ciò che inferno non è”, Alessandro D’Avenia a Padova

locandina-davenia-definitiva-2-2-423x600[1]Da ottobre 2014 è in libreria “Ciò che inferno non è”, il nuovo romanzo di Alessandro D’Avenia, l’autore che con “Bianca come il latte, rossa come il sangue” e “Cose che nessuno sa” non solo ha venduto milioni di copie in diciannove lingue ma che, da quattro anni, è praticamente ogni settimana nella classifica dei libri più venduti. “Ciò che inferno non è” è la storia, ambientata a Palermo, di Federico, diciassettenne, che un’estate, invece di partire per una vacanza-studio ad Oxford, incontra il suo prof di religione, padre Pino Puglisi, che gli propone di aiutarlo con i bambini del quartiere per i quali — sembra — l’unico comandamento da rispettare è quello di Cosa nostra.”

Per il ciclo di incontri “Educare senza paura” le Scuole Romano Bruni e l’Associazione genitori Romano Bruni propongono giovedì 19 febbraio alle ore 21, al Centro Congressi Padova A. Luciani (in via Forcellini 170/a) l’incontro con lo scrittore Alessandro D’Avenia, del quale potete trovare di seguito l’intervista uscita sul sussidiario.net lo scorso 28 ottobre

 

 

cio-che-inferno-non-e-900[1]IlSussidiario.net, martedì 28 ottobre 2014, CIO’ CHE INFERNO NON E’/ D’Avenia: il Mistero del sorriso di don Pino Puglisi (Mauro Leonardi)

Link http://www.ilsussidiario.net/News/Cultura/2014/10/28/CIO-CHE-INFERNO-NON-E-D-Avenia-il-Mistero-del-sorriso-di-don-Pino-Puglisi/547833/

 

Esce oggi in libreria Ciò che inferno non è, il nuovo romanzo di Alessandro D’Avenia, l’autore che con Bianca come il latte, rossa come il sangue e Cose che nessuno sa non solo ha venduto milioni di copie in diciannove lingue ma che, da quattro anni, è praticamente ogni settimana nella classifica dei libri più venduti. Ciò che inferno non è è la storia, ambientata a Palermo, di Federico, diciasettenne, che un’estate, invece di partire per una vacanza-studio ad Oxford, incontra il suo prof di religione, padre Pino Puglisi, che gli propone di aiutarlo con i bambini del quartiere per i quali — sembra — l’unico comandamento da rispettare è quello di Cosa nostra.

Dopo Bianca come il latte, del 2010, e Cose che nessuno sa, del 2011, per questo tuo romanzo ci sono voluti tre anni. C’è stato qualche incontro, qualche vicenda, che ha acceso in lei l’urgenza per questo libro?

Non avevo in programma di scriverlo, stavo già lavorando ad altri progetti, ma ad un certo punto la storia ha avuto il sopravvento, come uno di quegli incontri per strada che ti obbligano a cambiare i tuoi programmi. Leggevo la confessione dell’assassino di don Pino, divenuto collaboratore di giustizia. Puglisi gli ha sorriso nell’attimo in cui stava per sparargli. Uno dei killer più efferati della mafia dice che per quel sorriso “non ci ha dormito la notte”. Quella frase è esplosa dentro di me come dinamite. Volevo capire come si fa ad essere così liberi da sorridere alla morte e ai suoi scherani. Quel sorriso liberava persino l’assassino dal suo gesto, lo costringeva a rivedere tutta la sua vita.

Che significato poteva avere?

Quel sorriso diceva: tu sei molto di più di quello che stai facendo a me. Riecheggiava il “perdona loro perché non sanno quello che fanno”. Volevo scandagliare, da uomo e da narratore, il mistero di quel sorriso. Chi sa morire così sa anche vivere e insegna a vivere a chi resta. Volevo liberare l’agiografia e la cronaca dalla loro retorica o appiattimento e cogliere in che modo un capitolo della storia della salvezza si compiva in quel momento. Poi ci sono state la beatificazione per martirio di Puglisi e l’assegnazione del premio a lui intitolato. Altri incontri, altri volti, altre persone. È come se quell’uomo che avevo conosciuto nei corridoi della mia scuola mi desse la caccia. Il suo romanzo sulla mia carne lo aveva già scritto, ma era come se quella carne dovesse diventare di molti, attraverso la carta. Col senno di poi credo sia stato un tocco della grazia.

Bianca come il latte e Cose che nessuno sa sono stati anche successi internazionali. Ma entrambi erano ambientati in città che potevano essere una qualsiasi metropoli europea. Qui invece scegli Palermo. Perché questa decisione? Non teme che possa non essere compresa dai suoi lettori?

Al contrario. Lo comprenderanno ancora meglio. Più una storia è incarnata più può essere universale. È una città paradossale: di luce e lutto, di paradiso in una via e inferno girato l’angolo. È uno dei personaggi del romanzo e determina tutti gli altri come un fato incombente. Come nel cinema noir della metà del secolo scorso si tratta di un paesaggio reale e simbolico, nel cinema l’uso del campo lungo sugli ambienti determinava i sentimenti del personaggio, che ne diveniva una tessera, venivano messi a fuoco sia il personaggio sia l’ambiente come se fossero tutt’uno: luce e tenebra erano parte del personaggio.

Dunque il romanzo è anche è un atto d’amore verso Palermo.

Sì, ma di quell’amore che Borsellino definiva così: “Non mi piaceva, per questo ho imparato ad amarla. Perché il vero amore consiste nell’amare ciò che non ci piace per poterlo cambiare”. Metto a fuoco Palermo nei dettagli, perché è Palermo che ha messo a fuoco la mia anima e i miei personaggi. In questo romanzo le due città, quella di Dio e quella degli uomini, intuite da Agostino, si intersecano nella luce e nelle tenebre, e Palermo ha di certo i connotati, i profumi, i colori reali, ma allo stesso tempo è la città degli uomini di tutti i tempi, quella in cui nelle tenebre la grazia si fa strada. Chi leggerà con attenzione coglierà un sottotesto continuo nella storia, quello che lega il dramma della storia a Dio.

Padre Pino Puglisi (3P, come viene soprannominato nel libro) è stato beatificato da Papa Francesco ed è stato suo insegnante a scuola. Credo che Ciò che inferno non è sia il primo romanzo laico, a grandissima tiratura, che corre il rischio di avere tra i suoi protagonisti un santo. Come è riuscito a non cadere nell’agiografia di don Pino?

Era la sfida principale. Volevo io per primo capire se la cronaca era già agiografica, o se invece la cronaca fosse la manifestazione di un tratto di storia della salvezza, della storia sacra del chinarsi di Dio sull’uomo. Romano Guardini scrive così: «Nessuno prende la realtà sul serio come il santo perché in verità ogni fantasticheria, sulla sua strada irta di pericoli, inesorabilmente si vendicherebbe. Divenire santo significa per l’uomo reale staccarsi da sé, per entrare nel Dio reale». Raccontare la santità è raccontare il massimo realismo e l’uomo Puglisi entrerà nel cuore anche dei non credenti, perché il santo è la pienezza dell’uomo e di fronte ad un uomo tutto d’un pezzo non si può che rimanere affascinati, come è accaduto a me. Mi sono documentato meticolosamente, seguendo anche le tracce del processo di beatificazione, per cogliere questo realismo del santo. E ho trovato gli ingredienti di un’epica quotidiana che ci riguarda tutti. Come trasformare la prosa di ogni giorno nella poesia di una vita bella? La storia racconta questo, ciò che inferno non è in mezzo all’inferno.

Cosa nostra sarà sconfitta quando non ci vorranno più gli eroi per sconfiggerla ma sarà diffusa la normale “eroicità” di chi è onesto e lavora per il bene. Da quello che si è potuto desumere finora dal suo romanzo pare essere questo un’insegnamento importante che è contenuto lì. Mi sbaglio?

No, è proprio così. Il mio non è un romanzo antimafia, non è un romanzo sulla mafia, non è un romanzo di cronaca. È una storia che entra nel mistero del sacrificio: che non è il fatto in sé di morire, ma quello che significa alla lettera (sacrum facere: rendere sacro). 3P rendeva sacre le vite che incontrava perché erano rese sacre da Dio e lui non era altro che al servizio di quelle vite. Riecheggiano le parole di qualcuno: non siete voi che mi togliete la vita, sono io che la dono. Sacrificarsi è donare il proprio tempo, amore, cure, anche quando è difficile riuscire. Lui riusciva perché lasciava che Dio facesse questo con lui. Era innamorato pazzo di Cristo e questo amore traboccava. Credo che chiunque gli si accostasse vedeva un uomo qualunque capace di amare divinamente, sentiva la tenerezza di Dio su di lui, come accadde persino all’assassino. L’eroismo è questo: giorno per giorno non privarsi mai della possibilità di amare ed essere amati. Per questo ho scelto la frase di Dostoevskij in esergo: “l’inferno è la sofferenza di non poter più amare”. Chi trova il segreto per amare sempre nel quotidiano, trova il segreto della vita: fallimenti, sconfitte, cadute non possono distruggere la speranza, perché quella speranza si colloca altrove. In un altrove intoccabile, come un mare in tempesta in superficie e calmo pochi metri sotto.

Ci dica ora qualcosa del suo modo di scrivere. Nei pochi brani che sono stati resi noti la sua prosa pare più piena di luce, più ricca della pasta delle cose: forse, qualcuno dirà, più difficile. È così? C’è stato qualche cambiamento rispetto ai suoi primi successi.

Ho lottato per trovare la cifra stilistica adatta alla storia e ci sono due registri che il lettore troverà. A poco a poco si fondono, ma non posso svelare il perché, si tratta di parte integrante della narrazione. Volevo che la prosa avesse la corposità, la quotidianità di un quadro di Caravaggio, investito di squarci di luce potente che spaccano le tenebre del quotidiano e lo illuminano di una grazia che i presenti non capiscono neanche da dove venga, tranne quelli disposti ad accoglierla. Per questo ho cercato molto la poesia.

Che cosa intende?

È un romanzo in cui le parole devono essere se stesse e allo stesso tempo risuonare su altri livelli, come accade in poesia. Ho cercato il realismo di Dante e Dostoevskij, che mentre ti raccontano “il letterale”, “la storia”, in realtà ti raccontano altre tre, quattro livelli contemporaneamente. Ciascuno si collocherà al livello che vorrà. Sempre che io sia riuscito nella sfida... Per farlo ho letto moltissima poesia e non è un caso che Eliot sia in esergo alle due parti del romanzo: Tuttoporto e Spasimo.

Leo di Bianca come il latte aveva accanto a sé Beatrice e Silvia. Federico che compagna trova al suo fianco?

Lucia. Anche questo un nome parlante. Federico è tutto cuore, sogni e poesia. Lucia quei sogni e quella poesia non può permetterseli. Abita a Brancaccio, il quartiere “infernale” dove alla morte di Falcone i ragazzini inneggiavano “abbiamo vinto, la mafia ha vinto”. Ma proprio l’avvicinarsi di loro due, tra mille ostacoli, li porta su un piano più alto entrambi: la realtà entra nei sogni di Federico, e i sogni entrano nella realtà di Lucia. Cercano, come tutti noi, il filo di Arianna che ci consente di affrontare il labirinto della vita e tornare indietro. Ciò che conta non è la complessità del labirinto, ma quanto sia lungo e forte il filo dell’amore. Chi ne tiene l’altro capo. Magari l’Amore stesso, quello che “move il sole e le altre stelle”.


L’aborto meglio della contraccezione, ecco dove arrivano i nemici di Francesco

maxresdefault[1]L’aborto meglio (o meno peggio) della contraccezione? Questa la strabiliante tesi di un celebre gesuita americano, Joseph Fessio (nella foto), ripresa nel nostro paese da vaticanisti e commentatori. Stranezze, bizzarrie? In realtà, secondo Massimo Borghesi, tesi che riprendono un filone del razionalismo moderno che, non a caso, affonda le sue radici nella Scolastica spagnola del ‘500-’600, elaborata, in larga misura, proprio dalla scuola gesuitica. Ma è facile evidenziare le conseguenze assurde di questa tesi, cara a un certo fondamentalismo morale che si oppone alla “misericordia” di papa Francesco.

 

Il Sussidiario.net, lunedì 2 febbraio 2015, IL CASO/ L’aborto meglio della contraccezione, ecco dove arrivano i nemici di Francesco (M. Borghesi) (link http://www.ilsussidiario.net/News/Cronaca/2015/2/2/IL-CASO-L-aborto-meglio-della-contraccezione-ecco-dove-arrivano-i-nemici-di-Francesco/578020/)

 

Le polemiche seguite alle affermazioni di papa Francesco sulla procreazione, nel suo viaggio di ritorno in aereo dalle Filippine, non tendono a spegnersi. Da noi Sandro Magister nel suo blog provvede, quotidianamente, ad alimentarle. Così le critiche del gesuita francese Pierre de Charentenay all’episcopato filippino per la sua campagna di mobilitazione contro la legge sulla “salute riproduttiva” varata dal governo del presidente Noynoy Aquino, critiche presenti nel volume Les Philippines, archipel asiatique et catholique (Lessius Éditions, 2015), consentono di rilanciare, polemicamente, l’argomento.

Il fatto è, come fa osservare Magister, che Charentenay, già presidente del Centre Sèvres, l’istituto di studi superiori della Compagnia di Gesù, direttore dal 2004 al 2012 della rivista dei gesuiti di Francia Études, è «dall’anno scorso entrato a far parte del collegio degli scrittori de La Civiltà Cattolica, la rivista dei gesuiti di Roma stampata con il previo controllo delle autorità vaticane e diretta da un uomo vicinissimo all’attuale papa, padre Antonio Spadaro». Così tutto torna: Charentenay, favorevole ad una legge sul controllo delle nascite, è vicino a p. Spadaro, il quale è vicino a papa Francesco! Come a dire: chi vuol intendere, intenda!

A fronte dei gesuiti cattivi stanno però quelli buoni. Così nel blog del 29 gennaio, dal titolo “La Civiltà Cattolica” non ha sempre ragione. Parola di gesuita, Magister riporta una lettera di p. Joseph Fessio, fortemente critica verso le osservazioni mosse dal suo confratello all’episcopato filippino. Fessio non è un gesuita qualunque. Personaggio molto noto nel mondo cattolico americano, ha fondato e dirige la casa editrice Ignatius Press che ha edito, recentemente, il volume Remaining in the Truth of Christ con interventi di cinque cardinali contro la comunione ai divorziati risposati.

Nella sua difesa della dottrina e dell’etica cattolica Fessio interviene ora con la sua lettera a Magister. Va osservato che, nel suo volume, Charenteney non legittimava la contraccezione. Ribadiva, piuttosto, la necessaria distinzione tra Stato e Chiesa e il fatto che le leggi morali, valide per i credenti, non possono essere imposte anche ai non credenti. E’ il caso del divorzio, vietato nelle Filippine, e del controllo delle nascite. Certo si può discutere se la contraccezione debba rientrare nell’ambito di una legge sulla “salute riproduttiva” o non debba invece esser lasciata alla discrezione personale. In questo senso i vescovi hanno certamente le loro ragioni che sarebbe ingiusto sottovalutare.

Le argomentazioni di P. Fessio, però, si spingono talmente oltre da superare i limiti di ogni sana dottrina. Nella sua lettera scrive: «Chiedo: è vero che l’aborto è un male peggiore della contraccezione, e anche “decisamente più grave”? Non necessariamente. Prendiamo il caso di coppie sposate che senza grave necessità utilizzano la contraccezione per rinviare la nascita di figli per anni, dopo che si sono sposati. Certamente in alcuni casi la volontà di Dio per loro è che siano aperti a una nuova vita. Qual è allora il male più grave?

Prevenire il concepimento — e l’esistenza — di un essere umano con un’anima immortale, voluto da Dio e destinato alla felicità eterna? O abortire un bambino nel grembo materno? Quest’ultimo è certamente un male grave, Gaudium et spes lo definisce un “crimine abominevole”. Ma comunque esiste un bambino che vivrà eternamente. Mentre nella prima circostanza non esisterà mai un figlio che Dio intendeva venisse al mondo».

Siamo qui di fronte ad una conclusione quanto meno sconcertante. La morte di un bambino, sia pure ancora nella condizione di “feto”, sarebbe meno grave della prevenzione di una nascita ipotetica. «Ma ciò non cancella dei principi fondamentali e conoscibili — scrive Fessio —, uno dei quali è il seguente: è un male maggiore privare qualcuno dell’esistenza rispetto a privare qualcuno della vita temporale».

Confesso che è la prima volta che ritrovo, così attualizzato, il filone del razionalismo moderno che, non ha caso, affonda le sue radici nella Scolastica spagnola del ‘500-’600, elaborata, in larga misura, proprio dalla scuola gesuitica. E’ quella Scolastica per la quale la “possibilità” vale più della “realtà”, le idee più degli uomini, l’astrazione più del concreto. Per correggere questa ed altre tendenze Leone XIII, con la sua enciclica Aeterni Patris, propose nel 1879 a tutti gli istituti cattolici il ritorno allo studio di Tommaso d’Aquino. Per il grande maestro medievale l’essere non era un’essenza, una categoria astratta, una “possibilità”, ma un “atto”, cioè una realtà. L’essere è Actus essendi.

Che l’essenzialismo, nonostante tutto, continui a dominare il pensiero cattolico trova una sua conferma nella posizione di p. Fessio. Nella sua difesa della possibilità (di vita) il gesuita americano nega il maggior valore della vita effettuale. Il platonismo estremo, che assume la difesa del valore staccato dalla realtà, si documenta nell’affermazione per cui l’aborto è meno grave, rispetto alla contraccezione, perché « comunque esiste un bambino che vivrà eternamente»! Abortire sarebbe meno grave del non generare perché il generato andrà in paradiso mentre l’ipotetico non generato non potrà mai andarvi.

C’è da chiedersi se p. Fessio si renda conto, appieno, delle conseguenze del suo argomentare. La prima è che ogni omicidio, e non parliamo semplicemente del feto, sarebbe eticamente meno grave rispetto alla contraccezione. Ogni uomo infatti, anche se ucciso, può accedere alla vita eterna. La seconda conseguenza è che ogni coppia sarebbe tenuta non ad una generazione “responsabile”, come ha detto il Papa tornando dalle Filippine, ma ad una procreazione potenzialmente senza limiti. Ogni non generato, infatti, è un’anima in meno che non godrà della vita eterna. Conseguenze ai limiti della ragione che documentano come un certo fondamentalismo morale, ben presente in taluni settori del cattolicesimo americano, gli stessi che si oppongono alla “misericordia” di papa Francesco, produca esiti che vanno contro quella dottrina morale che si vorrebbe affermare, con un rigore che appare né cristiano né umano.