La strada bella passa anche per Camin (PD)

150206 volantino La strada bella CaminSessant’anni fa, un giovane sacerdote entrava in un liceo di Milano «con il cuore gonfio del pensiero che Cristo è tutto per la vita dell’uomo»: don Luigi Giussani. L'Associazione culturale Antonio Rosmini seegnala l'iniziativa della comunità di Comunione e Liberazione di Camin e Granze (PD) in occasione dei 60 anni della nascita del movimento:

La strada bella

venerdì 6 febbraio 2015, ore 20.45
sala teatro del Patronato di Camin
via San Salvatore, Padova

Proiezione del video di Roberto Fontolan e Monica Maggioni: un viaggio in vari continenti per mostrare quello che è nato nel mondo grazie a don Giussani e a chi rivive la sua esperienza, ora.

L’incontro è pensato come un momento di conoscenza e di festa insieme: la serata si chiuderà con canti e dolci.

Info 329-8624498

Il trailer del video

 


Giovedì 5 febbraio a Padova si presenta “Giorgio Foresto” con Aldo di Gennaro

orizzUn’occasione imperdibile per conoscere l’incredibile avventura umana e artistica del più grande illustratore del Novecento. Geniale e Bizzarro, Giorgio De Gaspari ha lasciato alle sue spalle un’aneddotica ancora inesplorata, come d’altra parte molti dei suoi capolavori. Un artista in fuga da Milano, dalla fama, ritiratosi nella sua palafitta lagunare, a Pellestrina. Ma sempre attivo, in viaggio, sempre pronto a stupire con nuove prospettive artistiche.

Giovedì 5 febbraio 2015, ore 21.00
Sala dello Studio Teologico, basilica del Santo, Padova

Incontro di presentazione del libro

GIORGIO FORESTO le opere segrete di Giorgio De Gaspari
(Il Leggio editore, 2014, 15 euro)

Interverranno Aldo Di Gennaro, storico illustratore italiano e l’Autore.

Il catalogo presenta, oltre ad alcuni affascinanti approfondimenti biografici, trenta opere inedite molte delle quali commentate dal famoso illustratore Giorgio De Gaspari, considerato da molti il più grande del Novecento italiano. Nato nel 1927 in provincia di Milano, viene sin da subito ad intraprendere una brillante carriera artistica negli studi del Corriere assieme a grandi come Walter Molino, Hugo Pratt, Aldo Di Gennaro.

locandinaSospinto poi da un radicale desiderio di nascondimento, si rifugia a partire dal 1970 lontano da tutti nelle piccola isola di Pellestrina ai margini della laguna veneta, in una palafitta. Qui, indisturbato e liberato da vincoli lavorativi, conduce una bizzarra vita bohèmien fatta di stracci e coronata dal chiacchiericcio della gente. Continua inoltre, all’insaputa dei colleghi milanesi, a produrre opere artistiche sinora rimaste nascoste nelle case dei privati, testimoni eloquenti di un genio artistico ormai maturo, di una rinnovata freschezza esistenziale.

Assecondando il timore della popolazione isolana che segretamente lo ospita e il suo desiderio di rimanere nascosto, comincia a firmarsi Giorgio Foresto ovvero “Giorgio lo straniero”: un appellativo più che riuscito data la capacità elusiva che le sue opere d’arte tutt’ora misteriosamente presentano. Il curatore, girando per le case dell’isola, raccogliendo le testimonianze degli amici più intimi, riporta a galla un piccolo frammento dell’ avventura umana di questo maestro dell’ illustrazione: un piccolo sasso gettato nelle acque tranquille e feconde del Foresto che si spera possa dar vita ad un rinnovato e quanto mai meritato interesse.

Giovanni Scarpa è nato a Pellestrina nel 1991. Si sta laureando in Lettere all’Università di Padova. È stato presidente dell’Associazione culturale universitaria Antonio Rosmini dal 2011 al 2013.

Nato a Milano il 20 aprile 1938, Aldo Di Gennaro dopo i primi fumetti per lo studio Dami nel ’56, inizia nel ’62 la collaborazione al Corriere Dei Piccoli, con “Il Treno del Sole”, il “Piccolo cow-boy”, “Piccole donne” e “Fortebraccio”. Molte storie autoconclusive e, nel ’74, “Il Maestro”, una ventina di episodi sul Corriere dei Ragazzi. Ancora poche storie negli anni successivi e poi si dedica del tutto all’illustrazione per la Domenica del Corriere, Corriere dei Piccoli, divenuto poi Corriere dei Ragazzi e Corrier Boy e per altre testate Rizzoli, casa editrice di cui è dipendente: Il Corriere della Sera, Salve, Amica, Corriere Salute, Qui Touring, Capital, e molte copertine di narrativa per Rizzoli Libri e il Club degli Editori.

 

Acquista il volume sul sito de Il Leggio.


Cuore e ragione. Il razionalismo tra Cartesio e Pascal

06d59735f0f81aa19e03e9c0a169c1ea[1]“Cuore e ragione. Il razionalismo tra Cartesio e Pascal”: un tema che si presta a molte riflessioni. Innanzitutto perché il nodo Cartesio - Pascal è fondamentale per intendere l’orizzonte della filosofia moderna. Massimo Borghesi ne ha trattato nel novembre 2013 all’Istituto Sant’Orsola di Roma, nel quadro della Bottega di filosofia 2013-2014, corso di aggiornamento e di approfondimento per la didattica della filosofia promosso da Diesse. «Quello tra i due pensatori francesi è un rapporto molto complesso», dice lo stesso Borghesi, «che ci permette di capire o quantomeno ci interroga sul significato complessivo del pensiero moderno». Ma per chiarire questa affermazione occorre rimettere in discussione il quadro consueto con cui la storiografia, i manuali, presentano questi due protagonisti.

Scarica la lezione su Cartesio e Pascal di Massimo Borghesi.

 


Millet, la dignità del lavoro e la bellezza della famiglia

Millet ChioggiaLa Parrocchia di S. Maria Assunta (Cattedrale) di Chioggia propone la mostra “Uomini e donne al lavoro. Un dramma avvolto di splendori” nella pittura di Jean François Millet, a cura di Mariella Carlotti.

A 200 anni dalla nascita e a 140 anni dalla morte di Jean François Millet (1814-1875), un pittore fondamentale nella storia dell’arte moderna, una esposizione che mette in mostra la preferenza che Millet visse, come soggetto dei suoi quadri, per gli uomini e le donne al lavoro.
Il disamore generale al lavoro - scriveva nel 1910 Charles Péguy - è la tara più profonda, la tara fondamentale del mondo moderno”.
Qualche decennio prima di Péguy, l'artista francese Jean François Millet aveva fatto del lavoro il tema prediletto della sua pittura: nei suoi dipinti esplode la sua simpatia profonda per la quotidiana fatica degli uomini, dove vengono esaltate la dignità del lavoro e la bellezza della famiglia.
Millet è particolarmente colpito dal lavoro dei campi, da quello che egli chiamerà"il grido della terra": contadini, pastori, taglialegna sono i suoi eroi, gli umili protagonisti della storia da lui raccontata.

Millet esalta la grandezza del lavoro umano e rispondendo ad un critico diceva: ”A rischio di passare ancor più per socialista, è il lato umano, francamente umano, che mi tocca di più in arte”.

La mostra è stata realizzata in occasione della manifestazione "Meeting per l'amicizia fra i popoli", anno 2014. Sarà allestita nella navata sinistra della Cattedrale di Chioggia, inaugurata il 30 gennaio e rimarrà aperta fino a domenica 8 febbraio con il seguente orario: tutti i giorni dalle ore 9.00 alle 12.00 e dalle ore 15.30 alle 19.00 (saranno possibili anche visite in altri orari, comprese quelle serali, su prenotazione).

Possono partecipare scolaresche, gruppi di catechismo, famiglie e gruppi vari.

La visita e le guide sono gratuite. Per prenotazioni e visite guidate i riferimenti sono: donangelobusetto@virgilio.it (3386539107) e pierluigi.bellemo@libero.it (3491613595).

Inaugurazione e presentazione della mostra

Venerdì 30 gennaio ore 21.00

in Cattedrale a Chioggia

con intervento della prof.ssa Mariella Carlotti


La prima follia mondiale chiamata guerra

o-GRANDE-GUERRA-facebook[1]Il Liceo scientifico Romano Bruni, in collaborazione l’Associazione culturale Antonio Rosmini, presenta

mercoledì 28 gennaio 2015, ore 11.30

presso l’Aula magna del Liceo scientifico Romano Bruni

 

La prima follia mondiale chiamata guerra

 

Interviene Andrea Caspani direttore di Linea Tempo, rivista culturale di storia, filosofia, letteratura e arte. Docente ed esperto di didattica della Storia.

Andrea Caspani, nato a Milano nel 1953, si è laureato in Filosofia all’Università Cattolica di Milano ed è docente Storia e Filosofia nel Liceo classico statale G. Carducci di Milano. È direttore della rivista Linea Tempo. Itinerari di ricerca storica e letteraria. Ha svolto per vari anni il coordinamento del tirocinio e il laboratorio di didattica della storia per le SSIS. Ha pubblicato vari studi di storia, soprattutto moderna e contemporanea, fra cui Memoria storica e insegnamento della storia (2003); La storia italiana: una questione d’identità (2005). Ha curato la mostra storica Testimoni della verità nell’Italia in guerra. La resistenza cancellata (2007).

Scarica il contributo di Caspani sul tema della Grande Guerra.


Sabato 17 gennaio a Padova si inaugura la personale di Cleofe Ferrari

Cleofe Ferrari Punta della Dogana con SaluteIn occasione della prossima inaugurazione dell’atelier d’arte contemporanea Maison d'Art di Carla d’Aquino Mineo in via Cesare Battisti, 179, a Padova, verrà esposta una rassegna di opere pittoriche dell’artista Cleofe Ferrari. L’artista presenta il frutto del lavoro di questi anni, che ha maturato in un progressivo percorso svolto nell’alveo della associazione Di.Segno (via Eritrea, 14 - 35100 Padova - tel. 338 9604744), di cui Cleofe Ferrari è presidente, sotto la guida del maestro Alfredo Truttero. Nel corso degli anni l’Associazione Di.Segno ha sviluppato una attività laboratoriale, una sorta di work in progress, dal titolo: Disegno: esperienza e metodo, sotto la guida di Truttero. Questo ambito è stato per Cleofe il luogo costante della verifica del proprio lavoro, di cui oggi presenta il frutto.

sabato 17 gennaio 2014 alle ore 18
via Cesare Battisti, 179 – Padova

INAUGURAZIONE

La mostra rimarrà aperta fino al 6 febbraio 2014. Orari d’apertura: dal lunedi al sabato ore 17-19, inoltre martedi, giovedi, venerdi dalle 11.00 alle 12.30

Cleofe Ferrari nasce a Carpi (Mo) il 16 dicembre 1950. Dopo aver svolto gli studi su stilismo di moda a Reggio Emilia, svolge fino al 2008 attività di libera professione che si amplia dal 1990 all’intervento nella progettazione di interni. Nel 1982 consegue la laurea in Psicologia all’Università di Padova. Nel 2008 consegue il diploma del Master in Architettura, arti e liturgia promosso dalla Pontificia Commissione per i Beni culturali della Chiesa.  Dal 2002 aderisce all’Associazione di artisti “Il Baglio” e dallo stesso anno partecipa regolarmente alle attività di disegno promosse dall’Associazione “Di.Segno” di Padova, di cui dal 2006 è Presidente. Nel 2005 partecipa alla Mostra “La casa del Dio vicino” allestita nel corso dei lavori del Sinodo dei Vescovi a Roma. Nel 2007 partecipa alla Mostra di arte sacra “Sinfonia dello spazio liturgico” a Padova. Dipinge nella tecnica dell’acquerello, gessetto, encausto.

«Per Cleofe Ferrari», scrive Emanuela Centis, architetto e docente di Storia dell’Arte, «le immagini che nascono dall’impressione dell’incontro con la realtà si fanno segno espressivo carico di quella esperienza, ridonata e resa perennemente viva attraverso l’opera». L’artista emiliana segue in questo percorso il suggerimento del pittore americano William Congdon: “L’artista coglie - e allo stesso tempo viene colto da – l’immagine di sé nelle cose e delle cose in sé; immagine perciò della comunione fra sé e le cose, in cui, in qualche modo, l’artista è le cose e le cose sono lui. L’artista trasforma l’apparenza materialistica delle cose, le trasfigura in immagine, o segno, di vita nuova. Il gesto dell’artista è un lasciarsi trascinare in un seguire, un obbedire”.

«Per me dipingere è amare e abbracciare la realtà che mi circonda e mi accade», scrive la stessa Ferrari, «fissarne una traccia che diventi eterna, perché ogni volta che la guardi riaccada un incontro: una emozione, una esperienza. La realtà data è il dono più grande, e quell’attimo di luce è altrettanto dono. Il gesto veloce del momento creativo è dettato da una emozione, ma non si esaurisce in una sensazione percettiva; esso viene posto a servizio della realtà: io incontro la realtà e la realtà incontra me: quando la realtà incontra anche te che guardi, allora l’opera è riuscita».

«Anni fa, camminando per Venezia», prosegue Cleofe Ferrari, «e disegnando en plein air la facciata della basilica di Santa Maria della Salute e di San Marco, e poi ad Assisi le basiliche di Santa Maria degli Angeli e San Francesco, ho intrapreso questa avventura che mi ha portato qui oggi. L’occasione di ogni mostra è un momento importante: per mettermi umilmente a confronto  con il pubblico e ridonare a tutti nell’incontro ciò che è accaduto a me».

«Ritornando quest’anno a Venezia», conclude Emanuela Centis, «Cleofe ha scelto di ampliare lo spazio della sua espressione  rispetto al consueto ritaglio di inquadratura, mostrandoci la visione che il suo occhio ha abbracciato in quel momento ed in quella situazione. Nelle tele veneziane, due  vedute  del bacino di Bacino di San Marco, il tema è l’insieme della acqua e dei suoi  riflessi e le quinte architettoniche che fanno di Venezia la Regina del mare.  Questa regalità di Venezia traspare splendida e maestosa nelle pennellate dell’artista, sempre gestuali  (cifra del suo stile) nell’annotazione dei svariati particolari atmosferici, naturali, architettonici, ma organicamente compaginate nel rendere la vita che palpita qui in modo unico».


La “risposta” di Al-Sisi ai criminali di Parigi

67450[1]«L’islam ha oggi al suo interno un grave problema, un bubbone ventennale caratterizzato da un radicalismo teologico-politico analogo a quello che ha infiammato il mondo “cristiano” negli anni 70, quando le teologie politiche influenzate dal marxismo non esitavano ad abbracciare il mitra in nome di una fede ridotta a pretesto ideologico per dominare il mondo». In questo contesto, rileva Massimo Borghesi su Il Sussidiario del 9 gennaio, appare tanto più rilevante l’intervento del presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi a studiosi e leader religiosi dell’Università al-Azhar al Cairo. Un segnale fortissimo di ragionevolezza e realismo, da non sottovalutare. Perché «il delirio della mente che affascina parte dell’islam odierno, con la complicità spesso dei giochi politici dell’occidente, va “curato” aiutando, innanzitutto, la parte sana dell’islam».

 

Leggi l'articolo su IlSussidiario.net http://www.ilsussidiario.net/News/Esteri/2015/1/9/CHARLIE-HEBDO-La-risposta-di-Al-Sisi-ai-criminali-di-Parigi/570545/

 

IlSussidiario.net, venerdì 9 gennaio 2015, CHARLIE HEBDO/La “risposta” di Al-Sisi ai criminali di Parigi (Massimo Borghesi)

 

Che un inno di lode a Dio, “Allah Akbar” (“Allah è il più grande”), sia divenuto un inno di morte è semplicemente una tragedia. Come il massacro dei 12 giornalisti e poliziotti nella redazione di Charlie Hebdo, a Parigi. Un attentato, dai contorni non ancora chiari, con risvolti che vanno dai documenti “dimenticati” in auto, ai tranquilli tempi di fuga dei terroristi, alla scarsa protezione della redazione del settimanale, alle armi degli attentatori.

Un attentato, comunque, compiuto da attori islamici, il che è sufficiente per creare i presupposti di nuovi conflitti, nuove faglie, e per dare fiato al grido della destra che ritrova, in modo speculare ai terroristi, il linguaggio guerriero, l’odio, il disprezzo. Una destra che, in Francia, si ritrova non solo nel Front National di Marine Le Pen ma anche nella letteratura. L’ultimo romanzo di Michel Houellebecq, Soumission (“Sottomissione”), uscito ieri nelle librerie francesi, immagina una Francia governata, nel 2020, da una sezione locale dei Fratelli musulmani. Proprio a questo romanzo era dedicata l’ultima copertina di Charlie Hebdo.

Anche in Italia la barbarie degli assassini islamisti ha scatenato lo sdegno e, com’era prevedibile, ogni tipo di reazione. Sul banco degli imputati il “buonismo”, quello cristiano innanzitutto. Se già negli ultimi mesi c’era chi si era distinto nel j’accuse al Papa per non aver proferito il nome dell’islam, come nemico numero uno dell’occidente e del cristianesimo, ora le grida diventano tumulto.

Così nella sua “Preghiera” su Il Foglio Camillo Langone non esista a chiedersi: «Perché i coranisti anziché di preti hanno fatto strage di vignettisti? Perché la verità sul Corano non la dicono i preti, la dicono i vignettisti. Perché anziché contro i politici si sono accaniti contro i vignettisti? Perché a difenderci dal Corano non sono i politici, sono i vignettisti. I coranisti hanno individuato l’unico vero argine contro la sottomissione dell’Europa al loro libro nefasto, un argine che si chiama Libertà di Espressione, hanno notato quanto fosse già corroso dalle nutrie del politicamente corretto e hanno cominciato a farlo saltare. I morti di Charlie Hebdo non sono semplicemente vittime, sono martiri. Nonostante il giornalismo satirico non sembri avere titoli per produrre figure così esemplari. Altre sono le istituzioni abilitate a produrne. Sarebbe stato meglio per la Chiesa, per l’onore della Chiesa, che avessero sparato a qualche vescovo, e per lo Stato, per l’onore dello Stato, che avessero sparato a qualche ministro: ma purtroppo ad Allah il sangue tiepido non piace» (corsivo nostro).

Il delirio di Langone, la cui “preghiera” appare come una bestemmia, non è isolato. L’islamismo terrorista, ieri al-Qaeda oggi l’Isis, provoca, per contraccolpo, l’emergere dell’anima nera che il politicamente corretto nasconde ma rispetto a cui/alla quale è impotente.

Un politicamente corretto che non solo non è in grado di rispondere alle domande della destra, ma non è nemmeno in grado di aiutare la parte autentica dell’islam, quella che si batte per un volto liberale della religione. Se i terroristi, coccolati a suo tempo dai servizi segreti americani ed europei in funzione anti-Assad, fanno il loro sporco mestiere non c’è da sorprendersi. Ciò che sorprende, invece, è la mancanza di un pensiero, in Europa, capace di misurarsi con la sfida che l’islam radicale pone. Non solo e non in primis a noi ma, innanzitutto, al mondo islamico.

Non è sufficiente infatti affermare, come fanno molti esponenti islamici, che il terrorismo non ha nulla a che fare con l’islam. Né è sufficiente richiamare l’ipotesi che dietro i terroristi vi siano, spesso, mani interessate. Per rispondere adeguatamente alle critiche e fugare le nebbie occorre di più. Occorre una revisione che permetta di criticare alla radice la riduzione teologico-politica della fede operata da un’importante corrente dell’islam contemporaneo. E’ quanto ha richiesto, con coraggio e determinazione, non un teologo ma l’attuale presidente dell’Egitto, Abdel Fattah al-Sisi, in un importantissimo intervento rivolto all’inizio dell’anno a studiosi e leader religiosi dell’Università al-Azhar al Cairo. Intervento ignorato dai media occidentali.

Il mondo islamico, ha detto al-Sisi, non può più essere percepito come «fonte di ansia, pericolo, morte e distruzione» per il resto dell’umanità. Le guide religiose dell’islam devono «uscire da se stesse» e favorire una «Rivoluzione religiosa» per sradicare il fanatismo e rimpiazzarlo con una «visione più illuminata del mondo». Se non lo faranno, si assumeranno «davanti a Dio» la responsabilità per aver portato la comunità islamica su cammini di rovina.

Per al-Sisi l’islam odierno deve liberarsi di un «pensiero erroneo», caratterizzato da idee e testi che «noi abbiamo sacralizzato nel corso degli ultimi anni», che conduce l’intera comunità islamica a inimicarsi il mondo intero. «E’ mai possibile che un miliardo e 600 milioni di persone possano mai pensare di riuscire a vivere solo se eliminano il resto dei 7 miliardi di abitanti del mondo? No, è impossibile!».

Il discorso di al-Sisi ha avuto toni forti di ammonizione soprattutto per le guide religiose del mondo islamico: «Quello che io sto dicendo» - ha detto il presidente egiziano - «non potete percepirlo se rimanete intrappolati dentro questa mentalità. Dovete uscire da voi stessi e osservare questo modo di pensare dal di fuori, per sradicarlo e rimpiazzarlo con una visione più illuminata del mondo. […] Il mondo intero sta aspettando la vostra prossima mossa. Perché l’Umma islamica viene lacerata, viene distrutta e va perduta, per opera delle nostre stesse mani».

Il discorso di al-Sisi assume, nel contesto odierno, un’importanza fondamentale e documenta come l’Egitto abbia ripreso oggi quella funzione di leadership nel mondo islamico, funzione che fino a pochi anni fa sembrava rivestire la Turchia di Erdogan.

L’eccezionalità del discorso del presidente egiziano non è sfuggita agli opinionisti cattolici. Si tratta nel suo caso, come ha scritto Riccardo Radaelli, di «Frasi probabilmente mai pronunciate prima nel cuore di al-Azhar, ove da tempo prevalgono le voci apologetiche nei confronti della tradizione islamica più rigida. Certo, le sue massime autorità hanno sempre condannato gli estremismi e il terrorismo di al-Qaeda o dell’autoproclamato califfo al-Baghdadi, e hanno più volte aperto spiragli al dialogo religioso. Ma si sono troppo spesso autoconfinate nel rispetto formalistico della tradizione (il taqlid, l’imitazione), apparentemente incapaci di muoversi da una prospettiva che non sia islamico-centrica» (“Scossa ad al-Azhar”, Avvenire, 7 gennaio 2015).

Egualmente hanno sottolineato l’importanza del discorso L’Osservatore Romano (“Rivoluzione religiosa contro il fanatismo”, 4 gennaio) e Sandro Magister nel suo blog Settimo cielo del 7 gennaio: “La rivoluzione pacifica di cui l’islam ha necessità assoluta”. Sul versante “laico” hanno dato rilevo alla notizia Maurizio Molinari, Il manifesto anti-Isis di Al Sisi: “L’Islam non può odiare tutti” (La Stampa, 6 gennaio) e Sergio Romano, “La rivoluzione religiosa del presidente egiziano” (Corriere della Sera, 7 gennaio). Altrove - chissà perché - non se ne sono accorti.

Questa miopia dei media occidentali su un avvenimento così rilevante non solo per il mondo islamico ma, giocoforza, anche per noi documenta quel vuoto di pensiero di cui parlavamo, l’incapacità dell’occidente di misurarsi con l’islam contemporaneo. Un’incapacità “sospetta”, tesa a mettere in secondo piano, o a passare sotto silenzio, quelle voci che vanno in controtendenza, quasi che ciò che si volesse veramente fosse il conflitto, lo “scontro di civiltà”. Così l’attentato di Parigi dimostra, platealmente, l’impotenza del politicamente corretto, del relativismo culturale, e legittima una reazione che, in Francia, trova già espressione in aggressioni verso membri e sedi della comunità islamica. Ambedue - relativismo e reazione - ottusi nel non distinguere, nel vedere un islam o tutto bianco o tutto nero.

Così ambedue non capiscono, o fanno finta di non capire, che l’islam ha oggi al suo interno un grave problema, un bubbone ventennale caratterizzato da un radicalismo teologico-politico analogo a quello che ha infiammato il mondo “cristiano” negli anni 70, quando le teologie politiche influenzate dal marxismo non esitavano ad abbracciare il mitra in nome di una fede ridotta a pretesto ideologico per dominare il mondo. Questo delirio della mente che affascina parte dell’islam odierno, con la complicità spesso dei giochi politici dell’occidente, va “curato” aiutando, innanzitutto, la parte sana dell’islam.

Questo è il compito odierno, difficile, arduo, ostacolato da coloro che non ne vogliono sapere, nel mondo arabo come in Europa (o negli Usa) di pace. Ciò che costoro sanno è l’antico motto divide et impera. L’attentato di Parigi, esacerbando gli animi, contribuisce a questa divisione.


Augusto Del Noce 25 anni dopo

6[1]Il 30 dicembre 1989, 25 anni fa, moriva a Roma Augusto Del Noce. Riproponiamo questa intervista al filosofo Massimo Borghesi ad opera di Gianni Valente, uscita in occasione della pubblicazione del volume “Augusto Del Noce. La legittimazione critica del moderno” (Marietti 2011). Volume che mutava profondamente la prospettiva da cui leggere il filosofo.

 

Fu l’editrice bolognese a consacrare Augusto Del Noce come autore nazionale e a mostrare la fecondità del suo punto di vista. Nel segno di una apertura critica al moderno che anticipava il Concilio Vaticano II.
Intervista con Massimo Borghesi di Gianni Valente

 

Nell’ultima stagione della sua vita, Augusto Del Noce parlava spesso del «passato che non vuol passare». A più di vent’anni dalla sua morte, anche il patrimonio di pensiero critico lasciato in eredità dal grande filosofo continua a essere assediato dalla danza dei luoghi comuni più sciatti e fuorvianti. Dopo quelli messi in circolo dagli antichi detrattori, oggi soprattutto le letture apparentemente solidali di chi lo celebra come un eroe ante litteram dell’ideologia occidentalista dell’89 continuano a confinarlo nella caricatura del “de Maistre italiano”, portavoce di un sussulto passatista e reazionario di marca cattolica rispetto alle dinamiche e alle istanze della modernità.
D’ora in poi, tale pigro conformismo bipartisan dovrà fare i conti con il saggio di Massimo Borghesi Augusto Del Noce. La legittimazione critica del moderno (Marietti 1820). 370 pagine dove si documenta in maniera serrata che tutta l’avventura intellettuale del filosofo è attraversata da un “filo rosso” di tutt’altro segno.
Massimo Borghesi insegna Filosofia morale presso l’Università di Perugia.

Professore, a più di vent’an­ni dalla morte si continuano a scrivere libri su Augusto Del Noce (1910-1989), uno dei più grandi intellettuali italiani del Novecento. Qual è la novità di quest’ultimo volume appena edito dalla Marietti?
MASSIMO BORGHESI: Le novità sono essenzialmente due. Dal punto di vista storiografico si tenta per la prima volta di ricostruire organicamente lo sviluppo del pensiero di Del Noce, nell’arco di tempo che va dal 1943 al 1978, nella profonda connessione tra il momento filosofico e quello storico-politico. Di solito l’approccio all’autore privilegiava la trattazione di blocchi tematici distinti senza che risultasse chiara la relazione tra di essi. La seconda novità è di tipo interpretativo. Lo scopo del volume, come chiarisce il sottotitolo, è di evidenziare “la legittimazione critica del moderno” operata da Del Noce. Si tratta di una lettura che di fatto libera il filosofo dallo stereotipo del pensatore certamente geniale ma rivolto al passato, conservatore critico del tempo presente. Un’etichetta che ha pesato a lungo sulla fortuna di Del Noce, acriticamente accolta anche da molti cattolici.
Questa sua rivisitazione in che modo raggiunge l’obiettivo?
Innanzitutto chiarendo qual è il punto genetico della riflessione delnociana. Per Del Noce il vero punto di inizio, in senso speculativo, è il 1943, l’anno della caduta del regime fascista, un evento che lo provoca a pensare il tempo storico. È qui che l’opera di Jacques Maritain, il grande filosofo cattolico francese, si rivela decisiva. Del Noce, come egli stesso ricordava nell’intervista rilasciata a 30Giorni nell’aprile del 1984, aveva letto Humanisme intégral di Maritain alla sua uscita in Francia, nel 1936. Quello è l’anno della guerra italiana contro l’Etiopia, un evento che segnerà il periodo di massimo consenso al regime fascista, e che provocherà in Del Noce, al contrario, un senso di disgusto e di opposizione morale a Mussolini e al fascismo, considerato come mero regno della forza, di una forza brutale senza giustizia. Va detto che questa opposizione trovava in Aldo Capitini – il futuro organizzatore delle marce della pace Perugia-Assisi, che Del Noce conobbe nel 1935 proprio ad Assisi – un punto di riferimento importante. Letto in questo contesto, il volume di Maritain chiarì a Del Noce l’inconciliabilità ideale tra cattolicesimo e totalitarismo. Esso di fatto liberava i cattolici dall’utopia “medievalista”, antimoderna, che spingeva molti di loro a una adesione al fascismo, inteso, erroneamente, come una forza conservatrice, una sorta di prezioso alleato nella lotta contro la modernità.
Ma per Del Noce l’incontro con Maritain servì solo da antidoto al clericofascismo?
Maritain è colui che, tra il 1943 e il 1945, libera Del Noce dal “complesso” di Benedetto Croce, secondo cui i cattolici, in quanto cattolici, non potevano, a causa della loro fede (integralista e autoritaria), essere liberali e antifascisti al pari dei laici. Maritain dimostrava, al contrario, che solo la prospettiva religiosa poteva salvaguardare la libertà e i diritti della persona. Allo scopo bisognava, però, distinguere tra cristianesimo e cristianità, tra la fede e le sue realizzazioni storiche, sempre contingenti. Compresa la cristianità medievale assunta a modello da quei cristiani che guardavano con diffidenza l’intero mondo moderno e contrapponevano verità e libertà, finendo per sposare ogni possibile autoritarismo clericale. Per Maritain, in ciò seguito da Del Noce, la modernità, che viene dopo le guerre di religione e la divisione della Chiesa, non può più presupporre la fede come “a priori”, come paradigma comune già prefissato e pacificamente accolto. Il moderno è il tempo in cui la verità può e deve essere cercata e proposta nella libertà. Questa persuasione è il punto cardine che sta all’origine della “legittimazione critica del moderno” di Del Noce. Negli scritti del 1943-1946 vi sono affermazioni che anticipano, con grande lucidità, le conclusioni del Concilio Vaticano II sulla libertà religiosa. La cosa significativa è che Del Noce colloca le sue affermazioni in un orizzonte che riprende sant’Agostino: se la fede è, secondo la dottrina cristiana, opera della grazia, allora essa non può essere imposta in forma coercitiva. La priorità della grazia porta al riconoscimento del momento insostituibile della libertà, anche in senso politico. Da qui viene anche la superiorità della democrazia concepita, con Capitini, come luogo della “persuasione” e della non violenza.

Come si articola il progetto delnociano teso a delineare un incontro positivo tra cattolicesimo e libertà moderne?
Si svolge su due piani: uno politico e uno filosofico. Quello politico lo vede impegnato per tutti gli anni Cinquanta a dare veste teorica al progetto di Democrazia cristiana formulato da Alcide De Gasperi, alla sua concezione del quadro democratico ruotante attorno all’alleanza tra cattolici, laici, socialisti democratici. Del Noce nutre la segreta ambizione di essere il “filosofo di De Gasperi”. Per dare respiro al progetto politico dello statista trentino occorreva uscire dall’integrismo reazionario e dal suo rovesciamento speculare, il modernismo, l’uno e l’altro eredi della filosofia della storia dell’Ottocento, segnata, per i cattolici, dal medievalismo e dall’antimoderno. Solo così la Democrazia cristiana poteva accordare democrazia e cristianesimo. Allo scopo, ed è la seconda direzione di ricerca dell’intensa riflessione delnociana, occorreva decostruire l’intero quadro del pensiero moderno: quello codificato da Hegel e dall’idealismo, accettato dal marxismo e condiviso, sia pure nell’opposizione, dalla neoscolastica tomista. Per esso il moderno è il tempo della secolarizzazione (o dell’ateismo) in cui l’emancipazione e la libertà dell’uomo viaggiano di pari passo con il suo allontanamento da Dio e dalla fede. Tra il 1954 e il 1958 Del Noce ribalta questa prospettiva.
In che modo?
Riconoscendo che la modernità non è una, è “duplice”. Da Cartesio non parte solo il filone del razionalismo culminante in Hegel e Marx. Da Cartesio parte anche un filone agostiniano, cristiano-moderno, che passa attraverso Pascal, Malebranche, Vico, e culmina in Antonio Rosmini, il pensatore in cui cattolicesimo e libertà trovano la loro sintesi. Era il filone personalistico del moderno, che collega la libertà dell’uomo all’esistenza di Dio, contrapposto a quello spinoziano-hegeliano, in cui panteismo e ateismo culminano nel totalitarismo politico. Si trattava di una vera e propria scoperta per la quale la posizione reazionaria veniva definitivamente superata e l’incontro tra cristianesimo e democrazia liberale e personalistica poteva alfine ottenere la sua legittimazione.
Nel suo volume un intero capitolo è dedicato al rapporto tra Del Noce e la casa editrice il Mulino. Si tratta, certamente, di un capitolo originale.
Del Noce collabora assiduamente col Mulino di Bologna dal 1957 al 1965. Qui pubblica, oltre a numerosi saggi sull’omonima rivista, due tra i suoi volumi più importanti: Il problema dell’ateismo, nel 1964, e Riforma cattolica e filosofia moderna, volume I: Cartesio, nel 1965. Il Mulino era allora la casa editrice di Bologna nata all’insegna del dialogo e confronto tra cattolici, laici e socialisti. Del Noce si incontrò particolarmente con Nicola Matteucci e Luigi Pedrazzi. I punti di contatto erano la valorizzazione del quadripartito degasperiano, il superamento delle tendenze integraliste presenti tanto tra i cattolici quanto tra i laici, e anche il passaggio dall’antifascismo ideologico – favorito dal Partito comunista – al postfascismo. La stagione del Mulino è una stagione estremamente feconda. Non solo l’editrice consacra Del Noce come un autore nazionale, ma egli ha modo di mettere alla prova la fecondità del suo punto di vista, quello per cui il cattolicesimo è originale solo quando non è subalterno, quando cioè non parte dalla contrapposizione a un avversario nella definizione di sé stesso. Per questo la posizione reazionaria così come quella modernista falliscono. Come scriverà nel 1968: «L’opposizione alla società del benessere non può essere condotta dal punto di vista reazionario, e ciò semplicemente perché l’opposizione di progressivo e reazionario è interna al suo linguaggio».
Che cosa significa questo, in dettaglio, nel rapporto tra cristianesimo e modernità?
Significa, per Del Noce, che non è possibile valorizzare la tradizione, sia quella filosofica che quella religiosa, rimanendo all’interno di una prospettiva reazionaria. La valorizzazione della tradizione, di quelle che Del Noce seguendo Newman chiama le sue «virtualità», consente, al contrario, di incontrare le istanze più autentiche del moderno. È in questo senso preciso che la sua prospettiva coincideva con quella del Vaticano II.
Negli anni Sessanta Del Noce, ed è un aspetto interessante e inedito della sua ricerca, riannoda anche i rapporti con Franco Rodano, con l’autore cioè con cui aveva condiviso l’esperienza cattolico-comunista durante la fase “resistenziale” tra l’autunno del ’43 e la primavera del ’44.
Certamente. Anche qui si sottolinea sempre, e giustamente, la critica delnociana a Rodano contenuta ne Il cattolico comunista, edito nel 1981. Si dimentica però di ricordare che dagli inizi degli anni Sessanta fino al Convegno di Lucca del 1967 Del Noce e Rodano riannodano il loro legame attraverso un carteggio, purtroppo ancora inedito. La nozione di «società opulenta», che sta al centro del saggio del 1963 Appunti sull’irreligione occidentale contenuto ne Il problema dell’ateismo, è derivata da Franco Rodano. Il ’63 segna l’inizio di una nuova fase della riflessione delnociana. Egli avverte, infatti, come si stia concludendo un’epoca: l’era postbellica della ricostruzione, l’era crociano-degasperiana segnata dall’incontro tra le componenti laico-liberali e quelle cristiane. La nuova società del benessere non aveva più bisogno delle forze religiose per opporsi al comunismo. Il nuovo Occidente era ormai in grado di vincere mediante la dilatazione della società del benessere. Una società segnata dal primato della ragione strumentale, più irreligiosa dell’ateismo comunista, vittoriosa sul terreno stesso del comunismo, quello del materialismo. Nel ’63 quindi Del Noce intuisce, anche alla luce di Rodano, il nuovo avversario della fede nell’era postmarxista. Intravvede cioè il tempo in cui la relativizzazione di ogni ideale viene a incontrarsi con una visione tecnocratica del mondo. È questa prospettiva che gli consente di valorizzare, nel ’75, la lezione di Pier Paolo Pasolini, come del più lucido interprete del nuovo totalitarismo della dissoluzione.
Rispetto a questa prospettiva, abbastanza drammatica, il Del Noce degli anni Sessanta intravvedeva vie d’uscita?
Intravvedeva delle possibilità senza, tuttavia, poter indicare positivamente degli sbocchi. Il momento storico poneva di fronte a due istanze che confliggevano tra di loro. Da un lato la crisi del marxismo – che pure conoscerà inaspettatamente un nuovo revival dopo la contestazione del ’68 – poneva luogo a un ritorno ideale del pari, della scommessa pascaliana: nel momento stesso in cui l’ateismo perdeva la sua veste scientifica, la possibilità di un ravvivarsi dell’opzione religiosa tornava attuale. Si trattava però di una possibilità, non necessariamente di una effettualità. Del Noce non ha mai dedotto filosoficamente la necessità dell’opzione religiosa. Dall’altra parte il trionfo della società opulenta, e quindi dell’irreligione occidentale, sul marxismo, toglieva respiro a ogni possibile rinascita religiosa. Due dinamiche confliggenti che il Del Noce degli anni Sessanta non può né vuole sciogliere.

Massimo Borghesi, Augusto Del Noce. La legittimazione critica del moderno, Marietti 1820, Genova – Milano 2011, 368 pp., euro 26,00


“Giorgio Foresto” e i centri culturali

Epifania a VeneziaGrande attenzione del sito internet dell’Associazione italiana Centri culturali www.centriculturali.org al libro “Giorgio Foresto - le opere segrete di Giorgio De Gaspari” di Giovanni Scarpa, studente universitario già presidente dell’Associazione culturale Rosmini. Oltre alla notizia dell’uscita del volume in libreria, il sito ospita un editoriale del nostro socio Eugenio Andreatta intitolato “Un’esperienza culturale che nasce da uno sguardo sulla realtà”. La stessa passione per ogni aspetto del reale che ha connotato l’opera di De Gaspari.

 

centriculturali.org, Un’esperienza culturale che nasce da uno sguardo sulla realtà (link http://www.centriculturali.org/default.asp?id=354#b2211)

 

«Tutti qui a Pellestrina conoscevano Giorgio, ma nessuno sapeva fosse il più grande illustratore del Novecento. Da quando arrivò nella nostra isola ha sempre vissuto da barbone. Io ho avuto coscienza di cosa fossero le sue opere per la prima volta nel 2010, in una piccola esposizione locale fatta alla buona; da allora me ne sono follemente innamorato».

Chi parla è Giovanni Scarpa, studente di Lettere all’Università di Padova, già presidente dell’Associazione culturale Rosmini di Padova. Il Giorgio di cui si parla è Giorgio De Gaspari. Ovvero un illustratore di primissimo piano, che operava nella redazione del Corriere della Sera e della Domenica del Corriere assieme a grandi come Walter Molino, Hugo Pratt, Aldo Di Gennaro, Rinaldo Dami. Giorgio, che al Corriere era strapagato e lavorava anche per la Fleetway publications di Londra, a partire dal 1970 fugge dall’ambiente milanese e si isola, lontano dal mondo, nella laguna veneta.

«Per due anni, dal 2012 (anno in cui è morto) al 2014», racconta Giovanni, «sono andato alla ricerca nelle case dei pescatori e della gente del posto per scovare sue opere assieme ai ricordi di chi lo aveva conosciuto, una ricerca che sta ancora continuando». Sì, perché De Gaspari pagava il pane e il latte con disegni e dipinti che oggi valgono decine di migliaia di euro. E lavorava in una palafitta che si può scorgere ancora oggi, in mezzo alla laguna. Per la gente del posto era “Giorgio Foresto”. Giorgio, quello che viene da fuori. E proprio GIORGIO FORESTO le opere segrete di Giorgio De Gaspari si intitola il catalogo che Scarpa ha realizzato nel 2014 per i tipi della libreria editrice “Il Leggio” di Chioggia (www.leggioeditrice.it), che presenta, oltre ad alcuni approfondimenti biografici, circa trenta opere inedite.

Lo studente ci regala un altro ricordo: «Nell’agosto del 2006 finimmo di ristrutturare la casa e mia madre volle invitare Giorgio da noi per chiedergli di dipingere qualcosa sulla parete della cucina. Quella mattina, quando si presentò a casa nostra, c’eravamo solo io e mia madre, e mentre lei continuava a preparare il pranzo, fece sedere il Foresto proprio di fronte alla parete nuova. Io osservavo la scena in disparte. Giorgio fissava lo spazio bianco davanti a lui, perso nei suoi pensieri, mentre mia madre cominciava a parlare. Gli spiegava che avrebbe tanto voluto un tramonto dipinto, con queste cose e quest’altre, ma il Foresto pareva non ascoltarla, pareva sognare quasi, con gli occhi fissi al muro, immobile. Mia madre continuava spiegandogli le sue paure: “Ho un po’ di paura, però, che gli odori e i fumi della cucina rovinino la pittura…”. Solo a queste parole, per una singolare incomprensione Giorgio parve ridestarsi. Si voltò rapidamente verso di lei e disse: “Cioè, lei vorrebbe che io disegnassi gli odori della cucina?”. I suoi occhi parevano brillare di stupore. Penso fosse meravigliato dal fatto che mia madre avesse chiesto una cosa così inusuale, così paradossale. Nel suo cervello miliardi di connessioni nervose elaboravano sinestesie cromatiche e olfattive, provavano a dar vita ad un dipinto nuovo e spettacolare che pareva esaltarlo. Turbata mia madre rispose in fretta: “No, no. Io vorrei un tramonto…”. Giorgio si alzò un po’ deluso e se ne andò dicendo: “Allora niente!”»

L’episodio è rivelatore. Tutte le opere di De Gaspari nascono da uno sguardo senza preconcetti alla realtà che lo porta a intuire, a svelare significati e presenze prima nascosti. La pietà popolare, che a parole disprezza, lo ispira molto da questo punto di vista. È il caso delle sue personalissime Madonne, come la “Madonna in jeans” (foto a lato), con il bambino Gesù in braccio, seduta su una bricola, la struttura di pali di legno che indica le vie d’acqua nella laguna. Nulla di irriguardoso o caricaturale, semplicemente sono elementi della vita di ogni giorno dei pescatori che entrano a comporre una scena sacra e insieme feriale. Singolare anche la Madonna Sirena. Solo un pittore eclettico e geniale come Giorgio poteva trasformare l’elemento letterario dell’inganno e della morte nella delicata immagine della salvezza. E cosa dire della straordinaria Epifania ambientata a Venezia? In un trionfo cromatico, vediamo i cammelli passeggiare per i ponti e stravolgere la quotidianità (come in Caravaggio), perché Gesù non può essere che presente. Dedicato ai milanesi invece il fittissimo disegno in penna biro blu su un foglio strappato da un notes. Mentre un angioletto-putto indica una bella bicicletta al centro del disegno, un mostro spunta da sotto la macchina in primo piano, mentre prende vita una pila di auto dallo sguardo cattivo. Una via di salvezza? Prendere una bici.

Opere di una freschezza assoluta, che ci parlano di un artista capace di guardare al mondo con gli occhi e la fantasia di un bambino. Era nota ad esempio la sua totale estraneità ai soldi. Un suo amico voleva metterlo in contatto con un grande collezionista americano, che avrebbe portato l’artista negli Usa pagando milioni per le sue opere. La risposta di Giorgio fu lapidaria: «Promettimi che non me lo farai mai conoscere». E nel suo appartamento di Brera dai mobili dipinti, dove viveva negli anni Sessanta con la moglie Frances, per un periodo tenne in salotto un enorme cacatua bianco, che dominava gli spazi con i suoi cinquanta centimetri di altezza mentre cercava di rubare il pranzo agli invitati. Per non parlare poi della capra che, sempre durante il periodo di collaborazione con la Domenica del Corriere, Giorgio teneva in casa e portava a passeggio per le strade di Brera. Non si faceva problemi a portarla al guinzaglio sin dentro gli uffici della Mondadori sulla cui moquette nuova sembra aver lasciato pure qualche sgradevole ricordo.

Eugenio Andreatta

 

Galleria: il singolare atelier e le opere di Giorgio De Gaspari citate nell'editoriale di centriculturali.org

 


Il 16 gennaio a Padova “Il mio nome è Pietro”

sarubbi“Il mio nome è Pietro”: è il titolo dello spettacolo teatrale che questa estate è andato in scena al Meeting di Rimini, di Giampiero Pizzol, regia di Otello Cenci con Pietro Sarubbi. Il Pietro al centro del monologo teatrale è l’umile pescatore della Galilea a cui l’incontro con Gesù ha cambiato il nome e tutta la vita: “D’ora in poi ti chiamerai Pietro”. La sua è un’umanità generosa, piena di difetti: capace di rinnegare il Maestro, ma non di dimenticarlo. Chiamato sul palco a parlare di sé, attraverso un potente testo di Giampiero Pizzol, Pietro non può che raccontare quel rapporto, col suo amico Gesù, che ha trasformato la sua esistenza. Così davanti ai sacerdoti che lo interrogano, dopo il suo primo miracolo, il capo degli Apostoli rivive le sue eccezionali avventure col Maestro che l’hanno reso uno “spettacolo d’uomo”.

Lo spettacolo verrà rappresentato a Padova venerdì 16 gennaio 2015 alle 21.00 nel Teatro Don Bosco di via San Camillo De’ Lellis 4.

Un santo semplice, di taglia robusta, impacciato con le parole, ma svelto con i fatti, vivace come un pesce nel mare. Un pescatore di uomini pieno della allegra follia dei bambini che vogliono camminare sul mare, ma capace della saggia maturità di coloro che senza condizioni dicono sì a Cristo. Questo è il miracolo più grande a cui Dio chiama tutti noi. E per amare Gesù occorre solo questo: un cuore di Pietro!

"Quando, in un momento simbolico, stava ponendo le basi della Sua Grande Società, Cristo non scelse come pietra angolare il geniale Paolo o il mistico Giovanni, ma un pasticcione, uno sempre fuori posto, un pauroso: in una parola, un uomo. E su quella pietra Egli ha edificato la Sua Chiesa, e le porte dell'Inferno non hanno prevalso su di essa. Tutti gli imperi e tutti i regni sono crollati, per questa intrinseca e costante debolezza: furono fondati da uomini forti su uomini forti. Ma quest'unica opera, la storica Chiesa cristiana, fu fondata su un uomo debole, e per questo motivo è indistruttibile. Poiché nessuna catena è più forte del suo anello più debole.» GK Chesterton

Pietro Sarubbi dopo la sconvolgente esperienza cinematografica di The Passion di Mel Gibson nel quale ha impersonato Barabba, decide per l'anno della fede di affrontare, stavolta in tono ironico, il personaggio di Pietro, irruente amico di Gesù e roccia di fondazione della Chiesa. Nel testo di Pizzol traspare tutta la carica umana del capo degli apostoli inducendo a percepire tutta la simpatia che poteva provare il Messia per lui.