Il potere dei senza potere

Il-potere-dei-senza-potere-Havel-600px[1]di Václav Havel, curato da Angelo Bonaguro e con prefazione di Marta Cartabia, Itaca 2013

E' in libreria il saggio “Il potere dei senza potere” che viene ripubblicato a oltre 20 anni dall’edizione italiana (e a pochi mesi dalla riedizione ceca), insieme al saggio ”La politica e la coscienza”, ed insieme ad altri testi inediti in italiano. Il libro, edito da "La casa di Matriona" e Itaca ha una prefazione di Marta Cartabia.

In un periodo di confusione ideale e relativismo culturale, il pensiero di Havel rappresenta un’occasione formidabile, e soprattutto attuale, per riflettere sul fondamento dell’impegno civile e politico, a partire dal desiderio della persona e dalla volontà di costruire nella verità e nella libertà“.

"Tutti abbiamo di fronte agli occhi un unico compito fondamentale.(…) Di confidare nella voce della coscienza più che nelle speculazioni astratte, di non inventare una responsabilità diversa da quella che tale voce ci indica; di non vergognarci di essere capaci di amore, di solidarietà, di compassione e di tolleranza, ma al contrario di liberare queste dimensioni fondamentali della nostra umanità dall’esilio nel privato, e di accettarle come unici autentici punti di origine di una comunità umana dotata di senso; di lasciarci guidare dalla nostra stessa ragione, e di servire in ogni circostanza la verità come nostra fondamentale esperienza”.

In questa affermazione sta tutta l’attualità della riflessione di Vaclav Havel per l’odierna situazione civile e politica del nostro Paese e dell’Europa nel suo insieme. Iniziata nella seconda metà degli Anni Settanta a partire dall’esperienza diretta dei regimi totalitari e comunisti, essa ha saputo cogliere il fondamento radicale, e originale, dell’ impegno civile e quindi politico: la persona con la sua libertà, con la sua capacità di desiderare il vero e di costruire un’esistenza, in tutte le sue dimensioni, a partire da questo. Quanto concreta e tutt’altro che velleitaria fosse tale posizione, è testimoniato anzitutto dalla stessa parabola umana di Havel, prima drammaturgo, poi “dissidente”, e infine Presidente della Repubblica Ceca, e dal crollo dei regimi dell’Est europeo. Una posizione con cui vale la pena confrontarsi anche in Italia e in Europa, oggi, nel momento in cui le motivazioni di un impegno nella società e nella politica sembrano frustrate dagli esempi negativi di molti “professionisti della politica” e da una pesantissima crisi economica che mette in luce l’insufficienza dei presupposti economicistici della costruzione europea.
Da Havel viene l’invito a riprendere la responsabilità verso la propria vita, prima di ogni calcolo ed esito “politico”: è in questo tentativo la prima e vera dignità della persona, che nessun totalitarismo –dello stato e dell’economia, a Est come a Ovest- potrà distruggere.

I testi che qui vengono proposti sono tutti legati da questo “filo rosso”.
Da Il potere dei senza potere (1978), al primo storico Discorso di Capodanno (1990); al discorso dedicato «alla speranza e alla morte» tenuto a Hiroshima nel 1995, così personale e assolutamente non di circostanza; all’intervento pronunciato a Parigi nel 2009, sul mistero della storia e le sorti del mondo; fino ad alcuni brani dall’ultimo colloquio, per Havel così fisicamente faticoso, registrato con il cardinal Duka nel novembre 2011 per la Televisione ceca, a meno di un mese dalla morte.

"Con il cuore al posto giusto" dalla prefazione di Marta Cartabia (Tracce, maggio 2013)


Democrazie e religioni alla prova della globalizzazione

Borghesigrdbnok[1]«Dopo l’11 settembre 2001 la globalizzazione, fuori dell’Occidente, ha sì delegittimato le forme politiche sorte durante lo scontro Est-Ovest, ma non già la dimensione del Politico. La novità è qui data dal fatto che la nuova politica è concepita a partire dal religioso». Questa la tesi sostenuta da Massimo Borghesi nell’ultimo numero di Oasis, la rivista internazionale (anche online) fondata dal cardinale Angelo Scola e dedicata al dialogo interreligioso e interculturale.

 

Leggi l’articolo sul sito internet di Oasis.

L’ultimo numero di “Oasis” ha nel termine “transizione” la parola chiave, quella che consente di leggere assieme, attualmente, ciò che sta accadendo nelle due sponde del Mediterraneo. Come ha sottolineato il Cardinale Scola, nell’editoriale, il porre in rapporto ed in dialogo mondi diversi - Occidente e mondo arabo; cristianesimo e islam - è una peculiarità della rivista, la sua originalità. In questa visione unitaria il termine “transizione” è accompagnato dalla domanda: “attraverso chi?”. Attraverso dove procede la transizione? O, detto in altri termini, la Primavera araba verso dove? Verso dove l’Europa con la crisi dell’euro? Verso dove l’Italia con una crisi politica che sta terremotando l’intero quadro istituzionale? Questo “dove” non è chiaro, né predeterminato, anche se si possono indicare possibili direzioni. Ciò che è chiaro, invece, è la causa che ha portato alla crisi delle forme politiche dominanti.

È la globalizzazione post-’89 che provoca il tramonto dell’Occidente “politico”, di quella teologia politica (Schmitt) che, imperante nello scontro Est-Ovest, si dissolve per mancanza di nemici. In Italia la fine della prima Repubblica, una fine che si prolunga sino a noi, si esprime nella figura dei partiti “liquidi”, della politica dei tecnici, nel declino dell’idea di rappresentanza. La globalizzazione segna, nell’Europa che svuota gli Stati sovrani, la crisi delle democrazie liberali nazionali. Procede come neutralizzazione delle differenze - politiche, religiose, naturali - come fine della Storia (Fukuyama). Questo processo interessa l’Europa e il mondo occidentale in genere, non però il resto del mondo.

Dopo l’11 settembre 2001 la globalizzazione, fuori dell’Occidente, ha sì delegittimato le forme politiche sorte durante lo scontro Est-Ovest, ma non già la dimensione del Politico. La novità è qui data dal fatto che la nuova politica è concepita a partire dal religioso. È quanto Samuel Huntington aveva intuito nel suo The Clash of Civilizations and the Remaking of World Order, del 1996. La diffusione del mercato unico mondiale e l’estendersi del benessere non neutralizzano automaticamente le differenze. Al contrario essi producono, fuori dell’Occidente, autostima, riscoperta delle radici ideali e religiose, rifiuto dell’egemonia occidentale. Come afferma Serge Latouche, l’occidentalizzazione del mondo comporta processi mimetici ed oppositivi ad un tempo. Lo scenario post-2001 vede, da un lato, un Occidente in cui globalizzazione e secolarizzazione coincidono e, dall’altro, una globalizzazione che provoca mimesi tecnologica e teologia politica (islamica, ebraico-ortodossa, induista). La globalizzazione è un Giano bifronte che suscita secolarizzazione e fondamentalismi.

È nel solco di questa prospettiva che assistiamo, nell’altra sponda del Mediterraneo, ad un ritorno alla politica, un ritorno che è, in qualche modo, una “prima volta”. È il tema della Primavera araba che, con particolare attenzione alla Tunisia, è al centro del numero presente di “Oasis”. Si tratta di un ritorno teologico politico che non può essere - non riesce ad essere - un mero ritorno alla tradizione. Nonostante i salafiti o Al-Qaeda, anche i Fratelli Musulmani o an-Nahda si rendono conto che un “ritorno” non è possibile. Non è percorribile un ritorno che escluda interamente la modernità europea-occidentale, la forma dello Stato moderno con i suoi diritti e le sue libertà. Il ritorno teologico-politico diviene, così, il problema dei rapporti tra politica e religione. Scartata la via salafita, che vuole subito lo Stato islamista ed approfitta delle rivolte per dividere i musulmani, e la via del laicismo europeo, rimangono due strade: quella tattica, che accetta strumentalmente la forma democratica nelle condizioni presenti riservandosi, però, di condizionarla pesantemente allorché l’islamizzazione dal basso sia compiuta; quella liberale, che riconosce come un punto fondamentale la distinzione tra Stato, laico, e società civile, religiosa.

Una differenza che, nel numero di “Oasis”, è bene espressa dal modello americano, illustrato dall’Arcivescovo di Filadelfia Charles Chaputt, e dal modello libanese, attraverso la figura dello Stato civico teorizzata dallo sciita Muhammad Mahdî Shamseddine. Una variante, meno laica, di questa posizione è quella che intende la sharî’a come fonte di ispirazione, non rigorosamente normativa, del quadro legislativo. Importante, da questo punto di vista, è la dichiarazione del marzo 2012 di Rachid Ghannouchi, leader di an-Nahda, l’equivalente tunisino dei Fratelli Musulmani, secondo cui il suo partito non avrebbe richiesto il riferimento alla sharî’a nella nuova Costituzione.

Di questo intenso dibattito, che attraversa attualmente il mondo arabo-islamico, passato interamente sotto silenzio dai nostri media, “Oasis” nel numero presente così come in quelli passati offre una scelta significativa di posizioni. In questo modo la rivista offre un contributo davvero prezioso. Consente di aprire un varco nel muro d’ignoranza che divide popoli vicini, divisi dal mare e da pregiudizi secolari, i cui immigrati sono sempre più presenti tra noi, ed aiuta altresì a comprendere l’affinità delle problematiche. Noi, con la crisi della democrazia in cui la religione non sembra aver il diritto di interloquire; loro, con il tentativo di accedere alla democrazia attraverso la religione. Il loro ritorno del religioso sulla scena interpella la nostra desolata secolarizzazione così come, in parallelo, la distinzione tra politica e religione ha molto da dire all’attuale Primavera araba. Una distinzione che si è affermata, nell’Europa moderna, non solo contro la religione (cristiana), ma anche grazie ad essa. Grazie a quella dualità tra Dio e Cesare, Chiesa e Stato, città di Dio e città terrena che, presente nel cristianesimo dei primi secoli e poi oscurata, viene ritrovata e poi riconosciuta nel Concilio Vaticano II. Un modello che implica la critica alla teologia politica. Il che non significa opposizione, tra religione e politica, bensì chiara distinzione in modo da consentire il rapporto tra democrazia e religione. Giustamente “Oasis” mette in evidenza l’importanza avuta in questa riflessione dalla figura e dall’opera di Jacques Maritain. Il pensiero cattolico del ’900 ha dovuto rigettare il modello teologico-politico medievalista per aprirsi alla democrazia liberale e all’incontro con il moderno.

Un cammino analogo è richiesto oggi all’Islam, attraverso una valorizzazione ermeneutica delle posizioni liberali presenti nella sua lunga tradizione.

 


Borghesi: i tre “dialoghi” del politico a cui non piacevano i manichei

andreotti chioggiaRitratto di un uomo di dialogo e di pace. Massimo Borghesi ricorda Giulio Andreotti su IlSussidiario.net «amabile ed acuto nelle sue osservazioni, con la sua ironia sottile e al contempo fermo nella sua fede cattolica, negli incontri mensili che, come direttore della rivista internazionale 30 Giorni teneva nel suo studio romano di Piazza S. Lorenzo in Lucina. La schiera delle foto, di lui con i grandi della terra, ti dava l’impressione di essere al centro del mondo».

 

Leggi l'articolo sul sito de IlSussidiario.net.

 

martedì 7 maggio 2013, ANDREOTTI/ 2. Borghesi: i tre “dialoghi” del politico a cui non piacevano i manichei (Massimo Borghesi)

 

Con Andreotti se ne va uno degli ultimi grandi protagonisti dell’Italia del dopoguerra. Uno statista ed un politico che ha suscitato sentimenti contrastanti, di ammirazione e di opposizione, e che ha saputo imporsi, con la sua tenacia e la sua testimonianza dignitosa, al rispetto anche dei propri avversari.

Lo ricordo, amabile ed acuto nelle sue osservazioni, con la sua ironia sottile e al contempo fermo nella sua fede cattolica, negli incontri mensili che, come direttore della rivista internazionale 30 Giorni teneva nel suo studio romano di Piazza S. Lorenzo in Lucina, in cui la schiera delle foto, di lui con i grandi della terra, ti dava l’impressione di essere al centro del mondo. Un incarico, quello di 30 Giorni, che aveva accettato, negli anni 90, nel periodo della sua disgrazia politica, su invito di don Giacomo Tantardini, sacerdote a cui era legato da amicizia e da stima profonde e che era la vera anima teologica della rivista. Come direttore assolveva il suo compito con scrupolo. Ricordo le sue note di appunti, che portava con sé, e i consigli, sempre preziosi. Metteva a disposizione la sua enorme conoscenza della Chiesa e dei rapporti internazionali, individuava i contatti giusti, le persone da sentire e da intervistare. Sul piano politico gli ultimi anni gli avevano reso giustizia.

Nel 2006, a 87 anni, era stato candidato, su proposta di Perferdinando Casini e Gianni Letta, alla poltrona per la seconda carica dello Stato. Si trattava di una proposta tesa ad unire, con una figura di prestigio apprezzata anche a sinistra, maggioranza ed opposizione. Una prospettiva che non gli era sgradita. In una intervista a La Stampa (22/04/06) aveva sottolineato di essere fuori dai due schieramenti: «Provengo dalla Democrazia cristiana: tutto qui». Un “tutto qui” rivendicato, con orgoglio, come espressione di una tradizione politica condannata alla sconfitta storica, non a quella ideale.

Per Andreotti l’essere democristiano coincideva con l’assunzione della grande lezione del suo maestro, Alcide De Gasperi. Da lui aveva tratto l’insegnamento chiave per il cattolicesimo politico-democratico: evitare in Italia, per quanto è possibile, il riemergere del conflitto storico tra guelfi e ghibellini, clericali ed anticlericali. Una lotta che, dall’Unità in poi, aveva turbato e diviso la coscienza del Paese. Per Andreotti questo spirito unitario si era tradotto, a partire dagli anni 60, in una politica estera che, al pari di Fanfani e di La Pira, privilegiava la sicurezza di Israele nel quadro di un dialogo con i Paesi arabi che si affacciano sul Mediterraneo, attenta ai legittimi diritti del popolo palestinese nell’ambito di una politica di pace nel Medio Oriente. Dopo l’89 lo stesso spirito lo aveva portato, dopo esser stato presidente del Consiglio durante il “compromesso storico” Dc-Pci nel 1976, a privilegiare una politica del bene comune fuori dalla logica bipolare, manichea ed ideologica.

Come scriveva in un Editoriale di 30 Giorni: «De Gasperi ci aveva insegnato che la politica interna è strettamente collegata con quella estera» (1/2, 2006). La fine dell’Unione Sovietica non poteva non implicare la metamorfosi della sinistra e, per conseguenza, una libertà maggiore nell’orientarsi tra le forze politiche. In tal modo grazie ad un triplice dialogo - tra cattolici e laici; tra centro-destra e centro-sinistra; tra Europa, Israele e mondo arabo - Andreotti si era venuto proponendo come vera figura “super partes”. Una figura che accoglieva consensi trasversali tra coloro che rimanevano sorpresi da un proverbiale realismo che non rinnegava affatto - come volevano i suoi critici - la dimensione ideale.

Questo “ideal-realismo” spiega perché lui, filoamericano da sempre, sia stato critico della guerra in Iraq da parte dell’amministrazione Bush. Spiega perché il “cattolico romano-papalino” sia stato, in ciò fedele a De Gasperi, avverso ad ogni forma di integralismo. Spiega altresì come il deciso “europeista” sia stato contrario alle “scontro di civiltà”, attento al dialogo mediterraneo, all’apertura verso l’Oriente, l’Africa, la Cina. Giulio Andreotti è stato l’ultimo erede di quella tradizione che vede nel cattolicesimo la “coincidentia oppositorum”, il punto di riconciliazione tra posizioni altrimenti incomponibili.

La sua traduzione politica era l’arte della mediazione, che non indicava il compromesso volgare ma il modo migliore per garantire la pace, sociale-politica-religiosa, nelle condizioni date. Il cattolicesimo politico coincideva, in Andreotti, con la ricerca delle soluzioni atte a garantire la concordia, ad evitare la sedimentazione e l’irrigidirsi di quei contrasti che, lasciati a se stessi, degenerano in conflitti senza vie d’uscita.

In questo senso è stato un uomo di dialogo e di pace, l’autentico ministro degli esteri della Santa Sede. Un uomo stimato da molti e poco amato da coloro per i quali la politica e la storia si fondano su contrasti radicali, sull’opposizione tra amici e nemici. Peccato che ad Oslo, nell’assegnare i premi Nobel della pace, siano stati distratti da altro.

Per noi che abbiamo avuto la fortuna di conoscerlo da vicino resta un grande testimone di una passione cristiana e civile di cui avvertiamo, nel momento presente, una dolorosa assenza. Ora che l’appuntamento con la morte, tante volte scherzosamente rimandato ed esorcizzato, si è attuarlo non possiamo che ricordarlo, con gratitudine, per il suo insegnamento e la sua testimonianza in tempi difficili. Arrivederci Presidente!


Giulio Andreotti e l’Associazione Rosmini

050524 Andreotti (144)Giulio Andreotti e l’Associazione Rosmini: lo statista romano fu uno dei più autorevoli ospiti della nostra associazione dall’incontro in aula magna del Bo del 29 settembre 2000 su “Il compromesso e l’arte della politica” fino a quello del 5 giugno 2006 sui giovani sempre al Bo con Luigi Gui.

Andreotti seguì fin dall’origine anche i convegni sull’attualità di sant’Agostino, grazie all’amicizia con don Giacomo Tantardini, scomparso poco più di un anno fa. Andreotti e don Giacomo furono per molti anni il direttore e l’ispiratore del mensile internazionale 30Giorni. In più occasioni, come ad esempio il 24 maggio 2005, il senatore stesso fu relatore dei convegni.

Vi proponiamo alcune foto della sua presenza a Padova.