Sabato 7 dicembre a Padova concerto di Natale

concerto_di_nataleIl Gruppo studentesco Musicaviva con il finanziamento dell’Esu di Padova propone un Concerto di Natale per voce solista, ensemble di corni, coro e organo con musiche di Rameau, Bach, Händel, Grossi, Schubert, Gounod, Franck, Piazzolla. Il concerto, a ingresso libero, si terrà sabato 7 dicembre alle 21.00 nella Chiesa di Sant’Andrea, nell'omonima via di Padova (a due passi dal Caffè Pedrocchi). Gli esecutori sono il Waldhorn Ensemble diretto da Gabriele Falcioni, Antonietta Assini all’organo, il Coro Nitida Stella di San Zenone degli Ezzelini (TV) diretto da Daniela Padovan e il mezzosoprano Ilaria Verzucoli.


L’Osteria senza oste

copertinaL’Osteria si erge discreta ma visibile sul Col Vetoraz vicino a Valdobbiadene, tra le vigne del celebre Cartizze. Però, via via, perde la sua fisicità, diventa altro: è simbolo del mondo e della vita. L’Oste c’è anche se non si vede, e nel silenzio ripara, laborioso e preciso, ai nostri disordini. L’Osteria senza oste innalza la libertà responsabile al vertice dei valori, trasmettendo l’esigente messaggio che la coscienza non ha bisogno di un guardiano per essere giusta.

 

L’Associazione Culturale Antonio Rosmini e l’Editrice Santi Quaranta

presentano il romanzo

L’OSTERIA SENZA OSTE

di Alberto Raffaelli

giovedì 28 novembre 2013, ore 18.30

Padova, Caffè Pedrocchi - sala ottagonale

Saranno presenti

Samir SUWEIS presidente dell’Associazione culturale Rosmini

Silvio SCANAGATTA ordinario di Sociologia dell’educazione – Università di Padova

Ferruccio MAZZARIOL editore Santi Quaranta

Interverrà l’AUTORE

Il volume (pp. 184 - € 13.00), oltre ad essere disponibile alla presentazione, è in vendita nelle librerie oppure presso l’editore: www.santiquaranta.com - info@santiquaranta.com - tel. 0422.545440

L’opera, colloquiale e acuta, mostra diverse sfaccettature, personaggi dalla caratterizzazione opposta. Ha il procedere del giallo, porta con sé qualcosa di misterioso e di lievemente inquietante; insegue e scoperchia il Male senza infingimenti; intesse una delicata, improvvisa storia d’amore tra Chiara, giovanissima creatura moderna, e Adam, il vivace e simpatico ragazzone brasiliano. Si impongono le figure di Giovani Zanca, integerrimo vice ispettore di Polizia, e della moglie Elena, contraddistinta da una dolce saggezza.

In L’Osteria senza oste si staglia pervasiva una sublime pecora, che fa da buffo filo conduttore a tutto il romanzo; e sullo sfondo risalta, come cornice affettuosa, un rasserenante paesaggio di colline e vigneti, con il Piave che scorre nella sottostante pianura, a conferire familiarità a questa storia sapienziale e piacevole.

Alberto Raffaelli è nato a Rovereto (TN) nel 1959. Si è laureato in filosofia a Venezia ed ha insegnato per alcuni anni in diversi Istituti superiori del Veneto. Ha poi lavorato in varie aziende private. Oggi è preside della Scuola di Ristorazione di Valdobbiadene (TV) dove unisce l’esperienza di insegnante con quella professionale nel settore turistico-ristorativo.


Dialogo sull'educazione a Ca’ Edimar

DSC04362[1]Un notista politico di primo piano come Antonio Polito presenta il suo libro “Contro i papà” a Ca’ Edimar, il villaggio padovano dell’accoglienza. E apre un dialogo appassionato sull’educazione, vera chiave per uscire dalla crisi. Ecco il resoconto pubblicato sul sito internet dell’Associazione Italiana Centri culturali. Nella foto, Polito durante la serata a Ca’ Edimar.

 

Centriculturali.org, domenica 24 novembre, Dialogo sull’educazione a Ca’ Edimar (E. Andreatta)

 

Cosa ci fa in una serata di tardo autunno una delle firme più prestigiose del giornalismo italiano a Ca’ Edimar, il villaggio padovano che accoglie ragazzi che per tante ragioni non possono stare con la famiglia d’origine? «Io sono qui perché ho conosciuto Mario Dupuis», confessa Antonio Polito. Tempo fa si sono ritrovati insieme a una presentazione di “Contro i papà”, il libro di Polito che punta il dito contro i padri che fanno gli amici, i sindacalisti, i complici, i “mammi” dei loro figli. E l’amicizia è scattata subito. I due sono diversissimi. Ma hanno molte cose in comune. Lo stesso impegno su fronti diversi. Mario nell’accogliere e accompagnare quei ragazzi. Antonio, il riformista per antonomasia, nella sua passione per un Paese apparentemente irriformabile.

È partendo da qui, dall’attività di notista politico, che Polito giunge a una conclusione apparentemente strana: alla radice della crisi di oggi non ci sono anzitutto fattori sociali, economici, politici. Ma umani. C’è un’attesa quasi salvifica nei confronti dello stato che in altri paesi non si riscontra. E un senso di deresponsabilizzazione diffuso. Ma non bisogna aspettarsi che sia il sistema a cambiare. «Dobbiamo essere noi i primi a tirarci su le maniche, a risolvere i problemi». Il volontariato ad esempio sembra al massimo un “di più”, un surplus di generosa disponibilità. «Invece non è qualcosa di aggiunto». Se non altro, perché è utopia il solo pensare a un welfare statale per gli anziani nei prossimi decenni. Polito rincara la dose: «Il Sessantotto nel nostro Paese non è mai finito. Disobbedendo ai padri e obbedendo ai figli, abbiamo diminuito i principio di responsabilità, con la complicità delle varie ideologie». Per questo l’educazione è «la prima emergenza nazionale».

«Tu non fai un’analisi, ma attraverso dati e giudizi, esprimi una ricerca, ci spingi a cercare il punto vero della questione». Mario reagisce così alle affermazioni del giornalista, partendo dalla sua esperienza di educatore: «Una delle frasi che più mi ha colpito del tuo libro è quando dici che “fingiamo di fare il loro bene, ma in realtà facciamo il nostro”. La paternità si è smarrita perché essa è il vertice della gratuità nel rapporto, e non c’è gratuità perché è bloccata l’esperienza dell’uomo nello sperimentare che ciò che hai generato non è tuo. Ti è dato per accompagnarlo al suo destino. Senza questo nascono i disastri di quelli che chiami papà.». Polito annuisce, ascolta con attenzione. Poco prima confessava: «Ho presentato il mio libro a centri culturali, comunità, scuole libere. È stata una bellissima sorpresa vedere che nel nostro paese c’è tanta gente che sente come cruciale il tema dell’educazione». Solo ieri dalla prima pagina del Corriere bacchettava Renzi e Grillo, faceva il contropelo al Cavaliere e a Cuperlo. Ora è qui in periferia a imparare da una piccola opera di carità. Ecco cosa significa davvero essere un riformista


La modernità non modernista del Concilio e di Giussani

de matteiMassimo Borghesi risponde a Roberto De Mattei (nella foto) sulle stesse colonne, quelle de Il Foglio di Giuliano Ferrara, dalle quali lo storico tradizionalista aveva attaccato frontalmente Ratzinger, Bergoglio e don Giussani, passibili di cedimento al modernismo. Una posizione, quella di De Mattei, che secondo Borghesi «riduce la questione del soggetto al soggettivismo, il problema della libertà in quello dell’autorità, quello della storia nel dogma»

 

Il Foglio, venerdì 22 novembre, p. III, La modernità non modernista del Concilio e di Giussani (M. Borghesi)

 

Un attacco frontale, non ci sono dubbi. Lo storico Roberto de Mattei non si è risparmiato in quella che risuona come una critica diretta agli ultimi due Papi, Benedetto e Francesco, unendo a loro, singolarmente, anche don Luigi Giussani, padre spirituale di Comunione e Liberazione. Nel suo articolo “Liquefazione della chiesa,” pubblicato sul Foglio del 12 novembre, de Mattei torna sul suo cavallo di battaglia: la critica al Concilio Vaticano II già consegnata nel suo volume “Il Concilio Vaticano II. Una storia mai raccontata” (Lindau 2010).

Per l’autore, che in ciò riflette le tesi del tradizionalismo cattolico, il Concilio è il diretto responsabile di tutte le deviazioni, le crisi di fede e di dottrina, che hanno caratterizzato la situazione della chiesa nel corso degli ultimi 50 anni. Non v’è distinzione tra il Concilio e il “para-Concilio”, tra i testi dei Padri conciliari e la loro reinterpretazione modernistica propria degli anni 70. Tutto ciò che è accaduto dopo il ‘65, a Concilio concluso, è già tutto anticipato dall’evento conciliare, una vera rivoluzione che, al pari di quella francese, costituisce uno spartiacque tra il prima e il poi.

Il bersaglio di questa affermazione è, chiaramente, l’ermeneutica della Riforma, più volte affermata da Benedetto XVI durante il suo pontificato, per la quale le novità, che indubbiamente il Vaticano II apporta, riguardano le conseguenze, le applicazioni storiche, non già i principi sostenuti nella tradizione bimillenaria della chiesa. Nell’attuale disputa che vede l’utilizzazione ideologica di Ratzinger, contrapposto strumentalmente a Bergoglio, De Mattei confessa, quindi, che la posizione di Benedetto è irriducibile a quella tradizionalista, che non v’è contrasto tra Bergoglio e Ratzinger nell’interpretazione del Concilio. Il Concilio non è quello che pensa il Papa emerito, una Riforma, bensì una “rivoluzione” così come lo concepisce la “Scuola di Bologna” fondata da Giuseppe Alberigo. Una Scuola che troverebbe, al momento, la sua completa vittoria nella “rivoluzione pastorale” di Papa Francesco della quale parla Alberto Melloni. “Melloni forza, come sempre, la realtà, ma non ha torto nel fondo. Il pontificato di Papa Francesco è il più autenticamente conciliare, quello in cui la prassi si trasforma in dottrina, tentando di cambiare l’immagine e la realtà della chiesa. Oggi l’ermeneutica di Benedetto XVI è archiviata e dalla pastorale del nuovo Papa dobbiamo attendere nuove sorprese”. Negative, pare di intendere, in direzione di quel prassismo, irenismo, relativismo che costituiscono i punti di decadenza della vera dottrina.

È il trionfo della prospettiva di Alberigo e Melloni il cui manto egemonico si stenderebbe, ormai, sull’intero pensiero cattolico italiano. Né ad esso sfugge, secondo De Mattei, quella realtà data tradizionalmente come fedele alla chiesa quale è Cl e, con essa, il suo fondatore, don Luigi Giussani. Non solo Cl è stata tra i “difensori più accaniti del Vaticano II” ma “l’orizzonte ciellino era, ed è rimasto, quello della ‘nouvelle théologie’ progressista”. Riprova ne è il concetto di “esperienza”, centrale nella pedagogia di don Giussani, che a de Mattei, fermo a Garrigou-Lagrange e al vecchio tomismo neoscolastico, ricorda il soggettivismo e il modernismo condannati da Pio X nell’enciclica Pascendi.

Sarebbe troppo semplice ribattere che le riflessioni di Giussani sulla categoria di “esperienza” avevano avuto, a suo tempo, l’imprimatur di monsignor Carlo Figini, protagonista della cosiddetta “scuola teologica di Venegono” e tra i maggior teologi del secolo scorso. Si trattava di un concetto certamente originale, non consueto nel vocabolario teologico degli anni 60, che univa il momento soggettivo a quello oggettivo, coscienza e realtà, libertà e autorità. Sintetizzava la tradizione agostiniana del cuore con l’apprezzamento della ragione e del principio di realtà propri della tradizione tomista. Una categoria che valorizzava, così come farà Del Noce nella sua legittimazione critica di una parte del pensiero moderno culminante in Rosmini, un aspetto della modernità in modo non modernistico.

Questo è, infatti, il nodo della questione. Ciò che il tradizionalismo non ammette è il momento del soggetto e della libertà. Riduce la questione del soggetto al soggettivismo, risolve il problema della libertà in quello dell’autorità, quello della storia nel dogma. Per questo non è grado di fare i conti con la modernità. Fermo all’ideale del Sacrum imperium il pensiero tradizionalista vede nel Concilio il tradimento di un modello teologico-politico, il tramonto dello stato confessionale, l’affermazione (eretica) del principio della “libertà religiosa”, il cedimento al liberalismo moderno. Il resto, la messa in latino, la perdita della “sacralità” del Papa, sono dettagli. Il vero nodo è teologico-politico. Il peccato originale del Concilio è, per la scuola tradizionalista che De Mattei ha sempre difeso, quello di aver aperto le porte alla modernità. La sua linea “pastorale”, che nella intenzione dei Padri conciliari aveva una valenza missionaria nei confronti del mondo contemporaneo, sarebbe il verbo del cedimento, del linguaggio esperienziale, dell’orizzonte storicistico. “Basti pensare - scrive De Mattei riferendosi alla teologia di Giussani - al continuo riferirsi alla fede come ‘incontro’ ed ‘esperienza’, con la conseguente riduzione dei principi a meri strumenti”. E’, secondo l’autore, la posizione propria del modernismo e della “nouvelle théologie”, una filosofia-teologia della prassi che trova il suo criterio di verità non nella dottrina ma nella “vita”, non nella teoria ma nell’azione. Il nome che torna a più riprese è quello di Henri de Lubac, il grande gesuita francese, stimato tanto da Ratzinger quanto da Bergoglio, “punto di riferimento dei discepoli di don Giussani”.

In tal modo il cerchio si chiude: il Concilio, Benedetto XVI, Francesco, don Giussani, la Scuola di Bologna, tutto è eredità di De Lubac e della “nouvelle théologie”. “Ciò che accomuna la teologia di Cl a quella della Scuola di Bologna è la ‘teoria dell’evento’, il primato della prassi sulla dottrina, dell’esperienza sulla verità, che Cl situa nell’incontro con la persona di Cristo e la scuola di Bologna nell’incontro della storia”.

Conclusione coerente con il modello tradizionalista che ha nel suo codice genetico la tendenza a livellare le differenze. E che, tuttavia, pur nei suoi limiti un punto lo coglie: quello per cui la posizione don Giussani è irriducibile al tradizionalismo. De Mattei ha pienamente ragione quando coglie nel fondatore di Cl un’autentica sensibilità “moderna”, esistenziale, nutrita dalla sua giovanile passione per Giacomo Leopardi. È quanto possiamo ricavare dall’ampia e documentata biografia, da poco uscita in libreria, di Alberto Savorana: “Vita di don Giussani” (Rizzoli 2013). È stata quella sensibilità che gli ha consentito di incontrare migliaia di giovani, di precorrere il Concilio, di godere della stima di due Papi, Paolo VI e Giovanni Paolo II, nonché del cardinal Ratzinger, futuro Benedetto XVI.

In ciò però, contrariamente a quello che ritiene De Mattei, non v’era nulla di cristianamente negativo, di prassistico, di vitalistico. È stata la pedagogia dell’“esperienza” che ha permesso a tantissimi giovani lontani dalla fede l’“incontro” con l’“Evento” cristiano, in particolare negli anni 70 quando l’ondata della scristianizzazione era più forte e l’egemonia marxista sulla società e sulla cultura era al suo acme. In quegli anni non fu certo il tradizionalismo cattolico, ristretto in piccoli cenacoli, a “salvare” la fede della chiesa ma il movimento “conciliare” di Cl. Un movimento moderno, cioè attento a valorizzare la libertà personale, ma non modernistico. Una distinzione, questa, che il pensiero tradizionalista, fermo a De Maistre, De Bonald, Donoso Cortés, non è in grado di pensare.

Professore di Filosofia morale all’Università di Perugia, è autore del recente “Critica della teologia Politica. Da Agostino a Peterson. La fine dell’era costantiniana” (Marietti)

 


Il sacro impero della mondanità, il Manifesto intervista Borghesi

manifestoxAperture impreviste. Il 21 novembre Marco Pacioni de Il Manifesto intervista Massimo Borghesi sul concetto e la pratica del potere nel mondo secolarizzato, dove il trascendente è diventato un grimaldello.  Il quotidiano di sinistra elogia l’assenza di qualsiasi concessione a una concezione «sacrale» della politica. Il Concilio come passaggio storico nel quale la Chiesa ha abbandonato definitivamente il modello medievalista del «Sacrum Imperium».

Leggi l’articolo sul sito internet de il Manifesto

 

Il Manifesto, giovedì 21 novembre 2013, Il sacro impero della mondanità (M. Pacioni)

 

Il potere in un mondo secolarizzato dove il trascendente è diventato il grimaldello usato per legittimare una società solidale. Un'intervista con il filosofo Massimo Borghesi

Massimo Borghesi è un filosofo che ha posto al centro della sua riflessione teoretica il rapporto tra la politica e la religione. Lo guarda, va detto, da una prospettiva che assume la secolarizzazione come un fattore irreversibile della modernità. Dunque nessuna concezione a una concenzione «sacrale» della politica. Da qui il suo interesse per ciò che comunemente viene chiamato «teologia politica», campo disciplinare dal sapore fortemente accademico, ma che ha sempre interessato, nel Novecento, teorici e intellettuali «eterodossi». È da qui parte l'intervista, alla luce anche dell'uscita del suo volume Critica della teologia politica (Marietti), recensito sempre in queste pagine.

 

Come spiega il ritorno d'interesse per la teologia politica?

Il motivo è da cercare nel processo di secolarizzazione che accompagna l'era della globalizzazione post-'89 segnata dal primato dell'economico e dalla neutralizzazione del politico. L'esigenza di una rinnovata relazione tra politica e religione corrisponde, soprattutto a sinistra, all'esigenza di trovare un punto di trascendenza che motivi la dimensione solidale necessaria alla democrazia. È la prospettiva di Habermas. In questo caso, però, non siamo di fronte ad una teologia politica ma, ad una teologia della politica. Mentre la prima confonde i piani, la seconda mantiene la relazione nella differenza delle direzioni.

 

Lei svolge anzitutto una disamina storica per la comprensione del rapporto fra teologia e politica: l'editto di Milano nel 313 di Costantino e quello di Tessalonica di Teodosio nel 380.

Una distinzione fondamentale. L'editto di Milano rientra nel cristianesimo dei primi quattro secoli, quello che richiede libertà religiosa per tutti. Un principio nuovo e rivoluzionario che intaccava alla radice la teologia politica di Roma. Con Teodosio torniamo, invece, al modello del «Sacrum Imperium», divenuto ora cristiano-romano. Dovremmo parlare di «età teodosiana» e non, come usualmente si fa, di «età costantiniana».

 

Non le sembra allora che nella storia sia stato soprattutto il politico ad essersi appropriato del teologico?

Un'osservazione che trovo corretta. Nella dizione «teologia politica» è l'aggettivo che sussume il sostantivo, non viceversa. È quanto Jan Assmann osservava nella sua critica a Carl Schmitt e alla sua idea che il politico fosse il prodotto della secolarizzazione del teologico. La sfera politica tende a farsi «sacra». In Occidente la teocrazia è l'eccezione mentre il «cesaropapismo» è la norma. Il politico diviene teologico allorché deve unire un popolo contro un altro, o una parte del popolo contro un'altra. La teologia politica è l'ideologia del tempo di guerra.

 

Contro Schmitt, Erik Peterson insiste sull'idea che proprio il cristianesimo sia incompatibile con la teologia politica. Lei sembra d'accordo con questa tesi.

Il nome di Erik Peterson, che lascia la Germania nazista per l'Italia, dal 1933 al 1960, anno della sua morte, non è molto noto da noi. Eppure è un crocevia di rapporti assolutamente rilevanti. Il suo Monoteismo come problema politico, del 1935, costituisce, a partire da Agostino, una critica frontale al teologo-politico Schmitt divenuto, nel frattempo, il giurista più eminente del III Reich, e ai «Deutsche Christen» affascinati dal Führer. Con Peterson prende forma, per la prima volta nel Novecento, una critica della teologia politica. Il cristianesimo, come dirà poi il teologo Joseph Ratzinger, studioso di Peterson, conosce un ethos politico ma nessuna teologia politica. Il regno di Cesare non è il regno di Dio.

 

A me pare che Carl Schmitt, più che il politico voglia fondare il giuridico per salvaguardarlo dall'eccezione. Il suo «Führerprinzip» non è forse il tentativo di eliminare lo scarto tra potere carismatico e legale?

Schmitt è ossessionato dal caos: da quello posteriore alla sconfitta della Germania guglielmina, dopo la prima guerra mondiale, e da quello derivato dalla Rivoluzione d'ottobre. L'eccezione è l'elemento metagiuridico e politico che istituisce la norma e, con ciò, blocca il caos. Il principio d'ordine sta, come per Hobbes, in un punto - il sovrano - che si sottrae all'ordine.

 

Per Tronti e Serra il teologico è trascendente. Non può essere immediatamente politico. Rispetto ai «teocon» che hanno riproposto l'uso civile della teologia, non sono proprio questi due teorici due marxisti i credenti?

Tronti e Serra sono certamente più vicini ad una genuina teologia della politica rispetto a Schmitt o a Marcello Pera. Nel senso che in loro il riferimento teologico è meno strumentale al politico. In questo senso la loro prospettiva è analoga a quella di Habermas. Non si tratta di dar luogo a nuovi intrecci tra sacro e profano, ma di riconoscere che la dimensione religiosa è luogo di senso e di pratiche sociali che una democrazia puramente immanente non può garantire e di cui ha però disperatamente bisogno per non cedere alle pulsioni vitalistiche delle reazioni della nuova destra.

 

A differenza di Roberto Esposito, per lei è il dualismo cristiano a rompere il legame tra religione e politica. È per questo che la democrazia per Lei comincia con il cristianesimo?

La critica al dualismo che Esposito ripropone anche nel suo ultimo volume è fortemente debitrice del modello decostruzionistico. L'esito, però, è una sorta di naturalismo integrale, radicalmente immanentistico, che risulta in linea con il neopositivismo proprio dell'età della globalizzazione. È ora di pensare ad una critica della critica. Lo spirito critico, come sapeva bene Horkheimer, presuppone un punto di trascendenza. Il cristianesimo, fuori dalle sue deformazioni teologico-politiche, ha rappresentato storicamente questo punto. È un fatto che la democrazia prende forma nel mondo segnato dal cristianesimo.

 

Da Max Weber a Giorgio Agamben, vi sarebbe un travaso teologico nell'economia prima che nella politica. La teologia, anziché forza frenante, come vorrebbe Cacciari, sarebbe il propulsore del capitalismo e il liquidatore dell'autonomia del politico come sostiene anche Elettra Stimilli in «Ascesi e capitalismo». Che ne pensa?

Di fatto esiste tanto una teologia economica quanto una teologia politica. La teologia economica è la trascrizione illuministica, in chiave secolare, dell'idea di Provvidenza che regola il libero mercato. È l'idea di Adam Smith per cui dalla somma degli egoismi individuali sorgerebbe il bene comune. A quest'idea che guida il liberismo capitalistico si oppone la forza frenante del politico, il katechon teologico-politico di Schmitt, neutralizzato dopo l'89. Dopo il fallimento di Lehman Brothers, nel 2008, il tema politico torna all'ordine del giorno. Il suo riferimento teologico nasce proprio dall'esigenza di trascendere l'orizzonte immanente della globalizzazione.

 

Secondo lei, dopo l'11 settembre, c'è stata una sostanziale indisponibilità delle autorità religiose ad avallare la crociata per «esportare la democrazia»... È un fatto che la demitizzazione dell'impianto teologico-politico seguito all'11 settembre, quello teocon opposto e speculare a quello dell'islamismo radicale, è stato operato da un papa. È stato Giovanni Paolo II che si è opposto tenacemente alla guerra americana contro l'Iraq e ha impedito che il conflitto assumesse la forma della crociata, del contrasto tra Occidente cristiano ed Islam. In questa dissociazione tra il teologico ed il politico papa Wojtyla ha seguito il dettato e lo spirito del Concilio Vaticano II. È nel Concilio che la Chiesa abbandona definitivamente, il modello medievalista del «Sacrum Imperium» e torna consapevolmente al paradigma pre-teodosiano della differenza tra Chiesa e Stato, al principio della libertà religiosa per tutti.

 


Il video della presentazione di “Critica della teologia politica” all’Istituto Don Sturzo

sturzoSu RadioRadicale.it il video dell’incontro “Critica della teologia politica. Da Agostino a Peterson: la fine dell’era costantiniana”, all’Istituto Don Sturzo di Roma il 21 novembre 2013, con la partecipazione di Gianni Dessì, responsabile dell’Area Ricerca del’Istituto Luigi Sturzo di Roma, Biagio De Giovanni, emerito di Storia delle Dottrine Politiche all’Università L’Orientale di Napoli, Mario Tronti, presidente del Centro di Studi e Iniziative per la Riforma dello Stato, Massimo Borghesi, ordinario di Filosofia Morale all’Università di Perugia, autore del libro.

 


Testimonianza o potere? Il video dell’incontro al CMC di Milano

Vi proponiamo il video dell’incontro di presentazione del volume “Critica della teologia politica” di Massimo Borghesi, svoltosi martedì 12 novembre al Centro culturale di Milano, con le relazioni di Antonio Polito, editorialista del Corriere della Sera, Silvio Ferrari, docente di Rapporti Stato e Chiesa, Università degli Studi di Milano, e Massimo Borghesi, docente di Filosofia Morale, Università di Perugia. Coordinatore Alessandro Banfi, Direttore di TgCom24.

 

 

Quale è stato il rapporto tra la Persona e il potere, tra il desiderio di verità e giustizia e come esso si incarna nella storia? Qual è oggi la strada di fronte alle sfide della società contemporanea: l’egemonia o la testimonianza?

Ci sono dei passaggi storici, degli avvenimenti o delle costanti che formano la società e mentalità in cui viviamo. Capire cosa ‘fa veramente storia’, che cosa costruisce una realtà umana nuova e accogliente significa perciò comprendere anche da quale invito, responsabilità, verità ci muove veramente.

Massimo Borghesi ha scritto un bel libro, a conclusione dell’anno costantiniano, sul rapporto col Potere nelle società occidentali, su come la vita della comunità cristiana fin dalle origini si è espressa nella dialettica tra libertà e potere, fino alle sfide di oggi, sia europee che internazionali.


Se la fede, quella vera, serve alla politica

010917-N-7479T-508«Il libro di Borghesi illumina lo straordinario decennio lasciato alle spalle, nel quale abbiamo visto l’attentato alle Torri Gemelle, evento paragonabile alla presa di Costantinopoli». Così Antonio Polito, editorialista del Corriere della Sera ha introdotto “Critica della teologia politica”, in un incontro di presentazione al Centro Culturale di Milano con Polito e Silvio Ferrari. Il resoconto del sito Tracce.it.

 

Tracce.it, giovedì 13 novembre, Se la fede, quella vera, serve alla politica (G. Ferrari) (http://www.tracce.it/default.asp?id=376&id_n=37938)

 

«Che rapporto c’è tra religioni ed istituzioni?». È questa una delle domande con le quali il direttore di TgCom, Alessandro Banfi, ieri sera ha introdotto l’incontro “La testimonianza o il potere. Che cosa rifonda la politica nella storia”, organizzato dal Centro Culturale di Milano e dalla Fondazione Oasis. Il dibattito ha come presupposto la discussione attorno al libro del filosofo Massimo Borghesi, Critica della teologia politica (Marietti). Oltre all’autore, a parlarne anche Silvio Ferrari, docente di Rapporti tra Stato e Chiesa presso l’Università degli Studi di Milano, e Antonio Polito, editorialista del Corriere della Sera.

Come ricorda lo stesso Banfi, «questo libro è pieno di spunti interessanti e la profondità del pensiero di Borghesi aiuta a comprendere molti fatti dell’oggi». La storia ha tanto da raccontarci. E da farci scoprire.

Ferrari inizia la sua personale riflessione sull’opera partendo da una distinzione fondamentale dello stesso Borghesi, che fa da leit motiv all’intero percorso: «C’è una grande differenza tra teologia politica e teologia della politica». La prima di queste «presenta numerose negatività e confonde Dio con Cesare, provocando guai» - vedi fondamentalismo religioso e guerra in Iraq -, mentre la seconda «non affida alla politica il compito di realizzare il regno di Dio in questo mondo». In essa, infatti, «la fede religiosa anima l’azione politica, ma non si identifica in essa». Detto questo, è evidente che «il principio che ispira la sfera pubblica è la libertà»: una sfida che si deve accettare «con coraggio, perché è la condizione per arrivare a costruire il bene comune». Per fare tutto questo, bisogna però ripensare «la nozione di spazio pubblico»: «Noi abbiamo sempre pensato che per avere uno spazio pubblico imparziale, sia necessario neutralizzarlo», spiega Ferrari: «Ma mi chiedo se invece la sfida non sia quella di costruirlo con un metodo inclusivo», dando cittadinanza a «una pluralità di esperienze di vita». Uno spazio pubblico colorato, e non più in bianco e nero.

«Il libro di Borghesi illumina lo straordinario decennio lasciato alle spalle, nel quale abbiamo visto l’attentato alle Torri Gemelle, evento paragonabile alla presa di Costantinopoli», inizia Polito. «Proprio quando il nemico è alle spalle, ci interroghiamo su chi siamo e su quale sia la nostra civiltà». A partire da quegli anni, secondo l’editorialista del Corriere, l’Occidente si è posto davanti a due questioni fondamentali: «Ci si è chiesti se per combattere il nemico sia necessario assomigliargli o rimanere se stessi» e ci si è posti la questione della «laicità». I risultati ai quali si è arrivati hanno confermato la tesi che «l’Occidente non deve rispondere imitando gli avversari»: ma per fare questo deve «estromettere la fede dallo spazio pubblico?».

All’autore della Critica della teologia politica, Massimo Borghesi, il compito di concludere questa importante chiacchierata: «Oggi abbiamo disperatamente bisogno di una linfa religiosa che dia un po’ di fiato e respiro a questo panorama politico così ripiegato su idee così piccole». Abbiamo quindi un «disperato bisogno di teologia della politica», continua il filosofo: «È interessante vedere anche come da un punto di vista laico viene la richiesta di trovare una sponda teologica attraverso la quale la politica possa tornare ad esprimere di più». In un’analisi storica ben dettagliata, Borghesi ha tentato di spiegare come la teologia politica abbia complicato, fin dagli anni Settanta, il quadro generale (non solo europeo), «perché la scelta religiosa comportava una certa scelta politica». Tra i numerosi esempi citati, il ritorno della teologia politica dopo i tragici eventi del 2001: «Da una parte l’islamismo radicale (che chiaramente non rappresenta tutto l’islam ma solamente la sua parte fondamentalista) e dall’altra l’Occidente». In questa lotta contrapposta (così simile a quanto accadeva nella lotta al marxismo targata anni Settanta), l’Occidente «ha proposto una religione civile americana, incentivata dallo stesso Bush, che ha resuscitato l’aspetto bellicoso dell’America». Tale tragico scenario è stato profondamente compreso e migliorato dall’opera di Giovanni Paolo II che si è opposto «quasi da solo al presidente americano». Non ha problemi Borghesi a dire a gran voce che «il militarismo che si ammanta del velo religioso è uno schifo». Ma questi momenti di “rottura”, oltre a risvegliare tale teologia politica, hanno dimostrato che «si può essere cristiani senza vergognarsene». E che questa è finalmente una possibilità per il presente.


Etty Hillesum - Cercando un tetto a Dio

131125 Etty locandinaL’Associazione culturale Rosmini è lieta di segnalare che lunedì 25 novembre 2013 ore 21.00 a Padova, nella sala polivalente Don Bosco di via San Camillo de Lellis, 4 il Gruppo universitario Scenaperta presenta il monologo

 

ETTY HILLESUM Cercando un tetto a Dio

con Angela Demattè

regia Andrea Chiodi

 

Sarà presente l’Autrice, Marina Corradi

Ingresso libero. Info 339-1590882

 

musiche Ferdinando Baroffio, movimenti scenici Marta Ciappina, adattamento teatrale Marina Corradi

Iniziativa finanziata con il contributo dell’Università di Padova sui fondi della Legge 3.8.1985 n. 429

 

La giornalista e scrittrice Marina Corradi ha eseguito la riduzione dei Diari e delle Lettere di Etty Hillesum, interpretandoli in modo estremamente essenziale, senza tralasciare alcun passaggio del percorso umano della protagonista. Il monologo sarà accompagnato da canzoni yiddish cantate dal vivo e da musiche originali composte dal musicista Ferdinando Baroffio «...C’è una umanità sbalordita davanti al suo patibolo, nel diario della ragazza ebrea che sa che il prossimo treno caricherà lei e i suoi genitori. Sappiamo tanto di ciò che accadde ad Auschwitz, ma non avevamo mai letto con questa straziante limpidezza i pensieri degli uomini chiamati dall’“ordine della notte”. Ciò che sbalordisce nell’inferno è però che la Hillesum non sia disperata. E non solo perché, come tutti, di notte guarda gli aerei degli Alleati, pregando che una bomba spezzi i binari, fermi i treni. Ancora cinque giorni prima di partire scrive: «La vita è meravigliosamente buona nella sua inesplicabile profondità». E dal suo treno lancia una cartolina: «Siamo partiti cantando». Negli appunti scarni di una giovane ebrea verso Auschwitz, l’eco cristiana di un sacrificio accettato e offerto. Dal fondo dell’abisso, il mistero di una speranza inaudita».


Quando si confonde tra regno di Dio e regno di Cesare

CD_Avgustin_Carpaccio_2[1]Teologia politica e teologia della politica. Sembra quasi la stessa cosa. Invece la differenza c’è, ed è essenziale. Nel primo caso la religione non distingue, come invece accade nel Nuovo Testamento, tra il Regno di Dio e quello di Cesare. «Essa unifica i due Regni in uno», spiega Massimo Borghesi in un’intervista a IlSussidiario.net, «la Chiesa diviene Stato, la politica si trasforma in religione». E le conseguenze – ne abbiamo tanti esempi anche a casa nostra – sono preoccupanti.

 

Il testo integrale dell’intervista sul sito IlSussidiario.net.

 

IlSussidiario.net, lunedì 11 novembre, Cesare & Dio/ Borghesi: ecco il “patto” che unisce Ratzinger a Bergoglio (F. Cividini)

 

Domani sera (Centro culturale di Milano, via Zebedia 2, ore 21) Massimo Borghesi parteciperà ad un incontro che si strutturerà come un dialogo, cui prenderanno parte anche Antonio Polito e Alessandro Banfi, intorno al suo ultimo libro Critica della teologia politica. Da Agostino a Peterson: la fine dell’era costantiniana (Marietti, 2013) che tematizza il rapporto che deve intercorrere tra fede e politica perché queste siano fattori della costruzione del bene comune. In attesa dell’incontro, ilsussidiario.net gli ha rivolto qualche domanda.

“Da Agostino a Peterson: la fine dell’era costantiniana” è un sottotitolo che potrebbe quantomeno intimidire alcuni lettori. Il libro che lei getta in campo è invece un articolato giudizio culturale che tocca la concezione della fede e della vita nel mondo sia dell’occidente che del vicino oriente. Professor Borghesi, che cosa più le preme che arrivi al lettore?

È la prima parte del titolo del volume che precisa l’argomento: Critica della teologia politica. Con esso si intende il rifiuto di quella confusione tra religione e potere che ha caratterizzato il mondo dopo l’11 settembre 2001. Una deriva integralista, particolarmente evidente nei Paesi dell’islam, ma anche nell’induismo nazionalista in India, a cui l’Occidente ha risposto, con l’amministrazione Usa di George Bush, con la reazione teocon, una sorta di alleanza guerriera cristiano-occidentale in funzione anti-islamica. In tutti questi casi siamo di fronte ad una politicizzazione della religione a cui in Europa si risponde -erroneamente - invocando la sua “privatizzazione”, la sua esclusione dalla scena pubblica.

“Teologia politica” sembra un termine desueto: che cos’è ed è qualcosa di presente ancora oggi nei nostri modi di vivere?

La “teologia politica” non è la teologia della politica. Nel secondo caso il rapporto tra i due momenti è indiretto, mediato, dall’etica, dal diritto, ecc. Nel primo la religione non distingue, come accade nel Nuovo Testamento, tra il Regno di Dio e quello di Cesare. Essa unifica i due Regni in uno, la Chiesa diviene Stato, la politica si trasforma in religione. È ciò che accade nei modelli teocratici, passati e presenti; nel cesaropapismo, laddove lo Stato diviene confessionale; nelle religioni politiche rappresentate dal totalitarismo moderno.

Una visione religiosa autentica della politica che tratti deve avere? Molti Stati si danno un contenuto di valori. C’è una religione laica che si impone nella vita della società forse per supplire al vuoto?

La teologia della politica indica l’orizzonte in cui i credenti, i cristiani in particolare, collaborano con gli altri uomini nel perseguimento del bene comune della società. In ciò essi apportano valori ed ideali di umanità e di solidarietà che, nell’attuale momento storico contrassegnato dal nichilismo e dall’individualismo radicale, sono essenziali per la stessa sussistenza del modello democratico. La religione della laicité, così come viene praticata nella Repubblica francese, non è in grado di supplire a tale funzione. Si rivela solo un modello totalizzante, una forma laica di teologia politica fortemente intollerante.

Una chiara “divisione dei compiti” tra potere, Stato, istituzioni e Chiesa, lo stesso Agostino -come spiegato all’interno dell’opera - non fu sempre lineare nel definirla. Quali sono stati, e quali sono, i frutti di un eventuale travisamento di tale distinzione?

Agostino fino al 404/05, conformemente all’Editto di Costantino del 313, è un chiaro fautore del principio di libertà religiosa per tutti, cristiani e pagani. Poi, dopo tale data, si adegua alle leggi dell’imperatore Onorio che vietavano l’esistenza della setta cristiana dei seguaci di Donato. Accetta, cioè, che le leggi dello Stato intervengano nel vietare una forma di credenza-appartenenza religiosa. Aderisce, in tal modo, al modello teodosiano (non costantiniano) dell’impero romano-cristiano sancito dall’Editto di Tessalonica del 380. Da qui sorge l’agostinismo politico medievale, l’idea teocratica o cesaro-papista dei rapporti tra Chiesa e Stato. Un modello che non riconosce il principio della libertà religiosa. Con ciò però, come mostro nel mio volume, la quaestio agostiniana non è affatto chiusa. L’Agostino che scrive la Città di Dio, dopo il sacco di Roma dei goti di Alarico nel 410, è un Agostino che ritrova lo spirito liberale dei Padri, quello che contrassegna i primi quattro secoli dell’era cristiana. La città di Dio, nella sua distinzione tra le due città, tra la religione e il potere, opera la prima critica della teologia politica. Il suo modello “laicale” dello Stato ha un valore paradigmatico anche per noi, oggi.

Perché la distinzione proclamata nel Post-concilio portò alla residuità della vita della fede? Cosa invece il Concilio diceva e auspicava?

Il Concilio ha, tra le altre cose, il merito di aver riconosciuto, nel documento Dignitatis humanae, il fondamentale principio della libertà religiosa. Con ciò veniva chiuso un capitolo di scontro frontale tra la Chiesa e la modernità e se ne apriva un altro fatto di dialogo e di confronto. Merito del Concilio è di aver restituito alla Chiesa, fuori dall’orizzonte clericale e dalle nostalgie del passato, quella libertà di movimento e di orizzonte propria dei primi secoli. Il Vaticano II relativizza il modello medievale e torna al quadro Patristico. E’ in questo ritorno che diviene possibile il dialogo con il moderno. Che poi nel post-Concilio questo dialogo sia stato inteso, da una teologia piena di complessi d’inferiorità, come “modernizzazione” di un cristianesimo, concepito come antiquato e polveroso, questa è un’altra storia.

Pensando ad oggi, ritiene che Ratzinger e Bergoglio stiano interpretando nel modo giusto il ruolo politico che dovrebbe recitare la Chiesa?

Il filo rosso che unisce Ratzinger e Bergoglio è la critica alla teologia politica, il senso patristico della distinzione degli ambiti tra ciò che è di Dio e ciò che dell’uomo, tra la fede e il potere mondano. Entrambi reagiscono al processo di mondanizzazione che ha caratterizzato la Chiesa nel corso degli ultimi decenni: il carrierismo ecclesiastico, la pedofilia, gli scandali finanziari, ecc. Sia l’agostiniano Ratzinger che il francescano Bergoglio desiderano una Chiesa più evangelica, più povera, in grado di incontrare gli uomini, diffidenti ed ostili, per le strade del mondo.

Come mai secondo lei uno Stato cattolico come la Repubblica d’Irlanda istituirà prossimamente l’ora di “ateismo” a scuola? La tensione tra le due cose (Stato cattolico-educazione ateistica) è solo apparente o vi è sotteso un fenomeno più profondo?

Non esistono più, ed è un bene, Stati “cattolici”. In Irlanda lo scandalo della pedofilia del clero ha consumato fortemente la credibilità dell’istituzione ecclesiastica. La Chiesa dovrà essere umile e tornare a sporcarsi le mani dentro le contraddizioni e le attese del popolo per riguadagnare consenso. Per il resto che lo Stato assuma connotati “francesi” è, purtroppo, il trend del momento, del Nord Europa in particolare. A questo livello, di difesa di una concezione liberale dello Stato contro la religione laicistica, totalitaria, è bene che la Chiesa non sia lasciata sola. E nemmeno che sia in prima linea. E’ compito innanzitutto dei laici liberali, credenti o non credenti, intervenire nella vita pubblica per tutelare le libertà e i diritti fondamentali per tutti.