Bergoglio e don Gius, le affinità elettive

1960. Lezione di don Giussani durante la Settimana studenti a Varigotti.Il primato della Grazia, il rifiuto di un cristianesimo ridotto alle sue conseguenze etiche, il rischio della gnosi e del pelagianesimo. Per Massimo Borghesi, sono i fondamentali punti in comune della visione di don Luigi Giussani e del cardinale di Buenos Aires Jorge Mario Bergoglio, oggi papa Francesco. Il quotidiano Avvenire il 27 aprile 2014 con un articolo del caporedattore centrale Giorgio Paolucci dal titolo Bergoglio e don Gius, le affinità elettive” riprende le conclusioni di Borghesi, pubblicate a suo tempo su Terredamerica.com, in un articolo che vi proponiamo.

Per leggere l'articolo sul sito internet di Avvenire, cliccare qui.
"Da molti anni gli scritti di monsignor Giussa­ni hanno ispirato la mia riflessione. (...) Il senso religioso non è un libro ad uso esclusivo di coloro che fanno parte del movimento; neppure è solo per i cristiani o per i credenti. È un libro per tutti gli uomini che prendono sul se­rio la propria umanità. Oso dire che oggi la questione che dobbia­mo maggiormente af­frontare non è tanto il problema di Dio, l’esi­stenza di Dio, la cono­scenza di Dio, ma il problema dell’uomo, la conoscenza dell’uo­mo e il trovare nell’uo­mo stesso l’impronta che Dio vi ha lasciato per incontrarsi con Lui. (...) Non si può i­niziare un discorso su Dio se prima non ven­gono soffiate via le ce­neri che soffocano la brace ardente dei ’per­ché’ fondamentali. Il primo passo è creare il senso di tali domande che sono nascoste, sotterrate, forse soffe­renti, ma che esisto­no».

Correva l’anno 1999 quando l’arcive­scovo di Buenos Aires, Jorge Maria Bergoglio, pronunciava queste parole in occasione della presentazione di El sentido religioso , traduzione in lingua spagnola dell’opera fondamentale di Lui­gi Giussani, Il senso religioso. Le ragioni di una con­sonanza ideale tra i due, che non si sono mai incontrati diretta­mente, vengono sot­tolineate anche due anni più tardi in occa­sione della presenta­zione di un’altra ope­ra del leader di Comu­nione e liberazione, L’attrattiva Gesù: «La prima, più personale, è il bene che negli ul­timi dieci anni que­st’uomo ha fatto a me, alla mia vita di sacer­dote, attraverso la lettura dei suoi li­bri e dei suoi articoli - ebbe a dire l’ar­civescovo - . La seconda ragione è che sono convinto che il suo pensiero è profondamente umano e giunge fino al più intimo dell’anelito dell’uomo. Oserei dire che si tratta della fenome­nologia più profonda e, allo stesso tempo, più comprensibile della no­stalgia come fatto trascendentale».

L’attenzione alle esigenze elementa­ri della persona e la categoria dell’'incontro' come modalità che fa accendere la fede, sono i due 'focus' su cui si gioca, sia per Bergoglio sia per Giussani, la capacità del cristia­nesimo di fare presa sull’uomo con­temporaneo.
In un lungo e dettagliato articolo pub­blicato nei giorni scorsi sul sito wwww.terredamerica.com, il filosofo Massimo Borghesi, dopo avere evi­denziato la sintonia tra i due, ne sot­tolinea tre conseguenze rilevanti. La prima è che la Grazia è qualcosa che viene 'prima': presentando L’attrat­tiva Gesù, Bergoglio sottolinea che «sempre primerea la grazia, poi viene tutto il resto». La seconda conse­guenza è che se l’incontro è la moda­lità essenziale con cui la fede si co­munica, in un mondo tornato larga­mente pagano il cristianesimo deve declinarsi nella sua forma essenziale e non, primariamente, nelle sue con­seguenze etiche, la cui salvaguardia spetta ai cristiani impegnati nella so­cietà.

Come osserva papa Francesco nell’intervi­sta a padre Spadaro su 'Civiltà cattolica', «l’annuncio di tipo missionario si con­centra sull’essenziale, che è anche ciò che appassiona e attira di più, ciò che fa ardere il cuore, come ai disce­poli di Emmaus. Dob­biamo quindi trovare un nuovo equilibrio, altrimenti anche l’edi­ficio morale della Chiesa rischia di cade­re come un castello di carte, di perdere la fre­schezza e il profumo del Vangelo. La propo­sta del Vangelo deve essere più semplice, profonda, irradiante. È da questa proposta che poi vengono le conseguenze morali». L’«attrattiva Gesù», un termine ripreso nella Evangelii gaudium (39) precede quindi la dottrina morale. Una posizione, questa, che contribuisce a preve­nire il sorgere di forme di fondamentalismo cristiano, che in questi tempi sono tornate al­la ribalta.

La terza conseguenza è rintracciabile nelle due possibili derive che vanno evitate, la gnosi e il pelagianesi­mo, individuate espli­citamente anche nel­la Evangelii gaudium (94). Borghesi nota che «se il cristianesi­mo è un avvenimento che si rende manife­sto in un incontro sto­rico e sensibile, se es­so primerea rispetto a ogni nostra azione o intenzione, allora lo svuotamento spiritualistico del fatto cristiano, la negazione del suo esse­re carne, così come la pretesa mora­listica di poter costruire da sé il mon­do nuovo, appaiono le deviazioni da correggere».

Come affermava lo stesso Bergoglio nel 2011: «Questa concezione cristia­namente autentica della morale che Giussani presenta non ha niente a che vedere con il quietismo spiritualoide di cui sono pieni gli scaffali dei su­permercati religiosi oggigiorno. E nep­pure con il pelagianesimo così di mo­da nelle sue diverse e sofisticate ma­nifestazioni. Il pelagianesimo al fon­do è rieditare la Torre di Babele. I quie­tismi spiritualoidi sono sforzi di pre­ghiera o di spiritualità immanente che non escono mai da se stessi». In en­trambi i casi, siamo davanti a un pro­cesso di mondanizzazione della fede e, come avverte Papa Francesco nel­la Evangelii gaudium, «non è possibile immaginare che da queste forme ri­duttive di cristianesimo possa scatu­rire un autentico dinamismo evange­lizzatore».

 

Giorgio Paolucci

Se la politica assorbe la teologia

 

289[1]“Se la politica assorbe la teologia” è il titolo della recensione, in data 10 gennaio 2014 a firma di Michele Brignone, che oasiscenter.eu, il sito internet della Fondazione Oasis, dedica al testo di Massimo Borghesi Critica della teologia politica. Da Agostino a Peterson: la fine dell’era costantiniana, Marietti 1820, Genova-Milano 2013.

 

Per leggere la recensione sul sito di Oasis http://www.oasiscenter.eu/it/recensioni/2014/01/10/se-la-politica-assorbe-la-teologia

 

In un’epoca in cui le fedi si riaffacciano sulla scena pubblica, potrebbe toccare al Cristianesimo offrire la chiave per una corretta articolazione del rapporto tra politica e religione. Frutto di intricate vicende storiche e filosofiche, tale chiave si trova condensata in una preposizione. Nella sua concezione propria infatti, la posizione della fede cristiana rispetto alla politica «è una teologia della politica, non una teologia politica. Ciò significa che non raggiunge il politico direttamente ma attraverso la mediazione etico-giuridica. Non realizza l’identità con il politico. Lo impedisce la riserva escatologica, lo scarto tra grazia e natura. La teologia politica, al contrario, è “dialettica”. Per essa il momento teologico si realizza attraverso il politico e il politico tramite il teologico» (p. 13).

È quanto scrive Massimo Borghesi, professore di filosofia morale all’università di Perugia, nel suo Critica della teologia politica, che ripercorre in profondità e con un’erudizione mai fine a se stessa le grandi tappe del pensiero politico cristiano da Costantino fino all’era post-comunista. In questo stimolante itinerario Borghesi mette in evidenza il guadagno della Chiesa nel superamento del modello del Sacrum Imperium tramite il recupero di Agostino e la valorizzazione delle libertà moderne, culminati nell’insegnamento conciliare diDignitatis Humanae. I grandi protagonisti di questa stagione furono i tedeschi Peterson e Ratzinger e il francese Maritain, acuti critici della «trasposizione analogica dei concetti teologici in quelli politici» (p. 119) teorizzata negli anni ’30 del XX secolo da alcuni autori tedeschi, come Dempf, e soprattutto Carl Schmitt. Dopo Schmitt la teologia politica non si esaurì, ma cambiò segno, abbandonando la nostalgia per il modello imperiale medievale e diventando, con Metz, prima una «teologizzazione del modello illuminista» e poi una «teologia critica della società». Sia nelle sue varianti di “destra” che di “sinistra”, l’esito della teologizzazione del politico non cambia. Infatti, la riaffermazione del religioso attraverso il politico, che opera oggi a livello globale, non rischia soltanto di generare dosi massicce di intolleranza, ma «diviene una tappa ulteriore del processo di secolarizzazione. Per una singolare “eterogenesi dei fini” di vichiana memoria, il mondo iperreligioso, “saturo”, non può che generare la propria autodissoluzione. E questo sia per la dinamica immanente alla teologia politica, nella quale l’aggettivo assorbe il sostantivo; sia per il contraccolpo “laico” che la saturazione del religioso produce» (p. 281).

In questa luce, la preziosa ricostruzione di Borghesi non è solo un efficace antidoto contro letture deformate sia del Cristianesimo che della politica, ma può interrogare profondamente un mondo islamico ancora alla ricerca, dopo le Rivoluzioni arabe, di una configurazione istituzionale in cui religione e politica possano interloquire senza sovrapporsi, scontrarsi o annullarsi a vicenda. Che anche nell’Islam la teologia politica sia destinata a risolversi in un fallimento è confermato sul piano teorico da quanto Olivier Roy scriveva già 20 anni fa e su quello pratico dalla Repubblica islamica di Iran e dall’Egitto di Mursi. Tuttavia questo non basta a risolvere il nodo teologico su cui poggia la differenza tra teologia politica e teologia della politica e cioè la concezione agostiniana della grazia, che segna la distinzione delle due città, e quella del peccato, che «impone la distinzione tra teologia, etica, diritto, politica […] che il fondamentalismo teologico-politico non riconosce e che costituisce l’essenza della democrazia liberale moderna» (p. 301). Al di là dei tentativi di dimostrare che l’Islam è già laico, e di tutti gli accomodamenti tattici, dalla formulazione dello “Stato civile a riferimento religioso” alla distinzione tra principi e norme della sharî‘a, è anche con questo dato che gli sforzi di riforma dovrebbero confrontarsi. I riformisti affermano spesso che l’Islam aspetta ancora il suo Lutero. In realtà è di Agostino che avrebbe più bisogno.

 


Il papa e il filosofo

1538667_741904995850809_1788768161_n[1]Venerdì 21 marzo, alle ore 18,45, nella Sala Marconi della Radio Vaticana in piazza Pia a Roma, è stato presentato il libro-intervista di Alver Metalli «Il Papa e il filosofo», dedicato alla figura di Alberto Methol Ferré (con la prefazione di Guzmán Carriquiry Lecour, ed. Cantagalli, 232 pagine, 15,00 euro). Ferrè, scomparso nel 2009, è il filosofo uruguayano che ha conosciuto Jorge Mario Bergoglio, oggi Papa Francesco.

 

Nella foto, la presentazione del 21 marzo, di cui si può ascoltare il file audio aprendo questo link: https://www.youtube.com/watch?v=jimhrTILUfk. Sono presenti tre dei quattro intervenuti: Guzman Carriquiry (sta parlando al microfono), alla sua sinistra il teologo argentino Juan Carlos Scannone, a destra il filosofo Massimo Borghesi. Padre Federico Lombardi è in arrivo dall’incontro del Papa con i famigliari delle vittime di mafia

 

Alberto Methol Ferré auspicò e previde l’elezione di Benedetto XVI e intravide all’orizzonte quella di Papa Francesco. Nel 2005, il 6 aprile per l’esattezza, dunque 13 giorni prima della fumata bianca di martedì 19 che portò Ratzinger sulla cattedra di Pietro, da Montevideo dove viveva, Methol Ferré spezzò una lancia in suo favore. Interrogato dalla giornalista del quotidiano argentino «La Nación» che era andata ad intervistarlo dichiarò di essere «un grande sostenitore di Joseph Ratzinger».

 

Di più. «Penso – aggiunse – che sia l’uomo più indicato per essere Papa in questo momento della storia». Argomentò la sua convinzione così: «Perché è una delle ultime grandi espressioni di quella generazione che ha raggiunto uno splendore intellettuale equiparabile ai secoli XII e XIII del Medioevo, paragonabile anche alla migliore epoca della patristica greca e latina, quando ha inizio la gigantesca epopea dell’evangelizzazione dei popoli».

 

Ecco una breve dichiarazione in spagnolo di Massimo Borghesi sul tema

 

<iframe width="560" height="315" src="//www.youtube.com/embed/3NEwU0-CJmI" frameborder="0" allowfullscreen></iframe>


Rileggendo Ratzinger: quelle «sorprese» su fede e politica

«Senza legami. Fede e politica nel mondo liquido: gli anni di Benedetto XVI», di Massimo Borghesi (edizioni Studium, pp. 220, 25 euro) raccoglie editoriali pubblicati negli anni del pontificato di Benedetto XVI. Ne emerge un'immagine inedita del Papa emerito. Proponiamo la recensione di Andrea Tornielli da La Stampa del 17 marzo 2014.

8553716127_8d3abb635c_c[1]Leggere «Senza legami. Fede e politica nel mondo liquido: gli anni di Benedetto XVI», l'ultimo libro di Massimo Borghesi (edizioni Studium, pp. 220, 25 euro) significa ripercorrere alcuni dei momenti salienti dell'ultimo pontificato. Con qualche sorpresa. Il volume, appena giunto nelle librerie, raccoglie articoli ed editoriali che il professore di Filosofia morale all'università di Perugia ha pubblicato sull'«Eco di Bergamo» tra il 2005 e il 2012, negli anni di Benedetto XVI. Proprio nell'immediatezza e nello stile diretto sta una delle principali qualità del libro, che ha il merito di restituirci un Ratzinger molto più attento alla modernità e molto più immerso in essa di quanto vorrebbero quei circoli intellettuali che per quasi otto anni si sono auto-proclamati interpreti del suo pontificato, schiacciandolo su artificiali cliché utili alle loro battaglie.

Già nell'introduzione, Borghesi ricorda l'opposizione di Ratzinger allo «scontro di civiltà» e alla corrente teocon. Presupposto del dialogo è per lui la distinzione tra la fede e la spada, religione e politica. «Una differenza che porta l'agostiniano Ratzinger a valorizzare il principio della libertà religiosa sancito dal Vaticano II - osserva Borghesi - come momento necessario dell'incontro tra il cristianesimo e la parte più autentica dell'illuminismo moderno».In effetti per Ratzinger il cristianesimo «in quanto religione dei perseguitati, in quanto religione universale, al di là dei diversi Stati e popoli, ha negato allo Stato il diritto di considerare la religione come una parte dell'ordinamento statale. Ha sempre definito gli uomini, tutti gli uomini senza distinzione, creature di Dio e immagine di Dio, proclamandone in termine di principio, seppure nei limiti imprescindibili degli ordinamenti sociali, la stessa dignità».«In questo senso - scriveva ancora Ratzinger nel 2005 - l'illuminismo è di origine cristiana ed è nato non a caso proprio ed esclusivamente nell'ambito della fede cristiana. Laddove il cristianesimo, contro la sua natura, era purtroppo diventato tradizione e religione di Stato (...) È stato merito dell'illuminismo aver riproposto questi valori originali del cristianesimo e aver ridato alla ragione la sua propria voce. Il Concilio Vaticano II, nella costituzione della Chiesa nel mondo contemporaneo, ha nuovamente evidenziato la corrispondenza tra cristianesimo e illuminismo, cercando di arrivare ad una vera riconciliazione tra Chiesa e modernità».

Da sottolineare quel «purtroppo era diventato religione di Stato». Affermazioni «di grande rilievo», sottolinea il professor Borghesi, «confermate a più riprese da Benedetto XVI, che mostrano quanto sia fuorviante l'immagine a lungo promossa dai mass media di un papato chiuso e conservatore. In realtà ciò che l'intellighenzia laica non gradiva, almeno in Italia, era proprio il volto "laico" del teologo Ratzinger, quel suo posizionarsi sul terreno moderno del confronto tra fede e ragione».

Borghesi ricorda l'umiltà di Benedetto, «quel suo stile evangelico di proporre il messaggio cristiano nella sua semplicità essenziale incentrato sulla misericordia (Deus caritas est) e non sulla condanna, sul rispetto della libertà e non sulla coercizione».

Alla vigilia del suo viaggio in Baviera, nel 2006, Papa Ratzinger disse in un'intervista con Radio Vaticana: «Il cattolicesimo non è un cumulo di proibizioni, ma una opzione positiva. Ed è molto importante che lo si veda nuovamente, poiché questa consapevolezza oggi è quasi completamente scomparsa. Si è sentito dire tanto su ciò che non è permesso, che ora bisogna dire: ma noi abbiamo un'idea positiva da proporre».

Parole che aiutano a leggere in modo più autentico e sereno il passaggio tra il pontificato ratzingeriano e quello di Francesco. Con buona pace di coloro che concepiscono il cristianesimo come l'essere perennemente in trincea a combattere contro qualcuno e confondono buona novella ed evangelizzazione con il mostrare i muscoli reiterando quotidianamente le condanne e i divieti.


Ratzinger e le radici cristiane dell’Illuminismo

Le-souper-des-philosophes[1]L’Associazione italiana Centri Culturali segnala per la sua attualità un testo di Joseph Ratzinger. Si tratta di alcuni passaggi dalla conferenza tenuta la sera di venerdì 1 aprile 2005 a Subiaco, al Monastero di Santa Scolastica. L’intervento è stato pubblicato poi integralmente da Cantagalli nel 2005 con il titolo L’Europa di Benedetto nella crisi delle culture.

 

«Il cristianesimo, in quanto religione dei perseguitati, in quanto religione universale, al di là dei diversi Stati e popoli, ha negato allo Stato il diritto di considerare la religione come una parte dell’ordinamento statale. Ha sempre definito gli uomini, tutti gli uomini senza distinzione, creature di Dio e immagine di Dio, proclamandone in termine di principio, seppure nei limiti imprescindibili degli ordinamenti sociali, la stessa dignità».

(…)

«In questo senso l’illuminismo è di origine cristiana ed è nato non a caso proprio ed esclusivamente nell’ambito della fede cristiana. Laddove il cristianesimo, contro la sua natura, era purtroppo diventato tradizione e religione di Stato (…) È stato merito dell’illuminismo aver riproposto questi valori originali del cristianesimo e aver ridato alla ragione la sua propria voce. Il Concilio Vaticano II, nella costituzione della Chiesa nel mondo contemporaneo, ha nuovamente evidenziato la corrispondenza tra cristianesimo e illuminismo, cercando di arrivare ad una vera riconciliazione tra Chiesa e modernità».

(…)

«Con tutto ciò bisogna che le due parti [cristianesimo e illuminismo] riflettano su se stesse e siano pronte a correggersi. Il cristianesimo deve ricordarsi sempre che è la religione del logos. Esso è fede nel Creator spiritus, nello spirito creatore dal quale proviene tutto il reale. Proprio questa dovrebbe essere oggi la sua forza filosofica, in quanto il problema è se il mondo provenga dall’irrazionale, e la ragione non sia dunque altro che un “sottoprodotto”, magari pure dannoso, del suo sviluppo o se il mondo provenga dalla ragione, ed essa sia di conseguenza il suo criterio e la sua meta. La fede cristiana propende per questa seconda tesi, avendo cosi, dal punto di vista puramente filosofico, davvero delle buone carte da giocare, nonostante sia la prima tesi ad essere considerata oggi da tanti la sola “razionale” e moderna. Ma una ragione scaturita dall’irrazionale, e che è, alla fin fine, essa stessa irrazionale, non costituisce una soluzione ai nostri problemi. Soltanto la ragione creatrice, e che nel Dio crocifisso si è manifestata con amore, può mostrarci la via. …

… Nell’epoca dell’illuminismo si è tentato di intendere e definire la norme morali essenziali dicendo che esse sarebbero valide etsi Deus non daretur, anche nel caso Dio non esistesse. Nella contrapposizioni delle confessioni e nella crisi incombente dell’immagine di Dio, si tentò di tenere i valori essenziali della morale fuori dalle contraddizioni e di cercare per loro un’ evidenza che li rendesse indipendenti dalle molteplici divisioni e incertezze delle varie filosofie e confessioni. Cosi si vollero assicurare le basi della convivenza e, più in generale, le basi dell’umanità. A quell’epoca sembrò possibile, in quanto le grandi convinzioni di fondo create dal cristianesimo in gran parte resistevano e sembravano innegabili. Ma non è più cosi. La ricerca di una tale rassicurante certezza, che potesse rimanere incontestata al di là di tutte le differenze è fallita. Neppure lo sforzo di Kant è stato in grado di creare la necessaria certezza condivisa. Kant aveva negato che Dio possa essere conoscibile nell’ambito della pura ragione ma nello stesso tempo aveva presentato Dio, la libertà e l’immoralità come postulati della ragione pratica, senza la quale, coerentemente, per lui non era possibile alcun agire morale. La situazione odierna del mondo non ci induce forse a pensare di nuovo che egli possa aver ragione? Vorrei dirlo con altre parole: il tentativo, portato all’estremo, di plasmare le cose umane facendo completamente a meno di Dio ci conduce sempre più sull’orlo dell’abisso, verso l’accantonamento totale dell’uomo. Dovremmo allora capovolgere l’assioma degli illuministi e dire: anche chi non riesce a trovare la via dell’accettazione di Dio dovrebbe comunque cercare di vivere e indirizzare la sua vita veluti si Deus daretur, come se Dio ci fosse. Questo è il consiglio che già Pascal dava agli amici non credenti; è il consiglio che vorremmo dare agli amici che non credono. Cosi nessuno viene limitato nella sua libertà, ma tutte le nostre cose trovano un sostegno e un criterio di cui hanno urgentemente bisogno. Ciò di cui abbiamo bisogno in questo momento nella storia sono uomini che attraverso una fede illuminata e vissuta, rendano credibile Dio in questo mondo.”


A proposito di cultura cristiana…

Vittore_carpaccio,_visione_di_sant'agostino_01[1]Proponiamo un testo segnalato dall’Associazione Italiana Centri Culturali a proposito di cultura cristiana. La parte che precede la citazione è tratta da Veronique di Charles Péguy, là dove il poeta e scrittore francese presenta il suo noto giudizio sul mondo moderno dopo Cristo, senza Cristo.

 

(…) Péguy ad un certo punto parla di «viltà di diagnosi» dicendo che i preti e i cattolici non vorranno riconoscere la dimensione e la natura della scristianizzazione. Ma non riconoscendo questo, si compie quello che Giussani chiama «l’errore fondamentale» (L. Giussani «Tutto quel che si dice» in Dal temperamento un metodo. Bur Milano 2002, p.53.) della risposta cattolica al moderno, cioè pensare di vincere la cultura moderna con la cultura cristiana. Questo è l’errore fondamentale. Se non ci sono relazioni tra l’uomo di oggi e il cristianesimo, la cultura, anche cristiana, non è grado di per sé di stabilire alcuna relazione. La cultura non può stabilire di per sé nessuna relazione reale: occorre qualcosa che venga prima della cultura. Questa è l’intuizione di Péguy. E questa è identicamente l’intuizione di sant’Agostino.

Sant’Agostino arriva a dire, seguendo san Paolo, che tutta la dottrina cristiana senza la delectatio e la dilectio, senza l’attrattiva amorosa della grazia, è lettera che uccide (Cf. Agostino, De Spiritu et littera 4,6; ci. Tommaso d’Aquino, Summa theologiae q 106 p 2. 7P). Non è la cultura, neppure la dottrina cristiana, che può stabilire un rapporto con un uomo per il quale il cristianesimo è un passato che non lo riguarda. È qualcosa che viene prima della cultura. Questo qualcosa che viene prima sant’Agostino lo chiama delectatio e dilectio, cioè l’attrattiva amorosa della grazia. Così il contesto in cui viviamo rende soltanto più evidente la prospettiva cristiana. Leggo ancora una frase della Postfazione perché mi sembra semplice, così che anche i più giovani possano immediatamente intuire: «Non si diventa cristiani per un discorso, non si diventa cristiani per la teologia, non si diventa cristiani nemmeno perché si legge la Bibbia. Sono tutte occasioni per diventare cristiani, come per esempio occasione umanissima per diventare cristiani può essere data dal fatto che uno si innamora di una ragazza cristiana. Un’occasione molto più semplice e molto più vera delle altre. Soprattutto così il cristianesimo si è diffuso. » (P. Mattei (a cura di), Charles Péguy. l’operare delta grazia, cit., p. 4)

 

Brani tratti da Giacomo Tantardini, Il cuore e la grazia in sant’Agostino. Distinzione e corrispondenza, Città Nuova 2006. Il volume raccoglie alcuni “Convegni sull’attualità di sant’Agostino” promossi dall’Associazione Rosmini nell’Università di Padova