Casaleggio sogna la cuoca di Lenin, ma è solo il ‘68 che ritorna

Casaleggio

Gianroberto Casaleggio: un personaggio oscuro, enigmatico, avvolto in un’area di riservatezza e di sacralità che appare in contrasto con il messaggio di trasparenza del M5S. Massimo Borghesi su IlSussidiario.net analizza una sua (rara) intervista per evidenziare antefatti e paradigmi di un pensiero che si inserisce in una precisa tendenza storica.

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lunedì 24 giugno, Beppe Grillo/ Casaleggio sogna la cuoca di Lenin, ma è solo il ‘68 che ritorna (M. Borghesi)

 

L’ampia intervista di Gianroberto Casaleggio uscita ieri sul supplemento domenicale (La Lettura) del Corriere della Sera, “La democrazia va rifondata” costituisce indubbiamente una rarità. Casaleggio, la vera mente che tiene le fila del Movimento 5 Stelle, di cui Beppe Grillo è l’unico volto veramente “noto”, è, infatti, restio ad apparizioni pubbliche o ad interviste. Le poche sono state rilasciate, finora, a giornali esteri, tra cui il Guardian.

Il personaggio rimane oscuro, enigmatico, avvolto in un’area di riservatezza e di sacralità che contrastano, vivamente, con il messaggio del M5S: quello di un’assoluta trasparenza favorita e resa possibile dalla Rete.

In realtà il mix tra enigma e trasparenza è il cuore del nuovo movimento, il suo punto critico. L’ondata del M5S è stata paragonata al Movimento dell’Uomo Qualunque sorto, nel dopoguerra, ad opera di Guglielmo Giannini. Le analogie, però, non danno ragione di un fenomeno nuovo che appartiene pienamente al nostro tempo. Il Movimento 5 Stelle è l’ultimo epigono del ‘68, la sua metamorfosi positivista, post-marxista. Esso segna quell’attualità di Comte, dopo Marx, che caratterizza l’era della globalizzazione post-’89. Il sogno di Francis Fukuyama, consegnato ne La fine della Storia e l’ultimo uomo si restringe, dopo l’11 settembre 2001, al perimetro occidentale teorizzato da Samuel Huntington nel suo Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale.

Scomparse le ideologie il “libero” Occidente può trovare la sua unità nella rivoluzione telematica, nel progetto “Gaia” che, come annuncia Casaleggio in un video del 2009, dovrà partorire un nuovo ordine mondiale. Il sogno americano del presidente Bush trova, nel nostro, un alfiere sui generis. Al pari di Auguste Comte, il padre del positivismo dell’800, anch’egli vagheggia un’unione planetaria all’insegna della scienza, in questo caso dell’elettronica e delle infinite possibilità offerte dal Web. L’idea è quella di una democrazia diretta che, in tempi rapidi, mandi in soffitta la democrazia rappresentativa e i media tradizionali, televisione in primis. Quest’idea ha dimostrato la sua forza, in Italia, nelle ultime elezioni politiche le quali, di fronte al collasso e al vuoto dei partiti della seconda Repubblica, hanno premiato il Movimento 5 Stelle con un successo senza precedenti. In realtà non è stato il programma del M5S ad essere persuasivo quanto la sua critica ad un sistema bipolare che ha ridotto i partiti e la democrazia rappresentativa a puri simulacri, espressioni di una “casta” distante in modo abissale dalla realtà popolare.

A questo vuoto, ideale e politico, si è aggiunta la grave crisi economica che ha funzionato da detonatore, da miccia accesa sotto il Palazzo. I 5 Stelle, forti della loro novità, hanno dato fuoco a questa miccia, una forza d’urto che ha obbligato i vecchi poteri ad allearsi, a chiudere, per un attimo, il contenzioso di una lotta senza fine.

Se questo è il loro merito il limite sta, invece, in una proposta velleitaria, ambigua e pericolosa, che l’intervista a Casaleggio documenta con chiarezza. L’idea “sessantottina” di una democrazia diretta ha già fatto ampiamente naufragio nelle interminabili discussioni assembleari del movimentismo anni 70. L’infinita discussione che caratterizza i grillini è una pagina già vista. La democrazia “liberale” non nasce da Rousseau, sul quale Jacob Talmon ha scritto un libro insuperato: Le origini della democrazia totalitaria (Il Mulino), ma da Locke. Non è una democrazia diretta; è una democrazia rappresentativa in cui i rappresentanti vengono votati e delegati dal popolo ad esercitare, in loro nome, il potere sovrano per il bene comune. I deputati e i senatori non hanno autonomia assoluta rispetto al loro mandato. Lo esercitano, però, nel quadro di un’appartenenza politica in cui i partiti dovrebbero essere gli interpreti della volontà popolare.

Per Casaleggio, al contrario, è la Rete il Soggetto. La Rete “pensa”, sceglie, elegge, revoca. L’obiezione che per legiferare o approvare le leggi occorra una competenza specifica non è ritenuta dirimente. Al pari della cuoca di Lenin, che poteva governare gli Stati, i grillini, supportati dalla Rete, si sono autoinvestiti di un sapere superiore, salvo poi scontrarsi con i limiti evidenti della propria inesperienza. L’utopia, tuttavia, non demorde. Non conta l’esperienza politica, i partiti come scuola di formazione, ecc. Casaleggio vuole una riforma del sistema che rappresenti una vera “rivoluzione”, vuole il controllo integrale sulla politica.

«Un progetto politico di Rete deve avere un respiro più ampio che non la sola soluzione dei problemi contingenti, vanno ripensate le istituzioni e la società nel medio termine. Tutto cambierà. Il cittadino deve diventare istituzione. Le regole del gioco stanno cambiando». Ciò che Casaleggio propone qui è una integrale politicizzazione dell’esistente, l’esito di un totalitarismo mediatico per il quale «il vecchio concetto di privacy non è più realistico». Tutto deve passare attraverso il filtro e il controllo della Rete, il Soggetto “democratico” per eccellenza. «Il parlamentare o il presidente del Consiglio è un dipendente dei cittadini, non può sottrarsi al loro controllo. In caso contrario non si può parlare di democrazia diretta».

Qui, com’è evidente, siamo dalle parti di Robespierre e di Saint-Just. Il filone giacobino, del post-’68 pensiero mai spentosi, si rinnova passando per la tecnocrazia. Colpisce che Casaleggio critichi la “neo-dittatura orwelliana”, l’uso manipolatorio dei media attuato dai Paesi dittatoriali o semi-dittatoriali (Cina, Russia), fino ad ipotizzare una terza guerra mondiale tra essi e l’Occidente.

Colpisce perché alle visioni apocalittiche dell’ideologo, amante dei libri di fantascienza, sfugge che proprio attraverso la Rete, il Web, i Paesi “democratici”, al pari di quelli non-democratici, come dimostrano le rivelazioni recenti negli Usa, controllano gli ignari cittadini. Di fronte a questa potenza di controllo l’idea roussoiana del M5S di controllare, attraverso un personaggio enigmatico e un comico-politico, il potere in Italia appare quanto meno risibile.

A meno che questa idea non sia, a sua volta, al servizio di un più ampio progetto di potere, quello di “Gaia”, di un “nuovo ordine mondiale” il cui fulcro e cervello avrà il suo centro non certo nel nostro Paese.

 


«Il mio regno non è di quaggiù»

alessandro-banfi[1]Il neodirettore di TgCom24 Alessandro Banfi dedica una recensione sul sito Tracce.it all’ultimo libro di Massimo Borghesi, “Critica della teologia politica”. Un volume, scrive il recensore, che pone a tema la distinzione tra “fede e spada” e i rischi di una teologia politica, spaziando dal “De civitate Dei” di sant’Agostino al Concilio Vaticano II, fino ai giorni nostri.

Leggi l'articolo su Tracce.it.

 

 

Sembra a volte che la società secolarizzata si sia lasciata alle spalle la questione emersa nel drammatico dialogo fra Pilato e Gesù Cristo, in una delle scene finali della sua vita terrena. E invece, in un certo senso, tutto torna lì. Tutta la storia, anche del pensiero politico occidentale, prende le mosse da quelle parole. Dice Gesù: «Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù». Parole che «segnano una distinzione fra la fede e la spada, che nessuna teologia politica può eliminare».

Da questa riflessione, potente anche esteticamente, prende le mosse l’ultima fatica di Massimo Borghesi che dedica un saggio ricchissimo, e pieno di spunti fecondi, proprio al tema della teologia politica. L’autore da cui scatta l’analisi di Borghesi è sant’Agostino e in particolare l’Agostino del De civitate Dei, scritto anche come risposta alle critiche dei pagani dopo il sacco di Roma da parte dei Goti guidati da Alarico nel 410 dopo Cristo. Un sant’Agostino riscoperto a fondo da don Giacomo Tantardini, alla cui memoria è dedicato il libro.

I padri della Chiesa nei primi quattro secoli hanno chiara la distinzione tra Chiesa e Stato, cristianesimo e mondo. Il Concilio Vaticano II «nel ritorno all’orizzonte patristico» dialoga con la modernità, riprendendo questa concezione originaria. Ma Borghesi legge nella tensione fra chi favorisce una teologia della politica (come Agostino) e chi invece vuole una teologia politica la costante di tutto il pensiero politico europeo-occidentale fino ai nostri giorni. «La teologia politica», spiega «rappresenta una forma di secolarizzazione», arrivando fino al pensiero di Carl Schmitt (una forma di teomanicheismo, una teopolitica gnostica, secondo la definizione di Eric Voegelin). Proprio per Schmitt, infatti, «non c’è teologia politica se non c’è nemico». Viene subito da pensare quanto bisogno del nemico c’è nel pensiero politico contemporaneo...

Brillanti sono i collegamenti attraverso la storia e il pensiero che Borghesi stabilisce sulla base di una solida e attenta ricerca. Mostrando come anche l’insegnamento dei Papi sia in linea con questa lettura. Dal Giovanni Paolo II che non approva l’invasione dell’Iraq nella logica teocon dello scontro tra civiltà dopo l’11 settembre, fino al Benedetto XVI che condanna il “messianismo” in politica, come nel discorso di Ratisbona: «Il cristianesimo si è sempre impegnato a lasciare il politico nella sfera della razionalità e dell’etica».

Massimo Borghesi

Critica della teologia politica

Marietti

pp. 350 - € 28


Il potere dei senza potere

Volantino_Havel_coloriPerché rileggere oggi, a 35 anni di distanza, un testo scritto alla fine degli anni Settanta, in una situazione geopolitica diversissima dall’attuale, quando il blocco sovietico era ben saldo e l’autore un «dissidente» tenuto sotto stretto controllo dalla polizia? Eppure proprio nel contesto di crisi e di crisi di identità che da anni affligge l’Italia e l’Europa, sono opere come questa che sollecitano a interrogarsi sul rapporto tra l’uomo e la politica, tra l’«io» e il potere.

L’Associazione culturale Antonio Rosmini presenta

venerdì 21 giugno alle ore 21.00
nel centro congressi Padova “A. Luciani”

via Forcellini 170/a

Oltre lo statalismo, il potere dei senza potere

Verrà presentato il libro dell’ex-presidente della Repubblica Ceca Vaclav Havel “Il potere dei senza potere”, recentemente rieditato in coedizione La Casa di Matriona-Itaca

Interverrà

Michele Rosboch professore di storia del diritto italiano ed europeo all’Università degli Studi di Torino

Introduzione

Stefano Montaccini rettore delle Scuole Romano Bruni

 

Info rosmini@diade.org. L’iniziativa è finanziata con il contributo dell’Università di Padova con i fondi della legge 3.8.1985 n.429 sulle iniziative culturali studentesche.

Václav Havel (Praga, 5 ottobre 1936 – Hrádeček, 18 dicembre 2011) è stato uno scrittore, drammaturgo e politico ceco. È stato l'ultimo presidente della Cecoslovacchia ed il primo presidente della Repubblica Ceca. In una delle opere che lo hanno reso celebre, Il potere dei senza potere (conosciuto in Italia grazie all'opera del Centro Studi Europa Orientale - CSEO - di Forlì), Havel ha brillantemente teorizzato il cosiddetto Post-totalitarismo, termine usato per descrivere il moderno ordine socio-politico che ha fatto sì che la gente potesse, per usare le sue parole, "vivere all'interno di una menzogna".

Descrivendo un sistema post-totalitario, in cui l’«io» sembrerebbe condannato all’irrilevanza, sorprendentemente Havel ne fa invece il perno e il protagonista della vita pubblica perché «tutti coloro che vivono nella menzogna ad ogni momento possono essere folgorati dalla forza della verità» con esiti imprevedibili sul piano sociale: «nessuno sa quando una qualsiasi palla di neve può provocare una valanga».