Cos’è la Chiesa e la novità che il mondo aspetta

51ZmuuXa2JL[1]Vi proponiamo il video dell’incontro di venerdì 23 gennaio 2014 “Cos’è la Chiesa e la novità che il mondo aspetta. Concilio Vaticano II ed Evangelii Gaudium” a cura del Centro culturale di Milano. La tavola rotonda, che si è svolta nella sala di via S. Antonio, 5 a Milano ha avuto come protagonisti il vescovo di Reggio Emilia – Guastalla monsignor Massimo Camisasca e Massimo Borghesi, docente di Filosofia morale all’Università degli Studi di Perugia, con il coordinamento dello storico Andrea Caspani.

«Il grande rischio del mondo attuale» è la frase dell’Evangelii Gaudium da cui ha preso le mosse l’incontro, «con la sua molteplice ed opprimente offerta di consumo, è una tristezza individualista che scaturisce dal cuore comodo e avaro, dalla ricerca malata di piaceri superficiali, dalla coscienza isolata. Invito ogni cristiano, in qualsiasi luogo e situazione si trovi, a rinnovare oggi stesso il suo incontro personale con Gesù Cristo o, almeno, a prendere la decisione di lasciarsi incontrare da Lui, di cercarlo ogni giorno senza sosta. Non c’è motivo per cui qualcuno possa pensare che questo invito non è per lui, perché “nessuno è escluso dalla gioia portata dal Signore».

 

 


Critica della teologia politica, il video dell'intervento di Borghesi alla Camera

palazzo_san_macuto_530_400[1]Pubblichiamo il video dell’intervento di Massimo Borghesi all’incontro di lunedì 16 dicembre 2013, presso la Camera dei Deputati, sala del Refettorio di Palazzo San Macuto (nella foto), di presentazione del volume Critica della teologia politica, da Agostino a Peterson: la fine dell’era costantiniana, di Massimo Borghesi. L’evento è stato promosso dalla Casa Editrice Marietti e patrocinato dall’Associazione Italiana dei Costituzionalisti. Dopo l’introduzione di Vincenzo Tondi della Mura, sono intervenuti anche Massimo Luciani, Stelio Mangiameli, Gustavo Zagrebelsky, con la conclusione di Marta Cartabia.


Agostino e i classici della spiritualità cristiana

santAgostino“I classici della spiritualità cristiana” è il tema della quarta edizione delle tre letture teologiche, promosse dalla diocesi di Roma, che si sono aperte giovedì 23 gennaio nella capitale presso l’Aula della Conciliazione del Palazzo apostolico lateranense. Nel primo incontro si è riflettuto sulle Confessioni di sant’Agostino. Marina Tomarro ha intervistato Massimo Borghesi, docente all’Università degli studi di Perugia e tra i relatori della serata. Nell’immagine, il sant’Agostino di Caravaggio.

 

Ascolta l’audio dell’intervista

Leggi l’intervista su Radiovaticana.va.

 


Quel filo rosso da sant’Agostino a papa Francesco… passando per Padova

battesimoL’Osservatore Romano di sabato 18 gennaio propone un notevole articolo di Leonardo Lugaresi, docente di letteratura cristiana antica all’Università Alma Mater di Bologna, dal titolo “Il filo di Agostino tra Ratzinger e Bergoglio... Dalle Confessioni alla Lumen fidei”. Una continuità sotto l’egida della concezione agostiniana della grazia che proprio papa Bergoglio sottolineava nella prefazione a “Il tempo della Chiesa secondo Agostino”, il volume nel quale, come l’allora arcivescovo di Buenos Aires scriveva, «scorrono le appassionate lezioni sull’attualità di sant’Agostino svolte da don Giacomo Tantardini presso l’Università degli Studi di Padova, nel corso di tre anni accademici, dal 2005 al 2008». Lezioni promosse fin dal 1998 dall’Associazione Rosmini.

Nella foto: il battesimo di Agostino nell’affresco di Guariento nella chiesa padovana degli Eremitani.

Qui sotto vi proponiamo l’articolo di Lugaresi sull’Osservatore Romano

Aggiungiamo i link al commento sul sito internet piccolenote.it  e alla prefazione di Jorge Maria Bergoglio alle lezioni che don Giacomo Tantardini.

 

L’Osservatore Romano, venerdì 18 gennaio, p. 5, Il filo di Agostino tra Ratzinger e Bergoglio... Dalle Confessioni alla Lumen fidei (L. Lugaresi)

 

All’inizio della terza parte dell’enciclica Lumen fidei, quella dedicata alla trasmissione della fede, il lettore si imbatte in questa suggestiva immagine: «È una luce che si rispecchia di volto in volto, come Mosé portava in sé il riflesso della gloria di Dio dopo aver parlato con lui (...). La luce di Gesù brilla, come in uno specchio, sul volto dei cristiani e così si diffonde, così arriva fino a noi, perché anche noi possiamo partecipare a questa visione e riflettere ad altri la sua luce» (n. 37).

Colpisce, in queste parole, che proprio il riverbero della luce di Cristo sia indicato dal Papa come la prima forma di trasmissione della fede. «La fede si trasmette, per così dire, nella forma del contatto, da persona a persona, come una fiamma si accende da un’altra fiamma», prosegue lo stesso paragrafo della lettera, lasciandoci capire che questa sorta di osmosi viene prima di ogni attività missionaria organizzata, di ogni presa di posizione pubblica, di ogni progetto culturale, di ogni programma catechetico. Purtroppo noi moderni abbiamo qualche problema con l’immagine della luce, abituati come siamo a declinarla metaforicamente secondo un’accezione sempre un po’ illuministica, e - nell’esistenza quotidiana - a dare per scontato il possesso e il controllo della luce materiale, tanto che anche il più breve blackout ci è insopportabile.

Ci manca l’esperienza della luce come dono e quella dell’ineluttabilità delle tenebre: così, per esempio, quando preghiamo l’antico inno della compieta, Te lucis ante terminum, che spessore di coscienza hanno quelle parole, quando per noi la luce non ha mai termine e nelle nostre città non viene mai propriamente il buio della notte?

«È urgente recuperare il carattere di luce della fede» dice il Papa nell’enciclica (n. 4), ma per farlo occorre dunque comprendere che tale luce non è quella di un’immediata nostra chiarezza di visione su ogni cosa (un po’ come la «formula che mondi possa aprirti» di montaliana memoria), non è la luce di un faro che da noi si proietta sulla realtà permettendoci di conoscerne e spiegarne ogni dettaglio; essa è piuttosto come un raggio che colpisce e illumina innanzitutto il nostro volto. In virtù della fede, dunque, possiamo sì dirci “illuminati”, ma nel senso proprio del participio passato del verbo, non in quello (sempre larvatamente gnostico) di un aggettivo sostantivato che designa i possessori di una luce che dissipa l’oscurità del mondo e rivela segreti inaccessibili a coloro che sono nell’ignoranza.

La portata decisiva di questa distinzione, nell’intendere l’immagine della luce della fede, si coglie maggiormente se ci si riferisce al suo retroterra agostiniano, del resto esplicitamente richiamato dall’enciclica al paragrafo 33: «Nella vita di sant’Agostino - scrive Papa Francesco - troviamo un esempio significativo di questo cammino in cui la ricerca della ragione, con il suo desiderio di verità e di chiarezza, è stata integrata nell’orizzonte della fede. (...) e così ha elaborato una filosofia della luce che accoglie in sé la reciprocità propria della parola e apre uno spazio alla libertà dello sguardo verso la luce. Come alla parola corrisponde una risposta libera, così la luce trova come risposta un’immagine che la riflette».

Le Confessioni di Agostino ci offrono alcuni esempi estremamente significativi di questi diversi modi di intendere l’illuminazione della fede. Ne vogliamo ricordare almeno due: nel quarto libro, ricordando le sue imprese di giovane intellettuale orgoglioso di aver compreso da solo i testi filosofici più ardui e convinto di trovare in essi la chiave per conoscere Dio, Agostino descrive così la sua posizione umana: «Volgevo le spalle alla luce e il viso alle cose da essa illuminate, per cui la mia faccia stessa, con la quale distinguevo le cose illuminate, non era luminosa (dorsum habebam ad lumen et ad ea, quae inluminantur faciem: unde ipsa facies mea, qua inluminata cernebam, non inluminabatur)» (4, 16, 30). Con questa folgorante osservazione egli descrive perfettamente una situazione in cui anche noi rischiamo facilmente di trovarci. Anche noi, infatti, benché convertiti e battezzati, siamo tentati di vivere e di comportarci da “illuminati”, nel senso che usiamo la fede per illuminare le cose e intendiamo la missione come lo sforzo di trasmettere agli altri la nostra visione del mondo, ma «non abbiamo la faccia rivolta al mistero» di Dio che ci illumina, e di conseguenza non ne riflettiamo la luce. Sono due posizioni diametralmente opposte, benché entrambe si dicano cristiane.

Come può avvenire la conversione dall’una all’altra, per cui letteralmente si capovolge l’orientamento della vita?

Agostino ce lo mostra esemplarmente nell’ottavo libro raccontando la vicenda di un altro intellettuale, Mario Vittorino. Questo doctissimus senex, che sa tutto e ha letto tutto, e da tutti è venerato (con tanto di statua nel foro romano. Più di un nostro senatore a vita o un premio Nobel), leggendo la Scrittura e studiando con grande scrupolo omnes christianas litteras si convince della verità del cristianesimo. Ne parla con un prete colto, Simpliciano (ma non in pubblico: sono confidenze che uno come lui può fare, secretius et familiarius, solo tra persone di qualità, che possono capirle) e gli dice: «Sai, io ormai sono cristiano». Ne riceve una risposta brusca, che oggi forse sarebbe da molti riprovata in quanto contraria allo spirito del dialogo: «Non ti credo, e non ti considero cristiano finché non ti vedo nella chiesa di Cristo». La replica, ironica e sferzante come si conviene a un grande retore, è rimasta famosa (e potrebbe essere il motto di tutti i “cristianisti” senza fede): «Sono dunque i muri che fanno i cristiani? (ergo parietes faciunt christianos?)» (8, 2, 4).

Se Vittorino fosse solo interessato al dialogo per il dialogo, la cosa finirebbe qui: il prete e il professore si ripeterebbero quello scambio di battute a ogni incontro (saepe parietum inrisio repetebatur), reciprocamente compiaciuti della propria arguzia.

Ma Vittorino è un uomo seriamente preoccupato del suo destino, che sa - come dice splendidamente Agostino - «arrossire di fronte alla verità», e un giorno si presenta all’amico dicendogli semplicemente: «Andiamo in chiesa, voglio diventare cristiano» (eamus in ecclesiam: christianus volo fieri).

Quel che succede dopo non possiamo qui riferirlo nei dettagli: basti dire che il grande intellettuale declina l’offerta che i preti gli fanno di celebrare il battesimo in forma riservata e la cerimonia si svolge davanti a tutti, come una grande performance della fede, in cui Vittorino semplicemente si mostra, fa vedere il suo volto illuminato dal battesimo. E tutti lo guardano, tutti ripetono il suo nome, e quando fa la sua professione di fede, dice Agostino, «avrebbero voluto rapirselo nel loro cuore» (volebant eum omnes rapere intro in cor suum) (8, 2, 5).

L’attrattiva suscitata da Vittorino, la bellezza che lo rende così desiderabile per quella folla che se lo mangia con gli occhi, è ben diversa dal fascino umano che un maestro dalla forte personalità può avere sul suo uditorio: per intenderci, non è quella che, stando a Porfirio, brillava sul volto di Plotino quando faceva lezione (Porfirio, Vita di Plotino, 13). È la luce divina che brilla, come su uno specchio, sul volto del battezzato, che ha appena ricevuto quel sacramento che l’antichità cristiana, non per nulla, ha tanto spesso preferito chiamare col nome bellissimo di “illuminazione” (fotismos).

Ha scritto il cardinale Bergoglio nella prefazione a un volume su Agostino (Giacomo Tantardini, Il tempo della Chiesa secondo Agostino, Roma, Città Nuova, 2009, pagine 388, euro 22): «Se Agostino è attuale, se ci è contemporaneo (...) lo è soprattutto perché descrive semplicemente come si diventa e si rimane cristiani nel tempo della Chiesa. (...) Qui sta il punto: alcuni credono che la fede e la salvezza vengano col nostro sforzo di guardare, di cercare il Signore. Invece è il contrario: tu sei salvo quando il Signore ti cerca, quando Lui ti guarda e tu ti lasci guardare e cercare. Il Signore ti cerca per primo. E quando tu Lo trovi, capisci che Lui stava là guardandoti, ti aspettava Lui, per primo. Ecco la salvezza: Lui ti ama prima. E tu ti lasci amare. La salvezza è proprio questo incontro dove Lui opera per primo. Se non si dà questo incontro, non siamo salvi. Possiamo fare discorsi sulla salvezza. Inventare sistemi teologici rassicuranti, che trasformano Dio in un notaio e il suo amore gratuito in un atto dovuto a cui Lui sarebbe costretto dalla sua natura. Ma non entriamo mai nel popolo di Dio». Forse è in questa radice agostiniana, come già altri hanno notato, che si trova una delle ragioni più profonde della consonanza di due personalità così diverse come il Papa emerito Benedetto XVI e Papa Francesco, e forse è qui anche la via per non farsi intrappolare in una falsa antitesi tra dottrina ed esperienza come quella che rischia di profilarsi in certi recenti dibattiti intraecclesiali.

 


Robert Capa. Quando la memoria non rimane nostalgia ma diventa provocazione

mostra_capa_07[1]Vi proponiamo un commento dell’architetto bellunese Alberto De Biasio alla mostra ROBERT CAPA. “LA REALTÀ DI FRONTE”, aperta fino al 2 febbraio a Villa Manin di Passariano di Codroipo. Un commento che diventa anche un invito a visitare la mostra e soprattutto a lasciarsi provocare da immagini che non lasciano indifferenti.

 

Il sito internet della mostra

 

“Avevo scattato l’ultima foto dell’ultimo soldato che muore. Nell’ultimo giorno cade sempre qualcuno degli uomini migliori, ma i sopravvissuti faranno presto a dimenticare.” Con queste parole, venate di una certa disincantata malinconia, Robert Capa il più grande corrispondente di guerra del ventesimo secolo, ci invita alla mostra di Villa Manin a Passariano, che chiude i cancelli il 2 febbraio prossimo. Un’occasione imperdibile per non dimenticare quel mattatoio di eventi tragici ed eroici ad un tempo, che hanno segnato il secolo appena trascorso. Gli scatti in bianco e nero che il fotografo di origine ungherese ci regala meritano davvero di essere incontrati.

Capa, come ci ricorda Steinbeck, “...era in grado di fotografare il pensiero, le sue foto catturano un intero mondo.” Andateci se potete con amici, figli e nipoti: la semplicità dell’esposizione e la coinvolgente colonna sonora di sottofondo vi trasporteranno indietro nel tempo al punto che non riuscirete più a rimanere tranquilli spettatori.

Provocato da quanto ho visto mi sono chiesto per giorni da dove nasca la straordinaria capacità evocativa di questi scatti. Non ho trovato altra risposta che quella sua disponibilità a lasciarsi intrappolare dalla realtà dei fatti, partecipandovi fino a morirne. Il corpo di Capa infatti sarà dilaniato in Indocina da una mina antiuomo, mentre segue l’avanzata della fanteria francese tra le risaie del Vietnam (1954).

“Se le tue foto non sono abbastanza buone, vuol dire che non sei abbastanza vicino”. Ecco il semplice criterio che Capa aveva scelto per giudicare il suo lavoro.

Ecco forse anche la cifra della sua poetica, che attraverso semplici immagini ci mette in assoluta empatia con uomini e donne ritratti oltre mezzo secolo fa: lasciarsi ferire da ciò che accade. Questa ferita, prima di aggredire il suo fisico, segnò il fotografo nel profondo dell’animo fino a fargli confessare “...non è facile starsene sempre da una parte senza poter fare nulla, tranne registrare le sofferenze che vedi attorno a te”. Una ferita così profonda da provocare un desiderio paradossale e per questo profondamente autentico: “...poco per volta mi sembra di diventare un avvoltoio ... il più caro augurio di un corrispondente di guerra e di essere disoccupato.”

 

Alberto De Biasio, architetto


Che cos’è la cultura? Un inedito fulminante di Giovanni Testori

b__10[1]Bisogna avere il coraggio di tornare sempre ai maestri. Giovanni Testori (nella foto), pur senza mai proporsi come tale, è tra questi. Del grande scrittore, drammaturgo, pittore e critico d’arte vi proponiamo una pagina straordinaria sul senso di fare cultura oggi, che spoglia questo termine da ogni intellettualismo e la restituisce al suo vero soggetto, il popolo. Altra parola che oggi sembra svuotata di significato: «Cultura è la forma di tutte le ore, di tutti i giorni, i mesi, gli anni della nostra esistenza, sentita come rapporto di comunione, come rapporto totale di uomini che sono chiamati a costruire la loro storia, il tessuto di speranza e non il non senso di lacerazione e di una disperazione».

Chi è Giovanni Testori

Il sito internet dell’Associazione Giovanni Testori

Che cos’è la cultura?

È una parola che si è usata, si usa e della quale si abusa spesso, senza che nessuno abbia più il coraggio di misurare che cosa significhi e che cosa sia oggi fare cultura.

Normalmente si crede che cultura sia, settorialmente, fare scienza, arte, medicina, cinema, filosofia.. queste secondo le definizioni assolutamente parziali della cultura in cui viviamo, per cui ci si sarebbe alcuni privilegiati addotti a proporre agli altri questa loco conoscenza, lo sviluppo di questa conoscenza nei vari settori. Il resto dell’umanità, quello che lavora, studia va in fabbrica, la donna che sta a casa, la madre , il padre, il prete, il maestro, non farebbe cultura. Se cultura fosse ciò, si assisterebbe ad una separazione che è contro il principio stesso di cui di è parlato all’inizio, che vivo, proprio per sua natura, proprio perché Dio vi ha messo il suo sigillo, in ogni uomo.

Cultura è la forma, non in senso estetico ma intesa proprio nel significato biblico, cioè la forma creata, che assume in un determinato momento della storia la conoscenza e la coscienza religiosa, perché non può essere altrimenti che religiosa, dell’uomo

In questa definizione, una madre, un padre che realizzano la propria famiglia, un operaio che lavora, se viene data loro la coscienza o la conoscenza dell’essere madre, padre, operaio, se non si compie su di loro l’azione terroristica di considerarli in uno stato subalterno, creano veramente la forma di vita, fanno cultura, esattamente come un letterato, un giornalista, con la stessa dignità. Non esiste la possibilità di separare, nel peso, nel valore, nella grandezza, la forma che un operaio dà della propria coscienza d’essere operaio e di come svolge questo suo atto di cultura, dalla coscienza che un romanziere ha dello scrivere un romanzo. Nel momento in cui uno dei due si crede determinato in questa forma totale che è la cultura ...dalla coscienza che un romanziere ha dello scrivere un romanzo. Nel momento in cui uno dei due si crede determinato in questa forma totale che è la cultura, si opera una prima lacerazione, un primo atto di terrorismo. Le differenze sono le voci diverse di un unico coro. La definizione di cultura che ho dato può sembrare nuova, inedita credo che sia rivoluzionaria nel senso della speranza. Lo dico non per accontentare tutti, ma perché credo che cultura sia scrivere un libro come crescere i figli, come si va in chiesa o come non si va, come ci si mette davanti alla televisione o come si legge un giornale. Cultura è la forma di tutte le ore, di tutti i giorni, i mesi, gli anni della nostra esistenza, sentita come rapporto di comunione, come rapporto totale di uomini che sono chiamati a costruire la loro storia, il tessuto di speranza e non il non senso di lacerazione e di una disperazione. Ciò che stiamo facendo stasera e la proposta che vi è stata fatta è proprio un atto di cultura in questa direzione, tanto è vero che non si privilegia nessuno. Questo riconsiderare la possibilità di una vita diversa, nuova, pienamente umana di un paese, al di fuori dei modelli imposti dall’altra cultura, è proprio nel senso che ho cercato di dire.

Questa proposta è un atto di cultura di una comunità che si ritrova per dare una forma alla vita del paese, un cui tutte le possibilità di ognuno concorrano dialetticamente, non nella dialettica della materia, ma della totalità del mondo, non in quella del consumo, ma in quella dell’amore, della giustizia, della speranza che sono in ognuno di noi e nella nostra comunità... Io non ho fatto altro che rendere esplicita l’immagine di cultura che già nella vostra proposta è contenuta e che ora comincia a nascere, a balbettare, a muoversi in questa direzione nuova, veramente umana, nel riconoscersi fratelli, dentro il disegno che siamo chiamati ad incarnare, secondo il volere del Padre

Giovanni Testori, Biassono 20 marzo 1980


La Sindone: un mistero che sfida la scienza

414px-Hungarianpraymanuscript1192-1195[1]L’Associazione culturale Rosmini segnala che la Domus Familiae Padre Daniele organizza un ciclo di incontri alla scoperta del tema: “La bellezza che nasce dalle ceneri, salverà il mondo”. Sabato 25 gennaio 2014 ore 21.00 nella sede Domus di via Rolandino 2 – 35030 Sarmeola di Rubano (PD) (tel. 393-9414650) il prof. Giulio Fanti presenta: “La Sindone: un mistero che sfida la scienza”.

Nonostante la Sindone sia l’oggetto di gran lunga più indagato nella storia dell’archeologia, rivela sempre nuove scoperte e anche “la Chiesa affida agli scienziati il compito di continuare ad indagare” (Giovanni Paolo II).

Il Prof. Fanti guiderà l’uditorio in un percorso nel dialogo tra “scienza e fede”, alla scoperta di un oggetto che può essere l’opera di un genio mai riconosciuto, o la testimonianza storica del più importante Mistero Cristiano.

Giulio Fanti è professore associato nel dipartimento di Ingegneria Industriale dell’università di Padova e da anni è un attivissimo sindonologo. Il 20 marzo 2013 è uscito un suo libro (scritto assieme al giornalista Saverio Gaeta): Il mistero della Sindone: Le sorprendenti scoperte scientifiche sull’enigma del telo di Gesù (Rizzoli, 235 p., € 18). In quarta di copertina si legge: “Le ricerche scientifiche che dimostrano l’errore della datazione medievale della Sindone e la riportano all’epoca di Cristo”.


Hannah Arendt, a Padova il film di von Trotta nella Giornata della memoria

hannah_arendt[1]LUNEDI' 27 GENNAIO - ore 18.30 e ore 21.10
e
MARTEDI' 28 GENNAIO - ore 18.30 e ore 21.10
proiezione del film
HANNAH ARENDT
(Germania 2012, 113')
di Margarethe Von Trotta
con Barbara Sukowa (Hannah Arendt), Axel Milberg (Heinrich Blücher), Janet McTeer (Mary McCarthy), Julia Jentsch (Lotte Köhler), Ulrich Noethen (Hans Jonas)

MPX - Multisala Pio X
Via Bonporti, 22 • zona Duomo • 35141 Padova
Evento unico in occasione della Giornata della Memoria
Non si può ricordare qualche cosa a cui non si è pensato e di cui non si è parlato con se stessi (Hannah Arendt).

Scappata dagli orrori della Germania nazista, la filosofa ebreo-tedesca Hannah Arendt nel 1940 trova rifugio insieme al marito e alla madre negli Stati Uniti, grazie all'aiuto del giornalista americano Varian Fry. Qui, dopo aver lavorato come tutor universitario ed essere divenuta attivista della comunità ebraica di New York, comincia a collaborare con alcune testate giornalistiche. Come inviata del New Yorker in Israele, Hannah si ritrova così a seguire da vicino il processo contro il funzionario nazista Adolf Eichmann, da cui prende spunto per scrivere "La banalità del male", un libro che andrà incontro a molte controversie.

Il film sarà proposto in lingua originale (inglese/tedesco/ebraico) con sottotitoli in italiano, per rispettare la veridicità della vicenda, le interpretazioni degli attori e i documenti storici inclusi.

Biglietto intero 8 € - ridotto (convenzioni Nexo): 6 €

Clicca qui per maggiori info sul film

Il film ricostruisce un periodo fondamentale della vita di Hannah Arendt: quello tra il 1960 e il 1964. All'inizio della vicenda, la cinquantenne intellettuale ebrea - tedesca, emigrata negli Stati Uniti nel 1940, vive felicemente a New York con il marito, il poeta e filosofo tedesco Heinrich Blücher. Ha già pubblicato testi fondamentali di teoria filosofica e politica, insegna in una prestigiosa Università e vanta una cerchia di amici intellettuali. Nel 1961, quando il Servizio Segreto israeliano rapisce il criminale di guerra nazista Adolf Eichmann, nascosto sotto falsa identità a Buenos Aires, la Arendt si sente obbligata a seguire il successivo storico processo che si tiene a Gerusalemme. Nonostante i dubbi di suo marito, la donna, sostenuta dall'amica scrittrice Mary McCarthy, chiede e ottiene di essere inviata in loco come reporter della prestigiosa rivista 'New Yorker'. Hannah nota che Eichman, uno dei gerarchi artefice dello sterminio degli ebrei nei lager, è un mediocre burocrate, che si dichiara semplice esecutore di ordini odiosi e, d'altro canto, si sorprende nell'ascoltare testimonianze di sopravvissuti che mettono in evidenza la condiscendenza dei leader delle comunità ebraiche in Europa, di fronte ai nazisti.
Dai suoi resoconti, e in seguito dal suo libro, "La banalità del male: Eichman a Gerusalemme" (1963), emerge la controversa teoria per cui proprio l'assenza di radici e di memoria e la mancata riflessione sulla responsabilità delle proprie azioni criminali farebbero sì che esseri spesso banali (non persone) si trasformino in autentici agenti del male. L'ebreo Kurt Blumefeld, uno dei suoi più cari amici, non riesce a perdonarla per quegli scritti, mentre lo scandalo si diffonde in Israele e negli USA. La presidenza della sua Università è fortemente contrariata, la stampa la attacca violentemente, ma il marito, la sua devota allieva tedesca Lotte Köhler e molti studenti approvano e sostengono l'essenza, apparentemente paradossale, del suo pensiero.
Già in passato von Trotta ha realizzato film riguardanti donne "eccezionali" e dissidenti: Rosa L., del 1985, ritratto della leader marxista Rosa Luxemurg, interpretata dalla stessa Sukova, e Vision, del 2009, rievocazione di Hildegard von Bingen, mistica cristiana del XII secolo. In questo caso si tratta di un biopic che, delineando il personaggio in termini personali e di teoria filosofica elaborata dallo stesso, intende propriamente (come dichiarato dalla regista) "trasformare il pensiero in un film". Si tratta di un tentativo solo parzialmente riuscito. In effetti l'approccio, pur serio, documentato e scenograficamente preciso, risulta spesso didattico. Non mancano aspetti flemmatici, dialoghi troppo prolungati, faticosi e pomposi. Tuuttavia, nel complesso, la costruzione drammatica è efficace. La messa in scena non è audace, ma neppure piattamente televisiva. Privilegia le sequenze in interni, con suggestivi colori grigi che evocano bene gli anni '60, e riesce a creare un'aspettativa non retorica, né artificiosa.
Ne emerge l'isolamento della protagonista e la sua peculiare fisicità (nella meditazione, nell'eloquio e nell'assiduità a fumare), ma anche la rivendicazione ostinata della libertà di pensiero e la coerenza logica, non priva di una certa arroganza intellettuale. Da segnalare anche l'uso intelligente di footage, con immagine autentiche del processo ad Eichman

(http://www.mymovies.it/film/2012/hannaharendt/)

 


Il 6 febbraio a Padova la presentazione della “Vita di don Giussani” di Alberto Savorana

copertina1«Tutto per me si è svolto nella più assoluta normalità, e solo le cose che accadevano, mentre accadevano, suscitavano stupore, tanto era Dio a operarle facendo di esse la trama di una storia che mi accadeva e mi accade davanti agli occhi.» 

(Luigi Giussani)

 

Giovedì 6 febbraio 2014 alle 21.00 nel Centro congressi Padova “A. Luciani” (via Forcellini, 170/a) si terrà la presentazione del volume “Vita di don Giussani” di Alberto Savorana (Rizzoli 2013), a cura dell’Associazione culturale Antonio Rosmini, Interverranno, Luciano Violante, già presidente della Camera, monsignor Danilo Serena, già vicario generale della Diocesi di Padova, il direttore del Mattino di Padova Antonio Ramenghi e l’autore del libro, oltre che portavoce di Cl, Alberto Savorana. Introdurrà i lavori Eugenio Andreatta, giornalista.

«La storia di don Giussani è così significativa», ha scritto il suo successore Julián Carrón, «perché ha vissuto le nostre stesse circostanze, e ha dovuto affrontare le stesse sfide e gli stessi rischi, ha dovuto fare lui stesso il cammino che descrive in tanti brani delle sue opere».

Le circostanze che ha attraversato e le persone incontrate sono state decisive per il delinearsi della vocazione di don Luigi Giussani: i suoi genitori, i professori e i compagni del Seminario, le sue letture, il sacerdozio, i primi giovani conosciuti in confessionale o in treno, l’insegnamento, le incomprensioni e i riconoscimenti, la malattia.

Don Giussani ha sempre considerato il cristianesimo come un fatto, un evento reale nella vita dell’uomo, che ha la forma di un incontro, invitando chiunque a verificarne la pertinenza alle esigenze della vita. Così è stato per i tanti ragazzi e adulti di tutto il mondo che hanno riconosciuto in quel prete dalla voce roca e attraente non solo un maestro dal quale imparare, ma soprattutto un uomo col quale paragonarsi, un compagno di cammino affidabile per rispondere alla domanda: come si fa a vivere?

Oggi uno di quei “ragazzi”, che con lui hanno percorso un tratto importante della loro vita e continuano a seguire ciò che egli stesso seguiva, prova a raccontare chi era e come ha vissuto don Giussani attraverso molti documenti inediti. Nasce così questa biografia che, oltre a ricostruire per la prima volta la cronaca dei giorni del fondatore di Comunione e Liberazione, offre ai lettori il segno della sua eredità per la vita delle persone e della Chiesa.

Info 329-9540695

 

VITA DI DON GIUSSANI di Alberto Savorana

pagine: XI + 1354 + 32 di immagini

formato: cm 16x24,5

prezzo: € 25 ed. cartacea, € 11.99 in eBook

Accedi alla SCHEDA-LIBRO con possibilità di acquisto online.


Lo schiaffo di Francesco ai catto-capitalisti Usa

8561266141_a1c45df450_o[1]«Il Papa ama tutti, ricchi e poveri, ma ha l’obbligo, in nome di Cristo, di ricordare che i ricchi devono aiutare i poveri, rispettarli e promuoverli». Non sono parole pie che non spostano una virgola degli equilibri del mondo reale. Sono affermazioni che hanno fatto saltare più di qualcuno sulla sedia. Soprattutto dall’altra parte dell’Oceano. Massimo Borghesi su IlSussidiario.net spiega a chi non è piaciuta la Evangelii Gaudium di papa Francesco. Soprattutto ai guru del pensiero teocon.

 

Leggi l’articolo su IlSussidiario.net.

Il Sussidiario.net, venerdì 3 gennaio 2014, PAPA/ Borghesi: lo schiaffo di Francesco ai catto-capitalisti Usa (Massimo Borghesi)

Molti negli Usa non hanno gradito. La Evangelii gaudium, l’Esortazione apostolica di Papa Francesco che da noi rischia già di finire nel dimenticatoio, come tutti i documenti papali passati e futuri, in America - lo ha rilevato Paolo Mastrolilli su La Stampa (“Ipocrita e marxista”. L’America del Tea Party contro Papa Francesco, 4 dicembre 2013 ) - fa discutere, e molto. Secondo il commentatore radiofonico Rush Limbaugh, che gode dell’audience di 20 milioni di ascoltatori e di un contratto di milioni di dollari, il Papa «non so di cosa parla, quando si tratta di capitalismo e di socialismo». Quello della Lettera è «puro marxismo, che esce dalla bocca del Papa». Non esiste un capitalismo senza limiti, come quello dipinto da Francesco, né la Chiesa cattolica, prospera e affatto povera, è in grado di dare lezioni. Gli fa eco l’esponente del Tea Party, Jonathan Moseley per il quale «Gesù sta piangendo in cielo per le parole del Papa», quel Gesù che «parlava all’individuo, mai allo Stato o alla politica del governo. Era un capitalista, che predicava la libertà personale, non un socialista».

Le posizioni di Limbaugh e di Moseley non sono certo isolate. A fronte delle opinioni positive espresse dal Guardian, il giornale dei laburisti inglesi, e dal Washington Post, espressione dell’ala liberal americana, Forbes, la rivista economico-finanziaria americana ha dedicato alla Evangelii gaudium una serie di articoli fortemente critici (cfr. F. Peloso, Papa Francesco anticapitalista. Gran dibattito in Usa, Linkiesta, 20 dicembre 2013). Per Forbes pesa sul Papa l’ascendenza peronista, la sua ricerca di una “terza via” tra capitalismo e socialismo, le suggestioni della teologia della liberazione, la vicinanza con le analisi del premio Nobel Joseph Stiglitz molto stimato da Mons. Marcelo Sanchez Sorondo, il Cancelliere argentino della Pontificia Accademia per le scienze sociali.

A coronamento delle critiche spicca la posizione del più illustre esponente del catto-capitalismo americano: Michael Novak, l’autore di The Spirit of Democratic Capitalism (New York 1982) che segna l’incontro tra cattolici e repubblicani nella grande alleanza politico-religiosa patrocinata dal presidente Reagan, negli anni 80, contro il comunismo mondiale. Novak (Per ‘Time’ è Francesco Persona dell’anno: “Ha cambiato la percezione della Chiesa”, Corriere della Sera, 12 dicembre 2013) è rimasto colpito dalla «faziosità e infondatezza» di talune affermazioni del Pontefice: «alcune delle pesanti critiche mosse da questo testo appaiono talmente appassionate e mirate da omettere la normale serenità e generosità di spirito che caratterizzano papa Francesco. E naturalmente, su queste critiche si sono avventati i media, come Reuters e il Guardian. Tra di queste ricordiamo “le teorie della ricaduta favorevole”, la “tirannia invisibile”, l’idolatria del denaro”, l’inequità”, e la necessità di un “ritorno dell’economia e della finanza ad un’etica in favore dell’essere umano”». Si tratta di rilievi al sistema capitalista che, secondo Novak, non possono essere accolti. «Da Max Weber in poi, il pensiero sociale cattolico è stato accusato di essere la causa della povertà in molte nazioni cattoliche. E proprio su questo versante papa Francesco inavvertitamente rafforza le tesi di Weber». Il risentimento di Novak è comprensibile. Assunto alla fama come il Weber cattolico, colui che al posto de L’etica protestante e lo spirito del capitalismo di Weber poneva l’etica “cattolica” come vero fondamento del capitalismo “democratico”, si ritrova ora un Pontificato che diffida di quel sistema che egli, da tempo, ha contribuito a legittimare e a sollevare da ogni possibile accusa.

Un punto, tra molti della Evangelii gaudium, è inaccettabile per Novak: «la sua superficiale allusione alle teorie della “ricaduta favorevole”». È la teoria del trickle-down che è al centro del modello liberista. Come scrive il Papa nella sua Lettera: «In questo contesto, alcuni ancora difendono le teorie della “ricaduta favorevole”, che presuppongono che ogni crescita economica, favorita dal libero mercato, riesce a produrre di per sé una maggiore equità e inclusione sociale nel mondo. Questa opinione, che non è mai stata confermata dai fatti, esprime una fiducia grossolana e ingenua nella bontà di coloro che detengono il potere economico e nei meccanismi sacralizzati del sistema economico imperante. Nel frattempo, gli esclusi continuano ad aspettare. Per poter sostenere uno stile di vita che esclude gli altri, o per potersi entusiasmare con questo ideale egoistico, si è sviluppata una globalizzazione dell’indifferenza» (Evangelii gaudium, 54).

Una critica che non è piaciuta a Novak. Soprattutto l’idea che il modello capitalista non sia confermato dai fatti come fonte generalizzata di benessere. La risposta, pungente, data la nazionalità del Papa, risiede nel fatto che in «Argentina e in altri sistemi statici, privi di ogni meccanismo di mobilità sociale, questo commento sarebbe comprensibile. Laddove invece, come in America, intere generazioni dimostrano l’efficacia della mobilità sociale, l’affermazione del Papa non corrisponde affatto al vero. La mobilità sociale promossa da alcuni sistemi capitalistici rappresenta la realtà vissuta e sperimentata da una vasta percentuale della popolazione americana e non già una “fiducia grossolana ed ingenua”».

La critica di Novak, cioè del più illustre catto-capitalista negli Usa, dimostra, nel suo nervosismo, come la Evangelii gaudium abbia colpito nel segno. Al punto che lo stesso Pontefice, nella intervista ad Andrea Tornielli per La Stampa (Mai avere paura della tenerezza, 15 dicembre 2013), ha tenuto a puntualizzare il punto controverso sollevato da Novak: «Nell’esortazione non c’è nulla che non si ritrovi nella Dottrina sociale della Chiesa. Non ho parlato da un punto di vista tecnico, ho cercato di presentare una fotografia di quanto accade. L’unica citazione specifica è stata per le teorie della “ricaduta favorevole”, secondo le quali ogni crescita economica, favorita dal libero mercato, riesce a produrre di per sé una maggiore equità e inclusione sociale nel mondo. C’era la promessa che quando il bicchiere fosse stato pieno, sarebbe trasbordato e i poveri ne avrebbero beneficiato. Accade invece che quando è colmo, il bicchiere magicamente s’ingrandisce, e così non esce mai niente per i poveri. Questo è stato l’unico riferimento a una teoria specifica. Ripeto, non ho parlato da tecnico, ma secondo la dottrina sociale della Chiesa. E questo non significa essere marxista».

Una precisazione finale che colpisce. Abituati, dopo l’89, ad una legittimazione senza se e senza ma della globalizzazione capitalista, celebrata come “fine della storia” e come panacea di tutti i mali, ogni critica ad essa assume il senso di una posizione cripto-comunista. La Evangelii gaudium rompe il muro dell’omertà e lancia un sasso, potente, nello stagno delle idee. Ci aveva provato anche Benedetto XVI, nella sua Caritas in Veritate, un’enciclica che conteneva grandi novità, ottimi spunti critici. Rispetto ad essa l’esortazione apostolica appare più risoluta, prende il toro per le corna e non teme di gridare al mondo i limiti, evidenti a tutti dopo la débacle finanziaria del 2008, di un modello economico che, affidato a se stesso, rischia di travolgere il mondo intero. Limiti strutturali e non periferici.

Anche Novak concede che i potenziali effetti disumanizzanti del capitalismo possano essere mitigati, ai margini del sistema, dall’attività caritativa ed assistenziale propria del cristianesimo. Non ammette, però, che la carità possa tradursi in politica in modo da affrontare quelle cause “strutturali” che, secondo Papa Bergoglio, minano oggi la concordia interna ed esterna dei popoli, la pace. Per la Evangelii gaudium: «Oggi tutto entra nel gioco della competitività e della legge del più forte, dove il potente mangia il più debole. Come conseguenza di questa situazione, grandi masse di popolazione si vedono escluse ed emarginate: senza lavoro, senza prospettive, senza vie d’uscita. Si considera l’essere umano in se stesso come un bene di consumo, che si può usare e poi gettare. Abbiamo dato inizio alla cultura dello “scarto” che, addirittura, viene promossa. Non si tratta più semplicemente del fenomeno dello sfruttamento e dell’oppressione, ma di qualcosa di nuovo: con l’esclusione resta colpita, nella sua stessa radice, l’appartenenza alla società in cui si vive, dal momento che in essa non si sta nei bassifondi, nella periferia, «senza potere, bensì si sta fuori. Gli esclusi non sono “sfruttati” ma rifiuti, “avanzi”» (Evangelii gaudium, 53).

La critica al sistema capitalistico-finanziario impostosi dopo l’89 è una critica ad un sistema “asociale”, fondato sull’esclusione. Esclusione dei senza lavoro, dei giovani, dei poveri, degli invisibili. Esclusione dell’etica e della politica. «Quante parole sono diventate scomode per questo sistema! Dà fastidio che si parli di etica, dà fastidio che si parli di solidarietà mondiale, dà fastidio che si parli di distribuzione dei beni, dà fastidio che si parli di difendere i posti di lavoro, dà fastidio che si parli della dignità dei deboli, dà fastidio che si parli di un Dio che esige un impegno per la giustizia» (Evangelii gaudium, 203). Per Papa Francesco il punto è chiaro: «Non possiamo più confidare nelle forze cieche e nella mano invisibile del mercato» (Evangelii gaudium, 204). Occorre intervenire attivamente per promuovere un’equità che non coincide con la mera crescita economica. «Lungi da me — scrive il Papa — il proporre un populismo irresponsabile, ma l’economia non può più ricorrere a rimedi che sono un nuovo veleno, come quando si pretende di aumentare la redditività riducendo il mercato del lavoro e creando in tal modo nuovi esclusi» (Ibidem).

La sfera economica non può rivendicare un’autonomia assoluta, né, tanto meno, una priorità su quella politica. Occorre un ritorno al primato della politica, tale, però, che essa abbia come orizzonte il bene comune sociale. «La politica, tanto denigrata, è una vocazione altissima, è una delle forme più preziose della carità, perché cerca il bene comune. Dobbiamo convincerci che la carità “è il principio non solo delle micro-relazioni: rapporti amicali, familiari, di piccolo gruppo, ma anche delle macro-relazioni: rapporti sociali, economici, politici”. Prego il Signore che ci regali più politici che abbiano davvero a cuore la società, il popolo, la vita dei poveri!» (Evangelii gaudium, 205).

Una cosa è certa: raramente un testo del magistero sociale della Chiesa ha parlato con più forza. Colpisce, nell’Esortazione di Francesco, il tono, il passare dall’analisi descrittiva alla prima persona, il coinvolgimento diretto del Pontefice, lo sdegno di fronte ad un mondo che avrebbe tutti i mezzi possibili per alleviare le sofferenze e l’emarginazione di milioni di esseri umani e non lo fa. «Il Papa ama tutti, ricchi e poveri, ma ha l’obbligo, in nome di Cristo, di ricordare che i ricchi devono aiutare i poveri, rispettarli e promuoverli» (Evangelii gaudium, 58). Una provocazione che, a quanto pare, né Forbes né Michael Novak hanno gradito.